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Quinto collage per il nostro blog, vi proponiamo un articolo di Marco Travaglio da Il Fatto Quotidiano, o meglio, la spalla che il giornalista scrive quotidianamente sul giornale. Il pezzo è un commento ironico sul “severo monito” del Presidente Napolitano riguardo allo scandalo più importante del momento: il fallo di Totti su Balotelli… Buona lettura!

ESPULSIONI CONDIVISE

(di Marco Travaglio)

(nella foto, Marco Travaglio)

da Il Fatto Quotidiano del 08/05/2010

Finalmente. Da tempo immemorabile auspicavamo un severo monito o un accorato appello del presidente della Repubblica contro gli scandali che quotidianamente si susseguono nella vita politica ed economica e finanziaria e istituzionale e religiosa italiana, e finalmente Giorgio Napolitano ha trovato le parole giuste per una dura reprimenda. A Francesco Totti.  Crollano le Borse di tutta Europa. Il ministro dell’Economia, dopo aver detto per mesi che andava tutto benissimo, informa il Parlamento di una manovrina finanziaria da 25 miliardi davanti a 50 assonnatissimi deputati su 630. Il ministro dello Sviluppo Economico lascia il governo per dare la caccia al mascalzone che gli ha pagato la casa senza dirgli niente. Il coordinatore del maggiore partito di governo è due volte indagato per corruzione, ma non si dimette perché “le dimissioni non appartengono alla mia mentalità” (è la sua religione che gliele impedisce). Il sottosegretario alla Protezione civile ovviamente indagato per corruzione convoca una conferenza stampa per rassicurare che lo scandalo della Protezione civile è tutto un equivoco. Il governo dei sette indagati (senza contare quelli nella maggioranza) finge di varare una legge anticorruzione e intanto si applica a vietare ai magistrati di fare le indagini sulla corruzione e ai giornalisti di raccontarle. La maggioranza litiga su tutto, anche sull’Unità d’Italia. Sindaci leghisti tentano di affamare bambini poveri perché i loro genitori non hanno i soldi per la mensa scolastica. Si scopre che i servizi segreti – già implicati in ogni genere di depistaggio su tutti i misteri d’Italia, nelle trattative con la mafia e nelle stragi del 1992-’93 – c’entrano pure con l’attentato dell’Addaura a Giovanni Falcone.

E il capo dello Stato, sempre in sintonia con il Paese, che fa? Reduce dall’impresa dei Mille, dichiara guerra a Totti, fantasista della Roma, per aver rifilato un calcione a Mario Balotelli, attaccante dell’Inter. Roba grossa. Tale da far vibrare di sdegno il massimo rappresentante della Nazione. Che, calibrando una a una le parole, scandisce: “Il fallo di Totti su Balotelli è una cosa inconsulta”. Gliele ha cantate chiare. Ora nessuno oserà più accusare il Presidente di eccessiva prudenza o acquiescenza nei confronti del governo. Napolitano, sempre vigile, ha subito individuato fra le mille la vera emergenza nazionale: lo scazzo Totti-Balotelli.

A questo punto una semplice squalifica del falloso e intemperante calciatore romanista non può bastare. Occorre un tavolo per le riforme condivise della giustizia sportiva, finalizzate a raggiungere l’obiettivo di espulsioni condivise che, superando le divisioni fra le squadre, aiutino il Paese a superare le contrapposizioni preconcette, in vista delle celebrazioni per il 150 anni dell’Unità d’Italia. E che nessuno si azzardi a “tirare per la giacchetta” agli arbitri chiedendo loro di fischiare quando un calciatore commette un fallo o segna in fuorigioco. A ogni fischio contro la Roma, per dire, dovrà immediatamente seguirne, in nome della par condicio, uno contro l’Inter, anche se nessun interista ha commesso fallo. E viceversa. L’ideale sarebbe un arbitro liberista e riformista, cioè che non fischia mai e lascia passare tutto: se fischia soltanto i falli e non anche i non-falli, presta il fianco al sospetto di avercela solo con chi commette falli e non anche con chi non li commette, e viene accusato di accanimento, persecuzione, partigianeria, giacchetta rossa o fischietto nerazzurro. Se poi le forze politiche, nel tavolo delle riforme condivise, volessero direttamente abolire i falli e/o vietare l’uso del fischietto, gli arbitri si aggirerebbero per i campi raccogliendo margherite e cicorie condivise, evitando così espulsioni non condivise, contrapposizioni preconcette e polemiche inopportune. Le partite e i campionati li vincerebbe sempre la stessa squadra, quella che scende in campo col kalashnikov e il machete, ma sempre in un contesto condiviso, come ai bei tempi di Luciano Moggi.

(Vai alla pagina di riassunto di tutti i “Collage”)

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Un pugno in faccia. In Italia abbiamo troppa libertà di stampa , e a dircelo è il Presidente del Consiglio, proprietario di tre televisioni private e, stando alle intercettazioni di Trani, praticamente anche di quelle pubbliche. Ultima sua conquista è l’interim per il Ministero dello Sviluppo Economico, che comprende Attività Produttive, Commercio Internazionale, Comunicazioni e Politiche di Coesione. Solo con queste basi si può parlare di libertà!

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Un pugno in faccia è la classifica di Freedomhouse, che nel rapporto annuale sull’analisi della libertà di stampa nel mondo ci piazza 75°, sotto, per citarne alcuni, India, Sud Africa, Cile…siamo i sesti, scendendo nella classifica, citati come “ PARZIALMENTE LIBERI “. Ah, e siamo pure gli ultimi nell’area Euro. (Tabella della classifica mondiale 2010 Freedomhouse)

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Un pugno in faccia è la faccia tosta con cui Berlusconi dice (testualmente): “in Italia c’è la sicurezza di tutti che abbiamo fin troppa libertà di stampa, e questo credo che sia un fatto che non è discutibile“, davanti a dei giornalisti che grazie alla legge sulle intercettazioni rischieranno di finire in galera per aver fatto il loro lavoro.

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Un pugno in faccia è la continua violenza verso la mia intelligenza .  La nostra intelligenza. Mi fa male vedere persone così beate di essere prese per degli idioti. Mi fa male vedere tutta questa invidia malcelata verso chi ha i soldi e il potere, invidia che fa giustificare ogni, ma proprio ogni cosa.

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Un pugno in faccia è capire che la propria idea di libertà è molto probabilmente diversa dalla maggioranza addormentata del Paese. Forse perché la mia libertà non l’ho ancora venduta.