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Il notro Foedericus ci propone oggi un articolo che affronta il tema della libertà…a voi la lettura!

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“LIBERTÀ È PARTECIPAZIONE” – Dal testo di Gaber alla realtà che ci circonda

Così cantava il mitico Gaber in una delle sue canzoni

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione
.”

Giorgio Gaber, La libertà

Come rispondereste alla domanda “chi è colui che può definirsi libero?”; certamente molti diranno subito “colui che può fare ciò che vuole, esprimere le proprie opinioni, manifestare la propria fede e  via discorrendo” … invece non proprio. Non proprio perché questa sarebbe anarchia o per lo meno la rasenterebbe; per capire meglio il significato di tale termine, allora, prendiamo in esame la frase di Gaber libertà è partecipazione: partecipare, filologicamente inteso significa “essere parte di …” e quindi essere inseriti in un dato contesto. Libertà non è dunque dove non esistono limitazioni ma bensì dove queste vigono in maniera armoniosa e, naturalmente, non oppressiva.

Posso capire che la cosa strida a molti ma se analizzata in maniera posata si potrà evincere come una società senza regole sia l’antitesi di sé stessa.

Dove sta la libertà, allora? Innanzitutto comincerei parlando di rispetto: rispetto per l’altro, per le sue idee, per la sua persona: se non ci rispettiamo vicendevolmente non otterremo mai un vivere civile e quindi alcuna speranza di libertà.

La libertà è un diritto innegabile

chi ha il diritto di stabilire quali libertà assegnare a chi? Pensiamo agli schiavi di ieri e , purtroppo, anche di oggi: perché negare loro le libertà? Per la pigrizia di chi gliele nega, chiaramente; su questo si basa il rapporto padrone-schiavo (anche quello hegeliano del servo-padrone), sulla forza ed il terrore, terrore non dell’asservito ma del servito. Dall’Antichità al Medioevo, dal Rinascimento ad oggi gli uomini hanno sempre tentato di esercitare la propria egemonia sugli altri, secondo diritti divini, di nobiltà di natali, tramite l’ostentazione della propria condizione economica e via discorrendo, falciando così in pieno il diritto alla libertà di alcuni.

“Libertà è partecipazione”, tale frase continua a ronzarmi in testa e mi sprona ad esortare: rispettiamoci per essere liberi… a tali parole mi sovviene la seconda strofa del nostro inno nazionale (di cui pochi, ahime, conoscono l’esistenza, poiché molti ritengono che il nostro inno sia costituito d’una sola strofa):

Noi fummo da secoli
calpesti, derisi,
perché non siam popolo,
perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
bandiera, una speme:
di fonderci insieme
già l’ora suonò
.”

e quindi l’invito della terza strofa:

Uniamoci, amiamoci

Dignità, rispetto dell’altro, partecipazione, lievi seppur necessarie limitazioni: questi sono gli ingredienti per un’ottima ricetta di libertà, non certo paroloni da politicanti come “lotta alla criminalità”, “lotta all’evasione fiscale”, “lotta alle cricche”, giusto per citare le più quotate in questi ultimi tempi. La libertà necessita di semplicità, non certo di pompose cerimonie: essa è bella come una ragazza a quindici-sedici anni (o per lo meno, rifacendomi allo Zibaldone leopardiano), tutta acqua e sapone e sempre con un sorriso gentile pronto per tutti. Forse è anche per questo che gli uomini raffigurano la Libertà come una giovane donna…!

Foedericus.

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Vi proponiamo un articolo, diciamo, filologico, di un nuovo collaboratore che speriamo diventi “assiduo”. Foedericus si è posto l’interrogativo di capire come mai certe parole importanti sono ormai abusate, o almeno sono viste come tali. Questo e altro nell’articolo che segue. Buona lettura!

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SE POLITICA DERIVA DA POLIS

“Democrazie” a confronto

Per prima cosa intendo ringraziare di cuore Albatro che mi ha fornito l’opportunità di scrivere un “pezzo” per questo blog.

Di certo non sono qui per fare scuola di pensiero, ce ne sono già abbastanza al mondo; quanto più mi piace fare in un discorso non è dare indicazioni/soluzioni precise (ne offre fin troppe la società dei consumi che ci ospita), bensì portare ad un affinarsi della mente dell’interlocutore e di conseguenza mia fornendo spunti di riflessione: questo è quanto vorrei fare con questo scritto.

La rabbia è molta, lo sconforto crescente, la credibilità oramai ci ha abbandonati: questa la politica italiana degli ultimi tempi; al posto di scagliare pietre da una parte e d’elevare agli onori degli altari dall’altra ritengo sia di gran lunga più proficua una ricerca filologica alle radici di termini di cui comunemente facciamo uso e talvolta abusiamo.

Il termine politica rimanda subito col pensiero alle poleis greche, sovente additate come massimo esempio di convivenza civile e vita cittadina fortemente sentita e partecipata; difatti esso deriva da polis (“città-stato”), a sottolineare il fatto che l’amministrazione della città dev’essere interesse degli stessi abitanti. Ma se vogliamo ben guardare esistono varie modalità secondo cui una comunità può decidere d’organizzarsi: democrazia diretta, rappresentativa, aristocrazia, oligarchia, monarchia, dittatura…gradirei prendere in analisi solamente la democrazia in quanto forma di governo che ci tange più prossimamente.

Sempre scavando a livello filologico, democrazia risulta significare “potere del popolo ovvero spettante ed esercitato da quest’ultimo. Adamantina balza agli occhi la stridente realtà: in qualsiasi stato che si regoli tramite democrazia non è previsto che siano i cittadini a decidere direttamente, quindi che democrazia è? Ecco la nascita della democrazia rappresentativa, inconcepibile nel mondo greco, più abbordabile per noi, sovente sfaticati semplificatori dell’era moderna.

L’antica democrazia greca prevedeva un’assegnazione di cariche del tutto particolare: queste venivano affidate agli abitanti della polis mediante sorteggio, un po’ come avviene nella modernità alle elementari per designare “il capoclasse”; tramite tale estrazione guidata puramente dal fato tutti potevano, democraticamente appunto, partecipare alla vita della propria città senza esclusioni o nonnismo di sorta. Chiaramente a partecipare alla vita  politica erano cittadini liberi (anche circa tale argomento vi sarebbe da discutere, magari in un altro pezzo!), non certo gli schiavi e men che meno le donne.

Altro aspetto curioso: tutti si sentivano tenuti a partecipare alle assemblee ed ai momenti di vita pubblica; impensabili erano sanzioni come la preclusione dalla possibilità di votare, che possiamo paragonare, ad esempio, al ritiro della tessera elettorale a coloro che non si fossero recati a votare per un determinato periodo di tempo nella neonata Repubblica Italiana.

Il voto presso i greci era la naturale espressione di un parere, ovvero quanto oggi sembra non essere più: andare a votare per molti di noi è quasi una condanna; spesso sento dire: “Cosa voto a fare? Tanto non so chi scegliere”; o peggio: “… tanto scelgono gli altri per me!”. Rinunciare così ad un proprio diritto e dovere (poiché votare è forse l’unico caso in cui tali accezioni si coniughino) significa fare a meno della propria condizione di uomini liberi, divenire schiavi … schiavi di chi?, mi si domanderà: schiavi di una politica che dal fare l’interesse del cittadino è passata a fare quello di UN cittadino; anzi, è erroneo dire “di una politica”, preferirei si dicesse di una classe politica, o di politici poiché la povera politica di per sé non ha fatto nulla di male, sono gli uomini che ne hanno abusato senza che questa se ne accorgesse!

Ogni qual volta si debba andare a votare ricordiamoci questo:

VOTARE = ESPRIMERE LA PROPRIA OPINIONE

pro memoria fondamentale, punto di partenza per un rinnovamento che la vita politica di questo Paese sta attendendo da anni; rinnovamento che non potrà avvenire se continueremo a ragionare come abbiamo fatto fino ad ora, lasciandoci trasportare da quel fastidioso atteggiamento del “lasciamo fare agli altri ché è troppo faticoso”.

Spero che questo minimo scritto abbia almeno fornito degli spunti su cui riflettere la notte prima di coricarsi, o per strada, sull’autobus, in famiglia, con gli amici (almeno quelli con cui si può discutere di tali materie).

Ricordate: IL POPOLO SIAMO NOI!

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione

(Costituzione Italiana, art. 1, comma 2)

Ringraziando ancora gli owners del blog per quest’opportunità,

Foedericus