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Alla luce di tutto quello che si sta dicendo e si è detto a proposito di Grillo, in seguito alla sua (pur infelice) uscita dell’altro giorno, trovo interessante postare l’articolo di Marco Travaglio tratto dal Fatto di oggi. Buona lettura!

IL BUE E IL GRILLO

Grillo non mi piace quando dice che bisogna uscire dall’euro, perché temo che tornando alla lira saremmo capaci di uscire non solo dall’Europa, ma anche dall’Africa. Grillo non mi piace quando dice che i programmi tv sono tutti uguali, perché Report non è uguale a Porta a Porta e perché Santoro, con Servizio Pubblico, ha fatto esattamente quel che lo stesso Grillo suggeriva da anni: uscire dal regime Raiset e mettersi in proprio,finanziato da editori puri (come il Fatto) e dal pubblico. Grillo non mi piace quando attacca Gian Carlo Caselli per gli arresti dei (pochi) violenti in Valsusa. Grillo non mi piace quando dice che, se pagassimo tutti le tasse, i partiti ruberebbero il doppio, perché milioni di lavoratori dipendenti e pensionati sono costretti a pagarle tutte, le tasse,anche per chi non le paga, e anche se poi i partiti si rubano tutto.

Invece Grillo mi piace per tutte le altre battaglie con cui si è imposto negli ultimi anni come soggetto politico fino a toccare il 7 per cento (forse sottostimato) nei sondaggi, candidando ragazzi puliti e impegnati che si stanno comportando benissimo in vari consigli comunali e regionali. Ma mi piace anche quando non rinuncia al gusto della battuta e del paradosso. Qualche anno fa, a proposito credo di Andreotti, disse che la politica s’era infiltrata nella mafia e l’aveva corrotta. Era una splendida battuta,che valeva più di tanti editoriali e di tanti saggi, anche perché nessuno si sognò di prenderla alla lettera.

L’altro giorno a Palermo, almeno a leggere i giornali ei commenti sdegnati (persino di Fiorello), l’ha detta grossa: “La mafia non uccide, lo Stato sì”. I parenti delle vittime di mafia, appositamente fuorviati dalla disinformazione, sono insorti, e giustamente. Se Grillo avesse davvero detto che la mafia non uccide,avrebbero avuto ragione da vendere. Ma, per fortuna,non l’ha mai detto. Ha azzardato un altro paradosso. Prima ha osservato che “un governo di transizione avrebbe dovuto fermare il debito pubblico e mettere un taglio alle pensioni d’oro, massimo 5 mila euro, e il resto investirlo per trattenere i nostri giovani ricercatori che fuggono all’e s t e ro ”. Poi ha aggiunto:“La mafia non ha mai strangolato il proprio cliente: gli prende il pizzo del 10%. Qui la mafia (intesa come il governo che porta molti imprenditori e lavoratori al suicidio, ndr) strangola le proprie vittime”. Il senso della provocazione era chiarissimo, e lo stesso Grillo l’ha precisato ieri sul blog per i duri di cervice: “La mafia ha tutto l’interesse a mantenere in vita le sue vittime. Le sfrutta, le umilia, le spreme, ma le uccide solo se è necessario per ribadire il suo dominio nel territorio. Senza vittime, senza pizzo e senza corruzione come farebbe infatti a prosperare? La finanza internazionale non si fa di questi problemi. Le sue vittime, gli Stati, possono deperire e morire. Gli imprenditori possono suicidarsi come in Grecia e in Italia. Spolpato uno Stato, si spostano nel successivo”.Eppure ai partitanti di destra, centro e sinistra non è parso vero di potergli dare, oltreché del demagogo,antipolitico, fascista, nazista, anche del mafioso. Manca soltanto piduista, ma ci arriveremo.

Ma dai,siamo seri: chi ha ospitato e rilanciato sul blog e in varie manifestazioni le battaglie delle Agende Rosse di Salvatore Borsellino? Chi, quando non ne parlava nessuno, ha denunciato le trattative Stato-mafia? Chi ha difeso i magistrati di frontiera? Grillo. Prima di dargli del mafioso, il Pdl pensi all’“eroe” Mangano e a tutti i mafiosi e amici dei mafiosi che B. ha portato in Parlamento fino alle più alte cariche. Bersani pensi al compagno Crisafulli, filmato da una telecamera nascosta mentre abbracciava affettuosamente il boss Bevilacqua, dunque senatore Pd, e al compagno Lombardo, inquisito per fatti di mafia dunque alleato del Pd. E il Terzo Polo pensi ai suoi Cuffaro e Romano. I classici buoi che danno del cornuto al Grillo.

Ecco a voi l’editoriale di Marco Travaglio tratto dalla puntata di Annozero del 17/03/2011. L’argomento è la riforma della giustizia. Consiglio di vederlo per la chiarezza con cui viene esposta la materia. Più sotto, due pezzi sempre di Travaglio per l’Espresso, sempre sulla riforma, che mostrano l’assoluta inutilità e illogicità dell’intervento legislativo del governo. Buon visione e buona lettura.

La bufala della ‘riforma epocale’

(11 marzo 2011)

“Facciamo le riforme!”,strilla un omino di Altan su “l’Espresso” di un anno fa. e l’altro, perplesso: “Ancora? ma non le avevamo già fatte?”.Sono 17 anni che si annuncia la “grande riforma della giustizia”. Ora, bontà sua, Silvio Berlusconi ne minaccia una “epocale”.

Purtroppo si tratta dell’ennesima riforma non della giustizia, ma dei giudici: stravolgerà i capisaldi costituzionali dell’indipendenza della magistratura, dell’unicità delle carriere, dell’obbligatorietà dell’azione penale, dell’autogoverno del Csm.

Ma, se mai entrerà in vigore, non accorcerà di un nanosecondo la durata dei processi, universalmente nota come la prima piaga della giustizia italiana: perché non sfiora neppure i meccanismi farraginosi della procedura penale, ma investe soltanto gli assetti della magistratura. Quanto alla sua prodigiosa “epocalità”, vien da sorridere, visto che il progetto Berlusconi-Alfano sa di muffa, essendo copiato per metà dal “Piano di rinascita democratica” piduista di Licio Gelli (1976) e per metà dalla bozza Boato della Bicamerale D’Alema (1998).

A giudicare dall’attesa spasmodica seguita all’annuncio-minaccia del premier e del Guardasigilli ad personam, si direbbe che la giustizia italiana soffra di penuria di riforme. Balle: ne ha avute fin troppe. Nessun altro settore della vita civile è stato “riformato”, nella Seconda Repubblica, quanto la giustizia. Secondo i ricercatori di openpolis.it, il nostro Parlamento impiega il 60 per cento del suo tempo a discutere e approvare leggi penali. Inoltre, se vale 100 l’impegno (disegni e proposte di legge, emendamenti, interrogazioni) in questo settore, l’attenzione dedicata ad altri temi è modesta: un ventesimo a combattere la corruzione, un sesto alla disoccupazione, un quinto alla tutela dei beni culturali e artistici, un terzo alla ricerca scientifica, la metà all’evasione fiscale.

Dal 1994 a oggi sono state approvate quasi 200 leggi in materia penale. Tutte presentate come risolutive per accorciare i tempi biblici dei processi, hanno regolarmente sortito l’effetto opposto: allungarli vieppiù. Se nel 1999, dalle indagini preliminari alla sentenza di Cassazione, passavano in media 1.457 giorni, oggi (dati del ministero della Giustizia) siamo sopra i 1.820. Anche perché nel frattempo sono stati continuamente tagliati i fondi al bilancio della giustizia, che hanno creato spaventose inefficienze e scoperture d’organico.

A Milano, secondo tribunale d’Italia, manca da anni il 35 per cento dei cancellieri. Ed è raro trovare un palazzo di giustizia, nel Paese, dove si celebrino udienze anche il pomeriggio dopo le 14: perché manca il turn over del personale ausiliario e gli straordinari sono bloccati. Basterebbe riempire i vuoti, magari accorpando una ventina di piccoli tribunali di provincia, per raddoppiare la produttività degli uffici giudiziari, aiutandoli a smaltire l’arretrato anziché ad accumularlo. Ma di tutto questo nessuna “epocale” riforma s’è mai occupata. Anzi, come scrive Luigi Ferrarella sul “Corriere della Sera”, «i processi lenti fanno diventare i processi ancora più lenti».

Da un lato l’aspettativa di prescrizione incoraggia gli avvocati a escogitare ogni sorta di cavilli per allungare ancor più il brodo. Dall’altro la legge Pinto del 2001 (uno dei capolavori del centrosinistra), che regola le cause di risarcimento per l’eccessiva durata dei processi, ha sortito questo bel miracolo: queste cause, da sole, occupano il 20 per cento dell’attività delle Corti d’appello. Così ogni processo lento sanzionato dalla Corte europea rallenta tutti gli altri. Geniale, no? Sorge persino il sospetto – sicuramente infondato, si capisce – che proprio questo fosse e sia lo scopo della patologica “riformite giudiziaria” che affligge da vent’anni destra e sinistra: paralizzare definitivamente la giustizia con la scusa di velocizzarla. Missione compiuta.

Ora, delle due l’una: se i politici che hanno pensato e votato le 200 “riforme” l’hanno fatto apposta, sono dei mascalzoni; se invece credevano davvero di accelerare i processi, e invece li hanno rallentati, sono dei cialtroni. In entrambi i casi, è meglio per tutti che si astengano dal pensarne e dal votarne altre. Chissà che, lasciato finalmente in pace da questo accanimento riformatorio, il corpo esanime della nostra giustizia non riprenda un po’ di vita e di colore da solo.

LA LEGGE ALFANO RIFORMA ANCHE LA LOGICA

(18 marzo 2011)

Oltre ai valori costituzionali,la «riforma epocale» della giustizia made in Berlusconi- Alfano stravolge anche i canoni della logica. Se, diritto a parte, la si esamina alla luce del principio di non contraddizione,non si scappa: o è stata scritta da squilibrati, o da bugiardi.

1 Occorre, spiegano i riformatori, «ridurre la politicizzazione della magistratura ». Poi però ribaltano la composizione del Csm: oggi è formato per due terzi da giudici e per un terzo da politici, domani saranno metà e metà. Solo un matto può pensare di spoliticizzarlo aumentando i politici e trasformando l’organo di “autogoverno” in “etero-governo”. E sottraendo per giunta la polizia giudiziaria ai pubblici ministeri per consegnarla al governo.

2 L’obbligatorietà dell’azione penale, dicono, è una finzione che nasconde la discrezionalità: non potendo perseguire tutti i reati, i pm scelgono quali perseguire e quali no. Dunque sarà il Parlamento, su indicazione del Guardasigilli, a stabilire ogni anno i reati da privilegiare e da ignorare. Ma che senso ha dire che un comportamento è reato, già sapendo che non sarà punito? Se non si possono perseguire tutti, tanto vale depenalizzare quelli davvero minori e punirli con sanzioni amministrative. Invece questo governo non fa altro che inventare nuovi reati, dai maltrattamenti sugli animali al taroccamento dei decoder- pay tv, dall’abbandono di pattume in strada all’immigrazione clandestina (nell’ultimo mese la Procura di Agrigento ha dovuto indagare quasi 10 mila immigrati sbarcati a Lampedusa senza permesso di soggiorno e dovrà processarli tutti). Poi taglia fondi e personale alle Procure. E si meraviglia se queste annaspano.

3 La separazione delle carriere, argomentano, assicura «la terzietà del giudice », oggi influenzato dalla colleganza con il pm. Strano: per giustificare la responsabilità civile dei giudici (punto 5) si spiega che in Italia un indagato su due viene poi archiviato, assolto o prescritto. � la prova che la colleganza non impedisce al giudice di dare torto al pm. Ma, se così non fosse, come scongiurare il rischio che il primo giudice condanni l’imputato che il collega gup ha rinviato a giudizio? Che il giudice d’appello ricondanni l’imputato condannato dai colleghi del tribunale? Che i giudici di Cassazione confermino la condanna emessa dai loro colleghi d’appello? Se è la colleganza corporativa che si vuole spezzare, bisogna istituire almeno sette carriere separate: pm, gip, gup, riesame, tribunale, appello e Cassazione.

4 Gli imputati potranno ancora appellare le condanne, ma i pm non potranno più appellare le assoluzioni. Il giurista Franco Cordero parla di «idea asinina», già bocciata dalla Consulta. Ma è anche un attentato alla logica: l’errore giudiziario non è solo la condanna dell’innocente, ma anche l’assoluzione del colpevole. Che senso ha rimediare solo alla prima?

5 «Il giudice che sbaglia, spiega Alfano, deve pagare, come il chirurgo che sbaglia un’operazione». Ma il paziente il chirurgo se lo sceglie, mentre l’imputato non si sceglie il magistrato. E il magistrato non ha il compito di salvare vite, ma di fare giustizia «senza speranza né timore»: nel penale, se inquisisce o condanna, si fa regolarmente un nemico; nel civile, dovendo per forza dare ragione a Tizio o a Caio in causa fra loro, scontenterà inevitabilmente uno dei due. E poi, se l’errore medico è facile da accertare, che cos’è un errore giudiziario? Non certo il caso dell’indagato o dell’arrestato che poi non viene condannato. Capita spesso che esistano i presupposti per indagare o arrestare, ma non per condannare. Infatti oggi la presunta vittima di errore giudiziario fa causa allo Stato, che può rivalersi sul magistrato in caso di dolo o colpa grave. Altrimenti, per evitare rogne, il magistrato non farà più nulla: indagini, né arresti, né sentenze. � questo che vogliamo? Nel 1894, quando tutti gli imputati per lo scandalo della Banca Romana furono assolti, Giovanni Giolitti commentò: «Ora avremo la prova che in Italia i grossi delinquenti, oltre a essere assolti, con i milioni rubati possono far processare chi li aveva denunciati e messi in carcere». E non conosceva Berlusconi.

Tante, tantissime le notizie che si rincorrono in questi giorni. Stare dietro a tutto è impossibile. Il ciclone Wikileaks, da molti sminuito, non va affatto sottovalutato. Nel mare magnum di semplici giudizi sui capi di Stato, ci sono molte notizie importanti e gravi, per il nostro paese come per molti altri. Nei prossimi giorni cercheremo di fare un quadro riassuntivo.

Sul versante politico, tutto fermo. Il Parlamento è chiuso fino al 14 dicembre, per evitare che il governo cada prima di quella data. Dopotutto, non c’era granchè da fare. Pompei crolla, il Veneto si deve riprendere dall’inondazione subita, l’Aquila è ancora ferma, i rifiuti continuano ad appestare Napoli e territori limitrofi. Ma l’importante è fare la compravendita. Accaparrarsi gli indecisi per ottenere la fiducia il 14.

E, nel nostro piccolo, come abitanti del Trentino Alto Adige, possiamo essere orgogliosi del contributo che daremo. E’ notizia di oggi infatti che i parlamentari dell’SVP (Sudtiroler Volkspartei), il partito del presidente della provincia di Bolzano Durnwalder che spadroneggia in Alto Adige, si asterranno dal voto di fiducia. Cosa otterranno in cambio? La gestione di una parte del Parco dello Stelvio. Ma andiamo con ordine.

Ad oggi, le province di Bolzano, Trento e Milano, che gestiscono ognuna una parte del Parco dello Stelvio, collaborano all’interno di un consorzio che risponde al Ministero dell’Ambiente. Ora invece la provincia di Bolzano vuole gestire in autonomia una parte del Parco.

“E così il parco nazionale verrebbe praticamente declassato a interregionale. Al posto del consorzio, destinato a essere soppresso, verrebbe istituito un semplice comitato di coordinamento con i rappresentanti delle province e dei comuni interessati.
Gli ambientalisti protestano. Secondo il Wwf nel Parco dello Stelvio aumenterebbero i pericoli per il paesaggio, il consumo di suolo, l’attività venatoria. Insomma, più cemento, più centrali idroelettriche, più cacciatori. Una vittoria del partito degli affari, con buona pace dell’oasi naturalistica. E questo perchè, secondo il Wwf, gli enti locali incontrerebbero maggiori difficoltà a respingere le pressioni delle lobby economiche attive nei rispettivi territori.”  (dall’articolo di Vittorio Malagutti su ” il Fatto Quotidiano” del 7/12/2010)

Bolzano vuole spadroneggiare in un parco nazionale. E’ proprio vero che il potere non basta mai, che chi ne ha ne vuole sempre di più. Non contento della larghissima autonomia di cui gode la sua provincia, Durnwalder vuole ancora più prerogative. E chi se ne frega se, con l’astensione dei parlamentari del suo partito, Berlusconi potrebbe ottenere la fiducia e quindi tenere l’Italia in stallo ancora per qualche mese. Applausi.

Ma non è finita. Altra buona notizia. Oggi nella sua spalla sul Fatto (“L’indulto occulto“) Marco Travaglio denuncia l’ultima nefandezza di questo morente governo. Il ddl Alfano, appena approvato dal Parlamento potremmo dire quasi in segreto, e che entrerà in vigore il 16 dicembre, prevede che i detenuti che scontano condanne definitive possano trascorrere l’ultimo anno di detenzione a casa propria. Un anno che si va ad aggiungere ai 3 che già la legge non fa scontare in carcere (ma ai servizi sociali e ai domiciliari) e, se il reato è commesso entro il maggio 2006, agli altri 3 anni abbuonati dall’indulto approvato qualche anno fa dal governo Prodi. Sette anni di bonus per chi delinque. Tutta opera del governo della tolleranza zero e della sicurezza. A questo punto conviene risolvere i problemi col vicino ammazzandolo che discutendo e rovinandosi il fegato. Il messaggio che passa è: perché essere onesti, pagare le tasse e fare il proprio dovere, quando non facendolo e comportandosi da furbi rischio poco o niente?

Un’ultima riflessione. Stamattina è stato arrestato Assange a Londra. Deve rispodere a due accuse di molestie sessuali e di stupro e la Corte di Westminster ha confermato la custodia cautelare, decidendo che il capo di Wikileaks debba rimanere in carcere fino al 14 dicembre, in attesa dell’udienza. Le accuse mosse a Julian Assange sembrano pretestuose, confezionate per screditare un uomo che fa paura, che ha messo in subbuglio le diplomazie di tutto il mondo.

Mi ha molto colpito la solitudine di Assange. Viene dipinto come un terrorista, un pericolo per la democrazia. Tutti i governi hanno salutato la sua cattura come una buona notizia. Ma questa non è assolutamente una buona notizia. Assange ha fatto quello che deve fare l’informazione. Spaventare il potere, controllarlo. Smascherarne le bugie e i sotterfugi. Dire a tutti che il re è nudo. Fare questo non è un pericolo per la democrazia. E’ il suo sale, ciò di cui vive e si alimenta.

Ma Assange non è solo, in realtà. Tante persone sono con lui, tutte quelle che grazie al suo coraggio ora sono più informate.

E’ insopportabile. L’omertà di questa Italia su certi argomenti è scandalosa. Due giorni fa la Corte d’Appello di Palermo ha emesso le motivazioni della sentenza di condanna a 7 anni di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa del 29 giugno scorso (vedi il post “Assolto Dell’Utri!“). In questa motivazione sono scritte delle cose incredibili (non nel senso di cose che non si possono credere o che non si potevano supporre, ma nel senso di cose allucinanti per uno Stato di diritto). Copio e incollo due righe dell’articolo di Marco Travaglio di ieri sul Fatto (“Coso nostro“) che riepilogano le cose più importanti:

“Nella sentenza c’è scritto nero su bianco che: per vent’anni Dell’Utri è stato “il mediatore” e lo “specifico canale di collegamento” tra Cosa Nostra e B. (non è un omonimo del nostro premier: è proprio lui); che “ha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso” capeggiato prima da Bontate e poi da Riina fino a tutto il 1992, l’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio; che l’assunzione del mafioso Mangano nel 1974 fu suggellata da un incontro a Milano fra B. (sempre il nostro premier) e Dell’Utri da una parte, e i boss Bontate, Teresi e Di Carlo dall’altra; che Mangano non era uno stalliere o un fattore, come han sempre raccontato Silvio e Marcello, ma il garante di Cosa Nostra a protezione dell’“incolumità” di B. (sempre il nostro premier); e che, per vent’anni, fino al 1992 mentre esplodevano le bombe, B. versò sistematicamente a Cosa Nostra “ingenti somme di denaro in cambio della protezione alla sua persona e ai suoi familiari” e della “messa a posto” delle tv Fininvest in Sicilia.”

Aggiungo un’altra frase della motivazione: “E’ valida la tesi di un’adesione spontanea, nel ’94, di Cosa Nostra [a Forza Italia, n.d.r.] convinta che avrebbe avuto da guadagnare dal progetto garantista sulla giustizia del nuovo partito”.

Ora, ci rendiamo conto di cosa significhino queste parole? Della loro portata? Il premier e il suo braccio destro hanno avuto rapporti provati con la mafia. E i giornali come trattano la notizia? Sì, in prima pagina il giorno dopo l’uscita della motivazione. Ma poi? Qualche articolo, qualche commento. Niente di che. Omertà (tranne il Fatto). Questa è una cosa su cui fare titoli di prima pagina, analisi, commenti, interviste per mesi. Tutte le autorità dovrebbero richiedere immediatamente le dimissioni di Berlusconi. Subito. E invece nulla.

I telegiornali poi, lasciamo stare. Quelli che non hanno censurato la notizia, le hanno dedicato un servizietto (doppio senso voluto) da niente. Le radio pure.

Che Paese è questo? Che Stato siamo? Che Paese è quello in cui non succede niente dopo queste rivelazioni? Attenzione, non parliamo di supposizioni o voci. Sono fatti accertati dai magistrati, scritti in una sentenza. E la Cassazione non può cambiarli, perchè si occupa solo di questioni di diritto, non di fatto. Quindi queste parole sono indelebili, incancellabili.

E non succede nulla.

Poi invece Saviano dice una cosa nota a tutti, chiara come il sole, ovvero che al nord c’è la mafia, e tutti lo attaccano. Cari miei, avete scoperto l’acqua calda. Al nord c’è la mafia, ma va là? Come se non si sapesse. E via con richieste di firme contro Saviano, con gli sputtanamenti, le falsità fatte circolare apposta per infangare.

Qual è stata la colpa di Saviano? Ma è ovvio: aver parlato davanti a milioni di telespettatori di cose che non devono passare ad un pubblico così vasto. Per questo sbaglia, in parte, Travaglio : le cose di cui parla Roberto sono stranote a chi bazzica l’ambiente e a chi si informa. La forza di Vien via con me (e quello che fa paura alla politica) è proprio il fatto che la trasmissione si rivolge e parla alla gente comune, a quella che non è abituata a sentir parlare di questi argomenti e non conosce queste notizie, questi fatti.

Quindi ecco il ministro Maroni che strilla. Di cosa si lamenta, di non avere la possibilità di replicare alle accuse di Saviano? Per una settimana è stato intervistato da tutti i TG ed è andato ospite di In Mezz’ora, Matrix, Porta a Porta, L’ultima parola. La maggior parte delle volte da solo, a sproloquiare senza l’amato contraddittorio, nemmeno l’ombra. E alla fine la Rai ha ceduto e l’ha invitato a Vieni via con me. Nemmeno gli ospiti si possono più scegliere, li decide il governo. Quindi Maroni avrà la possibilità di leggere davanti a milioni di persone l’elenco dei mafiosi arrestati. Si prenderà il merito di questi arresti, merito che ovviamente è di poliziotti, carabinieri, magistrati che da anni lavorano a queste indagini e stanno dietro a mafiosi e boss.

Quali leggi del suo governo ha da portare Maroni come esempio di lotta alla mafia? Lo scudo fiscale? La tentata legge sulle intercettazioni? La messa all’asta dei beni mafiosi? I tagli ai fondi per le forze dell’ordine e la magistratura, che lasciano le macchine della polizia senza benzina e le cancellerie dei tribunali senza carta? Davvero dei motivi di vanto.

Quindi per favore, la smettano di gridare in questo modo. Non fanno altro che coprirsi di ridicolo. Anche perchè quanto ha affermato Saviano è la pura verità. Ecco alcuni documenti che lo confermano: il rapporto della Direzione Nazionale Antimafia del 2009, un’inchiesta dell’Espresso, la mappa della ‘ndrangheta in Lombardia, una video-inchiesta del Fatto Quotidiano, un’altra inchiesta dell’Espresso, gli omicidi di mafia al nord dal 2005 al 2010, un’intervista a Caselli. La bontà delle affermazioni di Saviano non è quindi da accettare con un atto di fede. Ma è suffragata da moltissime prove.

Ora mi aspetto da Saviano che parli di questa sentenza. Domani o al massimo la settimana prossima. Deve rompere questo tabù, lacerare la membrana di omertà che ricopre questi argomenti e raccontare in prima serata i rapporti tra Berlusconi e Dell’Utri con la mafia. E’ il momento di farlo. Lui ne ha la capacità e la forza. Verrà attaccato, infangato, delegittimato. Ma deve farlo. Se non lo farà questa volta, non lo si farà mai. Il silenzio rimarrà per sempre.

E allora non potremo più avere scuse. Non potremo più girarci dall’altra parte, fare finta di nulla, che sia tutto una montatura. La televisione, droga della nostra generazione, anestetico della nostra coscienza e del nostro spirito critico può diventare la molla, la scintilla che riaccenda la speranza e la verità.

Come possiamo rimanere inerti? In Francia, In inghiliterra per cose importanti ma infinitesimali rispetto a queste le persone si ribellano, lottano e protestano. Noi no. Restiamo imbambolati, narcotizzati da tette, culi, grandi fratelli, dibattiti inutili. Non ci alziamo. Siamo codardi, ignavi, vili? In parte sì.

Ma penso che ci sia possibilità di cambiare. Che la gente debba sapere per capire. Che stavolta si possa arrivare a quella parte del Paese che di solito è persa, irraggiungibile, avvolta dalla menzogna che le viene propinata. Spero che Saviano lo faccia. Forse è la volta buona, il momento giusto. Perchè si possa iniziare a fare qualche passo verso uno Stato vero. O per lo meno verso uno Stato.


Terzigno brucia. Gli abitanti, disperati, danno fuoco ai camion e lanciano di tutto alla polizia, che risponde con lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. Volano molotov. Un agente passa dalla parte dei manifestanti. Gli scontri sono continui e violenti ormai da giorni. Guardando le immagini di ciò che accade, sembra di vedere gli scontri di una guerra civile, di una battaglia in un qualche Paese oppresso, dove i ribelli lottano per la libertà. E forse è proprio così. Sembrano cronache di un Paese lontano. Sono racconti dell’Italia di tutti i giorni.

L’emergenza rifiuti in Campania non è risolta. Non lo è mai stata. Chi l’avrebbe mai detto? Le immagini dei cumuli di monnezza ai bordi delle strade sono su Youtube da mesi, da quando il governo aveva dichiarato cessato l’allarme, assicurando che tutto era risolto, che il problema non esisteva più. Ci si è girati dall’atra parte, ritirando le telecamere e i giornalisti, in modo che nessuno raccontasse più ciò che c’era. E chi lo faceva veniva considerato un visionario, un fazioso, un comunista. Tutto finito, tutto scomparso, fine della storia. Fine del racconto, fine dei problemi.

Ma quando mai? Sono anni che la Campania è sommersa di rifiuti. Le varie commissioni straordinarie non sono servite a nulla, se non a sistemare politici trombati, mentre l’inceneritore di Acerra, dipinto come un modello di buon funzionamento, non funziona come dovrebbe.

E ora la storia della discarica di Terzigno mostra la realtà per quella che è. C’è una popolazione che si troverebbe un’altra discarica sotto casa, colma di rifiuti tossici provenienti da ogni dove, che li faranno ammalare di leucemia più di quanto accada già oggi. Ma la gente non ci sta, non intende stare a guardare mentre viene loro distrutta la vita, mentre viene loro rubato quel piccolo pezzo di futuro che ancora hanno. E quindi la rivolta. Forse unica possibilità di cambiare le cose, di risolvere una situazione che è insostenibile ormai da troppo tempo.

Avevamo già scritto (nel post “Chi è Stato?“) quello che pensava la popolazione di Terzigno di questa nuova discarica: ” Dalle nostre parti, in Campania, si muore di tre cose: camorra, politica e discariche. La discarica di Terzigno però, a mio avviso, è il sodalizio tra la camorra e lo Stato. Perchè qui noi non stiamo a combattere le camorra, noi la camorra ancora non la vediamo. Noi qui siamo a combattere lo Stato, perchè è lui che ce le ha imposte le discariche”. Come non essere d’accordo?

L’UOMO GIUSTO AL POSTO GIUSTO


Chi viene chiamato per risolvere la situazione? Guido Bertolaso. Par di sognare. Bertolaso, lo stesso che si è occupato così bene del terremoto dell’Aquila (con migliaia di persone che ancora non hanno una sistemazione, il centro della città fermo al giorno del terremoto e gli aquilani che protestano sempre più spesso, ovviamente restando inascoltati e oscurati dai media servi del padrone), che si faceva massaggiare da procaci signorine al Salaria Sport Village e dirigeva i lavori del G8 della Maddalena (poi spostato all’Aquila), costato centinaia di milioni di euro, con spese gonfiate dai costruttori. Marco Travaglio ci ricorda chi è Guido Bertolaso nel filmato sottostante.

Ci si può aspettare che Bertolaso risolva il problema dei rifiuti? Ovviamente no. Investirlo di un compito così importante è un atto vergognoso, l’ultimo di una lunga serie, degno di un governo che si disinteressa dei bisogni dei cittadini e che dà gli incarichi sempre ai soliti noti, indipendentemente dalle loro capacità.

Un’azienda pubblica dovrebbe cercare di offrire un prodotto che la gente apprezza, che permetta all’azienda stessa di guadagnare e di battere la concorrenza. In un Paese normale, questo fa la televisione pubblica.

Ma siccome l’Italia un Paese normale non è, come ormai è chiaro già da tempo, la Rai si preoccupa di compiacere il padrone, di non disturbarlo e, anzi, di fargli acquistare consensi. Questo è l’effetto dell’occupazione dei partiti, che alla Rai dettano l’agenda di telegiornali, trasmissioni, interviste. La politica è ormai così radicata in via Mazzini che i giornalisti e i presentatori vanno avanti con il pilota automatico, sapendo che possono parlare di certe cose, mentre di altre no, che devono dare spazio a quel personaggio e a quell’altro no.

Ma esistono oasi di libertà. Luoghi in cui si può ancora parlare di tutto, senza timori riverenziali. E, sistematicamente, chi conduce o partecipa a quei programmi viene attaccato, denigrato, censurato. In questi giorni la parte libera della Rai sta subendo degli attacchi infami ed allarmanti.

Con la scusa di un inesistente insulto di Santoro, si tenta di sospendere Annozero. A causa di un servizio sulle case offshore di Berlusconi, si vorrebbe censurare una puntata di Report. I testi di Saviano e Benigni per “Vieni via con me” vengono bloccati. Ci rendiamo conto di quello di cui stiamo parlando?

Che idea dell’articolo 21 della nostra Costituzione hanno questi signori? E quale concezione del giornalismo? La stampa deve essere libera, così come la manifestazione del pensiero. E le inchieste giornalistiche sono indagini che portano alla luce dei fatti. Fatti che devono essere accertati e controllati. Il ruolo del giornalista è proprio questo: trovare delle piste, delle notizie, verificarle e, se sono plausibili, vere, supportate da fatti, raccontarle.

Chi ritiene che alcune cose non siano corrette o false, reagisce con una smentita o una querela. Succede così in tutto il mondo. In America e in Inghilterra i politici vengono massacrati dai giornalisti, che li incalzano con domande scomode e imbarazzanti. E l’intervistato non può, come regolarmente accade in Italia, cambiare discorso e girare intorno alla domanda. Deve rispondere. E se non lo fa, la domanda gli verrà posta di nuovo.

Perchè è questa la funzione del giornalismo. Controllare il potere, rompergli le scatole, chiede conto. Ed è una funzione fondamentale. Dove manca, manca anche la democrazia.

Quindi, seppure sommersi da problemi che riteniamo giustamente più importanti, come il lavoro, la scuola, l’università, la giustizia, dobbiamo occuparci anche di questo problema. Recuperando un giornalismo serio, recuperiamo anche parte della nostra democrazia.

Nel corso dei secoli, lo sviluppo della democrazia ha portato a limitare sempre di più il potere centrale, quello del governo o del re. Prima con la creazione del Parlamento, poi delle varie corti giudiziarie, della stampa, dell’opposizione, con la scrittura delle Costiituzioni. Questi limiti sono fondamentali. Perderli significa tornare indietro, lungo una strada che è sicuramente molto pericolosa.

Pubblichiamo oggi alcuni stralci dell’intervista (apparsa sul Fatto di giovedì 16 settembre) di Marco Travaglio a Gustavo Zagrebelsky, Presidente emerito della Consulta, famoso ed affermato giurista, fatta al teatro Carignano di Torino, dal titolo “La guardia è stanca”. Zagrebelsky parla di valore, difesa e significato della Costituzione, del federalismo, della legge elettorale, del cambiamento del significato delle parole e di molto altro. Un’intervista da leggere per capire il pieno significato della nostra Carta costituzionale e lo scempio che oggi se ne sta facendo. Il post è molto lungo, ma vale la pena perdere un po’ di tempo per leggerlo.


La prima domanda che viene da fare a un ex presidente della Corte costituzionale che si ostina a difendere la Costituzione è: qual è lo stato di salute della Carta oggi? L’impressione è che molti temano che la Costituzione venga cambiata, sconvolta, modificata, ma che il peggio sia già avvenuto, che la Costituzione sia già stata cambiata senza nemmeno toccarla, svuotata dall’interno lasciando soltanto la corteccia. Infatti si dà per scontato che, su quella scritta, prevalga una non meglio precisata “Costituzione materiale”…
Questo discorso che fai sulla Costituzione si potrebbe fare sulla democrazia più in generale. Costituzione e democrazia sono degli involucri, bisogna vedere cosa c’è dentro: è più importante quello che c’è fuori o quello che c’è dentro? Questa è una domanda che ti farei socraticamente. Volendo usare un’altra immagine: sono più importanti le regole formali o gli uomini che fanno funzionare le regole? È una domanda antica: sono più importanti le istituzioni o la qualità degli uomini? Normalmente si dice: le istituzioni sono molto importanti, ma non c’è nessuna buona istituzione o Costituzione che può dare dei buoni risultati, se è in mano a un personale politico di infimo livello. Viceversa una mediocre Costituzione può dare luogo a risultati accettabili se è manipolata, usata da un personale politico a sua volta eticamente accettabile. Dico eticamente perché bisogna avere il coraggio di ripristinare alcune categorie, alcune parole: quando si dice “eticamente” a proposito della politica, non si fa del moralismo, si indica semplicemente la necessità che coloro che occupano posizioni pubbliche siano consapevoli e coerenti con l’ethos che quella funzione comporta. In generale, la Costituzione stabilisce, prevede, auspica che coloro che occupano posizioni pubbliche adempiano alle relative funzioni “con disciplina e onore”: che parole desuete, sembrano quasi delle prese in giro…

È l’articolo 54, ma nessuno lo conosce.

Infatti, in tanti anni di esami all’università, credo di non averlo mai indicato come oggetto di una possibile domanda. Onore e disciplina: purtroppo sono quelle norme che non hanno sanzione, che indicano addirittura il presupposto di una decente vita pubblica prima di tutto, prima ancora che democratica. Quindi, tornando a noi, allo stato di salute della Costituzione: dal punto di vista formale, la nostra Costituzione dimostra di essere fortissima, sono più di 30 anni che ci si arrabatta per modificarla nelle parti essenziali, senza che nessuno sia mai riuscito a stravolgerla dal punto di vista formale. Ma dal punto di vista sostanziale naturalmente le cose stanno diversamente. Per cui sono dell’idea che oggi non si tratti tanto di difendere la Costituzione, ma di ripristinarla: è un compito molto più impegnativo perché oggi il 90 per cento delle nostre forze politiche in Parlamento vogliono cambiarla. Però non basta volerla cambiare: bisognerebbe essere d’accordo sul come cambiarla, e lì si crea il blocco. Questo le dà una grande forza: la Costituzione come documento formale è importante che resti, perché è pur sempre un punto di riferimento ideale, in base al quale si possono condurre determinate battaglie civili. Ma l’oggetto delle battaglie non è il testo costituzionale, ma la realtà costituzionale, l’ethos, i princìpi che la Costituzione indica. Il punto principale è la concezione della democrazia. Si è realizzata, nei fatti, una trasformazione che definirei proprio un rovesciamento della concezione della democrazia. Prendiamo la legge elettorale come sintomo: essa è l’espressione più evidente del rovesciamento del principio di sovranità. La sovranità in una democrazia comporta prima di tutto che i rappresentati eleggano i propri rappresentanti. Ma, con la legge elettorale attuale, per i motivi che tutti conosciamo, i capi-partito nominano i loro rappresentanti. E il corpo elettorale è lì a fare che? A distribuire le quote dell’azionariato politico dei vertici dei partiti.

Forse un punto debole della Costituzione, o almeno di chi dovrebbe garantirne i principi fondamentali, è che assistiamo continuamente alla coesistenza di una Costituzione che dice una cosa e di leggi che dicono esattamente il contrario, consentendo una serie di prassi che sono totalmente antitetiche rispetto a quello che prevede la Costituzione. Allora una persona semplice si domanda: ma com’è possibile che non sia intervenuto nessuno a bloccare o a cancellare o a fulminare una legge elettorale così palesemente incostituzionale? Manca qualche valvola di salvaguardia, nel sistema costituzionale?
Qui si entra in una discussione molto tecnica. Che questa legge sia palesemente incostituzionale non saprei dirlo: qual è la norma che viene violata? Bisognerebbe tenere distinto il giudizio di costituzionalità freddo, scientifico, giuridico. Dunque qual è la norma che viene violata dall’attuale legge elettorale? Sono decenni che si dice, per esempio, che le preferenze sono una cosa negativa, perché quando c’erano le preferenze plurime si facevano “cordate” molto permeabili agli interessi mafiosi. Poi si è passati alla preferenza unica, che però ha scatenato la lotta di tutti contro tutti: l’elezione è diventata molto costosa e questo ha favorito in linea di principio i gruppi di potere che disponevano di risorse economiche. Dunque l’abolizione delle preferenze e il premio di maggioranza non appaiono incostituzionali, anche perché l’abolizione delle preferenze non esclude che i partiti democraticamente si aprano alla società civile con qualche meccanismo che dia voce ai cittadini-elettori facendoli sentire padroni del meccanismo e non semplicemente clienti che vanno a votare su opzioni già prese da altri. Invece non è stato così, e questo rovesciamento dei rapporti fra cittadino ed eletto ha fatto scadere la qualità della nostra rappresentanza: quando sono i vertici che scelgono i propri rappresentanti, privilegeranno gente di fiducia, uomini e donne di fatica. E questo con la democrazia non ha molto a che vedere.

Nessuno se lo ricorda più, ma il Parlamento dovrebbe essere il primo organo di controllo del governo: abbiamo perso proprio l’essenza del Parlamento, considerato ormai come un luogo dove si mette il timbro su decisioni prese altrove. Che poi sono perlopiù leggi per sistemare problemi personali o di poche combriccole…
Abbiamo tutti, o molti, certamente noi due, la sensazione che questa legge elettorale sia uno stravolgimento dei principi della democrazia. Ma non è facile individuare la norma specifica che viene violata. È tutta una concezione che viene messa in crisi. Lo stesso vale per le leggi ad personam: sono tutte formulate in termini generali. Se si fa uno scudo penale per l’attuale presidente del Consiglio, si fa una legge che riguarda il presidente del Consiglio, cioè la carica e non la persona. Se si fa il “processo breve”, si dice che è nell’interesse della generalità dei cittadini avere processi brevi (anche se poi “processo breve” è un eufemismo: questo è il processo morto…). Tutte queste leggi – e non potrebbe essere diversamente – si presentano formalmente in termini generali, perché è chiaro che, se si facesse una legge che esplicitamente si riferisce a Tizio o Caio, con il nome e il cognome, non avrebbe alcuna possibilità di passare… Sarebbe uno sconcio tale che gli organi di controllo interverrebbero. Tutti sanno che certe leggi si fanno per Tizio o Caio, il nome c’è eccome: la sostanza è individuale, particolare, ma la forma è generale. E come fa la Corte costituzionale a bocciarle? Il fatto che ci siano delle leggi che noi tutti consideriamo prodotte da una mentalità malata ma che non violano specificamente una norma costituzionale precisa, non vuol dire affatto che queste leggi vadano bene: vuol dire che violano addirittura i presupposti, quei principi che sono così fondamentali che non c’è neanche bisogno di esplicitarli.

La “guardia stanca”, se non erro, è il popolo russo che protesta con Lenin perché la rivoluzione tarda a partire. Oggi forse possiamo leggere questo motto come la stanchezza di una parte della società civile nei confronti delle vergogne che ci vengono ogni giorno rovesciate addosso. Ma la guardia stanca potrebbe anche essere la metafora di tutti quegli organi di controllo che dovrebbero montare la guardia per controllare il potere, ma in questi anni sono stati fiaccati, perforati, neutralizzati, o magari semplicemente si sono stancati e non esercitano più il loro dovere di vigilanza…
Sì, potrebbe anche essere. In che senso si è stanchi? Si è stanchi di aspettare e quindi è una stanchezza che prelude a un’azione, a un rinnovamento? Oppure la guardia è stanca perché è esausta? Credo che il nostro Paese si trovi un po’ su questo crinale: in certi momenti o in certi ambienti si può cogliere una stanchezza che vorrebbe anche trovare le forme di aggregazione per reagire, ma dall’altra parte c’è la stanchezza intesa come esaurimento, come rinuncia, come pessimismo. C’è un punto su cui credo che le forze politiche dovrebbero fare una riflessione: quelle che, almeno a parole, dichiarano che la situazione attuale non corrisponde alle loro aspirazioni, cioè l’opposizione. L’Italia è l’unico Paese in cui le forze di governo perdono consensi e le forze di opposizione non li guadagnano: questo dicono i sondaggi. Non ti pare che questo sia un sintomo di stanchezza, purtroppo nel secondo senso? La gente che non si riconosce più nelle forze di maggioranza non trova un approdo in altre formazioni, in altri schieramenti, questo forse è il segno dello scoramento, che sfocia nell’astensione. Io credo che sia vero che molti elettori votano per le forze di opposizione perché la maggioranza è questa. Il giorno in cui non ci fosse più questa maggioranza con questi capi, anzi con questo capo riconosciuto, non sarebbe un grande risultato per l’opposizione.

Forse è per questo che da anni il grosso dell’opposizione sostiene così amorevolmente il presidente del Consiglio: se non ci fosse più lui, nessuno li voterebbe più.
Conosciamo tanta gente che dice: questa è l’ultima volta che vado a votare. Poi ci va ancora, per cercare di evitare o limitare il peggio. Ma il giorno in cui non ci fosse più quel peggio lì, sarebbe un tracollo anche per l’opposizione. Quindi ci troviamo in questa situazione paradossale: la sconfitta della maggioranza non si trasforma in vittoria dell’opposizione. Invece ogni democrazia ben funzionante si regge su questa legge: se perde la maggioranza, vince l’opposizione. Quando questa legge viene smentita dai fatti è a rischio la democrazia, perché subentra il distacco dei cittadini. Quindi non sarei tanto soddisfatto, se fossi un politico dell’opposizione, dinanzi al declino di consensi della maggioranza, perché mi domanderei: dove vanno questi voti? E se non vanno all’opposizione, c’è da fare una riflessione molto profonda.

La Televisione Unica del Padrone Unico ha imposto al Paese una serie di parole e di slogan malati: per esempio, quello secondo cui “le riforme sono buone purché condivise”. Non ho mai capito per quale motivo una riforma dovrebbe essere buona solo se la condividono in tanti: se è una porcheria ed è condivisa da tanti, peggio mi sento; una porcheria rimane una porcheria anche se la votano tutti; eppure ci viene ogni giorno spiegato che, se le riforme sono condivise da tanti o da tutti, allora vanno bene a prescindere. Tra le riforme che siamo quasi obbligati a condividere, per esempio, c’è quella del federalismo fiscale che nessuno sa esattamente cosa sia: qualcuno lo intende come un’anticamera del separatismo, altri come la panacea che dovrebbe liberarci dalla burocrazia. Ma è ancora possibile dire “io sono contro il federalismo” o si rischia di bestemmiare in chiesa?
Tu vorresti una risposta secca, ma hai posto due domande e due problemi: la corruzione delle parole e la questione del federalismo. Primo: come cittadini politicamente responsabili che non godiamo nel vedere la situazione stupefacente che si è creata, ma avvertiamo l’obbligo di fare qualcosa per migliorarla, per bonificarla, sappiamo che uno dei punti principali del degrado italiano è la corruzione delle parole. Per esempio, c’è un’espressione che è largamente utilizzata dagli uomini di governo, ma anche dell’opposizione: “Non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani”. Pare sempre una trovata brillante. A parte la veridicità o meno del contenuto, questa espressione ha avuto un grande successo, purtroppo, a destra come a sinistra. Ora, io la trovo di una volgarità senza pari, perché sottintende – questo è il messaggio subliminale – l’idea che uno Stato che chiede ai cittadini di partecipare alle spese pubbliche sia un ladro sempre e comunque. Quindi, se lo Stato è ladro, ben si giustifica l’evasione fiscale. E il cerchio si chiude. Mettere le mani in tasca? Ma in un paese civile tutti i cittadini dovrebbero essere chiamati responsabilmente a far fronte, secondo criteri di giustizia, alle esigenze della collettività. La Costituzione prevede sistemi fiscali progressivi: nessuno se ne ricorda più, ma “imposte progressive” vuole dire che chi più ha più deve contribuire rispetto a chi meno ha. Applichiamo questo semplice schema mentale alla manovra finanziaria in corso, e ci accorgiamo che dovrebbe portare a porre dei problemi che nessuno osa porre: l’imposta patrimoniale sulle grandi fortune, la tassazione delle speculazioni finanziarie…

Anziché ai ladri, questa manovra mette le mani in tasca alle guardie: poliziotti, magistrati e cittadini onesti…
Purtroppo dobbiamo pensare a ricostruire la nostra convivenza sulla base di parole non malate, perché la corruzione di ogni regime politico è accompagnata dalla corruzione delle parole. C’è un libro interessantissimo pubblicato da Mondadori qualche anno fa e da poco ripubblicato in versione più ampia: l’autore è Victor Klemperer, un filologo ebreo tedesco, marito di una donna ariana (uso queste categorie che non ci sono proprie), che ha seguito la trasformazione della lingua sotto il Terzo Reich. Uno studio interessantissimo su come si avvelenano gli animi modificando il senso delle parole o inventandone di parole. Ora è uscito da Giuntina un seguito: LTI. La lingua del Terzo Reich. Bisognerebbe leggerlo, per capire il veleno che le parole possono contenere. Tu ora dicevi “riforme condivise”. È uno slogan che presenta un aspetto malato: se siamo tutti d’accordo, questa sarebbe la riprova che la cosa che stiamo facendo è buona. Ma in una democrazia liberale il non essere d’accordo è il fatto positivo, perché il dissenso crea il distacco e dà lo spessore del problema. Nella democrazia liberale l’unanimismo, l’essere tutti insieme e tutti d’accordo, non è un valore, anzi. Però in questa formula c’è anche un dato positivo che non va sottovalutato: le riforme costituzionali devono essere condivise perché non possono essere imposte nell’interesse di una sola parte, altrimenti l’esito terminale sarebbe una Costituzione ad personam.

E ognuno se la cambia a suo uso e consumo a ogni mutare di maggioranza.
Come in certi regimi sudamericani, in cui le forze politiche (per esempio, certi colonnelli) si presentano alle elezioni con la loro Costituzione al punto numero 1 del programma. Il nostro concetto di Costituzione, radicato nei secoli, è invece quello di un testo, un documento di princìpi stabili, più stabili della politica. Perché è la politica che deve sottostare alla Costituzione e la Costituzione non può mai diventare uno strumento della politica. Da questo punto di vista, vedrei nella formula “riforme costituzionali condivise” un aspetto positivo, questo; e non l’altro, quello secondo cui dobbiamo per forza essere tutti d’accordo. Anche perché poi questo discorso sulle riforme condivise si inserisce in un contesto in cui si dice: le riforme si devono fare, “res publica reformanda est”, e chi è contro certe riforme è un pazzo, un irresponsabile, un passatista. Secondo me, bisognerebbe riuscire a dire laicamente che le riforme, di per sé, non sono né bene né male. Bisogna vedere cosa ci si mette dentro.

Vista l’esperienza degli ultimi anni…
Vista l’esperienza… se uno volesse fare un po’ di qualunquismo potrebbe anche dire: una classe politica così degradata che cosa può produrre di buono? Sarà un discorso qualunquistico, ma evangelicamente l’albero si riconosce dai frutti, quindi… Veniamo al tema del federalismo: anche qui direi che viviamo in un clima di pensiero unico. Chi oggi osa proclamarsi non-federalista? Dico “proclamarsi” perché sappiamo benissimo che le perplessità o i dubbi in materia sono molto diffusi, ma c’è questa cappa ideologica per cui essere contro il federalismo non è à la page… Questi discorsi sul federalismo, secondo me, hanno qualcosa di fondato rispetto ai problemi che abbiamo: ormai la dimensione delle questioni politiche non coincide più con la dimensione degli Stati nazionali, quindi il federalismo dovrebbe servire a creare dimensioni sopranazionali. Invece, detto per inciso, il federalismo di cui si parla in Italia è rovesciato: non si tratta di creare unità politiche più ampie, ma di spezzare o ridurre o limitare l’unità politica nazionale verso il basso. Dall’altra parte, si dice, ci sono esigenze di avvicinamento e di sburocratizzazione.

Quali sono le tue perplessità sul federalismo?
Mentre l’esigenza di un federalismo che si rivolge a una dimensione sopranazionale la vedo chiara (anche se mi sembra che purtroppo l’Italia in generale non sia particolarmente attiva nel creare forme di solidarietà sopranazionali, europee, ma non solo europee, anzi la nostra vita politica mi pare molto provinciale), non riesco a condividere chi auspica il federalismo verso il basso. Non come dice il motto costituzionale americano ex pluribus unum, per un processo verso l’alto finalizzato a creare unità politica, ma al contrario ex uno plures. Ecco: dove ci porterà questo plures non lo sappiamo. Temo che possa essere un primo passo verso una divisione del nostro Paese.

La balcanizzazione dell’Italia.
La balcanizzazione. L’idea che muove il federalismo all’italiana è che le regioni del Sud sono sottosviluppate e inquinate dalla criminalità (come se quelle del Nord non lo fossero…) e dunque devono essere sottoposte a una scossa, per responsabilizzarne le classi dirigenti liberandole dalla tutela dello Stato centrale e costringendole a guarire da sole le proprie magagne e a risolvere da sole i loro problemi. E se non li risolvono? Quali motivi abbiamo per sperare che le regioni del Sud, lasciate da sole, siano in grado per esempio di combattere il malaffare, la criminalità organizzata, meglio di quanto non riesca a fare lo Stato centrale?

Infatti personalmente non solo sono anti-federalista, ma comincio a provare una certa nostalgia dei prefetti, possibilmente tedeschi.
Adesso non esageriamo. Tra le ragioni che oggi muovono il pensiero federalista in Italia, ce ne sono di apprezzabili: chi di noi non vorrebbe una maggiore vicinanza delle classi dirigenti ai bisogni delle popolazioni? Chi non vorrebbe una burocrazia pubblica più limitata? Chi non vorrebbe – anzi, mi viene freudianamente da dire: chi vorrebbe – classi politiche più oneste? Tutto questo fa certo parte delle nostre speranze. Ma che la risposta sia il federalismo, questo non mi è chiaro: vedo un salto tra le speranze, i bisogni e la risposta. Invece vedo chiaro il pericolo: il giorno in cui si dovesse constatare che il federalismo, invece di promuovere quel movimento virtuoso di rinnovamento delle regioni più povere, più arretrate anche dal punto di vista della cultura politica, provocasse l’effetto contrario, a quel punto le pulsioni secessionistiche aumenterebbero.

Un magistrato siciliano, Roberto Scarpinato, nel libro-intervista a Saverio Lodato Il ritorno del principe, sostiene che la nostra Costituzione è nata in un periodo eccezionale, perché in Italia le cose buone si fanno soltanto nei periodi eccezionali, quando la figura del Principe è molto indebolita e quindi è in questi intervalli della storia – il Risorgimento, la Resistenza, la Costituente, Mani pulite – che piccole élite illuminate riescono a prendere il sopravvento e a imporre a un Paese che non le vuole soluzioni più avanzate della cultura media nazionale. Quindi la nostra Costituzione fu una camicia di forza calata dall’alto sulle culture autoritarie che dominano da sempre nelle classi dirigenti italiane, infatti, non appena tornò il Principe, cominciò a picconarne i valori fondanti. Non a caso, da 15 anni, il centrodestra e il centrosinistra, al di là di quello che dicono di volta in volta secondo le convenienze del momento, sono entrambi allergici alla Costituzione. A cominciare dall’articolo 3 sull’eguaglianza, dall’articolo 11 sulla guerra, dall’articolo 21 sulla libertà di espressione, per non parlare dell’indipendenza della Magistratura. Sono 15 anni che partiti di destra e sinistra tentano di cambiare la Costituzione per attribuire maggiori poteri alla politica e smontare gli organi di controllo. Forse quella di Scarpinato è una tesi un po’ estrema, ma dal craxismo alla Bicamerale al berlusconismo, abbiamo visto avvicendarsi al governo un po’ tutti i partiti, e nessuno ha preso in mano la bandiera della difesa della Costituzione. Poi però, nel 2006, quando siamo andati a votare nel referendum confermativo sulla “devolution”, abbiamo scoperto che i cittadini apprezzano la Costituzione molto più delle loro classi dirigenti, a riprova del fatto che queste sono un po’ peggio della società che le esprime.
Peggio o meglio, a me sembra abbastanza fisiologico che le classi dirigenti abbiano un atteggiamento, un rapporto di insofferenza con la Costituzione, perché le costituzioni sono state scritte e pensate per limitare l’onnipotenza del politico e della politica. Le costituzioni della tradizione liberale sono costituzioni dei cittadini, non delle classi politiche. Quella di Scarpinato è un’interpretazione un po’ élitista, ma c’è una buona dose di verità dove si dice che la politica l’hanno sempre fatta le élite. Però la democrazia non è oligarchia, e neanche oligarchia illuminata: la democrazia vive in quanto le regole costituzionali sono interiorizzate dai cittadini. L’esempio che facevi del referendum del 2006 è sotto certi aspetti consolante. Ma di lì bisognerebbe partire per dire che la difesa della democrazia e della Costituzione è un compito che devono assumersi i cittadini. Possiamo concludere con una verità lapalissiana: la democrazia è il regime dei cittadini, dunque la difesa della democrazia è in mano ai cittadini. Non possiamo fare distinzioni tra cittadini e forze politiche. Un sistema ben funzionante è quello in cui le forze politiche interpretano effettivamente le istanze dei cittadini in rapporto continuo di rappresentanza vera e vitale. Ma, nei momenti di crisi come quello che viviamo, questo rapporto vive una frattura. E allora questo è il momento in cui la “guardia stanca”, cioè i cittadini, deve darsi una mossa e ritrovare le ragioni del proprio impegno politico.

E dare vita al partito della Costituzione.
Sì, anche se “partito della Costituzione” è quasi una contraddizione, perché la Costituzione dovrebbe essere di tutti i cittadini, non di un partito. Diciamo che deve nascere un’opinione pubblica costituzionale.

(Qui l’intervista completa)

Dopo il post “Tanto rumore per nulla” in cui si parlava anche dell’editoriale pro-voto del  del direttore del Tg1 Augusto Minzolini, vi propongo la spalla di Marco Travaglio apparsa su Il Fatto Quotidiano del 10 settembre 2010, che ci propone un punto di vista della questione “editoriali”.

HA RAGIONE SCODINZOLINI

di Marco Travaglio

Spiace dirlo, ma se la colpa di Minzolini è di fare editoriali e di irritare il Pd, Fli e il Quirinale, allora ha ragione Minzolini. Intendiamoci bene. Minzolini fu nominato 14 mesi fa direttore del Tg1 da B, essendone uno dei più fedeli portaordini su piazza, cioè non ancora direttori di qualcosa. Masi eseguì e la maggioranza del Cda Rai (compreso il presidente Garimberti) ci mise il timbro. Da allora il Tg1 ha perso 1 milione di telespettatori in un anno: la prova lampante che Minzolini è professionalmente inadeguato a dirigere il primo (per ora) tg d’Italia. Basta sintonizzarsi su Rai1 alle 20, o in qualsiasi altra edizione, per rendersi conto che il prodotto è avvilente per chi lo fa e per chi lo vede. Le notizie vengono sistematicamente censurate o falsificate o coperte con notizie fasulle e non-notizie (cappotti per cani, scuole per maggiordomi, caccia al coccodrillo fantasma nel lago di Falciano, come lisciare i capelli arricciati dall’umidità, dentiere smarrite, calamari giganti, i segreti del peperoncino e altre menate). E i telespettatori fuggono dove possono, specie da quando a La7 c’è Mentana. E specie quando appare il crapone levigato e dorato del direttorissimo, con la Treccani di legno sullo sfondo, per i suoi leggendari editoriali. 2010, fuga dal Tg1. Di questo bisognerebbe parlare. Di come sta affondando la cosiddetta “ammiraglia Rai”, non un programma qualsiasi. Di com’è precipitata, per ascolti e prestigio, a livelli che nemmeno Rossella, Sorgi, Mimun e Riotta, nonostante l’impegno, erano riusciti a toccare. Il problema è il fallimento degli obiettivi dichiarati nel piano editoriale su cui il direttorissimo ottenne la fiducia (peraltro risicata) in redazione. C’entra in tutto questo il servilismo dichiarato e sfacciato di Scodinzolini nei confronti del padrone? Certo. Ma è proprio per questo che fu nominato. Qualcuno davvero può dire che non lo sapeva, che non l’aveva previsto? Siamo seri. Se la Rai avesse cercato un direttore noto per la professionalità avrebbe chiamato Mentana (era a spasso), Mieli, Mauro, De Bortoli, Anselmi. Chi si mette in casa Minzolini sa chi è e perché lo fa. Lui, del resto, non si è mai nascosto: bastava leggere quel che scriveva sulla Stampa e su Panorama (stipendiato dalla famiglia B.) per farsene un’idea precisa. Oggi è ridicolo prendersela con Minzolini perché fa il Minzolini. Invece è proprio quel che fa il presidente Garimberti nella lettera a Masi contro l’ultimo editoriale, che ha molto irritato il Quirinale per via dell’appello pro elezioni e contro il “ribaltone”, cioè contro qualunque governo diverso da quello di B. “Giudizi – scrive Garimberti – inopportuni e invasivi delle competenze e delle responsabilità di soggetti istituzionali”, nonché frutto di “esasperato protagonismo individuale”. Ergo il presidente Rai esige da Masi “un intervento diretto e immediato”. Ora, che un direttore di giornale esprima il suo pensiero in un editoriale, non è solo normale, ma addirittura doveroso. Si dirà: ma Minzolini esprime sempre il pensiero di B. Sfido io, è lì apposta. Se esprimesse pareri critici, non l’avrebbero nominato o l’avrebbero già cacciato. Il fatto poi che abbia chiamato “ribaltoni” eventuali governi diversi dall’attuale è una sua legittima opinione che nessuno può impedirgli di esprimere, salvo incappare in una censura bella e buona (tutt’altra faccenda sarebbe imporgli di rettificare le falsità, come la presunta “assoluzione” del prescritto colpevole Mills, ma su questo tutti tacciono). Se poi Minzolini ha fatto saltare la mosca al naso al capo dello Stato, pazienza: fino a prova contraria Napolitano non è ancora il supervisore della Rai. E ci mancherebbe pure che vedere la politica in modo diverso da lui costituisse un’“invasione” nelle sue “competenze e responsabilità istituzionali”. Gli elementi per cacciare Minzolini ci sono tutti, anzi c’erano già quando fu nominato. Ma processarlo oggi per l’unica cosa che ha il diritto di fare – gli editoriali – è peggio che un crimine: è un errore. Anche perché ci costringe a difenderlo.

di L’Albatro

Come se fosse andata via la corrente. Ieri i siti delle maggiori fonti d’informazioni non sono stati aggiornati, e i quotidiani non sono andati in edicola. Così si è svolta la protesta contro la legge bavaglio.

Vi riportiamo qua sotto alcuni link alle motivazioni delle varie testate, sia di chi ha deciso di scioperare, che di chi ha invece preferito uscire in edicola e aggiornare il proprio sito.

***

Il senso del silenzio: l’editoriale su repubblica.it per spiegare le ragioni dello sciopero;

Bavaglio, black-out dell’informazione, è la giornata del “silenzio rumoroso”: articolo di repubblica.it che spiega le modalità e le adesioni allo sciopero;

Intercettazioni, domani black-out informazione: news di ansa.it sulle adesioni allo sciopero;

Niente sciopero, oggi Libero in edicola: editoriale di Maurizio Belpietro da libero-news.it (purtroppo non lo fanno leggere nella sua completezza…);

Feltri: “Ecco perché il Giornale è in  edicola”: editoriale di Vittorio Feltri su ilgiornale.it;

Tg1: Sciopero dei giornalisti: un breve sul sito tg1.rai.it per avvertire dello sciopero;

Sciopero, non capiamo ma ci adeguiamo: articolo di Marco Travaglio di critica (costruttiva) allo sciopero e  sulle forme di protesta più efficaci;

L’unica attualità è la libertà di informazione: agoravox.it ha agito in modo interessante, senza aggiornare la propria homepage, ne ha preparata una incentrata sul tema della libertà di espressione.

Ultimo, ma di certo non meno importante, il post sul sito del movimento Valigia Blu, guidato da Arianna Ciccone, che raccoglie collegamenti alle testate straniere, ad articoli che parlano dello sciopero, per sapere come è stato visto all’estero:

Pagina su incomoderamentali

– Link all’articolo di Valigia Blu

– Link alla pagina Facebook di Valigia Blu