”Io non sono certo che si riesca a ricomporre la situazione politica”, ha detto Maroni, “credo anzi che ci sia un’operazione in corso per far fuori Berlusconi e dobbiamo capire come muoverci”.

“Non è un complotto – ha detto Maroni – ma un progetto che a me non piace, ma che è sostenuto da molti”. Il ministro dell’Interno ha ribadito la posizione sul Carroccio su un esecutivo diverso da quello attuale.

Non è accettabile che chi ha perso le elezioni governi“, ha spiegato Maroni, “chi ha vinto deve governare e tutto
ciò che è diverso da questo sa molto di palazzo romano e poco di democrazia”.

”La Lega – ha aggiunto Maroni – la sua indicazione l’ha già data, se non c’è una maggioranza che venga certificata bisogna andare subito a nuove elezioni”. Per quanto riguarda invece il rapporto con l’Udc, Maroni ha tagliato corto: ”Bossi ha parlato chiaro”.

(da repubblica.it, 25 agosto 2010)

Il problema qual è? Non credo che sia di “fare fuori il re”. Una volta tolto di mezzo politicamente Berlusconi cosa rimane? Un gran caos, nonché la mentalità malata che ci è stata inculcata da 16 anni a questa parte. E poi i poteri che lo sostengono e sono stati da lui avvantaggiati sono comunque penetrati in ogni ambito del nostro Stato. Da questo punto di vista la rivoluzione che azzeri tutto, la tabula rasa, sembra l’unica via.

Tolto Silvio, cosa resta dunque? Ad esempio la mentalità deleteria che permette ai politici di parlare come se fossero al bar giù all’angolo, e non su di uno scranno del Parlamento. Insomma, il Ministro dell’Interno, colui che si occupa di lotta alla mafia e crimini dice che c’è un un’operazione in corso “per far fuori Berlusconi”: a queste parole mi preoccupo. Va bene, forse non intende fisicamente, però restano un po’ ambigue. Instillano il sospetto.

“Le parole sono importanti!” urlava Nanni Moretti in Palombella Rossa: non basta ricevere con le elezioni il mandato popolare per governare, ma bisogna mantenerlo, alimentando continuamente la fiducia dei cittadini.

Fiducia, non fede. La parola fede ha un’aria più mistica, e rimanda a qualcosa di vago e indefinito, ma comunque una promessa che fa sperare in qualcosa di buono. Nel patto istituzioni-cittadino, se così vogliamo chiamarlo, non c’è spazio per sperare, ma deve esserci la fiducia: la Costituzione ce lo permette, se è stato eletto un governo che poi si dimostra o diventa inadatto, quindi viene meno il rapporto di fiducia con i cittadini, questi possono mandarlo a casa, farlo cadere.

La maggioranza al potere in questo momento sta cercando di mascherare non la propria inefficienza (più efficienti di così nel preparare leggi antiprocesso per il premier non si può), ma il fatto che il Parlamento è bloccato nel gestire leggi e provvedimenti non utili alla maggioranza dei cittadini; oltretutto questo ci porta al fatto che è stato praticamente esautorato della propria funzione, in quanto i pochi provvedimenti che passano nelle Camere hanno la questione della fiducia o sono decreti legge (farciti di una qualche condizione di urgenza).

Ma si sa, spesso il popolo, con un termine dispregiativo, la massa, è più propensa a credere alle promesse piuttosto che analizzare i fatti e reagire di conseguenza: finché si riesce a sopravvivere, si torna a casa e si trova un pasto caldo condito di una bella dose di ballerine o storie “dal vero” in tv, è facile limitarsi a lamentarsi della politica. Il modo di parlare e di promettere continuamente allontana la politica dal cittadino. Ma il solo fatto di potersi dire “cittadino” ha un valore politico. Stare in comunità e partecipare tutti assieme alla vita della comunità è fare politica: è far circolare idee, pensieri, discorsi. Questo mix di menti dovrebbe lavorare sinergicamente per risolvere i problemi e migliorare le cose. Invece pare che i politici appena eletti spicchino il volo, no? Si allontanano.

Chi ha vinto in questo caso sono loro, rimangono fregati anche e soprattutto i loro elettori, dei quali si sono serviti spudoratamente per raggiungere il potere. “Non è accettabile che chi ha perso le elezioni governi” dice Maroni, ignorando che il governo è eletto dal Parlamento, che è eletto a sua volta dal popolo: chi ha “vinto” le elezioni è in maggioranza in Parlamento, ma, se guardiamo, non si dovrebbe parlare di “vittoria” o di “sconfitta”, in quanto i parlamentari, in un certo senso, sono tutti vincitori, nella sfida elettorale hanno ottenuto la fiducia dai cittadini (anche se qui dovremmo aprire l’ennesimo dibattito sulla legge elettorale…). L’assemblea decide chi eleggere a capo del governo.

Berlusconi non è stato eletto DIRETTAMENTE dal popolo. Ricordiamocelo. Se il suo governo non dovesse avere più la maggioranza alle Camere, secondo la Costituzione spetta al Capo dello Stato ricercare un’altra maggioranza nella assemblea: sono tutti eletti, quindi le dichiarazioni degli ultimi tempi sull’illegittimità di altri governi rispetto a quello attuale è pura fantasia!

I partiti non possono decidere alcunché a proposito di elezioni anticipate, questa è una prerogativa affidata dalla Costituzione unicamente al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Chiarezza su questi punti, perché alla loro luce le continue uscite di Lega e PdL sulla decisione di andare a elezioni anticipate sono prive di senso, ma continuando a ripeterle con forza per molti diventano affermazioni vere, o meglio, delle balle vere. (citando Dario Fo)

***

Dario Fo – Grammelot di Berlusconi (ovvero una giullarata sul linguaggio “politichese”)

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