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di Aristofane

Da qualche tempo il presidente del Senato Renato Schifani è nell’occhio del ciclone. Il Fatto Quotidiano ha rivelato che, in passato, Schifani aveva avuto rapporti con persone che, in seguito, sarebbero state condannate per mafia. Il presidente era l’avvocato difensore di un costruttore che si scoprì essere legato alla mafia. Altre clientele dello studio di Schifani furono poi infelici, come, ancora una volta, rivelava Marco Lillo sul Fatto del 13 gennaio 2010. La risposta del presidente è stata una querela in sede civile, con richiesta di risarcimento di 720 mila euro.

Venerdì 27 agosto scorso, il Fatto riporta la notizia, proveniente da uno scoop dell’Espresso firmato da Lirio Abbate, di una dichiarazione di Gaspare Spatuzza, il pentito ritenuto attendibile da tre Procure (Firenze, Caltanissetta e Palermo) e dalla Procura nazionale antimafia. Spatuzza ritrae Schifani, al tempo in cui era ancora avvocato, come il tramite tra i vertici della Fininvest (di proprietà di Berlusconi) e i fratelli Graviano, i boss arrestati e condannati per le stragi del 1993. La dichiarazione va ovviamente riscontrata con molta attenzione ma, per una volta, Schifani si è detto pronto a chiarire tutto davanti ai giudici.

Lo scoop dell’Espresso è grosso, e la notizia mi sembra rilevante. Infatti nessun tg ne ha parlato. E tra i giornali, solamente il Fatto Quotidiano ha riportato la notizia (in data 27 agosto), mentre tutti gli altri non lo hanno fatto. La Repubblica, giornale di punta della lotta alla legge bavaglio, ha riportato la notizia in un trafiletto a pagina 25. Della serie, chi legge con la lente di ingrandimento l’ha trovata. Non avendo dato la notizia della dichiarazione di Spatuzza, nessuno poteva dare quella della replica di Schifani. E infatti nessuno l’ha fatto. Nemmeno la Repubblica.

Dal Giornale e da Libero ci si può aspettare una censura ad una notizia quanto meno scomoda per un uomo importante del PdL, presidente del Senato. Il Corriere purtroppo ci ha abituato già da un po’ al diverso trattamento riservato alle differenti parti politiche. Le domande su Di Pietro e Fini appaiono spesso sul giornale di de Bortoli, che a loro chiede chiarimenti su vicende insignificanti politicamente e penalmente, che sistematicamente si rivelano fantasiose e false. A Schifani invece non viene chiesta chiarezza.

Ma chi fa la figura peggiore in questa storia è il quotidiano di Scalfari. Da mesi vediamo sulle sue pagine post-it gialli, simbolo dell’opposizione alla legge bavaglio, e ne siamo felici. Ma come si può essere credibili, come si può tuonare contro una legge liberticida e criminogena, quando si tacciono o si nascondono notizie di questa portata? Perchè Repubblica ha nascosto questa notizia? Forse non conviene al PD fare domande a Schifani? La lotta al bavaglio può essere portata avanti da un quotidiano che si allinea a TG1 e TG5 tacendo notizie scomode? Non riesco, sinceramente a capire questo auto-bavaglio.

E così chi guarda il TG1,TG2,Tg3,TG4,TG5,Studio Aperto,Tgla7, o legge Repubblica, Corriere, Libero,il Giornale,la Stampa, ecc. non sa niente di questa notizia. Poi tutti a fare lo sciopero contro la legge bavaglio, tutti uniti contro l’impossibilità di informare la gente, di farle conoscere le notizie. E, alla prima occasione, tutti uniti nell’auto bavaglio su Schifani. Vivissimi complimenti.

(L’articolo di Lirio Abbate su l’Espresso : “Quelle ombre su Schifani”)

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di L’Albatro

Come se fosse andata via la corrente. Ieri i siti delle maggiori fonti d’informazioni non sono stati aggiornati, e i quotidiani non sono andati in edicola. Così si è svolta la protesta contro la legge bavaglio.

Vi riportiamo qua sotto alcuni link alle motivazioni delle varie testate, sia di chi ha deciso di scioperare, che di chi ha invece preferito uscire in edicola e aggiornare il proprio sito.

***

Il senso del silenzio: l’editoriale su repubblica.it per spiegare le ragioni dello sciopero;

Bavaglio, black-out dell’informazione, è la giornata del “silenzio rumoroso”: articolo di repubblica.it che spiega le modalità e le adesioni allo sciopero;

Intercettazioni, domani black-out informazione: news di ansa.it sulle adesioni allo sciopero;

Niente sciopero, oggi Libero in edicola: editoriale di Maurizio Belpietro da libero-news.it (purtroppo non lo fanno leggere nella sua completezza…);

Feltri: “Ecco perché il Giornale è in  edicola”: editoriale di Vittorio Feltri su ilgiornale.it;

Tg1: Sciopero dei giornalisti: un breve sul sito tg1.rai.it per avvertire dello sciopero;

Sciopero, non capiamo ma ci adeguiamo: articolo di Marco Travaglio di critica (costruttiva) allo sciopero e  sulle forme di protesta più efficaci;

L’unica attualità è la libertà di informazione: agoravox.it ha agito in modo interessante, senza aggiornare la propria homepage, ne ha preparata una incentrata sul tema della libertà di espressione.

Ultimo, ma di certo non meno importante, il post sul sito del movimento Valigia Blu, guidato da Arianna Ciccone, che raccoglie collegamenti alle testate straniere, ad articoli che parlano dello sciopero, per sapere come è stato visto all’estero:

Pagina su incomoderamentali

– Link all’articolo di Valigia Blu

– Link alla pagina Facebook di Valigia Blu

di Aristofane

Francesco Schiavone è soprannominato Sandokan. E’ stato uno dei boss più importanti del clan dei Casalesi, diventato famose per le lotte di potere interne al clan negli anni Settanta ed Ottanta. E’ stato arrestato nel 1990 e nel 1998. Il 15 giugno scorso è stato arrestato anche suo figlio Nicola, reggente del clan di cui era prima capo suo padre. In quell’occasione, Roberto Saviano ha scritto su Repubblica una lettera a Sandokan, invitandolo a pentirsi. Una lettere intensa, vibrante e densa di significato. Che, forse, non rimarrà inascoltata.

Sandokan pentiti, il tuo potere è finito

(di Roberto Saviano, da “la Repubblica” del 16/06/2010)

Ora che ti hanno arrestato anche il primo figlio, è giunto il tempo di collaborare con la giustizia, Francesco Schiavone. Sandokan ti chiama ormai la stampa, Cicciò o’ barbone i paesani, Schiavone Francesco di Nicola, ti presentano i tuoi avvocati. E Nicola, come tuo padre, hai chiamato tuo figlio a cui hai dato lo stesso destino. Destino di killer. Accusato di aver ucciso tre persone, tre affiliati che avevano deciso di passare con l’altra famiglia, con i Bidognetti. Nessuno si sente sicuro nella tua famiglia, il tuo gruppo ormai non dà sicurezza. Non ti resta che pentirti. Questa mia lettera si apre così, non può iniziare diversamente, non può cominciare con un “caro”. Perché caro non mi sei per nulla. Neanche riesco a porgertelo per formale cortesia, perché la cortesia rischia già di divenire una concessione che va oltre la forma. Scrivendo non userò né il “voi” che considereresti doveroso e di rispetto, né il “lei”. Chi usa il “lei”, lo so bene, per voi camorristi si difende dietro una forma perché non ha sostanza. Allora userò il tu, perché è soltanto a tu per tu che posso parlarti.

Sei in galera da più di dieci anni. Prima ti eri rinchiuso a Casal di Principe in una casa bunker sotterranea. È lì che ti hanno scovato e arrestato. Oggi hanno catturato tuo figlio in un buco analogo, solo più piccolo: stesso luogo, stessi arredi, simboli di un potere sterile – il televisore a cristalli liquidi – , divenuti più dozzinali con il trascorrere degli anni.

Persino stessa passione per la pittura. Cos’hai pensato quando hai saputo che l’hanno stanato, quando ti hanno riferito che a guidare il blitz identico a quello che ha portato alla tua cattura c’era lo stesso uomo, Guido Longo, allora capo della Dia napoletana, oggi questore di Caserta? Cosa hai pensato quando hai visto l’antimafia di Napoli diretta dal Pm Cafiero de Raho combattere ancora lì, non indebolita nonostante le mille difficoltà? Che sensazione ti ha generato scoprire che “Nic’ò barbone” si è arreso con il tuo stesso gesto, l’identico modo di alzare le mani, quasi si trattasse di un tuo clone, non di tuo figlio? Cosa provi ora che la moglie di Nicola subirà le stesse pene che ha subito tua moglie? I tuoi nipoti vivranno come i tuoi figli senza padre, con i soldi mensili versati da qualche tuo vicario e il destino da camorrista già scritto perché intorno tutti vogliono così, perché tu vuoi così. Cosa provi? È a questo che è valsa la tua scalata alla testa dell’organizzazione, con tutti gli ordini di morte che hai impartito, con tutti gli uomini un tempo tuoi sodali che hai ucciso addirittura letteralmente con le tue stesse mani?

Ogni tuo amico ti è divenuto nemico, hai fatto ammazzare Vincenzo De Falco con cui eri cresciuto, hai fatto ammazzare i parenti di Antonio Bardellino, l’uomo che ti aveva dato fiducia, potere e persino amicizia. Vi tradite l’un l’altro e sapete dal primo momento che questo accadrà anche a voi stessi. Perché questa è la vostra vita, uccidere i vostri più cari amici, distruggere coloro con cui siete cresciuti per non essere distrutti. E sarete distrutti da coloro che oggi vi sono amici, che oggi stanno crescendo nei vostri affari. Come ti sei sentito Francesco Schiavone Sandokan quando in una relazione che hai fatto consegnare ai tuoi legali affermi di vedere fantasmi che ti vengono a trovare nella tua cella? Come ti senti quando piangi, quando ti senti impazzire, quando fai il finto pazzo pur di uscire dalla galera? Quando vieni a sapere che l’altro tuo figlio, Emanuele, è stato arrestato come un qualunque tossico che vende hashish per avere soldi? Lui figlio del capo dell’impero del cemento che si fa beccare come un tossico qualsiasi? Quando il tuo ordine era quello di non far spacciare in paese e invece tuo figlio finisce per farlo a Rimini, come ti senti? L’unica speranza che hai è quella di pentirti, non devi continuare a indossare la maschera della tigre feroce, mentre sei diventato un gatto rinchiuso e castrato.

Castrato come Francesco Bidognetti, tuo alleato e allo stesso tempo rivale, ormai sull’orlo del pentimento, che deve per forza mantenere la pace con uomini che gli hanno ucciso parenti e alleati. Che deve vedere le sue donne tradirlo una alla volta. Un uomo che del comando ormai conserva soltanto il ricordo. Oggi ha difficoltà a mantenere il suo gruppo, i sequestri di beni e gli arresti lo stanno divorando. Eppure i tuoi uomini, quelli che tuo figlio avrebbe ucciso, erano disposti a passare con lui pur di non stare sotto il comando del tuo erede. Hai sempre saputo quale fosse il tuo destino. Fatturate miliardi di euro all’anno, il patrimonio del tuo clan è simile a quello di una manovra finanziaria, ma il vostro non è un destino da uomini. È solo un destino da criminali, coloro che si credono re e si ritrovano prigionieri. Con il wc accanto al tavolo dove mangiate, con un secondino che vi ispeziona, con i vostri figli che hanno vergogna di dire chi siete, e un vetro che vi impedisce di toccare finanche le mani delle vostre mogli.

Come sopporti questa ripetizione di un copione che tu stesso hai scritto sulla pelle della tua discendenza, che a sua volta doveva inciderla nella carne altrui? Sei fiero che il tuo primogenito rischi di finire i suoi giorni in carcere? Costretti a vivere come topi. Per mesi, anni. Condannati, già prima di ogni sentenza, a nascondervi, a mentire, a camuffarvi, a pagare uomini dello Stato per aiutarvi, a comprare politici per difendervi, a mercanteggiare promesse e favori in cambio di protezione e sotterfugi. Ma anche a costringere dei poveri vostri compaesani ad accogliervi sotto minacce, mentre alle vostre famiglie tocca farsi svegliare dalla polizia nel cuore della notte o farsi pedinare per giorni e giorni. È questa la sostanza del vostro impero. Hai avuto e hai ancora molti politici in pugno, condizioni gli appalti di molta parte di questo Paese. Proprio perché stai in galera e porti il peso del tuo potere, ti consideri migliore rispetto a imprenditori e parlamentari vicini che valuti codardi. Eppure di questa superiorità cosa ti rimane? Loro stanno fuori e tu sei dentro. Perché continua a difenderli il tuo silenzio? Cosa mai potrà compensare il tuo ergastolo e la distruzione continua della tua famiglia? Non lo vedi? Francesco Schiavone, che cos’hai ottenuto? L’ergastolo e un futuro sepolto in galera. Non hai più alcuna speranza di uscirne fuori finché sei vivo. E allora, che cosa pensi, che ragioni ti dai della tua vita?

Credo, in realtà, di sapere a cosa stai pensando. Che adesso gli affari fuori sono buoni. La crisi economica aumenta il business del clan la tua galera passa in secondo piano. Pensi che hanno anche promulgato leggi favorevoli. La legge sulle intercettazioni sarà d’ora in avanti il vostro scudo, con questa legge non avrebbero mai potuto arrestare tuo figlio, la legge sul processo breve potrà tornarvi utile. Avete politici alleati nei posti chiave, e (se verrà confermato quanto dichiarano le accuse dell’antimafia di Napoli) il sottosegretario allo sviluppo Nicola Cosentino è in diretto rapporto con la tua famiglia. Non perché tuo parente ma perché in affari con te. Quindi pensi di avere un ministero importante dove passano soldi e favori nelle tue mani.

Ma tu sei e rimani in galera però. Ricordi quello che ha detto Domenico Bidognetti su Nicola Ferraro quando si è pentito? L’ha accusato non perché anche Nicola Ferraro sia tuo parente, ma per gli affari che fa con te e tramite te. Ricordi? Dovresti saperlo. Lui ha dichiarato che “Nicola Ferraro prelevava i rifiuti speciali delle officine meccaniche, anzi fingeva di prelevare i rifiuti ma in realtà faceva delle false certificazioni e venivano smaltiti illegalmente”. Lui leader casertano dell’Udeur molto legato a Clemente Mastella è stato arrestato nella retata che azzerò il partito. “Era un imprenditore molto vicino al clan dei casalesi. Prima era più vicino alla famiglia Schiavone, poi deve essersi avvicinato a Antonio Iovine”. E poi – continua Domenico Bidognetti che conosci bene e tu stesso l’hai in qualche modo allevato – “a testimonianza dei buoni rapporti fra il Ferraro ed il clan, un anno fa Cicciariello (Francesco Schiavone, cugino omonimo di Sandokan n. d. r.) mi disse che voleva mandare a dire a Ferraro di intercedere presso il suo ‘comparè Clemente Mastella Ministro della Giustizia, per fare revocare, un po’ per volta, i 41 bis applicati a noi casalesi. Non so dire se poi Cicciariello attuò questo proposito”.

Ecco prima o poi, supponi, qualche politico amico attenuerà la tua pena e tornerai come quando eri giovane a vivere in carcere come in un hotel. Se non toccherà a te stesso, magari a Nicola, tuo figlio. Ti è stato consentito di incontrare un boss di Cosa Nostra, Giuseppe Graviano, mandante dell’uccisione di Don Puglisi, responsabile della morte di Falcone e Borsellino e delle stragi che nel ’93 colpirono Firenze, Milano e Roma. Chissà cosa vi siete detti nei vostri colloqui durante l’ora d’aria al carcere di Opera, dove entrambi scontate il regime del 41 bis? Avete stretto alleanze, avete escogitato nuove strategie? Avete messo a punto degli strumenti per rivalervi su coloro che vi hanno punito, nel caso non fossero disposti a venire a patti? Avete vagheggiato di avere in mano, pur dal cortile di un carcere di massima sicurezza, il destino dell’Italia? Pensate che il vostro silenzio o una vostra mezza parola possa delegittimare i vertici del potere politico? Mettergli paura? Ingenuità, Schiavone. Non ti rendi conto che siete divenuti burattini pensando di essere burattinai. Ma non vedi quello che sta accadendo?

Ciclicamente appoggiate politici che vi fanno promesse, vi usano per ottenere ciò che gli torna utile, vi scaricano quando non servite più, quando intravedono delle alternative. Perché in questo Paese in cui il potere è sempre in mano a pochi e soliti, i soli di cui è certo che verranno prima o poi rimpiazzati da qualche rivale emergente siete voi.

La camorra è potente ma la sua forza si basa sul fatto che i camorristi continuamente cambiano, sono interscambiabili. I cimiteri sono pieni di camorristi indispensabili. Non stai vedendo che stanno eliminando il tuo gruppo? E quello di Bidognetti? E i fedeli Iovine e Zagaria? I due latitanti? Ancora liberi. Liberi di fare affari, di dirigerli. I tuoi reggenti diventati re nei fatti, perché non esiste nessuna incoronazione, mentre le detronizzazioni, quelle esistono, e prima o poi vengono scritte con il sangue, se non quello del sovrano decaduto, almeno quello dei suoi ultimi fedeli. È questo ciò che ti attende e lo sai. Loro ti tradiranno (se non lo stanno già facendo) proprio come tu hai tradito Antonio Bardellino e Mario Iovine.

Quattro anni fa feci un invito nella piazza di Casal di Principe. Lo feci alle persone, soprattutto ai ragazzi che erano lì presenti. Li invitai a cacciarvi dai nostri paesi, a disconoscervi la cittadinanza, a togliere il saluto alle vostre famiglie. “Michele Zagaria, Antonio Iovine, Francesco Schiavone, non valete niente”. Urlai con lo stomaco e con la volontà di dimostrare che si potevano fare i vostri nomi, in quella piazza. Che non succede proprio nulla se si fanno. Che non sono impronunciabili, neanche quando si chiede non a una, due, o cinque persone, ma a molte, moltissime, di denunciarvi, di spingervi ad andarvene da Casal di Principe, San Cipriano d’Aversa, Casapesenna. A liberare queste terre. Tuo padre mi ha definito un buffone, non è l’unico a pensarla così. Tu stesso hai fatto scrivere dai tuoi avvocati che racconto menzogne. Sulle pareti di Casal di Principe mai è apparso un insulto a te, neanche dopo la strage di Casapesenna che avevi ordinato. Invece decine e decine le scritte contro di me, e appena si pronuncia il mio nome, i giovani delle mie zone mi riempiono di insulti. E quando vedono i tuoi figli, cosa fanno? Che cosa rappresentano questi ragazzi senza madre, senza padre, con gli occhi delle polizie sempre puntati addosso? Ti credi un uomo a far vivere così i tuoi figli? Tua moglie in prigione, i figli mollati ai parenti. È da uomo di onore, questo? Da uomo di rispetto?

Non è un uomo una persona che fa vivere così la propria famiglia. Questo lo sai nel profondo di te stesso. Una vecchia espressione napoletana identifica con un’espressione molto efficace un potere fatto solo di sbruffoneria: “guappi di cartone”. Voi la usate per definire un uomo che parla e poi non agisce e ha paura. Io la uso per mostrare quanto sia codardo il vostro potere di morte, corrotto il vostro business, e che il vostro silenzio difende tutti quei colletti bianchi, imprenditori, editori, commercialisti, onorevoli, ingegneri che lavorando per voi pensando soltanto di lavorare per delle imprese di cui non vogliono conoscere l’origine. Guappo di cartone sei perché ordini esecuzioni di persone disarmate, fai sparare alle spalle a innocenti. Guappo di cartone perché temi ogni mossa che possa compromettere le tue entrate di danaro, perché sei disposto a perdere faccia e dignità per un versamento in euro. Guappo di cartone che costringi al silenzio della paura tutti i tuoi paesani se vogliono lavorare nelle tue imprese. Guappo di cartone perché non fai crescere nessuna impresa che con te e con i tuoi non faccia affari. Guappo di cartone perché avveleni la terra dove i tuoi avi avevano piantato le pesche, i meli, e ora la terra avvelenata non produce nulla se non cancro.

Può sembrarti assurdo ma siccome nessuno te lo chiede, te lo ripeto io un’altra volta. Collabora con la giustizia. Prima che tutti i tuoi figli finiscano in galera o ammazzati. Prima che le tue figlie siano costrette a matrimoni combinati per farti ancora contare qualcosa, prima che i tuoi nipoti debbano tutti legarsi attraverso matrimoni agli imprenditori locali per cercare di controllarli, sempre, ovunque, in ogni momento. Invita a pentirsi anche tuo fratello Walter. Fuori dal carcere si sentiva il protagonista di Scarface. Non c’era assessore, sindaco, segretario di partito o imprenditore che non volesse fare patti e affari con lui. E ora? Ora in galera lo divora una malattia, ha perso un figlio, è divenuto uno scheletro che cammina e implora ai giudici clemenza, lui che non l’ha mai data alla sua terra e ai suoi nemici. Per cosa taci ancora? Pensi che ti renda onore tutto questo? Pensi che ti rispettino coloro che il tuo silenzio difende? Tutti coloro che avete reso potenti, sensali con la coscienza pulita perché non sparavano, ma costruivano, smaltivano, votavano, governavano. Tutti questi non sono lì con voi. E andranno con chi comanda. Ieri eravate voi oggi sono altri, e domani altri ancora. Loro saranno amici di chi conta. Come sempre. E voi morirete in carcere.

Tu cosa vuoi, Francesco Schiavone? La tua morte? Rimpiangi di non essere finito ammazzato? Come tuo nipote Mario Schiavone “Menelik”? Facesti uccidere per vendicare la sua morte un carabiniere innocente Salvatore Nuvoletta, aveva vent’anni quando il clan dei casalesi chiese la sua testa, non fu lui ad uccidere in un conflitto a fuoco tuo nipote. E l’hai fatto ammazzare lo stesso. Tu e i tuoi uomini. Uccidendolo mentre era disarmato, mentre giocava con un bambino. Questo è onore?

Io sono cresciuto in terra di camorra e so come ragioni. Consideri smidollato chi ha paura di morire, chi ha paura del carcere. Sai che se vuoi davvero comandare sulla vita delle persone, devi pagarlo questo potere. Tu e i tuoi amici vincete perché sapete sacrificarvi mentre i politici e gli imprenditori di questo paese non sanno farlo. Quante volte ho sentito pronunciare queste parole dai miei conterranei. Ma non per tutti è così.

Prima o poi vi schiacceranno. Prima o poi tutti i vostri affari, il vostro cemento, i vostri voti, i vostri rifiuti tossici, tutto questo sarà destinato a finire. Non è la volontà che muta il destino delle cose, e tu, Schiavone, non sei che l’ennesimo di una catena infinita. Ma forse potresti fare un gesto, una scelta che compensi almeno in parte tutto quanto hai fatto. Mostra tutto. Sollevati dal tuo potere, dal potere dei tuoi affari, sottosegretari, sindaci, presidenti di provincia, sollevati dai veleni, dai morti, dalle dannate famiglie che credono di disporre di cose, persone, e animali come sovrani. Collabora con la giustizia, Schiavone. Invita a consegnarsi Antonio Iovine e Michele Zagaria. Sarebbe un gesto che ridarebbe a te e ai tuoi dignità di uomini. Provate ad essere uomini e non utili bestie feroci da business e accordi. Collabora con la giustizia, mostra che sei ancora un essere umano e non solo un agglomerato di cellule capace solo con rancore e avidità di strisciare di covo in covo, o di cella in cella.

Vorrei segnalare un’intervista di Repubblica all’ex Capo di Stato Carlo Azeglio Ciampi, nella quale si parla delle cosiddette “stragi di mafia” dei primi anni Novanta. Ciampi chiede che finalmente si faccia chiarezza su quanto accadde in quel periodo, nel quale lui era a capo di un esecutivo “di emergenza” (è il periodo di Mani Pulite).

Viene ricordata la notte tra il 27 e il 28 luglio del ’93, notte della Strage di Via Palestro (Milano) della quale Ciampi ricorda la paura che ebbe di un colpo di Stato: i dubbi dell’ex Presidente ruotano attorno alle motivazioni che sono state trovate per quelle stragi, da sempre attribuite alla mafia. Ciampi ipotizza che invece siano da attribuire ad una specie di “anti-Stato” che forse cercava di preparare un nuovo periodo, contrassegnato da nuove entità politiche, dopo Mani Pulite.

Le domande che vengono riportate in questo articolo sono molto interessanti:

Perché a un certo punto, poco dopo la nascita del suo [di Ciampi, ndr] governo, le stragi cominciano?

E perché, a un certo punto, dopo gli eccidi di Falcone e Borsellino, le stragi finiscono?

Perché la mafia comincia a mettere le bombe?

Perché la mafia smette di mettere le bombe?

L’Albatro

di L’Albatro

Un estratto da un articolo di Umberto Eco, nel quale ho trovato spiegato una mia impressione, covata a lungo. Spesso abbiamo sentore che qualcosa stia cambiando, anche se non siamo consci pienamente di cosa sia: ne diventiamo consapevoli soltanto quando i segnali sono davvero evidenti, palesi, impossibili da ignorare!

Non credo infatti che una dittatura significhi vedere per strada truppe marciare a passo d’oca (citazione da Corrado Guzzanti, il video il trovate in questo articolo qua). Il controllo che si può avere sulle persone va oltre alla paura dei mitra o delle adunate in stile fascista. E non credo nemmeno che nel 2010 sia pensabile una situazione del genere. Le armi oggi sono sicuramente altre, come la pubblicità, la televisione, il controllo dei mercati…lo stesso Eco scrive che “per un nuovo populismo mediatico la stessa dittatura è un sistema antiquato che non serve a nulla” e che “si possono modificare le strutture dello Stato a proprio piacere e secondo il proprio interesse senza instaurare alcuna dittatura“. Il problema è che la grande maggioranza delle persone non stanno così attente, e tutti questi piccoli cambiamenti, attuati piano piano, passano inosservati, appena percepiti, e subito, facilmente normalizzati.

Il regime non è manifesto quindi: è fin troppo palese a certe persone che riescono a mettere assieme tutti questi piccoli segnali (e continuano a scoprirne, sia di nuovi che di antichi e “reiterati”) mentre questa situazione è del tutto normale per chi, disattento e pesantemente influenzato, segue pedissequamente tutto ciò che gli viene propinato, precotto e ci crede senza pensarci un momento. L’ultima dichiarazione di Berlusconi all’Ocse (giovedì 27 maggio) è stata infatti di non avere potere, anzi, il potere che molti attribuiscono a lui, paragonandolo ad un dittatore, è in realtà in mano ai suoi “gerarchi”…citando Mussolini: “dicono che ho potere, ma io non ho nessun potere, forse ce l’hanno i gerarchi, ma non io. Io posso solo decidere se far andare il mio cavallo a destra o a sinistra, ma nient’altro” (link alla notizia su repubblica.it, link al video su repubblicaTv). Chi sono i gerarchi? Chi è quindi che ci governa? Insomma, mi sembrano dichiarazioni non da poco…

La conseguenza poi è che i secondi aggrediscono i primi definendoli “antiitaliani” e “pessimisti” (vedi i dialoghi antiitaliani), soltanto perché, forse, vedono un po’ più in là, e perché si accorgono delle incongruenze e le fanno notare a coloro che preferiscono non vedere, perché hanno altro a cui pensare. Le “altre cose a cui pensare” sono purtroppo e spesso questioni fondamentali, come la casa, lo stipendio, il lavoro: d’altronde, è più facile controllare una persona ferita e in difficoltà o una persona in salute?

L’articolo si intitola “Noi contro la legge“, e conta due pagine.

***

“Erodere le libertà di un paese significa di solito mettere in atto un colpo di Stato e instaurare violentemente una dittatura. Se questo avviene, gli elettori se ne accorgono e, se pure non hanno la forza di azione di colpo di Stato che è con lui cambiata. Al colpo di Stato si è sostituito lo struscio di Stato. All’idea di una trasformazione delle strutture dello Stato attraverso l’azione violenta il genio di Berlusconi è stato ed è quello di attuarle con estrema lentezza, passettino per passettino, in modo estremamente lubrificato.”

(Umberto Eco)

di Aristofane

In malafede o male informate. Sono queste le due uniche tipologie di cittadini che difendono la legge bavaglio che si appresta ad approdare in Parlamento. Perchè nessuno che realmente conosca il contenuto di quella legge (per sapere cosa prevede la legge, clicca qui) può difenderla, se non per interesse personale o di un qualche superiore. Questa legge è un ulteriore passo verso il regime. E questa volta la parola non è usata a sproposito, come spesso ho sentito dire in altre occasioni. Questa volta il passo è effettivo, concreto, sotto gli occhi di tutti. In quale Paese civile si pongono limiti all’azione dei magistrati (e quindi alla giustizia) come quelli che questa legge-porcata prevede? In quale Paese che si definisce democratico i delinquenti possono farla franca perchè non possono essere intercettati e quindi scoperti?

Questa legge (anche se usare un termine simile per questa immane schifezza mi sembra improprio) sarà la vittoria dei colletti bianchi criminali, di quelli che truffano lo Stato facendo accordi e distribuendo tangenti ai suoi rappresentanti, che ottengono appalti in cambio di mazzette, che piazzano parenti ed amici dove preferiscono. Sarà anche la gioia dei criminali comuni, che ora dovranno solamente aspettare 75 giorni prima di ammazzare, rapinare, chiedere il riscatto, stuprare ecc le loro vittime. Dopo il 75° giorno si stacca tutto, il magistrato non può più intercettare e, quindi, scoprire il reato.

E, contrariamente a quanto ci sentiamo ripetere, questa legge favorirà la mafia. Perchè è vero, per i reati di mafia e terrorismo il tempo per intercettare è più lungo; ma se non si può intercettare per più di 75 giorni delle persone che stanno commettendo un reato, come si fa a scoprire se sono affiliati alla camorra o a cosa nostra? Se lo si scopre entro quei giorni, bene, altrimenti, amen. Si chiude tutto e si torna a casa.

Questi sono i piani del governo che prometteva più sicurezza e che invece è riuscito solamente a darci più schifezze che mai.

Dulcis in fundo, il piano per fare in modo che nessuno sappia niente. Vietato, a pena di carcere per i giornalisti e multe fino a 600 mila euro per gli editori, pubblicare in qualunque modo (per esteso, per riassunto, scrivendo il contenuto) le intercettazioni. Vogliono delinquere in pace, senza disturbo. Per fortuna, se la legge dovesse passare così com’è (ma speriamo che Napolitano non si macchi di una nefandezza simile), la Corte Costituzionale o la Corte Europea di Giustizia la eliminerebbero in un istante, tanto è palese la sua incostituzionalità ad ogni livello.

Ma la cosa che sarebbe più grave, se questa legge dovesse passare, sarebbe l’enorme passo che si sarebbe fatto verso il regime. Verso l’effettivo controllo assoluto del potere politico su qualsiasi altro potere terzo. Già adesso l’Italia non è più un Paese democratico, ma un parco giochi per potenti che si spartiscono la torta e fanno i loro interessi, lasciando i cittadini col culo per terra, a suicidarsi per la disperazione di non poter più mandare avanti la propria azienda o a incatenarsi da qualche parte o salire su qualche gru per rivendicare il proprio diritto a lavorare.

Un passo alla volta, ci stiamo arrivando. Arriviamo al regime. Un regime dispotico, come lo sono tutti. Un regime pluto-mediatico, basato su ricchezza e televisione, soldi ed apparenza. Ne abbiamo già fatti tanti, di passi. Siamo già un Paese in cui, in misura maggiore rispetto agli altri Stati, l’uguaglianza è solo formale e non sostanziale.

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Così recita l’articolo 3, secondo comma, della Costituzione. Alzi la mano chi pensa che, invece di dare attuazione a questa norma costituzionale, da anni ormai il compito di gran parte di chi rappresenta la Repubblica sia quello di accumulare potere e denaro, narcotizzare e le menti dei cittadini perchè non ragionino ed eliminare ogni ostacolo sulla via dell’impunità più assoluta.

(Firma l’appello contro la legge-bavaglio)

(Vai alla pagina del dossier sulla legge-bavaglio)

di L’Albatro

Riprendiamo con la risposta a Roberto Saviano che è giunta a repubblica.it da parte di Marina Berlusconi, presidentessa di Mondadori spa e figlia del premier: lo scrittore aveva dichiarato che dopo le parole del premier non sapeva come sarebbe stato il rapporto con la sua casa editrice, che fino ad allora sembrava capace di fornire “gli strumenti per convalidare anche posizioni forti, correnti di pensiero diverse“. Marina dice di sentire il bisogno di scrivere perché profondamente colpita dalla reazione di Saviano “di fronte a quella che era né più né meno che una critica. Una critica che può non essere condivisa, ma che, come tutte le opinioni, è più che legittima.

Alt. Stiamo parlando della critica ad un coach che ha schierato in campo una formazione sbagliata? No, stiamo parlando di un uomo che, come molti altri che raccontano la mafia, rischia ogni giorno la vita.

Silvio Berlusconi non può permettersi di criticare un’opera edita dalla Mondadori, − si chiede la Berlusconi − la quale naturalmente continua ad avere la più totale e piena libertà di fare le scelte editoriali che ritiene più opportune? Questo non è forse un bell’esempio di dialettica democratica? Mi pare che Saviano non riesca a distinguere tra una libera e legittima critica e una censura. Ma in questo modo è lui stesso ad applicare una censura, non riconoscendo al presidente del Consiglio il diritto di criticare.”

Quindi è Saviano a impedire al premier di parlare, in quanto non gli riconosce il diritto ad associare il suo lavoro di scrittore ad un’operazione di propaganda mafiosa! Dimenticavo che se sei il Presidente del Consiglio puoi dire sempre e comunque quello che ti pare! D’altronde ti ha eletto il popolo, cosa c’è da protestare?

C’è da protestare per questi ormai consueti meccanismi: il potente che dice quello che gli pare e piace e subito accorrono i vassalli a rimediare alle sue, scusate il termine, stronzate. Perché ormai è tutto permesso, tutto possibile. Ma qui parliamo di un impegno profondo, e coraggioso in un modo che io stento ad immaginare.

Nemmeno un gelato si può prendere Roberto Saviano, nemmeno un gelato, perché il tragitto da casa alla gelateria del paese va coperto con la scorta a fianco, magari venendo additati dagli ignoranti e ignavi per lo “spreco di soldi dello Stato”: soldi che vanno ad una scorta, pagata per accompagnarti a prendere il gelato. Alla fine, sotto sotto, ma neanche tanto, sembra bellissimo poter avere una vita normale. E invece, la figura più in vista dello Stato ti viene a dire che il tuo lavoro è se non inutile, dannoso.

Prima di parlare, in certi casi, bisognerebbe pensarci sempre una dozzina di volte, poi fermarsi, ripensarci e rendersi conto che è meglio tacere. Le uniche parole che si possono dire alle persone come Roberto Saviano sono parole di ammirazione e sostegno. Ammirazione per il coraggio, sostegno perché continuino e perché di gente come loro c’è veramente bisogno. Ognuno di noi dovrebbe fare la sua piccola parte. Roberto ha usato un modo di comunicare ampio e potente, ma non possiamo metterci tutti a scrivere libri: da parte mia, se state leggendo queste righe,  continuerò a denunciare le cose che non mi vanno. Può sembrare meno eroico di ciò che fa Roberto, lo è, ma è un agire che mi fa stare bene con il mio sentirmi uomo.

Per questo mi viene da urlare a sentire le giustificazioni date a parole che non possono essere giustificate, in ALCUN MODO. Una rettifica con tanto di scuse potrebbe apparire  anche solo lontanamente accettabile. Ma quando mai uno come Silvio Berlusconi chiederà “scusa”? L’arroganza prevale sempre, la difesa conta tantissimi legionari lobotomizzati (basta guardare in faccia Gasparri…) e al limite, se proprio si mette male si può sempre dire che non hanno capito nulla, che si è stati fraintesi e che si ha sempre elogiato l’operato di Saviano.

Ma questo è a tutti gli effetti bipensiero: la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza. E la dittatura è democrazia.