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Davvero non c’è rimedio contro la delocalizzazione delle imprese? A sentire la politica, sembra che non si possa evitare che le aziende traslochino in Polonia, Serbia, Brasile, dove la manodopera non costa praticamente nulla e le tasse pesano infinitamente meno sul prodotto e sul lavoro.

Agitando lo spettro dello spostamento della produzione, manager e grandi imprese (Fiat in testa) strappano concessioni sempre più importanti in tema di diritti dei lavoratori, disponendone un po’ come pare a loro. Pause tagliate, orari dilatati, straordinari obbligatori, divieti di sciopero, ostracismo nei confronti di lavoratori iscritti a certi sindacati e via di seguito. Attuando una vera e propria (e illegittima) limitazione nei diritti. E, probabilmente, attentando anche alla dignità e all’uguaglianza dei lavoratori.

Ma non tutto il mondo è paese. Barack Obama, recentemente, ha affrontato proprio questo problema. Ed è stato chiaro: le imprese che vogliono delocalizzare le loro sedi non potranno dedurre nemmeno un dollaro di tasse e nessuna compagnia americana potrà pagare le tasse solo nel paese in cui si sono spostati la produzione e i profitti (dovrà farlo anche negli USA). Molto semplice. E tutti i soldi risparmiati o guadagnati con queste operazioni andranno a finanziare le imprese che rimangono sul territorio americano o che vi fanno ritorno e a diminuire le tasse di chi resta negli USA e qui assume. Infine, la chicca: chi riporta negli Stati Uniti la produzione e lo fa in un distretto pesantemente colpito dalla crisi riceverà aiuti come finanziamenti per impianti e aggiornamento professionale per i nuovi assunti.

Misure simili sono già state assunte negli anni passati da singoli Stati, come Texas, Arizona e Colorado, con risultati sorprendenti: negli ultimi due anni decine di aziende hanno riportato la produzione  negli stati in cui sono stati varati incentivi e tagli fiscali (5,4 aziende alla settimana, secondo la stima di mercatus.org). Conseguentemente, si sono creati decine di migliaia di posti di lavoro.

Tutto questo dimostra che, volendo, i mezzi per impedire, o comunque scoraggiare, il trasferimento di sede delle imprese in altri Stati ci sono. Con questi metodi, si possono salvare migliaia di posti di lavoro, e quindi di vite. 

 

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Come si fa ad uscire dalla crisi? Secondo la Fiat non serve proporre modelli nuovi (nuovi davvero, non rivisitazioni dei precedenti), magari ecologici, magari all’avanguardia. Secondo Marchionne basta non assumere operai della CGIL.

La Fiat infatti sta spostando i lavoratori dalla fabbrica vecchia, che andrà chiusa, alla nuova, dove si produrrà la nuova Panda. E come si spostano gli operai? Gli si chiede di licenziarsi da Fiat e farsi assumere da una nuova società, la Fip. Ebbene nemmeno uno, neanche mezzo dei mille neoassunti è della CGIL (che rappresentava il 10 % circa degli operai della vecchia fabbrica).

Coincidenza? Mah, valutate voi. Forse lavorano meglio gli operai iscritti agli altri sindacati. O forse Marchionne non guarda alla competenza, ma assume in base ad altri criteri. Discriminatori e medievali.

Applausi.

Del resto era scontato. Chi ha una famiglia, una casa e delle spese e delle persone da mantenere ha votato sì. Turandosi il naso, contro coscienza, piangendo. Dopo aver litigato e urlato contro i suoi colleghi, dopo essersi sentito dare del fannullone. Dopo che la politica ha abbandonato gli operai, non ascoltandoli e schierandosi dalla parte del mercato. Il mercato, in nome del quale si sacrificano diritti. rappresentanza, libertà e dignità.

E non ci vengano a dire che non è vero. Basta leggere il testo dell’accordo di Mirafiori per rendersene conto.

Ma i sì al referendum sono stati il 54,7% dei voti. Quindi non una maggioranza schiacciante. Anzi, in alcuni reparti (verniciatura e montaggio) i dipendenti hanno detto no alla nuova linea imposta da Marchionne. Sono stati però decisivi i voti degli impiegati della fabbrica. Vedremo quali saranno le conseguenze di questa spaccatura all’interno del fronte degli operai.

Ancora una volta, però, nonostante il risultato incerto, ha vinto la logica del potere. Chi ha forza si impone sugli altri, che devono subire. E’ una logica autoritaria e indegna di una democrazia che sia davvero tale, ma accade proprio nel tanto sponsorizzato e civilissimo Nord. Non si tratta più di “napoletani che non hanno voglia di lavorare”. Si tratta di ricatti. Ma questo l’abbiamo già detto.

Resta una sola domanda. Da secoli i più forti soverchiano i deboli. Pensavamo però che, almeno a certi livelli, questo comportamento non fosse più così evidente e ostentato. Pensavamo fosse roba da sette-ottocento. E invece eccoci qui. E tutti a dire che è giusto così. Che pena. La domanda è: se stiamo tornando così indietro su temi così fondamentali, tutto è trattabile, negoziabile? Si può imporre di rinunciare a qualsiasi cosa o c’è qualcosa di intoccabile, di sacro? Pensiamoci mentre andiamo a dormire.

Le conquiste che i lavoratori hanno ottenuto nel ventesimo secolo si stanno sgretolando sotto i nostri occhi. Marchionne sta erodendo i diritti dei lavoratori, riportando la situazione nelle fabbriche ad un livello infimo. E’ una medievalizzazione del lavoro. Si torna all’operaio sfruttato, che deve lavorare lavorare lavorare e basta, senza pretendere cosette da niente come la rappresentanza sindacale, le pause e i tempi di lavoro adeguati.

In questo consistono gli accordi che Marchionne sta imponendo alle fabbriche Fiat sparse per l’Italia. Ieri Pomigliano, oggi Mirafiori, domani chissà. Il primo accordo, quello di Pomigliano appunto, doveva essere un caso straordinario. E invece eccoci qui, a parlare di quello di Torino (Mirafiori), che è il secondo caso straordinario, quindi.

Tutti parlano di larghe vedute del capo della Fiat, che secondo politici, giornalisti, economisti, giuslavoristi, sindacalisti e compagnia cantante sta salvando l’azienda e, in generale, innovando il mondo dell’impresa e del lavoro italiani. Ma siamo sicuri che sia così? Davvero è innovazione limitare e violare i diritti di chi lavora in nome dell’aumento della produzione? E davvero è “conservatore” chi continua a difendere quei diritti?

Marchionne fa un discorso molto semplice: chi firma l’accordo è dentro, lavorerà o avrà la cassa integrazione (a patto che non scioperi, che accetti di non poter votare il suo rappresentante sindacale e di lavorare per più tempo e con pause più brevi); chi non firma è fuori, e tanti saluti. E se la maggioranza rifiuta l’accordo non c’è problema, si delocalizza l’azienda in Brasile o in Polonia, dove nessuno scoccia. Accordo? A casa mia si chiama ricatto.

L’idea della Fiat è molto vecchia: per produrre di più, si fanno lavorare di più gli operai. Per uscire dalla crisi, l’azienda aumenta l’orario di lavoro oltre le 40 ore settimanali. La vecchia concezione del plusvalore che deriva dal lavoro in più di chi sta in catena di montaggio. E l’innovazione? Perchè non puntare sulla ricerca, sulla creazione di modelli innovativi? Le case automobilistiche straniere stanno proprio puntando su questo. Ma noi siamo, come sempre, un passo (o forse molti di più) dietro agli altri.

Vediamo un po’ di dati. Nel costo complessivo della costruzione di un’auto, il valore del lavoro incide tra il 7 e il 9%. Le operazioni che fa Marchionne servono proprio a ridurre il costo del lavoro. Ma con questi metodi, al massimo potrà risparmiare un 1%. Quindi una macchina che gli costava 10mila euro, verrà a costargli 9.900. Chi crede davvero che un risparmio simile tirerà fuori dalla crisi l’azienda? Visto il calo delle vendite, che negli ultimi due anni è stato doppio rispetto alle aziende concorrenti in Europa, non dovrebbe puntare sulla creazione di modelli nuovi, che consumino meno? Sono anni che la Fiat non tira fuori una vera idea, un vero nuovo modello, nonostante dica di averne in cantiere molti.

Marchionne dice poi che gli operai italiani producono la metà di quelli delle fabbriche delocalizzate in Brasile e in Polonia. Non dice però (evidentemente lo dimentica) che mentre le fabbriche in questi paesi hanno funzionato, negli ultimi due anni, praticamente a tempo pieno, quelle in Italia sono rimaste ferme per il 50% del tempo. E non per l’assenteismo, ma per lo scarso numero di auto vendute.

Non è che la morale di tutto questo discorso è che la Fiat non fa macchine che si vendono o che non vende bene il suo prodotto?

La risposta è l’innovazione. Bisogna puntare sul futuro, producendo e proponendo macchine pulite, d’avanguardia, che siano accattivanti e che consumino poco. Se non si scommette sul nuovo non c’è via d’uscita. La colpa non è degli operai, dei lavoratori. E’ di chi, tradendo il suo ruolo di manager, naviga a vista e scarica le sue responsabilità sugli altri, invece di proporre nuove soluzioni. Marchionne si è trasformato in un dittatore, che impone le sue condizioni violando i diritti fondamentali, primo tra tutti quello che garantisce la rappresentanza sindacale.

Dopotutto, è una questione di rapporti di forza. L’uomo col maglioncino ha in mano le sorti dell’azienda e quindi di chi ci lavora. E il governo, debole e disinteressato, lo lascia fare, guardandolo mentre distrugge le conquiste di secoli di lotte e di fatiche, mentre calpesta la Costituzione, mettendo tutti in riga. Gli operai non hanno potere, non hanno niente da negoziare. La loro dignità vale meno di un lavoro, per quanto mal retribuito.

Cosa ci vuole per capire che questi accordi sono il primo passo verso una regressione drammatica in materia di lavoro? Oggi la Fiat, domani chissà che altro. Si invocheranno le sacre leggi e i fondamentali bisogni del mercato, eliminando uno a uno i diritti di chi lavora. E noi staremo a guardare, impotenti. Oppure applaudiremo a queste mostruosità, come fanno il PD (ormai del tutto fuori di testa) e gran parte della stampa (come il Corriere, del quale Fiat è azionista con il 10%).

Nessuno nega che un imprenditore debba fare il bene della sua azienda. E’ il suo lavoro. Ma a che prezzo? Si può discutere una riforma in materia di lavoro, non c’è dubbio. Ma Marchionne chi è, il Parlamento? Il Presidente del Consiglio?

Ecco perchè è necessario stare con la Fiom, l’unico attore di questo dramma che resiste e si batte, non accettando una ferita così profonda ad uno dei diritti fondamentali dell’uomo: il lavoro. E’ il lavoro che delinea una persona per quella che è, che la determina e la innalza. Vogliamo davvero che sia il modello Marchionne a descrivere quello che siamo?

(Firma l’appello di Micromega: “La società civile con la Fiom“, firmato da Camilleri, Hack, Tabucchi, Fo e tanti altri)