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Un bell’articolo di Silvia Truzzi, tratto dal Fatto di oggi. I libri vanno sfogliati, accarezzati, vissuti. Buona lettura.

Tutti quelli che rompono con le tradizioni – per il semplice fatto di dichiararlo o di attuarlo – sono salutati come coraggiosi, originali, moderni. Ma “il moderno invecchia, il vecchio torna di moda”, ammoniva con illuminato sarcasmo Leo Longanesi. Non sarà particolarmente lungimirante, eppure chi scrive non si rassegna all’ipotetica scomparsa del libro. Quell’oggetto rilegato, odorante, fisico. Quest’oggetto caldo e vivo pare destinato a soccombere in favore di una sterminata serie di “informazioni informatiche” che insieme fanno il testo. È successo con la musica e con la fu lettera, a beneficio dell’email. Il postino di Skarmeta oggi non incontrerebbe Pablo Neruda. E le sue metafore – quelle tanto “pericolose” secondo la madre della sua innamorata – non sarebbero fogli preziosi da nascondere nel reggiseno, accanto al cuore. Al massimo, un microchip.

Prendiamo Paolo e Francesca. Una passione fatale e travolgente, il destino in una frase. Oggi sarebbe così: “Galeotto fu l’eBook e chi lo scrisse”, onestamente fa tutto un altro effetto. Nostalgismo snob da due soldi, si dirà: i libri interattivi, con collegamenti ipertestuali – filmati e audio – sono la nuova frontiera dell’editoria. Ma “non è tutt’oro quel brilla”, avverte Tolkien. Ecco, “Il signore degli anelli” è una miniera per i produttori dei formati digitali. Perché è molto più di un romanzo, è un poema epico. Un mondo intero con popoli diversi e mappe da “taggare”. Ma il bello di un racconto è che mentre leggi immagini e immaginando entri in quell’universo. Che diventa tuo: i tuoi raminghi, i tuoi elfi. Se qualcuno disegna per te paesi, monti, fiumi o il volto di un personaggio qualcosa ti ruba:la fantasia. E non è un furto da poco.

Un’altra cosa che non si può fare con il libro digitale è regalarlo: o meglio si può, ma non si presenta un granché. Il libro è anche un gesto: spedire un file con le poesie di Montale decisamente è meno romantico che consegnare un pacco da scartare a un appuntamento. Come spiega Firmino, il topo “librofago” del romanzo di Sam Savage: “I buoni libri si divorano, lasciano il miele in bocca e un po’ d’amaro nelle viscere”. Cosa avrebbe potuto mangiare, il ratto solitario, per sfuggire alla fame? Megabyte? L’immagine del funerale di Carlo Fruttero – il più dolce e poetico addio cui abbia mai assistito – è una montagna di libri. Le figlie li hanno distribuiti attorno alla bara perché sono stati i compagni di viaggio d’una vita intera. Una catasta di immateriali file non avrebbe mai spiegato la lunga storia d’amore tra lo scrittore e i suoi libri.

Detto tutto questo, la rivoluzione digitale ha degli aspetti positivi. Il libro elettronico costa meno: ci sono pochi soldi e la cultura deve essere accessibile a tutti. Il carattere del testo si modula a piacimento, a seconda delle diottrie del lettore. Si può tenere una biblioteca intera nella borsa. È leggero: “Il Visconte di Bragelonne”, per esempio, è un tomo da mille e trecento pagine non proprio agevole da tenere in mano. L’eBook ha innegabili pregi. Ma leggere su uno schermo la scena in cui – ne “La Certosa di Parma” – il conte Mosca, potente ministro del Principe, istupidisce di gelosia come uno scolaretto, non dà lo stesso piacere. È un po ’ come abbracciare un manichino, fare una lampada invece che scaldarsi al sole, mangiare una pillola proteica al posto di un filetto. Val la pena esporsi al ridicolo d’una visione di retroguardia per le cose che si amano? Forse sì. Sperando in una lunga e pacifica convivenza tra pagine e schermo.

Sul Corriere del 24 ottobre appena passato, il Presidente della provincia di Udine Pietro Fontanini ha affermato che “le persone disabili ritardano lo svolgimento dei programmi scolastici. Da parte degli studenti normodotati c’era molta disponibilità verso i ragazzi disabili, ma l’integrazione è un’altra cosa. Innanzitutto esiste il concreto rischio che gli studenti con problemi si trovino a dover seguire lezioni troppo difficili. Eppoi, a causa dei tagli imposti dalla riforma, gli insegnanti di sostegno fanno più assistenza che appoggio durante le lezioni e spesso non hanno il tempo di verificare il lavoro dei disabili». Conclusione: «Sarebbe meglio pensare a percorsi differenziati. Sul tipo di quelli organizzati dalla Provincia, da me presieduta, per favorire l’inserimento di questi ragazzi nel mondo del lavoro».

Dall’articolo “Sani, belli, forti, quasi ariani” di Silvia Truzzi (dal Fatto del 3 ottobre) traggo queste storie: “A fine luglio un albergatore veneto ha chiesto ai genitori di una bimba di quattro anni affetta da una rara malattia (che le fa emettere “suoni inarticolati e fa s t i d i o s i ”) di cenare in orari diversi dagli altri clienti. […] Giuseppe Pellegrino – assessore all’Istruzione del comune di Chieri – ha spiegato la sua ricetta per far fronte ai tagli della scuola: mandare gli alunni disabili instrutture specializzate, perché in aula danno pugni ai muri e disturbano. […]Un armonioso professore del conservatorio di Milano ha postato su Facebook il seguente messaggio: troppi disabili a scuola, bisogna tornare alla Rupe Tarpea perché la genetica vince sulla didattica. In realtà, a Roma, dalla Rupe buttavano gli avversari politici. Era il Monte Taigeto, a Sparta, dove i bimbi deformi venivano esposti: o morivano o, se gliandava bene, venivano raccolti da qualcuno.”

Sembra di essere tornati indietro nel tempo. Il nazismo mirava all’eliminazione dei disabili, considerati un peso per la società. E l’eliminazione è stata poi attuata. Questi signori, quando dicono o scrivono queste cose, pensano mai che quelle di cui stanno parlando, che coloro che disprezzano e vogliono eliminare sono persone? Con sentimenti e desideri come loro? Evidentemente no. E questo li rende meritevoli del più profondo disprezzo.

Che nel 2010 ancora si debba parlare e discutere di classi differenziate è inaudito. Ma c’è un modo molto semplice per rispondere al Presidente della provincia di Udine. Mostrargli i fatti. Che in questo caso sono rappresentati da una sentenza della Corte Costituzionale del 1987 (ventitré anni fa), la numero 215.

Per parlarvi di questa sentenza, devo raccontarvi una storia. La storia di Carla.

Carla è una diciotenne disabile, con problemi di tipo mentale. Viene bocciata al primo anno in un istituto tecnico. Il preside ammette con riserva la ragazza alla ripetizione dell’anno, rimettendo la questione al provveditore agli studi. Il provveditore chiede un consulto al medico legale, il quale stabilisce che l’handicap non è grave e che “la giovane può trarre dalla frequenza un beneficio che, se relativo quanto all’apprendimento, è viceversa notevole sul terreno della socializzazione e dell’integrazione, in modo da far ritenere fondamentale la riammissione della giovane, per la quale l’isolamento contribuirebbe in maniera assolutamente negativa alla formazione del carattere”.

Nonostante questo, il preside respinge la richiesta di iscrizione. I genitori decidono di ricorrere alla Corte Costituzionale, in quanto la legge utilizzata per negare l’iscrizione (n°118/1971) dice, all’articolo 28, che “sarà facilitata la frequenza degli invalidi e mutilati civili alle scuole medie superiori ed universitarie”. Questa frase, secondo i genitori, non comprende i disabili e non assicura loro di essere ammessi ad una scuola secondaria superiore allo stesso modo dei “normodotati”.

La Corte Costituzionale deciderà per la sostituzione della parola “facilitata” con “assicurata” accogliendo questo motivo di ricorso dei genitori. Nella sentenza si possono leggere le seguenti parole: “La partecipazione al processo educativo con insegnanti e compagni normodotati costituisce un rilevante fattore di socializzazione e può contribuire in modo decisivo a stimolare le potenzialità dello svantaggiato.[…] La frequenza scolastica é dunque un essenziale fattore di recupero del portatore di handicaps e di superamento della sua emarginazione e può operare ai fini del complessivo sviluppo della personalità. […]La scuola, l’interazione con i compagni e coi docenti, ciò che il disabile può imparare, sono tutte cose che determinano la persona che sarà in futuro, che lo aiutano al pieno sviluppo della personalità. L’art. 34 della Costituzione afferma che “la scuola è aperta a tutti”. Letto alla luce degli articoli 2 e 3 della Costituzione, l’articolo 34 assume il significato di garantire il diritto all’istruzione malgrado ogni possibile ostacolo che di fatto impedisca il pieno sviluppo della persona. E’ con organico e risorse in più che si mettono d’accordo il diritto all’educazione e le esigenze di funzionalità del servizio, non sacrificando i diritti dei disabili.”

Credo che qesta sentenza sia colma di parole che vanno in una direzione chiarissima: l’istruzione è un diritto fondamentale. Un diritto che ci permette di relazionarci con gli altri, in quanto siamo costretti ogni giorno a confrontarci con altre persone, a sforzarci di imparare, di metterci alla prova. Ed è faticoso, difficile, stancante. E non sempre dà i risultati che vorremmo. Ma bisogna provarci. Relazionarsi con un disabile può essere ancora più difficile. Ma chi, per questo, vorrebbe relegarli tutti in una scuola differenziata, in gabbia come mostri, non ha capito niente. Dell’uomo e della vita.

Speriamo che ci siano altri cento, mille casi come quello di Carla, che siano sempre lì ad insegnarci il valore del prossimo e l’importanza di imparare.