Ma c’è un’altra minaccia incombente, altrettanto pericolosa, rappresentata dall’uso deviato (e sostanzialmente distruttivo) che noi stessi facciamo di tale opportunità. Prendiamo questo blog, dove provo ad avviare discussioni critiche (e la critica – dice Michel Foucault – è lo smascheramento del Potere nei suoi discorsi di Verità e la Verità nelle sue pratiche di Potere). Fateci caso: non pochi interventi sono in perfetta sintonia con l’intento, seppure – ovviamente – sostenendo anche tesi molto divergenti e al limite contestative. Ed ecco che subito dopo irrompono post che non entrano nel merito ma tentano di bloccare la discussione con aggressioni verbali e sentenze apodittiche. E la comunicazione (che significa processo a due vie, come scambio di enunciati e feed back) viene sommersa da rumori antichi, tra l’insulto gratuito o il pernacchio plebeo; la brutta abitudine di storpiare i nomi (uso fascista, rilanciato per primo da Emilio Fede). Non è questione di bon ton, è molto di più: la dissipazione incivile della straordinaria possibilità di intendersi reciprocamente. Imbarbarimento delle pratiche discorsive spiegabile con il fatto che si sono perse le regole del dialogo e ormai ci siamo assuefatti allo spot come sostitutivo del ragionamento. E la garanzia di anonimato dello pseudonimo diventa il riparo da dove il cecchino può sparare indisturbato i suoi colpi proditori, un po’ vigliacchi.

di Pierfranco Pellizzetti,  da “Comunicazione non è overdose di rumore“, il Fatto Quotidiano, 20 settembre 2010

Sei giorni fa (21 settembre) leggevo un articolo di Pierfranco Pellizzetti sul sito de Il Fatto Quotidiano, e ho trovato molto interessante la riflessione sul comunicare, sui ruoli e i vantaggi che si acquisiscono discutendo, presente nel paragrafo riportato qua sopra. Sono sul treno e sto tornando da Roma, dove ho frequentato uno stage (è francese, non inglese questo termine) formativo musicale, cioè tre giorni di intense lezioni di strumento, promozione, legislazione ed esibizione live. Ho incontrato moltissime persone, dai musicisti come me agli esperti nei vari settori: discografici, insegnanti e professionisti della promozione.

Ho portato via da questi tre giorni, tanti consigli utili, tante indicazioni ma soprattutto tantissime riflessioni: il ruolo di un musicista, come questo ruolo si debba continuamente pensare e ripensare, aggiornare, come ci si pone degli obiettivi in questo campo, che misure bisogna aver chiare per muoversi nel complesso mondo della musica…e avanti così.

Non credo che sarei stato così soddisfatto se mi fossi posto subito sulla “difensiva”, atteggiamento dettato dalla paura della critica, che troppo facilmente scambiamo per un attacco, anche gratuito. Credo che le critiche siano a tutti gli effetti degli attacchi, ma venir attaccati non vuol dire necessariamente perdere: la partita si gioca di volta in volta.

Tra gli aspetti se vogliamo caratteriali, che, a mio parere, bisognerebbe cercare di formare e mantenere, c’è il coraggio totale. È strano, ma lo associo anche all’umiltà: è coraggioso buttarsi in una situazione o in una discussione dove si potrà venire criticati, magari disillusi di una convinzione che si rivela quindi sbagliata. Nel mio caso, ho potuto rendermi conto durante le lezioni di strumento con l’insegnante di tastiere di quanto ancora mi manchi per essere il musicista che desidero. Ma sebbene in quel momento nella mia testa c’era un vortice di sensazioni anche contrapposte (compreso quindi il senso di inadeguatezza, ignoranza, vergogna), ne sono uscito felice e ricaricato. Ho sbagliato molti esercizi in quel momento, ho “sbeccato” moltissime note, ma nella discussione con l’insegnante e il mio compagno di lezione, ho capito cosa non funziona al meglio nel mio modo di suonare, ho intuito, intravisto una via per migliorarlo. Dall’altra parte ho anche notato che le cose che so fare meglio possono comunque essere migliorate, arricchite.

Il coraggio spavaldo di capire che anche gli altri possono dare consigli utili, idee nuove o punti di vista differenti, materiale che si può tranquillamente prendere e usare.

Il coraggio poi lo declinerei anche nell’atteggiamento quotidiano, nell’approccio alle cose: credo che le situazioni vadano aggredite, brutalmente. Ho capito forse un po’ di più che non bisogna assolutamente aver paura delle “musate“, cioè di sbattere la faccia nel provare, perché è solo e soltanto questo l’atteggiamento giusto per riuscire ad essere vincenti nelle situazioni e negli ambienti che davvero ci interessano. Tutti vogliono far bene le loro cose, ma tanti per la paura di non riuscire non ci provano neanche o non mantengono l’atteggiamento giusto: il risultato è lo stesso, salvo rare eccezioni, no?

Non voglio arrivare un giorno a pormi, su ogni cosa del mio passato, la domanda “…ma se avessi fatto in un’altra maniera?”, perché ho avuto troppa paura di prendere quello che volevo, di prenderlo al momento giusto, di prepararmi per tempo quando di tempo ne avevo più che a sufficienza.

In particolare mi è piaciuta la lezione dell’insegnante di “comunicazione e promozione”, naturalmente applicata alla musica, ma credo che si possa estendere ad ogni campo. Questi ci ha detto che se crediamo che il nostro progetto musicale sia valido, se vogliamo che vada avanti, non ci dobbiamo accontentare: bisogna avere la migliore presentazione al pubblico (ha guardato le pagine myspace dei gruppi presenti alla lezione dicendo che erano pessime), se vogliamo arrivare ad un personaggio importante, o che potrebbe essere importante per il nostro progetto, dobbiamo essere capaci di reperire le informazioni necessarie per contattarlo, comunicare con lui, addirittura incontrarlo.

Dovete lavorarci dalla mattina alle nove fino alla sera alle nove. Ma poi non andate a dormire: andate in sala prove e suonate.” – Il discorso è avere uno scopo, definito, preciso, difficile sicuramente, ma di certo molto più complicato se ci aggiungiamo l’incertezza di fondo che dà il poco coraggio e la chiusura mentale del non accettare consigli e critiche (che sono a volte la stessa cosa). Il coraggio credo che sia anche essere disposti a cambiare il proprio obiettivo, che non è sminuire sé stessi, ma cercare di migliorarsi.

Detto ciò, non mi scuso per l’eventuale “sconclusionatezza” di questo post, chi vuol criticarmi lo faccia pure, e troveremo assieme le ragioni. Anche se credo che avremmo di meglio da fare, discutere. Inoltre la citazione iniziale sembra mi sia servita unicamente come germe per iniziare a scrivere, ma su di essa ho altre riflessioni che preferisco trattare in un altro post.

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commenti
  1. Luca ha detto:

    No, non è affatto un post sconclusionato, anzi… :)Solo la citazione iniziale sembrava un po’ fuori luogo, ma ne hai motivato la presenza, dunque….
    Ovviamente quando sei arrivato alla parte sull’atteggiamento quotidiano mi sono sentito un po’ tirato in mezzo, visto che dubitare di sè e delle proprie azioni, come ben sai, mi risulta anche troppo facile… Non che sia una cosa piacevole, ovvio, però ultimamente sto migliorando… 🙂
    Ciao!

  2. lalbatro ha detto:

    Sarà meglio, sennò rimescolarsi e ripensarsi non serve a nulla!
    La citazione poi mi è servita per introdurre il ragionamento sull’atteggiamento da tenere per ragionare: quando riusciamo a metterci in discussione da soli, sono sicuro che questo si può riflettere bene anche sulla discussione con gli altri. Le frasi a inizio post infatti riguardano le “regole” dello scambio di idee, oggi massacrate dalle urla che uccidono ogni argomento valido. Non per dimostrazione del contrario, ma per la chiusura a guscio dell’interlocutore…

    L’Albatro

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