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Un interessante e lucido articolo di Michele Ainis, che commenta la bocciatura del referendum sulla legge elettorale effettuata ieri dalla Corte Costituzionale.

di Michele Ainis, dal Corriere della Sera, 13 gennaio 2012


Nessun miracolo, Lazzaro non è resuscitato; sicché rimane in vita il Lazzarone. Ossia la nostra pessima legge elettorale, che i referendari avrebbero voluto cancellare riesumando il Mattarellum. Reviviscenza, è questo il nome in codice del marchingegno giuridico sottoposto alla Consulta. Ma la giurisprudenza costituzionale ha sempre escluso le resurrezioni (sentenze n. 40 del 1997, 31 del 2000, 24 del 2011); anche perché altrimenti, se un referendum sancisse l’abrogazione dell’ergastolo, otterrebbe il paradossale effetto di ripristinare la pena capitale. E in secondo luogo la Consulta, fin dalla sentenza n. 29 del 1987, ha sempre acceso il rosso del semaforo contro i referendum totalmente abrogativi d’una legge elettorale: in caso contrario ogni legislatura durerebbe un secolo, se il Parlamento non colmasse la lacuna.

(nella foto, il Palazzo della Consulta)

Insomma l’inammissibilità di questo referendum (diagnosticata da chi scrive lo scorso 16 settembre, sul Corriere) era un po’ a rime obbligate. Chissà come abbia poi preso corpo l’opposta sensazione, misteri della fede. E tuttavia, nonostante la legittima amarezza di quanti avrebbero voluto disfarsi del Porcellum, il rispetto dei propri precedenti da parte delle Corti rimane un valore irrinunziabile. Perché restituisce certezza al nostro orizzonte collettivo, e perché la certezza — diceva Lopez de Oñate, un giovane filosofo cui la sorte non concesse d’invecchiare — rappresenta la specifica eticità del diritto.

Sennonché questo no incondizionato al referendum non era senza alternative, altrimenti i giudici costituzionali non ci avrebbero messo due giorni per decidere. E fra i precedenti che la Consulta ha via via collezionato c’è pur sempre la sentenza n. 16 del 2008, dove si leva l’indice contro gli «aspetti problematici» della (ahimè) vigente legge elettorale. Come coniugare dunque la certezza e la giustizia? Rifiutando il referendum, ma al contempo impugnando l‘incostituzionalità della legge timbrata dall’ex ministro Calderoli. Se la Consulta avesse imboccato questa strada, i partiti avrebbero avuto qualche mese per licenziarne la riforma; in caso contrario sarebbe scattata la mannaia. Tuttavia la nostra Corte non l’ha fatto, probabilmente le è mancato qualche grammo di coraggio. E il coraggio — mormorava don Abbondio — chi non ce l’ha, non se lo può dare.

Che cosa resta allora di questo referendum? Restano un milione e 200 mila firme raccolte in un battito di ciglia, a testimoniare l’odio popolare verso una legge che sancisce il divorzio dei rappresentanti dai rappresentati. Resta l’esigenza di non frustrare più in futuro gli sforzi del comitato promotore, magari anticipando il verdetto della Corte costituzionale al giorno precedente la raccolta delle firme, anziché al giorno successivo. O meglio ancora facendo spazio nelle nostre istituzioni al referendum propositivo, accanto a quello abrogativo: e allora sì, la reviviscenza non sarebbe più vietata. Infine resta la domanda di coinvolgere gli elettori nelle faccende che riguardano gli eletti, a partire dal modo con cui vengono eletti.

E c’è poi, alla fine della giostra, un imperativo categorico che si rivolge alla giostra dei partiti. Cambiate questa legge elettorale, risparmiateci lo strazio del terzo Parlamento nominato anziché eletto. Spazzate via le liste bloccate, e già che ci siete anche questo premio di maggioranza senza soglia minima, un espediente che non aveva osato neppure Mussolini. Rimpiazzatela con un maggioritario puro, con un proporzionale distillato, o se vi pare con un maggiorzionale. Ma fatelo, non foss’altro che per dare senso al vostro ruolo in Parlamento, mentre il governo Monti tira avanti da solo la baracca. Dopotutto l’ozio è il padre dei vizi.

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Avremmo preferito un accoglimento semplice, che avrebbe spazzato via l’intera legge, certo. Però l’importante è che la Corte Costituzionale, per la terza volta, ha risposto no a B. La legge è uguale per tutti. Non si può fare una legge schifezza come quella e farla franca. Almeno questa volta non ha vinto. Vedremo quando usciranno le motivazioni che cosa diranno. Questa è certamente una vittoria. Meno male, ce ne vuole una ogni tanto. L’Italia non è ancora completamente andata.

Sul Corriere del 24 ottobre appena passato, il Presidente della provincia di Udine Pietro Fontanini ha affermato che “le persone disabili ritardano lo svolgimento dei programmi scolastici. Da parte degli studenti normodotati c’era molta disponibilità verso i ragazzi disabili, ma l’integrazione è un’altra cosa. Innanzitutto esiste il concreto rischio che gli studenti con problemi si trovino a dover seguire lezioni troppo difficili. Eppoi, a causa dei tagli imposti dalla riforma, gli insegnanti di sostegno fanno più assistenza che appoggio durante le lezioni e spesso non hanno il tempo di verificare il lavoro dei disabili». Conclusione: «Sarebbe meglio pensare a percorsi differenziati. Sul tipo di quelli organizzati dalla Provincia, da me presieduta, per favorire l’inserimento di questi ragazzi nel mondo del lavoro».

Dall’articolo “Sani, belli, forti, quasi ariani” di Silvia Truzzi (dal Fatto del 3 ottobre) traggo queste storie: “A fine luglio un albergatore veneto ha chiesto ai genitori di una bimba di quattro anni affetta da una rara malattia (che le fa emettere “suoni inarticolati e fa s t i d i o s i ”) di cenare in orari diversi dagli altri clienti. […] Giuseppe Pellegrino – assessore all’Istruzione del comune di Chieri – ha spiegato la sua ricetta per far fronte ai tagli della scuola: mandare gli alunni disabili instrutture specializzate, perché in aula danno pugni ai muri e disturbano. […]Un armonioso professore del conservatorio di Milano ha postato su Facebook il seguente messaggio: troppi disabili a scuola, bisogna tornare alla Rupe Tarpea perché la genetica vince sulla didattica. In realtà, a Roma, dalla Rupe buttavano gli avversari politici. Era il Monte Taigeto, a Sparta, dove i bimbi deformi venivano esposti: o morivano o, se gliandava bene, venivano raccolti da qualcuno.”

Sembra di essere tornati indietro nel tempo. Il nazismo mirava all’eliminazione dei disabili, considerati un peso per la società. E l’eliminazione è stata poi attuata. Questi signori, quando dicono o scrivono queste cose, pensano mai che quelle di cui stanno parlando, che coloro che disprezzano e vogliono eliminare sono persone? Con sentimenti e desideri come loro? Evidentemente no. E questo li rende meritevoli del più profondo disprezzo.

Che nel 2010 ancora si debba parlare e discutere di classi differenziate è inaudito. Ma c’è un modo molto semplice per rispondere al Presidente della provincia di Udine. Mostrargli i fatti. Che in questo caso sono rappresentati da una sentenza della Corte Costituzionale del 1987 (ventitré anni fa), la numero 215.

Per parlarvi di questa sentenza, devo raccontarvi una storia. La storia di Carla.

Carla è una diciotenne disabile, con problemi di tipo mentale. Viene bocciata al primo anno in un istituto tecnico. Il preside ammette con riserva la ragazza alla ripetizione dell’anno, rimettendo la questione al provveditore agli studi. Il provveditore chiede un consulto al medico legale, il quale stabilisce che l’handicap non è grave e che “la giovane può trarre dalla frequenza un beneficio che, se relativo quanto all’apprendimento, è viceversa notevole sul terreno della socializzazione e dell’integrazione, in modo da far ritenere fondamentale la riammissione della giovane, per la quale l’isolamento contribuirebbe in maniera assolutamente negativa alla formazione del carattere”.

Nonostante questo, il preside respinge la richiesta di iscrizione. I genitori decidono di ricorrere alla Corte Costituzionale, in quanto la legge utilizzata per negare l’iscrizione (n°118/1971) dice, all’articolo 28, che “sarà facilitata la frequenza degli invalidi e mutilati civili alle scuole medie superiori ed universitarie”. Questa frase, secondo i genitori, non comprende i disabili e non assicura loro di essere ammessi ad una scuola secondaria superiore allo stesso modo dei “normodotati”.

La Corte Costituzionale deciderà per la sostituzione della parola “facilitata” con “assicurata” accogliendo questo motivo di ricorso dei genitori. Nella sentenza si possono leggere le seguenti parole: “La partecipazione al processo educativo con insegnanti e compagni normodotati costituisce un rilevante fattore di socializzazione e può contribuire in modo decisivo a stimolare le potenzialità dello svantaggiato.[…] La frequenza scolastica é dunque un essenziale fattore di recupero del portatore di handicaps e di superamento della sua emarginazione e può operare ai fini del complessivo sviluppo della personalità. […]La scuola, l’interazione con i compagni e coi docenti, ciò che il disabile può imparare, sono tutte cose che determinano la persona che sarà in futuro, che lo aiutano al pieno sviluppo della personalità. L’art. 34 della Costituzione afferma che “la scuola è aperta a tutti”. Letto alla luce degli articoli 2 e 3 della Costituzione, l’articolo 34 assume il significato di garantire il diritto all’istruzione malgrado ogni possibile ostacolo che di fatto impedisca il pieno sviluppo della persona. E’ con organico e risorse in più che si mettono d’accordo il diritto all’educazione e le esigenze di funzionalità del servizio, non sacrificando i diritti dei disabili.”

Credo che qesta sentenza sia colma di parole che vanno in una direzione chiarissima: l’istruzione è un diritto fondamentale. Un diritto che ci permette di relazionarci con gli altri, in quanto siamo costretti ogni giorno a confrontarci con altre persone, a sforzarci di imparare, di metterci alla prova. Ed è faticoso, difficile, stancante. E non sempre dà i risultati che vorremmo. Ma bisogna provarci. Relazionarsi con un disabile può essere ancora più difficile. Ma chi, per questo, vorrebbe relegarli tutti in una scuola differenziata, in gabbia come mostri, non ha capito niente. Dell’uomo e della vita.

Speriamo che ci siano altri cento, mille casi come quello di Carla, che siano sempre lì ad insegnarci il valore del prossimo e l’importanza di imparare.

 

di L’Albatro

Il ministro dell’Interno Maroni, in un’intervista al Corriere della Sera, ha dichiarato un po’ di cosette che meritano menzione.
“Berlusconi sa che se vuole davvero fare la grande riforma non può che affidarsi alla Lega, noi siamo leali” – cioè se Berlusconi volesse fare le riforme per conto suo, la Lega si metterebbe di traverso. E’ ormai sempre più palese e chiaro che chi comanda davvero nel governo italiano della XVI Legislatura è la Lega Nord, un partito secessionista. Secondo Maroni le riforme da attuare subito sono l’istituzione del Senato federale e la modifica del Titolo Quinto della Costituzione, che definisce le regioni e le provincie. E’ riportato qua sotto, nella sua prima parte, l’articolo 114.

TITOLO V

LE REGIONI, LE PROVINCE, I COMUNI
Art. 114

La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato.

I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione.

Roma è la capitale della Repubblica. La legge dello Stato disciplina il suo ordinamento.

Nelle visioni del ministro, “il sistema di competenze concorrenti tra Stato e Regioni ha creato un guazzabuglio con conflitti continui davanti alla Corte Costituzionale”. In parole povere si sono scontrati contro un muro costituzionale che garantisce l’autonomia delle regioni: il decreto “interpretativo”, legge ad partitum per riammettere il PdL alle elezioni regionali del Lazio e della Lombardia, non ha avuto effetto perché le elezioni regionali sono di competenza, guarda un po’, regionale, e il governo non può in alcun modo interferire con i governi locali.

La costituzione del Senato federale è naturalmente orientata al totem legista del federalismo. Trovo assurdo che uno Stato che vuole essere così fiero di sé stesso sia governato da una forza ambigua che vuole smembrarlo, non celebrare e 150 anni di storia unitaria: gli U.S.A. sono il grande esempio di federalismo, ma non dimentichiamo la dimensione degli States. Inoltre la loro storia contempla un certo periodo di divisione, seguito dall’unione federalista. Noi stiamo andando al contrario!

Secondo Maroni si deve attuare subito la riduzione dei parlamentari, subito. Sarebbe anche ora, anche se ricordo che Berlusconi in campagna elettorale aveva promesso meno ministri, che sono poi lievitati! Questa riforma è nelle idee del ministro destinata alla regia della Lega: “Ci vuole qualcuno che coordini e la regia deve essere la Lega. Del resto noi siamo il vero motore e dunque il soggetto giusto” – Attenzione! Sono loro il vero motore. E il governo non sarebbe sotto controllo?

Infine il ministro ribadisce la richiesta della separazione delle carriere per la magistratura, oltre che l’eliminazione del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale. Su questo ultimo punto confesso una momentanea ignoranza, per cui invoco il mio compagno Aristofane, che ci illumini con i suoi studi giuridici!

(Fonte: articolo da reuters.it)