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Una ragazza: bassettina, capelli né corti né lunghi, solo un’aria sbarazzina, maglietta, jeans e All Star.

Non le dareste quattro soldi.

Ma soprattutto non credereste mai che da qualche parte, nascosto, abbia un qualcosa che assomigli vagamente a due mongolfiere.

Non credereste mai che abbia più determinazione, senso di giustizia, moralità di molte altre persone che credono di essere i nuovi Che Guevara.

Non serve a nulla urlare con i megafoni, sfondare barricate, distruggere qualsiasi cosa capiti sul proprio cammino se poi non si ha la voglia, il coraggio, la maturità e di affrontare situazioni più semplici. Come un’assemblea di classe. Come un’assemblea di classe in un liceo modestamente dimenticato da tutti e pure da Dio.

Il 28 settembre sono state indette le elezioni per rinnovare l’incarico di rappresentante di classe in una quinta solo sul cartello appeso alla porta. In una classe non omogenea, un ambiente ostico per qualsiasi persona che “tra fede e intelletto ha scelto il suddetto”.

Certo, perché seguire un’avventura così pericolosa? Ma vedete, la passione per le cause perse batte qualsiasi scelta razionale.

Ma ecco che proprio all’inizio di questo cammino le si parano davanti i primi ostacoli: i risultati vedono lei e la figlia del medico curante del Preside del liceo a pari voti.

Seguendo una normale logica, la nostra donzella (sicuramente) e l’altra candidata (non so quanto sicuramente) vanno alla ricerca di un regolamento. Un regolamento la cui identità è solo una voce che circola, il cui nascondiglio è segreto a tutti, fuorché al Preside.

Rendendosi conto che queste voci sono le uniche informazioni a non essere fittizie, decidono di chiedere ai docenti e a qualche studente recidivo che ha accolto il decimo anno da liceale con un quattro: si vince per anzianità. Quindi, agosto 1993 batte dicembre 1993. Quindi l’aria sbarazzina batte la raccomandazione del padre.

Ma tra i sostenitori della perdente, c’è chi proprio non tollera questa ingiustizia: ulteriore votazione, ulteriore vittoria, un po’ di aria sbarazzina nella classe.

Per questa notte si possono fare sogni tranquilli. Ma solo per questa notte.

Sì, perché all’indomani la bidella con venti centimetri di cera sulla faccia, consegna i fogli con la conferma delle votazioni: la figlia del medico curante del Preside vince.

Errore di trascrittura per la professoressa. Inaspettato e sospettoso sbigottimento per tutti gli altri.

Così la nostra giovinetta si reca in segreteria, accompagnata dalla sua compagna/rivale. Dietro quei vetri impolverati e pieni di fogli trovano l’impiegato incaricato di risolvere questione di inadempienza burocratica. Argus Gazza (sì, proprio il custode del Castello di Hogwarts), ascolta le richieste di chiarimento della studentessa, alla quale risponde, senza nemmeno voltarsi, che è compito della segreteria e del preside scegliere il vincitore in caso di ballottaggio.

« Ma non dovrebbe essere lo studente più anziano a vincere? Almeno, così dice il Regolamento…»

« Tutte stronzate»; perciò all’azzardata richiesta di vedere il vero e proprio Regolamento, Gaza si limita ad abbassare la testa e a lavorare sodo.

Sfoderando il suo migliore stile aulico, la fanciulla scrive una lettera al Preside, contenente una polemica moderata riguardo l’atteggiamento di Gazza, i sotterfugi della segreteria (non del Preside) e una richiesta di presa visione del Regolamento d’Istituto. Le piace vedere chiaro e le dispiace essere presa in giro.

Ma il Preside si sente offeso da tutto ciò e si limita a una delle sue migliori invettive: « Signorina, ma faccia capire, lei mi sta accusando di qualcosa? Sa, arrivata in quinta superiore si dovrebbe sapere a chi ci si rivolge per questioni del genere. È proprio immatura e fuori di testa.»

Ora la ragazzina da quattro soldi dovrebbe scrivere una lettera di scuse al Preside.

“Ma una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale: come una freccia dall’arco scocca, vola veloce di bocca in bocca.” E su Facebook si richiede il contenuto della lettera al Preside.

Sempre più spesso mi ritrovo a credere che siano proprio le nostre passioni a guidarci nei momenti più bui, più funesti, più difficili…

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Un altro scritto della nostra amica WhatsernaMe, sulla moralità in Italia…

***

Dunque fatemi capire, qui Italia la parola moralità è stata rimossa persino dall’ultima edizione del vocabolario Zanichelli.

Nel Paese in cui vivo ci può essere, supponiamo, una ragazza che si chiami Paola. Ha 17 anni, è nata nel 1993. Magari ha la fortuna di avere già il posto fisso come pseudo prostituta (e addio anche all’immagine della donna). Non abbastanza contenta di questo privilegio, ruba anche una collana molto bella che le ha colpito il cuore. Anche in questo caso la legge italiana dice che nel momento in cui un minore commette un reato più o meno grave (perché, sempre stando alla morale non si dovrebbe rubare) viene portato in questura e poi saranno i genitori a firmare per il rilascio, i quali dovrebbero affliggere a Paola più che una punizione.

Invece l’Italia è un paese rivoluzionario (o almeno ultimamente lo è sempre stato): in Italia se sei una persona che conta, eccoti subito per te uomini importanti e potenti che si fanno in quattro affinché tu possa stare bene, persino il Presidente del Consiglio.

Ma forse questo non è abbastanza rivoluzionario.

Invece questo potrebbe esserlo: una ragazza minorenne di origine marocchina, Ruby, è stata sorpresa mentre rubava; ovviamente è stata portata in questura, ma ecco lo squillo magico del Presidente del Consiglio che fa impazzire il procuratore capo e addirittura fa comparire una consigliera comunale per prelevare la signorina, peraltro presunta nipote del presidente del Marocco Mubarak. Poi dalla fantasia davvero scarsa di Ruby, saltano fuori regali costosi, festini ad Arcore, Palazzo Grazioli allietate da gentili accompagnatrici che nella loro agenda casualmente avevano un buco libero.

Questo si che è abbastanza rivoluzionario. Però non esageriamo, perché non credo che gli italiani ne abbiano abbastanza.

Tenendo conto di questi fatti, io, cittadina italiana a tutti gli effetti, mi sento legittimata a rivoluzionare il mio Paese: l’ha fatto una marocchina, non ho capito perché non posso farlo io, nella città in cui io vivo.

Vado nella gioielleria più costosa di tutta Milano, consapevole che mi porteranno in questura, ma ancora più consapevole che il Presidente del Consiglio mandi un’altra consigliera comunale a prelevarmi.

Aspetto e aspetto ma nessuna chiamata.

Ma poi mi batto una mano sulla fronte e capisco tutto: io non sono una persona che conta. Io non ho un futuro. Io non ho un posto di lavoro fisso. Io non prostituisco la mia immagine di donna. Io non faccio comodo alla società in cui vivo poiché scrivo questi articoli. Io non sono diversa da tutti i giovani che scappano da questo Paese. Al contrario, io devo guadagnarmi un Cd sacrificando le mie estati lavorando. Io voglio andare all’università. Io sono una ragazza semplice, onesta, che porta rispetto e che crede nell’amore. Io sono consapevole che oggi come oggi non rivoluzionerò niente e nessuno, perché “non c’è nessun cambiamento vero / se la rivoluzione non avviene prima nel pensiero”. Io sono stanca di essere una cittadina italiana che guarda in silenzio come crolla il suo Paese.

Ebbene, sapete cosa vi dico?

Io lotterò con tutte le mie forze affinché la gente impari a pensare e soprattutto affinché capisca e assimili dentro di sé la parola ‘moralità’. Solo allora potrà ricomparire nell’ultima edizione del vocabolario della lingua italiana Zanichelli.