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Leggo sul Fatto quotidiano che la ministra Meloni, titolare del dicastero delle politiche giovanili, abbia presentato un ddl costituzionale per abbassare l’età per essere eletti alla Camera e al Senato, rispettivamente a 18 e 25 anni.

La Costituzione al momento prevede che per essere eletti alla Camera si debba aver compiuto il venticinquesimo anno d’età, mentre per il senato sono necessari quaranta anni.

La proposta, accolta anche dalle parti della minoranza con interesse, sembra essere orientata a far entrare forze “fresche” in Parlamento.

Credo che si sappia quale sia la media dell’età delle persone che lavorano nel nostro cuore politico a Roma, pare che si aggiri intorno ai 50, o anche più.

Non sono però sicuro che questa proposta sia davvero utile. Da una parte c’è il fatto positivo che un giovane non dovrebbe essere invischiato in trame economiche o di interessi estranei alla funzione che sarebbe chiamato a ricoprire. Dall’altra c’è il fatto che a 18 anni non si ha ancora un diploma di scuola superiore in mano, al massimo lo si sta per conseguire, sempre se si sono proseguiti gli studi oltre la scuola dell’obbligo.

Il coordinatore nazionale dei giovani dell’Idv Rudi Russo “l’intenzione del ministro Meloni è  buona. Anche perché la normativa attuale è contraddittoria: a un ragazzo di 18 anni si riconosce la capacità di esprimere il voto ma non di essere eletto”. Nemmeno qua sono del tutto d’accordo. Poter esprimere un voto non significa esattamente sapere come gestire un ruolo come quello del parlamentare. Sicuramente ci sono un sacco di giovani che, come me, hanno cominciato ad interessarsi di politica e di “gestione della cosa pubblica” abbastanza presto, prima dei 18 anni, e in alcuni casi anche in modo approfondito e appassionato. Resta il fatto però che stiamo comunque parlando di un compito molto impegnativo, che a mio parere richiede un certo tipo di esperienza: questa funziona anche da corazza per le influenze che possono venire quando si entra in politica, siano queste pressioni di tipo personale che legate alla funzione che si ricopre. Penso quindi che sia meglio proseguire per qualche altro anno con gli studi e con la propria formazione in senso più ampio. Impegnandosi poi col proprio movimento politico: non vorrei però che con questa legge, i nostri “grandi vecchi” si incensino di un merito che poi non avranno, perché per arrivare alle Camere occorre la candidatura con un partito, e notoriamente i partiti si affidano a personaggi più solidi. Basti pensare alle ultime dichiarazioni di Silvio Berlusconi sul proposito di non ricandidarsi alle prossime elezioni politiche: ha subito aggiunto che, nel caso ce ne fosse bisogno, potrebbe fare da capolista, come per dare una mano. È chiaro che un giovane candidato (ma anche un candidato qualunque) non sarebbe eletto per la fiducia che l’elettorato nutre in lui, ma nel purtroppo eterno B.

Penso che i rappresentanti “giovani” che stiamo cercando, che stiamo sperando di trovare, siano un po’ più vecchi dei 18 anni, per cui questa proposta di legge possa essere praticamente inefficace.

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”Io non sono certo che si riesca a ricomporre la situazione politica”, ha detto Maroni, “credo anzi che ci sia un’operazione in corso per far fuori Berlusconi e dobbiamo capire come muoverci”.

“Non è un complotto – ha detto Maroni – ma un progetto che a me non piace, ma che è sostenuto da molti”. Il ministro dell’Interno ha ribadito la posizione sul Carroccio su un esecutivo diverso da quello attuale.

Non è accettabile che chi ha perso le elezioni governi“, ha spiegato Maroni, “chi ha vinto deve governare e tutto
ciò che è diverso da questo sa molto di palazzo romano e poco di democrazia”.

”La Lega – ha aggiunto Maroni – la sua indicazione l’ha già data, se non c’è una maggioranza che venga certificata bisogna andare subito a nuove elezioni”. Per quanto riguarda invece il rapporto con l’Udc, Maroni ha tagliato corto: ”Bossi ha parlato chiaro”.

(da repubblica.it, 25 agosto 2010)

Il problema qual è? Non credo che sia di “fare fuori il re”. Una volta tolto di mezzo politicamente Berlusconi cosa rimane? Un gran caos, nonché la mentalità malata che ci è stata inculcata da 16 anni a questa parte. E poi i poteri che lo sostengono e sono stati da lui avvantaggiati sono comunque penetrati in ogni ambito del nostro Stato. Da questo punto di vista la rivoluzione che azzeri tutto, la tabula rasa, sembra l’unica via.

Tolto Silvio, cosa resta dunque? Ad esempio la mentalità deleteria che permette ai politici di parlare come se fossero al bar giù all’angolo, e non su di uno scranno del Parlamento. Insomma, il Ministro dell’Interno, colui che si occupa di lotta alla mafia e crimini dice che c’è un un’operazione in corso “per far fuori Berlusconi”: a queste parole mi preoccupo. Va bene, forse non intende fisicamente, però restano un po’ ambigue. Instillano il sospetto.

“Le parole sono importanti!” urlava Nanni Moretti in Palombella Rossa: non basta ricevere con le elezioni il mandato popolare per governare, ma bisogna mantenerlo, alimentando continuamente la fiducia dei cittadini.

Fiducia, non fede. La parola fede ha un’aria più mistica, e rimanda a qualcosa di vago e indefinito, ma comunque una promessa che fa sperare in qualcosa di buono. Nel patto istituzioni-cittadino, se così vogliamo chiamarlo, non c’è spazio per sperare, ma deve esserci la fiducia: la Costituzione ce lo permette, se è stato eletto un governo che poi si dimostra o diventa inadatto, quindi viene meno il rapporto di fiducia con i cittadini, questi possono mandarlo a casa, farlo cadere.

La maggioranza al potere in questo momento sta cercando di mascherare non la propria inefficienza (più efficienti di così nel preparare leggi antiprocesso per il premier non si può), ma il fatto che il Parlamento è bloccato nel gestire leggi e provvedimenti non utili alla maggioranza dei cittadini; oltretutto questo ci porta al fatto che è stato praticamente esautorato della propria funzione, in quanto i pochi provvedimenti che passano nelle Camere hanno la questione della fiducia o sono decreti legge (farciti di una qualche condizione di urgenza).

Ma si sa, spesso il popolo, con un termine dispregiativo, la massa, è più propensa a credere alle promesse piuttosto che analizzare i fatti e reagire di conseguenza: finché si riesce a sopravvivere, si torna a casa e si trova un pasto caldo condito di una bella dose di ballerine o storie “dal vero” in tv, è facile limitarsi a lamentarsi della politica. Il modo di parlare e di promettere continuamente allontana la politica dal cittadino. Ma il solo fatto di potersi dire “cittadino” ha un valore politico. Stare in comunità e partecipare tutti assieme alla vita della comunità è fare politica: è far circolare idee, pensieri, discorsi. Questo mix di menti dovrebbe lavorare sinergicamente per risolvere i problemi e migliorare le cose. Invece pare che i politici appena eletti spicchino il volo, no? Si allontanano.

Chi ha vinto in questo caso sono loro, rimangono fregati anche e soprattutto i loro elettori, dei quali si sono serviti spudoratamente per raggiungere il potere. “Non è accettabile che chi ha perso le elezioni governi” dice Maroni, ignorando che il governo è eletto dal Parlamento, che è eletto a sua volta dal popolo: chi ha “vinto” le elezioni è in maggioranza in Parlamento, ma, se guardiamo, non si dovrebbe parlare di “vittoria” o di “sconfitta”, in quanto i parlamentari, in un certo senso, sono tutti vincitori, nella sfida elettorale hanno ottenuto la fiducia dai cittadini (anche se qui dovremmo aprire l’ennesimo dibattito sulla legge elettorale…). L’assemblea decide chi eleggere a capo del governo.

Berlusconi non è stato eletto DIRETTAMENTE dal popolo. Ricordiamocelo. Se il suo governo non dovesse avere più la maggioranza alle Camere, secondo la Costituzione spetta al Capo dello Stato ricercare un’altra maggioranza nella assemblea: sono tutti eletti, quindi le dichiarazioni degli ultimi tempi sull’illegittimità di altri governi rispetto a quello attuale è pura fantasia!

I partiti non possono decidere alcunché a proposito di elezioni anticipate, questa è una prerogativa affidata dalla Costituzione unicamente al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Chiarezza su questi punti, perché alla loro luce le continue uscite di Lega e PdL sulla decisione di andare a elezioni anticipate sono prive di senso, ma continuando a ripeterle con forza per molti diventano affermazioni vere, o meglio, delle balle vere. (citando Dario Fo)

***

Dario Fo – Grammelot di Berlusconi (ovvero una giullarata sul linguaggio “politichese”)

Marco Travaglio si chiedeva ieri su Il Fatto Quotidiano come sia davvero la situazione del caso elezioni anticipate. Davvero si avrebbe un trionfo sicuro del PdL?

IO VOTO ZINGARETTI

di Marco Travaglio

(da Il Fatto Quotidiano, 22/08/2010)

Ma chi l’ha detto che, se si vota, rivince il Cainano? Ora che i sondaggi danno il Pdl senza Fini al 28% (-10 sulle elezioni del 2008), la Lega al 12 (+ 2) e Fini al 6 (prim’ancora che fondi il partito), i leader del Pd potrebbero riattivare per un attimo le loro attività cerebrali, senza esagerare s’intende, e porsi una domanda semplice semplice: che senso ha seguitare a blaterare di governi tecnici, balneari, istituzionali, “di responsabilità” e altre ammucchiate politichesi? Che senso ha mostrarsi atterriti e tremebondi all’ipotesi di votare, dando l’impressione di aver già perso e di voler cacciare B. con manovre di palazzo, a tavolino, “a prescindere” dagli elettori? Un conto è la legittimità costituzionale di un governo diverso, che è fuori discussione: il fatto stesso che Cicchitto e Schifani dicano che non si può è la miglior prova che si può. Un altro conto però è l’opportunità di farlo. Certo, se in Parlamento esistesse una maggioranza pronta a rifare la legge elettorale per restituire il voto ai cittadini e a risolvere il conflitto d’interessi per levare tv e giornali a B., varrebbe la pena provarci. Ma siccome quella maggioranza non esiste, è inutile parlarne. Tanto poi, un giorno o l’altro, a votare bisognerà pur andarci. E allora tanto vale andarci in primavera (prima i tempi tecnici non lo consentono) costringendo B. a spiegare agli elettori il catastrofico flop della maggioranza più ampia della storia repubblicana, evaporata nel breve volgere di due anni. Rinviare tutto di un anno o più significherebbe invece regalargli una formidabile arma propagandistica e consentirgli di parlare non dei suoi fiaschi, ma dei “ribaltonisti” che volevano sovvertire la volontà popolare. Era da tempo che B. non se la passava così male. A parte le condizioni fisiche, impietosamente immortalate dalle immagini dell’altroieri quando s’è presentato a Palazzo Grazioli in tuta da benzinaio proferendo frasi sconnesse in spagnolo maccheronico (“estamos a la cabeza de la civilizaciòn”), sono le condizioni politiche che vanno a picco. Cacciando Fini e i finiani senza pallottoliere ha perso la maggioranza alla Camera e ora, se lo molla pure Pisanu, anche al Senato. Il linciaggio mediatico contro Fini e famiglia s’è rivelato un mezzo boomerang: il presidente della Camera è ancora in piedi e non ha perso nessun fedelissimo, nemmeno i morbidoni alla Moffa (nomen omen). Il vertice domiciliare con la servitù ha partorito un documento di 13 pagine che si può riassumere in tre parole: “Salvatemi dai processi”. Sai che novità. Se a dicembre la Consulta gli boccia il legittimo impedimento, a gennaio torna imputato e a primavera potrebbe essere condannato per Mills e per Mediaset. Ovvio che, per batterlo alle elezioni, questo Pd a encefalogramma piatto non basta. Ma chi l’ha detto che il Pd debba restare così? Dipende dagli elettori di tutto il centrosinistra: solo loro possono costringerlo a cambiare, prepensionando il museo delle cere che lo dirige. Per questo, su ilfattoquotidiano.it, abbiamo lanciato le primarie online, che in tempo di vacanze hanno già raccolto 20 mila risposte in tre giorni. Proviamo per un attimo a immaginare se, al posto di Bersani, ci fosse Nicola Zingaretti. Ha 45 anni, governa bene la Provincia di Roma, dove ha vinto le elezioni mentre Rutelli le perdeva, non è chiacchierato, non ha scandali né scheletri nell’armadio, ha una bella faccia pulita e normale, è pure il fratello del commissario Montalbano (il che non guasta), non s’è mai visto a Porta a Porta, ha ottimi rapporti con Vendola e parla un linguaggio che piace ai dipietristi. Intervistato da IoDonna, alla domanda “La qualità che preferisce in un uomo?”, ha risposto “L’onestà”. “E in una donna?”. “L’onestà”. Poi ha mandato a quel paese Chiamparino sulla batracomiomachia pro o contro l’invito a Cota alla festa del Pd: “Basta con la subalternità culturale alla destra, basta dare corda al Pdl o alla Lega in cambio di qualche spazietto su giornali e tv”. C’è chi, con molto meno, potrebbe perfino vincere le elezioni.

di Aristofane

(Eugene Delacroix – La libertà che guida il popolo)

Sarò esagerato forse. Ma oggi, leggendo gli articoli sui mesi delle stragi mafiose e di Stato dei primi anni Novanta e ripensando ai tanti, tantissimi episodi oscuri della storia del nostro Paese (vedi anche l’intervista a Ciampi ripresa da L’Albatro nel suo post) , un pensiero mi si è formato in testa: c’è mai stata democrazia in Italia? Intendo democrazia vera, non quel giochetto che si ripete ogni tanto di noi che andiamo a votare questo o quello.

Cos’è la vera democrazia? Forse, di tanto in tanto, è meglio chiederselo. Perchè scopriremmo, forse, che la risposta non è così scontata. E che, soprattutto, le cose alle quali pensiamo sono lontane anni luce dalla realtà nella quale ci troviamo a vivere. Mi rendo conto benissimo che non è più possibile, come si faceva al tempo delle poleis greche, riunire tutta la cittadinanza e decidere a maggioranza. La democrazia rappresentativa è quindi un mezzo necessario, non c’è dubbio.

Il problema è quanto essa sia davvero rappresentativa. E mi sembra che, anche all’estero ma soprattutto in Italia, la classe politica (almeno quella degli ultimi quindici anni), parte fondamentale della democrazia, si sia staccata irrimediabilmente dalla sua base elettorale. Lo dimostrano l’astensionismo molto alto e l’evidente cura che i politici (parte di loro per lo meno) dedicano ai loro interessi, invece che alle tematiche che dovrebbero essere le principali della loro agenda.

Ma la mia riflessione va oltre a questi ultimi anni, oltre alla terribile classe politica rappresentata dai vari Berlusconi, D’Alema, Mastella, Gasparri, Capezzone e compagnia bella. Negli anni precedenti avevamo avuto Craxi, Forlani, Andreotti, Martelli, Cirino Pomicino e altri personaggi di questo calibro. Tutti con dei trascorsi poco chiari (o fin troppo chiari).

Mi chiedo come possa esserci stata democrazia, mentre Andreotti era al potere ed intratteneva rapporti con la mafia (reato prescritto ma commesso fino al 1980); mentre Craxi accumulava miliardi all’estero; mentre Berlusconi metteva (e mette) al sicuro se stesso e le sue aziende.

Qual era la forma di governo del nostro Paese mentre lo Stato trattava con la mafia e stava a guardare le stragi dei primi anni Novanta (o, peggio, vi prendeva parte?), mentre la P2 inondava istituzioni e giornali, mentre Mattei, Pasolini, Moro venivano uccisi, mentre le stragi si susseguivano a Bologna, Milano, Firenze? Sono tutti atti di folli, di criminali semplici, o c’è dietro qualcosa di diverso, qualcuno che tirava i fili? Le novità emergono e fanno aprire nuove ipotesi, inquietanti ed oscure.

Da quanto tempo non conosciamo una democrazia pulita, vera, sincera? Forse non l’abbiamo mai conosciuta. La strage di Portella della Ginestra è lì a dirci come, già nel primo dopoguerra, gli italiani non fossero del tutto liberi di votare chi volessero, in certe zone. Paura, clientelismo, compravendita di voti e violenza sono spesso stati componenti importanti delle elezioni.

Ovviamente sarebbe stupido e inutile affermare che tutte le elezioni italiane siano sempre state falsate e che i cittadini, nella storia del nostro Paese, abbiano subito vessazioni e non abbiano potuto esprimersi o votare chi volevano. Non è mia intenzione fare affermazioni di questo genere.

Tuttavia, quando penso alla democrazia, quanto pronuncio questa parola, quando leggo la Costituzione, mi fermo un istante a riflettere. E mi rendo conto che democrazia vuol dire ascolto, partecipazione, composizione dei contenziosi, fatica, lavoro, lotta, proposta, collaborazione, conquista, insieme di cultura e sogno. Dovrebbe essere il luogo in cui si incontrano la saggezza dei vecchi e la freschezza di giovani, la voglia di cambiare e i nuovi desideri. La democrazia dovrebbe essere la sintesi di tutte le idee, le istanze, le volontà della società. Raggiungere un compromesso e mettere tutti d’accordo è difficile e richiede grande dedizione e pazienza. Il lavoro deve essere continuo.

Ma solo tramite questa fatica si può raggiungere un equilibrio. Un sistema in cui non ci siano segreti. In cui i cittadini vedano assicurati i loro diritti. In cui la politica si occupi della popolazione. In questo modo le cose possono funzionare. In questo modo si può arrivare davvero a quella forma di governo chiamata “democrazia”; un sistema imperfetto, ricco di contraddizioni ed ostacoli.

Un sistema che, come diceva qualcuno, è il peggiore di tutti. Esclusi tutti gli altri.

di L’Albatro

IO CREDO che a proposito di queste elezioni ci sia ben poco da commentare. Direi infatti che Aristofane ha già riassunto tutto in modo eccellente nel suo precedente intervento: pochezza dell’opposizione, occupazione delle televisioni da parte di Berlusconi, la crescita della Lega e l’astensionismo. Non intendo quindi riprendere i commenti già fatti per dare ragione punto per punto il mio amico. Piuttosto vorrei cercare di capire cosa possiamo fare per cambiare le cose. Perché così non va proprio.

Sto facendo una gran fatica a scrivere, non riesco a definire l’impressione che ho ricevuto da queste elezioni. Partiamo dalla prima parola al riguardo che mi viene in mente: è senz’altro la parola “arroganza”.

Arroganza: s.f., opinione esagerata dei propri meriti, presunzione; asprezza di modi.

Berlusconi viola una legge dopo l’altra, pare quasi che a casa tenga un album che alla sera sfoglia alla ricerca di qualche legge mancante da infrangere. Anche se ha le proprie predilette. Puntuale infatti tiene un mini-comizio al seggio della scuola elementare in cui va a votare.

Repubblica.it del 28 marzo 2010: “Un mini-comizio al seggio del presidente del Consiglio, che è arrivato alle 11.45 al seggio elettorale numero 502 per votare nella scuola media Dante Alighieri, via Scrosati, a Milano. Al termine delle operazioni di voto, dopo le foto rituali di un numero cospicuo di fotografi e cameramen di varie televisioni, il capo del Governo ha detto: “Se molliamo ci troviamo Di Pietro. Non bisogna mollare. Il clima è preoccupante ed è quello che è stato creato da una campagna elettorale che tutti sanno come si è sviluppata e quali argomenti siano stati messi in campo“.

Repubblica.it del 13 giugno 2004: “[…]Parlare di percentuali, attaccare gli avversari con le urne aperte, è troppo per un centrosinistra già sul piede di guerra per l’ “occupazione” delle tv da parte del premier. Così, per evitare che l’ ultima esternazione approdi sul piccolo schermo, la lista unitaria avverte: «Noi ci atteniamo a questo silenzio e diffidiamo i mezzi di comunicazione dal riportare, in violazione della legge, dichiarazioni o comizi tenuti nei seggi elettorali[…]»“.

Anche il resto dell’articolo è molto interessante. Giù sei anni fa Berlusconi infrange la regola del silenzio stampa e dei 200 metri di distanza dall’ingresso dei seggi elettorali per fare propaganda politica. Inoltre si notava una sua invasione dello spazio televisivo. A quel primo siparietto reagì Fassino, che chiamò l’allora ministro dell’interno Pisanu per “protestare e rappresentargli la gravissima violazione della legge elettorale messa in atto dal presidente del Consiglio“. Polemiche senza seguito.

L’ultima occasione è l’ennesima dimostrazione del vero potere di Berlusconi, che è innegabile. Nemmeno una voce si è levata quando è arrivato puntuale il siparietto elettorale. E’ come se lo si stesse aspettando, e, sinceramente, quando ho saputo che era di nuovo accaduto, nemmeno io ho provato molta sorpresa. Mi sono chiesto però da quanto va avanti questa abitudine, e ho scovato la notizia del 2004. A dir la verità c’è la documentazione di un proto-mini-comizio già nel ’99, ma i fatti più gravi sono proprio questi ultimi avvenuti, e per “ultimi” parliamo di ben sei anni!

È questa la forza di Berlusconi: in questo caso (ah, come in molti altri!) infrange la legge una prima volta, poi una seconda (2006, al seggio con la madre) e il gioco nelle occasioni successive è fatto! Il pensiero inconscio non è più “aspettiamo due giorni di silenzio per poi sapere il risultato e i commenti”, ma “chissà se anche questa volta Silvio dirà qualcosa al seggio, o fuori”. Mi pare che sotto a questo si celi una specie di morbosa ammirazione, verso chi è potente e in virtù di questo può permettersi di infrangere qualche regolina. Bene, si può anche dire che questo è nel DNA italiano, l’ammirare e imitare la furberia, ma non stiamo discutendo attorno ad una regola da niente: quest’uomo, Presidente del Consiglio, ha violato la legge elettorale del nostro Stato. Sono lui e la sua Banda Bassotti a infrangere le regole che assicurano lo svolgimento sicuro di tutte quelle operazioni necessarie per la realizzazione, nel voto, della Democrazia; sono queste operazioni rendono possibile la “legittimazione popolare”, tanto sbandierata da questi politici nella propria perenne autoassoluzione…e non i sondaggi.
Se invece accade che degli abruzzesi, la domenica del voto (come fanno ogni domenica, da un mese a questa parte), vogliono spalare le macerie dalla loro città ancora deserta e pericolante, vengono loro sequestrate le carriole, in quanto stanno violando la legge sul silenzio elettorale. Cliccare per credere. Manifestazione (?!?) non autorizzata.

È questa la forza di Berlusconi: abituare il popolo a continue dichiarazioni plateali, repentinamente smentite; creare confusione nella testa dei cittadini, ipnotizzati; abituare la gente alla normalità nell’infrangere una regola, marchiando invece come illecita e pregiudiziale la protesta per l’infrazione. Lui è ricco, ed è meglio ammirarlo da bravi sudditi che protestare…anzi, CHI SI OPPONE E’ UN GIUDA E LO DOVRAI SCHIACCIARE!
Per il sedicente popolo bue dell’amore (che nobile sentimento così infangato!) i giuda sono Santoro, Travaglio, Luttazzi, Bersani,…chiunque dia fastidio al premier, in parole povere. Da qui partono gli insulti, spesso paradossali, come un “Santoro fascista” o un “Di Pietro mafioso”.

Il problema è quindi questo: come possiamo fare per rompere questo circolo di autoassoluzione continua, e accettata passivamente dai più?

DOCUMENTANDOCI. I fatti non si contraddicono.
INFORMANDOCI. Chi conosce non viene battuto su argomenti che gli sono oscuri.
INFORMANDO. Tenere le informazioni ben organizzate unicamente per noi è inutile.
CHIEDENDOCI SEMPRE PERCHÉ.
ARRABBIANDOCI, anche per le più piccole cose, perché si è sorvolato su troppe questioni.

Come Berlusconi ha preso l’occasione dall’esito di queste elezioni per rilanciare le riforme (che molto probabilmente cadranno in prescrizione), dobbiamo prendere l’occasione per dare una svegliata all’opposizione. O chi per lei. Per “svegliata” si intenda anche un cambio radicale del personale, licenziamento per pigolii molesti (leggi PD e Bersani). Riusciremo a trovare qualcuno in grado di confrontarsi con queste persone, senza scendere al loro livello di arroganza?

È ora di dire basta.

(Vai alla pagina di riepilogo dei “Dialoghi anti-italiani”)

Schede annullate

Pubblicato: 31/03/2010 da montelfo in Informazione, L'Albatro
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Vorrei segnalare una galleria fotografica apparsa su repubblica.it, che raccoglie alcune foto di schede annullate delle recenti elezioni…una simpatica nota!

Galleria: Battute, insulti e anatemi: le schede annullate

L’Albatro