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Cari amici scandalizzati dall’invito a Sanremo di Rufus Wainwright, Satana lo avete nella testa.

Satana non è lui, Satana è la tv pubblica che non fa pensare, Satana è un festival morente dove le idee diverse non sono ammesse, Satana sono le persone che devono demonizzare chiunque non la pensi come loro.

Non vi ho mai visto protestare contro serie tv violente o farcite di sesso. Dall’altra parte non ho mai visto degli atei o non credenti lanciare petizioni per rimuovere l’Angelus della domenica mattina su Rai1.

Saranno anche soldi vostri, ma sono anche miei e di chi come me vorrebbe poter sentire e vedere della buona musica per una volta sulla Rai. Poi possiamo anche discutere del fatto che a voi non vada bene. Ma se le vostre posizioni vi spingono sempre di più fuori dal mondo per il fatto che non sapete argomentarle, per me sono solo problemi vostri. Isolatevi pure. E quando sarete nell’aldilà, in paradiso, o dove più vi piace pensare che andrete, spiegatelo al Grande Amore che vi attende di là, come mai avete passato la vita a spargere acrimonia e lanciare strali, invece che convivere con tutti, e non solo con le vostre sicure comunità, perché avete avuto paura.

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DEMOCRAZIA: UNA TRUFFA DA ABBATTERE AL PIU’ PRESTO  

di Massimo Fini   (da La voce del Ribelle n°35-36 di settembre 2011)

Non è più il tempo delle parole. È venuto quello della violenza. Non intendo, naturalmente, la violenza terroristica. Del terrorismo ne abbiamo avuto abbastanza, in Italia, negli anni Settanta e nei primi Ottanta, un terrorismo favorito dall’inerzia e a volte dalla complicità, soprattutto di una parte del Partito socialista, della classe dirigente che non fece nulla per combatterlo finché uccideva gli stracci, agenti di custodia, vigili urbani, operai, baristi, e si svegliò solo dopo il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro quando si rese conto che anche i propri esponenti, e non solo cittadini comuni, potevano esserne colpiti.

Oltretutto quel terrorismo cavalcava un’ideologia morente, il marxismo-leninismo, che si sarebbe dissolto di lì a pochi anni col crollo dell’Unione Sovietica. In ogni caso il terrorismo, oltre a rafforzare le classi dirigenti che dice di voler combattere, non è moralmente accettabile se non quando si rivolge contro truppe straniere che occupano il territorio nazionale, come avviene in Afghanistan e come fu quello della resistenza italiana peraltro ininfluente, a differenza di quella afgana, dal punto di vista militare.

La violenza di cui parlo qui è quella di massa, non armata ma disposta a lasciare sul terreno qualche morto, com’è stata quella tunisina che nel giro di due soli giorni ha spazzato via il dittatore Ben Alì. La violenza di massa, di popolo, è giustificata, anzi resa necessaria, da tre elementi. Il primo è generale. Gli altri due riguardano precisamente l’Italia.

1) La democrazia rappresentativa, come credo di aver dimostrato in “Sudditi. Manifesto contro la democrazia”, non è la democrazia, ma un sistema di oligarchie, politiche ed economiche, che schiacciano il singolo, colui che conserva quel tanto di rispetto di sé, dal rifiutare gli umilianti infeudamenti a una di queste mafie, e che sarebbe il cittadino ideale di una democrazia, se esistesse davvero, e ne diventa invece la vittima designata.

2) Nelle altre democrazie occidentali questa sostanza di fondo viene mascherata con un rispetto delle forme della democrazia. Non è molto, ma è perlomeno qualcosa perché, come diceva La Rochefoucauld, “l’ipocrisia è il prezzo che il vizio paga alla virtù”. In Italia sono saltate anche le forme della democrazia. Si accetta, come cosa naturale, che delinquenti, criminali, troie siano i nostri cosiddetti rappresentanti. E la nostra libertà si riduce a scegliere, ogni cinque anni, da quale delinquente o puttana preferiamo essere comandati. Che questa classe dirigente, di maggioranza ma anche di opposizione, non faccia più nemmeno finta di occuparsi del bene collettivo ma pensi solo ad autoperpetuarsi lo si è visto con chiarezza in questa crisi economica. È stato tutto un azzuffarsi per scaricarsi l’un l’altro responsabilità che sono, sia pur in misura diversa, di tutti e per ritagliarsi ulteriori microfettine o macrofettone di potere. Mentre agli italiani, anche e soprattutto a quelli che hanno lavorato onestamente tutta una vita, si chiedevano altri sacrifici, costoro si tenevano ben stretti i propri privilegi. Noi, per questa classe di parassiti profumatamente pagati per non fare assolutamente nulla, come i nobili dell’ancien régime, non siamo che asini al basto, pecore da tosare.

3) Poi c’è il fenomeno Berlusconi. Un presidente del Consiglio che definisce il Paese che ha governato per dieci anni “un Paese di merda” non lo si era ancora mai visto, sotto nessuna latitudine. Ci aspettavamo quindi un sussulto, un soprassalto di dignità da parte degli italiani. Non per un malinteso senso di orgoglio nazionale, ma perché, quell’espressione offende tutti noi, uomini e donne, singolarmente presi, dandoci dei “pezzi di merda“. Ci aspettavamo quindi che gli italiani scendessero in strada, non per il solito e inconcludente sciopero alla Camusso, ma per dirigersi, con bastoní, con randelli, con mazze da baseball, con forconi verso la villa di Arcore o Palazzo Grazioli o qualsiasi altro bordello abitato dall’energumeno, per cercare di sfondare i cordoni di polizia e l’esercito privato da cui, come un signorotto feudale, si fa proteggere, per dargli il fatto suo. Invece la cosa, di una gravità inaudita, è passata come se nulla fosse.

Anzi sul sito del Corriere della Sera Pierluigi Battista ha difeso Berlusconi affermando che dire che “l’Italia è un Paese di merda” non è reato.

Che c’entra? Non tutte le cose che hanno rilevanza politica sono reati. Se un premier dicesse “da oggi tutti gli stipendi sono dimezzati” nemmeno questo sarebbe un reato, ma non per ciò i cittadini perderebbero il diritto di difendersi. Fino a quando tollereremo che questo mitomane schizoide, questa faccia di bronzo, questa faccia di palta, questa faccia di merda, questo corruttore di magistrati, (nessuno crederà, sul serio, che Prevìti abbia pagato in proprio il giudice Metta per “aggiustare” il Lodo Mondadori a favor di Fininvest), corruttore di testimoni (Mills), corruttore della Guardia di Finanza, concussore della polizia (caso Ruby), creatore dí colossali “fondi neri”, campione dell’evasione e dell'”elusione”, ci insulti impunemente e altrettanto impunemente violi quelle leggi che noi cittadini siamo chiamati invece a rispettare?

Ma, in fondo, Berlusconi è utile. Perché, con la sua arroganza, con la mancanza di qualsiasi prudenza, smaschera la sostanza della democrazia, di qualsiasi democrazia: impunità per i membri delle oligarchie dominanti, “in galera subito e buttare via le chiavi” per i reati da strada che son quelli commessi dai poveri cristí. La solita, vecchia, cara, schifosa giustizia di classe.

Le democrazie rappresentative vanno quindi abbattute. E non è affatto necessario, come le oligarchie dominanti vogliono far credere per poter continuare a ruminare in tranquillità i propri privilegi, che siano seguite da dittature. Sí può pensare a sistemi comunitari, a una sorta dì feudalesimo senza feudatari, o ad altro. Comunque cominciamo a liberarci di questo sistema. Ciò che verrà dopo si vedrà. Quello che non è più possibile tollerare è continuare a star seduti, come se nulla fosse, su una truffa che dura da due secoli.

Non ci sono parole per esprimere quanto sia schifoso, vergognoso e infame quello che è accaduto a S.D.T., la ragazza che ha subito lo stupro di gruppo da parte di tre carabinieri ed un vigile nella caserma dei carabinieri di Roma. Era stata fermata per furto. Aveva rubato due magliette all’Oviesse. Quei quattro esseri (chiamarli uomini mi sembra eccessivo) le hanno rubato la vita.

La ragazza racconta di essere scappata dalla Lombardia, da un uomo che la riempiva di botte. Poi, l’arrivo nella capitale. Il suo racconto: “Avevo rubato due magliette all’Oviesse e mi hanno scoperta. Non so neppure perché l’ho fatto, la mia vita è un disastro, senza soldi né lavoro e con una bambina da mantenere. […] Stavo dormendo quando ho sentito aprire la porta della celle e ho visto entrare i carabinieri – continua la donna – che mi hanno strappato la coperta e mi hanno trascinata fuori. Lì per lì non capivo cosa volessero da me. L’ho scoperto subito dopo, quando con la forza mi hanno portata nella sala mensa. Lì mi hanno minacciata e costretta a bere whisky. Mi sembrava di stare di nuovo con il ex uomo violento”. S. D. T. ingurgita alcol, le comincia a girare la testa: “A un certo punto non ho capito più niente. Ero come un sacco vuoto. Mi hanno distesa sui tavoli della mensa e hanno cominciato a violentarmi a turno.”

Leggendo queste righe mi è venuto il vomito. Se i Carabinieri tengono al loro prestigio, se vogliono ripulire il loro nome dalla sporcizia che gli è stata riversata addosso, dovrebbero spendere tutte le loro energie per far sì che questi individui vengano processati il prima possibile e condannati. E i giudici dovrebbero fare lo stesso. Vedremo se ciò accadrà o se ci sarà il solito muro di gomma.

A nome mio, come uomo, per quanto inutile sia, chiedo scusa ad S.D.T. Non se ne farà nulla, certo. Il suo dolore non diventerà meno bruciante, più sopportabile. Ma vorrei farle sapere che non tutti gli uomini sono come quelli che lei ha avuto la sfortuna di incontrare. Che ne esistono di rispettosi e gentili, e sono la maggior parte (come sempre però, purtroppo, la minoranza peggiore si fa più notare).

Scusa, S.D.T. Spero che, in un modo o nell’altro, la tua vita vada avanti, e che tu possa un giorno dimenticare.

(Gustav Klimt – Il fregio di Beethoven)

di Aristofane

“Grande male”. E’ questo il significato dell’espressione armena “metz yghern”, riferita al genocidio che questo popolo subì ad opera dei turchi tra il 1915 ed il 1918. Si trattò del primo tentativo di genocidio sistematico dell’epoca contemporanea, perpetrato ai danni di una delle più antiche minoranze etniche della regione anatolico-caucasica. Tuttavia, nonostante siano state massacrate circa un milione e mezzo di persone, perseguitate per il solo fatto di appartenere all’etnia armena, associare la parola “genocidio” a quegli avvenimenti costa, in Turchia, tre anni di carcere. Ed in molti paesi quella persecuzione non viene ancora oggi considerata tecnicamente un genocidio, come se per configurare l’orrore che tale parola indica fosse necessario un preciso numero di vittime o qualche altro crisma particolare.

Solamente in queste settimane la Commissione Affari Esteri della Camera dei rappresentanti USA ha stabilito che il genocidio degli armeni fu un vero genocidio. Il risultato del voto è stato di 23 sì e 22 no, una vittoria risicata. Questo dimostra la difficoltà nel riconoscere una realtà storica evidente ma molto scomoda, in quanto capace di irritare un partner dall’importanza economica e strategica molto grande come la Turchia, che infatti ha subito ritirato il proprio ambasciatore dagli Stati Uniti.

Duole ammetterlo, ma l’amministrazione Obama, tramite Hilary Clinton, si è comportata scorrettamente, chiedendo di non votare la risoluzione per la quale ci si dovrebbe riferire, nelle occasioni ufficiali, al genocidio armeno col termine “genocidio”, chiamandolo quindi col suo nome. E’ il caso di sacrificare, ancora una volta, la verità e la realtà in nome della convenienza?

Tutto ciò mi ha fatto pensare. Fino a che punto i fatti che accadono all’estero vengono “filtrati”, prima di arrivare a noi? Quanto influiscono le idee che, tramite i media, ci giungono in casa, attraverso la tv ed i giornali? Le informazioni che riceviamo sono oggettive, oppure ci spingono a vedere certe situazioni come lo scontro tra un Occidente puro, civilizzato, giusto (il Bene) e un Oriente arretrato, incivile e violento (il Male)? Ancora una volta il problema trova una sua componente fondamentale nell’informazione e nell’importanza che essa sia obiettiva e imparziale, scevra da pregiudizi e stereotipi, in modo tale da permetterci di formare un’opinione che potrà essere quella che vogliamo. Potrà sembrare agli altri sbagliata, ma sarà basata sulla realtà.

Guardiamo alla guerre in Iraq ed Afghanistan. Ci vengono presentate come guerre giuste, combattute per liberare noi dall’incubo del terrorismo e i popoli di quei Paesi dal giogo dei dittatori. Ora, non vi è dubbio che, in quegli Stati, vigessero regimi dispotici, guidati da tiranni; e, in quanto amante della democrazia e suo convinto sostenitore, non posso che rallegrarmi della loro caduta.

Ma qual è il prezzo di questa caduta? Iraq e Afghanistan sono stati occupati, è inutile prendersi in giro dicendo che sono teatro di operazioni di peace keeping, espressione odiosa che maschera vere e proprie operazioni militari. La democrazia non si esporta con le armi. Che ne è, allora, del principio di autodeterminazione dei popoli? Non si può che concordare sul fatto che in questi Paesi spesso venivano (e vengono tuttora) violati i diritti umani, per esempio nei casi di lapidazione delle donne. Nessuno sano di mente vorrebbe che queste cose accadessero mai, è ovvio. Ma la risposta giusta è uccidere civili, distruggere villaggi, squassare la già fragile economia di quei luoghi, occupare militarmente il territorio ed instaurare finti governi, trasformando radicalmente lo stile di vita degli abitanti? Siamo sicuri che loro stiano meglio adesso? Non credo che queste azioni siano la risposta adatta.

Io non possiedo una risposta. Questi sono interrogativi e problemi giganteschi, ai quali ognuno di noi, ogni tanto, dovrebbe pensare. Risolvere situazioni come quelle di Iraq ed Afghanistan è complesso e pericoloso. Bisogna lasciare che i diritti umani vengano violati, stando a guardare? Bisogna invadere un Paese sovrano, distruggendolo e cambiando per sempre la sua storia e quella dei suoi abitanti? Sono domande capitali.

Ma la violenza non è mai una risposta. Come ha detto qualcuno, essa è solo il rifugio della mancanza di idee.