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Leggo, copioincollo e pubblico da Piovonorane.it.

Ieri il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione della 61 giornata per le vittime degli incidenti sul lavoro, ha inviato un messaggio al Presidente dell’Anmil, dicendo che «gli infortuni e le morti sul lavoro costituiscono un fenomeno sempre inaccettabile (…) e non può abbassarsi la guardia riducendo gli investimenti nel campo della prevenzione e della sicurezza sul lavoro».

Prontamente il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi ha risposto «la guardia resta alta (…) fosse anche uno solo non saremmo soddisfatti».

C’è da chiedersi con che faccia Sacconi facia un’affermazione del genere, quando il governo Berlusconi (in primis il suo ministero) ha stravolto il Testo unico la sicurezza sul lavoro (Dlgs 81/08) voluto dal governo Prodi,dimezzando le sanzioni ai datori di lavoro, rinviando per due anni l’obbligo della valutazione dei rischi da stress lavoro correlato, prorogando di 90 giorni la redazione del documento di valutazione dei rischi (DVR) per le nuove imprese, posticipando l’applicazione della legislazione in materia di protezione della salute e sicurezza sul luogo di lavoro per le persone appartenenti a delle cooperative sociali e a delle organizzazioni di volontariato della protezione civile, prorogando il termine per completare l’adeguamento alle
disposizioni di prevenzione incendi per le strutture ricettive turistico – alberghiere con oltre 25 posti letto, deresponsabilizzando i datori di lavoro in caso di delega e sub delega (salva-manager), non facendo nulla per aumentare i controlli ispettivi delle Asl in materia di sicurezza sul lavoro, che hanno un personale ispettivo ridotto all’osso, mentre le aziende da controlla sono circa 6 milioni.

Inoltre come dimenticare poi il ‘libro unico del lavoro’ che sostituisce ‘libro matricola’ . E le regolarizzazioni, che ora si fanno ogni 20 giorni o più, quindi “armi spuntate” a chi fa controllo sui contratti, cioè la Direzione Provinciale del Lavoro (DPL), il Decreto 112/08 che ha tolto le violazioni dulla durata del lavoro come causa di sospensione dell’attività produttiva (sull’autostrada fanno turni di 12 ore).

Benissimo ha fatto il Presidente della Repubblica a richiamare tutti alla proprie responsabilità, e spero sinceramente che il messaggio sia arrivato.

La tragedia di Barletta dove sono morte cinque operaie: Matilde Doronzo, 32 anni, Giovanna Sardaro, 30 anni, Antonella Zaza, 36 anni, Tina Ceci, 37 anni, Maria Cinquepalmi 14 anni, ha riacceso i riflettori sul dramma delle morti sul lavoro, troppo spesso dimenticate e troppo spesso sottostimate nei dati Inail, perché non tengono conto dei lavoratori che non sono assicurati, cioè quelli in nero e i pensionati.

L’Inail ci dice che nei primi 6 mesi del 2011 ci sono stati 428 morti sul lavoro, lo 0,7% in meno ai primi 6 mesi del 2010.

Mentre l’Osservatorio Indipendente di Bologna, diretto da Carlo Soricelli, ci dice che dall’inizio dell’anno al 9 Ottobre 2011 ci sono stati 514 morti, erano 453 il 9 ottobre del 2010, l’aumento è dell’ 11,9%, se poi ci aggiungiamo i lavoratori morti in itinere, si arriva ad oltre 830 morti sul lavoro.

Passata l’indignazione iniziale di politici, sindacati, istituzioni dopo le morti sul lavoro, non cambia mai nulla, ed il triste bollettino di guerra sul lavoro continua inesorabile.

In un paese civile, la sicurezza sul lavoro verrebbe insegnata nelle scuole.

Ci sarebbe il carcere per tutti gli imprenditori che sono responsabili di tutte queste morti sul lavoro e non pene irrisorie o peggio la prescrizione.

Ci sarebbero i controlli per punire le aziende che violano le norme per la sicurezza sul lavoro.

La Confindustria non griderebbe alla repressione ogni volta che si parla di aumentare i controlli e le pene per le aziende che violano la sicurezza

Il tesoretto Inail da 15 miliardi di euro verrebbe utilizzato per dare delle rendite dignitose (e non da fame) ai familiari delle vittime del lavoro e agli invalidi, invece di utilizzarlo per ripianare i debiti dello Stato.

Le morti sul lavoro verrebbero chiamate omicidi sul lavoro e non “morti bianche” o tragiche fatalità.

Intanto, domani, altri 3/4 lavoratori non faranno più ritorno a casa

Marco Bazzoni
Operaio metalmeccanico e Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, Firenze

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In questi momenti di fine impero, c’è ancora chi non si rende conto di quello che succede. Il regime catodico di mr. B. volge al termine, affossato dalle telefonate con i vari Tarantini e Lavitola a proposito delle vagonate di gentildonne da recapitare a domicilio al nanetto. Sarebbe stato meglio che quest’individuo fosse caduto per i falsi in bilancio, le corruzioni e le concussioni di questi 16 anni, ma, si sa, ognuno ha il 25 luglio che merita.

Probabilmente i miasmi del cadavere politico del governo soffocano alcuni esponenti della maggioranza, che non riescono a ragionare e a capire fino in fondo quello che dicono (non che sia una novità).

Prendiamo Sacconi. E’ il ministro del welfare, mica uno qualsiasi. Tralasciando il fatto che si comporta come se venisse da Marte e non c’entrasse nulla con l’attuale stato di salute dell’Italia (lui che era esponente socialista di spicco e, come tale, ha contribuito in modo sostanziale all’impennata del debito pubblico in quegli anni),  il suo ruolo, in momenti di crisi come questo, è importantissimo.

Invece l’altroieri il ministro, ospite ad un convegno del Centro Studi Confindustria, ha sparato sull’esito del referendum del giugno scorso. Queste le sue testuali parole: “Altro che sorella acqua, mi auguro che troveremo il modo per mettere in discussione il referendum”. A Sacconi non importa che 27 milioni di cittadini siano andati a votare e abbiano espresso chiaramente (95% di voti favorevoli) la volontà di mantenere pubblica la gestione dell’acqua. La famosa volontà popolare, la stessa che viene sbandierata costantemente quando si tratta di ricordare che hanno vinto le elezioni, può essere messa da parte e cancellata quando va contro i desideri di lorsignori. Sacconi dovrebbe fare una sola cosa: dimettersi. Facendo affermazioni come queste ha dimostrato un assoluto spregio della Costituzione e del valore della volontà dei cittadini. Nessun rispetto. In qualsiasi altro Paese parlamentari, ministri e uomini politici in generale dovrebbero dimettersi due minuti dopo aver detto cose simili.

Voglio invece esprimere la mia completa solidarietà a Roberto Castelli, ex ministro, ora viceministro alle Infrastrutture, parlamentare dal 1992, cioè da 19 anni. L’altra sera a “Piazzapulita” (nuovo programma di informazione su La7) ha detto di essere povero perchè guadagna solo 145 mila euro all’anno. Siamo tutti vicini al povero Castelli, che sicuramente farà fatica ad arrivare alla fine del mese. Ci permettiamo di far notare all’esponente leghista che ci sono famiglie che vivono con redditi annuali di meno di un decimo del suo. E se avessero 145 mila euro (più tutti i soldi che derivano da vent’anni di vita da parlamentare e cinque da ministro) avrebbero la decenza di stare zitti.

Mi ha colpito un commento al video tratto dalla trasmissione. Matteo P. scrive: “Io di euro l’anno ne guadagno 9mila e ho un contratto a progetto. Anch’io sono ingegnere come il viceministro Castelli, ma l’azienda per la quale lavoravo (e guadagnavo circa 28mila euro annui) ha deciso di chiudere e trasferirsi in Romania. Mia moglie, casalinga, ieri sera sul divano di casa guardava con me la Tv. Mi ha fatto una domanda alla quale non ho saputo rispondere. E ci ho pensato su tutta la notte: “Ma se Castelli è povero, noi cosa siamo?”.