Archivio per 29/01/2012

Un bell’articolo di Silvia Truzzi, tratto dal Fatto di oggi. I libri vanno sfogliati, accarezzati, vissuti. Buona lettura.

Tutti quelli che rompono con le tradizioni – per il semplice fatto di dichiararlo o di attuarlo – sono salutati come coraggiosi, originali, moderni. Ma “il moderno invecchia, il vecchio torna di moda”, ammoniva con illuminato sarcasmo Leo Longanesi. Non sarà particolarmente lungimirante, eppure chi scrive non si rassegna all’ipotetica scomparsa del libro. Quell’oggetto rilegato, odorante, fisico. Quest’oggetto caldo e vivo pare destinato a soccombere in favore di una sterminata serie di “informazioni informatiche” che insieme fanno il testo. È successo con la musica e con la fu lettera, a beneficio dell’email. Il postino di Skarmeta oggi non incontrerebbe Pablo Neruda. E le sue metafore – quelle tanto “pericolose” secondo la madre della sua innamorata – non sarebbero fogli preziosi da nascondere nel reggiseno, accanto al cuore. Al massimo, un microchip.

Prendiamo Paolo e Francesca. Una passione fatale e travolgente, il destino in una frase. Oggi sarebbe così: “Galeotto fu l’eBook e chi lo scrisse”, onestamente fa tutto un altro effetto. Nostalgismo snob da due soldi, si dirà: i libri interattivi, con collegamenti ipertestuali – filmati e audio – sono la nuova frontiera dell’editoria. Ma “non è tutt’oro quel brilla”, avverte Tolkien. Ecco, “Il signore degli anelli” è una miniera per i produttori dei formati digitali. Perché è molto più di un romanzo, è un poema epico. Un mondo intero con popoli diversi e mappe da “taggare”. Ma il bello di un racconto è che mentre leggi immagini e immaginando entri in quell’universo. Che diventa tuo: i tuoi raminghi, i tuoi elfi. Se qualcuno disegna per te paesi, monti, fiumi o il volto di un personaggio qualcosa ti ruba:la fantasia. E non è un furto da poco.

Un’altra cosa che non si può fare con il libro digitale è regalarlo: o meglio si può, ma non si presenta un granché. Il libro è anche un gesto: spedire un file con le poesie di Montale decisamente è meno romantico che consegnare un pacco da scartare a un appuntamento. Come spiega Firmino, il topo “librofago” del romanzo di Sam Savage: “I buoni libri si divorano, lasciano il miele in bocca e un po’ d’amaro nelle viscere”. Cosa avrebbe potuto mangiare, il ratto solitario, per sfuggire alla fame? Megabyte? L’immagine del funerale di Carlo Fruttero – il più dolce e poetico addio cui abbia mai assistito – è una montagna di libri. Le figlie li hanno distribuiti attorno alla bara perché sono stati i compagni di viaggio d’una vita intera. Una catasta di immateriali file non avrebbe mai spiegato la lunga storia d’amore tra lo scrittore e i suoi libri.

Detto tutto questo, la rivoluzione digitale ha degli aspetti positivi. Il libro elettronico costa meno: ci sono pochi soldi e la cultura deve essere accessibile a tutti. Il carattere del testo si modula a piacimento, a seconda delle diottrie del lettore. Si può tenere una biblioteca intera nella borsa. È leggero: “Il Visconte di Bragelonne”, per esempio, è un tomo da mille e trecento pagine non proprio agevole da tenere in mano. L’eBook ha innegabili pregi. Ma leggere su uno schermo la scena in cui – ne “La Certosa di Parma” – il conte Mosca, potente ministro del Principe, istupidisce di gelosia come uno scolaretto, non dà lo stesso piacere. È un po ’ come abbracciare un manichino, fare una lampada invece che scaldarsi al sole, mangiare una pillola proteica al posto di un filetto. Val la pena esporsi al ridicolo d’una visione di retroguardia per le cose che si amano? Forse sì. Sperando in una lunga e pacifica convivenza tra pagine e schermo.

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Davvero non c’è rimedio contro la delocalizzazione delle imprese? A sentire la politica, sembra che non si possa evitare che le aziende traslochino in Polonia, Serbia, Brasile, dove la manodopera non costa praticamente nulla e le tasse pesano infinitamente meno sul prodotto e sul lavoro.

Agitando lo spettro dello spostamento della produzione, manager e grandi imprese (Fiat in testa) strappano concessioni sempre più importanti in tema di diritti dei lavoratori, disponendone un po’ come pare a loro. Pause tagliate, orari dilatati, straordinari obbligatori, divieti di sciopero, ostracismo nei confronti di lavoratori iscritti a certi sindacati e via di seguito. Attuando una vera e propria (e illegittima) limitazione nei diritti. E, probabilmente, attentando anche alla dignità e all’uguaglianza dei lavoratori.

Ma non tutto il mondo è paese. Barack Obama, recentemente, ha affrontato proprio questo problema. Ed è stato chiaro: le imprese che vogliono delocalizzare le loro sedi non potranno dedurre nemmeno un dollaro di tasse e nessuna compagnia americana potrà pagare le tasse solo nel paese in cui si sono spostati la produzione e i profitti (dovrà farlo anche negli USA). Molto semplice. E tutti i soldi risparmiati o guadagnati con queste operazioni andranno a finanziare le imprese che rimangono sul territorio americano o che vi fanno ritorno e a diminuire le tasse di chi resta negli USA e qui assume. Infine, la chicca: chi riporta negli Stati Uniti la produzione e lo fa in un distretto pesantemente colpito dalla crisi riceverà aiuti come finanziamenti per impianti e aggiornamento professionale per i nuovi assunti.

Misure simili sono già state assunte negli anni passati da singoli Stati, come Texas, Arizona e Colorado, con risultati sorprendenti: negli ultimi due anni decine di aziende hanno riportato la produzione  negli stati in cui sono stati varati incentivi e tagli fiscali (5,4 aziende alla settimana, secondo la stima di mercatus.org). Conseguentemente, si sono creati decine di migliaia di posti di lavoro.

Tutto questo dimostra che, volendo, i mezzi per impedire, o comunque scoraggiare, il trasferimento di sede delle imprese in altri Stati ci sono. Con questi metodi, si possono salvare migliaia di posti di lavoro, e quindi di vite.