“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. La nostra Costituzione lo dichiara nel modo più semplice e solenne all’art.1: il lavoro rappresenta il fondamento del nostro paese. Sul lavoro si regge tutta la costruzione del nostro Stato, composto di tanti individui e tante famiglie, che per vivere o sopravvivere  ne hanno bisogno.

Si parla di spread, di debito pubblico, ci si preoccupa ed occupa sempre di conti, mercato e PIL. Ma il vero capitale di un paese è il lavoro. E’ quello che va sostenuto, tutelato, salvaguardato. Uno Stato che non lo valorizzi sufficientemente non è uno Stato. Ed occuparsene non significa dare sempre ragione ai sindacati, ma fare in modo che si lavori per vivere, non che si viva per lavorare. L’art. 36 della Costituzione afferma infatti che ogni lavoratore “ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sè e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa“.

A dispetto della carta costituzionale, gli stipendi italiani sono tra i più bassi d’Europa, e il lavoro non è un mezzo per realizzarsi, per inserirsi nella società e crearsi un futuro. In un numero crescente di casi, al contrario, lavorare significa essere privati di alcuni diritti, soffocati dall’ansia di crescita e di consumo. Ancora oggi, lavorare può significare morire: l’anno scorso i morti sul lavoro sono stati 1100.

Le politiche dei governi dovrebbero evitare che puntare a creare nuova occupazione e a ridimensionare l’eccessiva imposizione fiscale sul lavoro. Ma purtroppo, nessuno degli ultimi esecutivi si è impegnato seriamente su questo fronte, e il governo Monti sta facendo come gli altri.

Forse non ci pensiamo abbastanza spesso, ma chi non ha lavoro o lo perde si riduce ad un guscio vuoto, che non sa che fare della sua vita e si sente disperato. Lo sanno bene gli imprenditori, che sono costretti a chiudere e a lasciare per strada i propri dipendenti. Lo sanno i lavoratori stessi, che si vedono mancare lo stipendio e non sanno più come andare avanti. E sempre più spesso, l’unica risposta che sia gli uni che gli altri riescono a trovare a questa situazione è il suicidio.

Un tempo datore di lavoro e lavoratore avevano in comune il desiderio di fare bene, di lavorare insieme per il proprio benessere. Quello che oggi, spesso, unisce lavoratori e datori di lavoro è invece altro: un gesto estremo per non vedere più la sofferenza della propria famiglia e fuggire dall’incubo in cui si è trasformata la loro vita.

Davanti a tutto questo, non vedo motivi per festeggiare. Buon 1° maggio a tutti.

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