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di Peter Gomez e Marco Travaglio

Domani probabilmente Silvio Berlusconi otterrà la fiducia, per uno o due voti, grazie a una quindicina di deputati comprati a prezzo modico e a tre deputate partorienti. Fiducia a termine, destinata a durare solo finché il governo non lascerà le Camere per tornare ad asserragliarsi nel Palazzo. Poi provvederà Umberto Bossi a staccare la spina, mandandoci alle elezioni anticipate.

L’esecutivo del “miglior premier degli ultimi 150 anni” è infatti morto da un pezzo. E sarebbe già sepolto se Fini non si fosse fatto convincere, per un eccesso di responsabilità istituzionale, dal capo dello Stato che un mese fa gli chiese di rinviare il voto sulla mozione di sfiducia alla Camera al 14 dicembre, dando così il tempo al Presidente del Consiglio di indire l’asta per gli onorevoli mancanti.

Ma forse è meglio così: la tragicomica e corrotta sfiducia di domani è una buona occasione, forse l’ultima, per indurre mezza Italia a riflettere su se stessa.

Come hanno potuto milioni di cittadini votare per uno come Berlusconi, quand’era chiaro fin dall’inizio che lui era sceso in campo solo per farsi gli affari suoi? Come hanno potuto interi plotoni di giornalisti e intellettuali spacciarlo per il campione della “rivoluzione liberale”, mentre lui brigava notte e giorno, nelle ore lasciate libere dalle ragazze a pagamento, per scampare ai suoi processi e arraffare milioni? Come ha potuto l’opposizione, salvo rare eccezioni, glissare sul conflitto d’interessi che, proprio in questi giorni, ha esplicato la sua geometrica potenza con l’intero gruppoMediaset impegnato a offrire carote ai consenzienti e a minacciare bastoni ai dissenzienti?

Sabato, durante la manifestazione del Pd, nessuno ha osato ricordare la verità: e cioè che il premier è abbarbicato disperatamente non al governo, ma all’annesso legittimo impedimento per sfuggire ai tribunali e alla giustizia. Così, sia pure con sedici anni di ritardo, l’ha dovuto fare Fini.

Domani Fini, da presidente della Camera, sarà costretto ad astenersi come vuole la prassi. Ma, se il pannello luminoso di Montecitorio segnasse il pareggio, Fini deve pensare una cosa. Una possibilità ancora ce l’ha. Quella di dimettersi e votare contro il premier. Perderebbe la poltrona, certo. Ma con la sua sfiducia farebbe davvero la storia.

Dal sito dell’Espresso, un dialogo dei finiani su Facebook a proposito del voto favorevole sul lodo Alfano!

Il sapore dell’assurdo, ancora una volta. Se negli ultimi mesi la maggioranza non ha brillato agli occhi dei cittadini, lo si deve al PdL, non di certo al Governo. Questa dichiarazione viene da Mosca, dallo stesso Silvio Berlusconi. Allegria.

Se negli ultimi due mesi la nostra parte politica ha dato, a volte, un’immagine che non ha entusiasmato, lo si deve ad alcuni errori del partito e non del governo” – proprio il partito che egli stesso ha creato, unendo quelle persone che già da prima del Predellino gli avevano votato ogni singola legge ad personam arrivasse in parlamento. Sono loro ad aver sbagliato, non il Governo, è chiaro. Io sarei curioso di sentire chi, quando e come ha sbagliato in quel partito che Berlusconi cerca di separare dal Governo, come un sovrano medievale accerchiato nella sua fortezza, che quando i nemici assedianti riescono a superare il fossato e scavalcare le mura, si ritira sempre più all’interno nelle proprie stanze, guardando dal mastio, con i pochi uomini che gli sono rimasti, il massacro degli altri suoi soldati, fuori, nella corte.

Questo mastio che è il Governo resta poi in pericolo a causa della Lega, che oramai può a piacimento dettare l’agenda, insultare chiunque voglia e comportarsi da padrona, quindi anche staccare la spina della barcollante maggioranza.

Abbiamo promosso una grande mobilitazione dei nostri sostenitori, iscritti e non. Attiveremo sul territorio, in ciascuna delle 61 mila  sezioni elettorali, i ‘team della libertà’. Con questi volontari faremo una grande opera d’informazione agli italiani su ciò che di positivo e di concreto il governo ha  fatto in questi due anni

Il partito pesa ormai? Ma la sua utilità rimane: per farvi perdonare, o pidiellini, andate e predicate la parola del Governo, colui che non sbaglia mai (e che mai si può criticare).

D’altronde, dato che dovrebbe essere chiaro che le elezioni non le decide il Governo ma il Capo dello Stato, oltre agli appelli e alle quindi false minacce di voto anticipato, bisogna prepararsi: è già partita la campagna elettorale, lo vediamo nelle sempre più numerose sparate iperboliche, nel progettato libro sui successi di due anni di governo da mandare ad ogni famiglia (ancora conservo il famoso Una storia italiana), nei “61mila team della libertà” di cui Berlusconi continua a sollecitare l’operato di cercare proseliti. Ancora una volta va in secondo piano il lavoro per il Paese, cioè aiutare davvero la gente a uscire dalla crisi, a vivere meglio. È il sistema che si autosostiene: una persona consapevole di cosa le accade attorno è un pericolo, per cui è necessaria una serie di distrazioni, più o meno efficaci, ma unite in una mistura potente.

La casa di Montecarlo sembra essere uno di quei casi provvidenziali: si può creare un caso sul nulla per aprire nuovi sospetti, confondere le idee sull’uscita di Fini dal PdL, per non farla sembrare un’azione “definita”. Ho letto un articolo interessante di Alessio Liberati, che riflette sul “nuovo” Fini: la teoria che pone è che spesso ciò che viene proposto come nuovo è soltanto frutto di un restyling di qualcosa di vecchio, ma appare come un’alternativa credibile alla situazione dalla quale questo “nuovo truccato” è stato partorito.

L’ipotesi tratteggiata è che sia in corso un processo per cui la Destra, che ci ha imposto in sedici anni questo sistema (sempre di più in crisi) per la società, stia cercando di riproporre se stessa mutando la propria facciata, per sembrare quindi alternativa. Non scordiamo che Berlusconi, nonostante i settant’anni suonati, si è sempre proposto come “il nuovo” della politica, eppure ogni volta i suoi compagni erano gli stessi, le idee e i metodi pure. Il caos nelle opposizioni sicuramente aiuta e favorisce questa confusione.

Il sistema sta crollando, per cui reagisce per ristabilire l’equilibrio, con il minimo danno possibile: in mezzo però ci siamo noi, presi in giro per anni, e forse ancora per gli anni a venire.

Tanto rumore per nulla“. Così Gianfranco Fini, nell’intervista rilasciata a Enrico Mentana del Tg La7 (link ad un breve estratto), definirebbe la giornata di martedì 7 settembre 2010, giornata in cui il premier e il suo fedele Bossi hanno annunciato di voler salire al Colle per rappresentare a Napolitano “la grave situazione che pone seri problemi al regolare funzionamento delle istituzioni”, secondo la nota congiunta rilasciata.

In pratica, pare che volessero chiedere le dimissioni di Fini da presidente della Camera, in virtù del fatto che le parole pronunciate da Fini a Mirabello “sono la chiara dimostrazione che svolge un ruolo di parte ostile alle forze di maggioranza e al governo, del tutto incompatibile con il ruolo super partes di presidente della Camera”.

Vi propongo pertanto tre documenti, tutti datati 7 settembre:

1) le due parti dell’intervista di Mentana al presidente della Camera (che ho trovato molto interessante, inoltre è la prima intervista rilasciata dopo la sua cacciata dal PdL, partito che nell’intervento di Mirabello ha definito come finito);

2) l’editoriale del Tg1 delle 20 nel quale il direttorissimo Augusto Minzolini spiega perché si dovrebbe andare ad elezioni anticipate (ho notato molte affinità nelle parole, nel discorso in generale con l’editoriale del 29 luglio 2010, in cui definiva positivo il “divorzio” tra due fondatori del PdL come un elemento di “chiarezza”);

3) dalla stessa edizione del Tg1 l’intervista a La Russa, che analizza e controbatte (o almeno ci prova a slogan) alle parole di Fini dell’intervista di cui sopra, esternazioni riferitegli dalla giornalista.

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Marco Travaglio si chiedeva ieri su Il Fatto Quotidiano come sia davvero la situazione del caso elezioni anticipate. Davvero si avrebbe un trionfo sicuro del PdL?

IO VOTO ZINGARETTI

di Marco Travaglio

(da Il Fatto Quotidiano, 22/08/2010)

Ma chi l’ha detto che, se si vota, rivince il Cainano? Ora che i sondaggi danno il Pdl senza Fini al 28% (-10 sulle elezioni del 2008), la Lega al 12 (+ 2) e Fini al 6 (prim’ancora che fondi il partito), i leader del Pd potrebbero riattivare per un attimo le loro attività cerebrali, senza esagerare s’intende, e porsi una domanda semplice semplice: che senso ha seguitare a blaterare di governi tecnici, balneari, istituzionali, “di responsabilità” e altre ammucchiate politichesi? Che senso ha mostrarsi atterriti e tremebondi all’ipotesi di votare, dando l’impressione di aver già perso e di voler cacciare B. con manovre di palazzo, a tavolino, “a prescindere” dagli elettori? Un conto è la legittimità costituzionale di un governo diverso, che è fuori discussione: il fatto stesso che Cicchitto e Schifani dicano che non si può è la miglior prova che si può. Un altro conto però è l’opportunità di farlo. Certo, se in Parlamento esistesse una maggioranza pronta a rifare la legge elettorale per restituire il voto ai cittadini e a risolvere il conflitto d’interessi per levare tv e giornali a B., varrebbe la pena provarci. Ma siccome quella maggioranza non esiste, è inutile parlarne. Tanto poi, un giorno o l’altro, a votare bisognerà pur andarci. E allora tanto vale andarci in primavera (prima i tempi tecnici non lo consentono) costringendo B. a spiegare agli elettori il catastrofico flop della maggioranza più ampia della storia repubblicana, evaporata nel breve volgere di due anni. Rinviare tutto di un anno o più significherebbe invece regalargli una formidabile arma propagandistica e consentirgli di parlare non dei suoi fiaschi, ma dei “ribaltonisti” che volevano sovvertire la volontà popolare. Era da tempo che B. non se la passava così male. A parte le condizioni fisiche, impietosamente immortalate dalle immagini dell’altroieri quando s’è presentato a Palazzo Grazioli in tuta da benzinaio proferendo frasi sconnesse in spagnolo maccheronico (“estamos a la cabeza de la civilizaciòn”), sono le condizioni politiche che vanno a picco. Cacciando Fini e i finiani senza pallottoliere ha perso la maggioranza alla Camera e ora, se lo molla pure Pisanu, anche al Senato. Il linciaggio mediatico contro Fini e famiglia s’è rivelato un mezzo boomerang: il presidente della Camera è ancora in piedi e non ha perso nessun fedelissimo, nemmeno i morbidoni alla Moffa (nomen omen). Il vertice domiciliare con la servitù ha partorito un documento di 13 pagine che si può riassumere in tre parole: “Salvatemi dai processi”. Sai che novità. Se a dicembre la Consulta gli boccia il legittimo impedimento, a gennaio torna imputato e a primavera potrebbe essere condannato per Mills e per Mediaset. Ovvio che, per batterlo alle elezioni, questo Pd a encefalogramma piatto non basta. Ma chi l’ha detto che il Pd debba restare così? Dipende dagli elettori di tutto il centrosinistra: solo loro possono costringerlo a cambiare, prepensionando il museo delle cere che lo dirige. Per questo, su ilfattoquotidiano.it, abbiamo lanciato le primarie online, che in tempo di vacanze hanno già raccolto 20 mila risposte in tre giorni. Proviamo per un attimo a immaginare se, al posto di Bersani, ci fosse Nicola Zingaretti. Ha 45 anni, governa bene la Provincia di Roma, dove ha vinto le elezioni mentre Rutelli le perdeva, non è chiacchierato, non ha scandali né scheletri nell’armadio, ha una bella faccia pulita e normale, è pure il fratello del commissario Montalbano (il che non guasta), non s’è mai visto a Porta a Porta, ha ottimi rapporti con Vendola e parla un linguaggio che piace ai dipietristi. Intervistato da IoDonna, alla domanda “La qualità che preferisce in un uomo?”, ha risposto “L’onestà”. “E in una donna?”. “L’onestà”. Poi ha mandato a quel paese Chiamparino sulla batracomiomachia pro o contro l’invito a Cota alla festa del Pd: “Basta con la subalternità culturale alla destra, basta dare corda al Pdl o alla Lega in cambio di qualche spazietto su giornali e tv”. C’è chi, con molto meno, potrebbe perfino vincere le elezioni.