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Non si può fare il “tutti siamo uguali”. Questa è la tesi che si può ascoltare in un estratto da un programma di RadioPadania, che potete trovare a questo link. L’articolo proviene dal blog di Daniele Sensi, L’Anticomunitarista: questo spazio web è ricco di audio e notizie riguardanti la Lega Nord, il partito di governo che ci ostiniamo a prendere poco seriamente.

Nell’audio che vi propongo di ascoltare, possiamo sentire un uomo che argomenta sulla differenza di significato tra le parole “razzismo” e “xenofobia”, definendo la seconda come la parte negativa della prima. Partendo da un’analisi diciamo, culturale, etnica, delle popolazioni del mondo, si giunge alla conclusione che le diverse culture non sono uguali e quindi nemmeno confrontabili tra di loro. Questa analisi, per citare l’articolo di Sensi, si può definire “differenzialista” in quanto il razzismo, sotto questa luce, è cogliere le differenze tra le persone. Nel notare delle differenze non c’è alcunché di male, il problema sorge quando fa il suo ingresso il concetto di superiorità.

A mio parere, già voler concentrare l’attenzione sulle differenze tra le persone denota una mentalità chiusa, ottusa. Il fatto che si voglia giustificare questa “tesi” e cercare di rendere accettabile il concetto di razzismo è un’ulteriore prova di questa attenzione malata per le differenze, purtroppo qua presa per giusta e integrante di una corretta mentalità di vita. Credo che questa non preveda l’integrazione, perché l’analisi che vien fatta in questo audio va a generalizzare le differenze fra individui nelle differenze fra culture.

Il mondo quindi sembra essere suddiviso in “compartimenti stagni“, per cui ogni contatto tra due culture diverse, soltanto per il fatto che sono diverse fra loro, necessariamente è uno scontro, stando al pensiero dello speaker dell’audio. Non si possono confrontare due culture. Il concetto è semplice: se io non mi posso confrontare con te che sei “diverso”, posso solo scontrarmi con te. Il conflitto di solito vede un vincitore e un vinto, e nella lotta per la vittoria non si può assolutamente dire che ne sia estraneo il concetto di superiorità: lottare è cercare di dimostrare di essere superiori.

Razzismo e xenofobia sono legati, intimamente: hanno la stessa radice, la paura.

La tanto sbandierata volontà di mantenere la propria identità passa ormai dall’imporre agli altri le proprie idee e usanze: vedi la scuola di Adro, colma di simboli della Lega (dal Sole delle Alpi all’intitolazione all’ideologo leghista Miglio) e con un menù della mensa tipicamente padano. L’imposizione crea conflitto, l’imposizione è chiudersi nei propri pensieri, congelati, e forzare chi non li condivide ad accettarli, rinunciando ai propri.

Questo è sentirsi superiori. Quindi questo é essere razzisti. E non è più una questione di etnia. L’etnia è la prima scusa, una scusa facile, perché entrare in contatto con degli stranieri, anche solo per la barriera linguistica, è più difficile del rapportarsi con dei concittadini, quindi risulta più facile rinunciare a comunicare.

Inoltre una semplice prova del sentimento di superiorità latente che cela la mentalità leghista sta nella domanda che possiamo sentire al minuto 1:12 del video, dove un ascoltatore si domanda se in un cantiere di Milano è preferibile avere cento muratori del Maghreb o cento muratori della Polonia. Perché questa distinzione? Credo che sia legata anche al fatto che un magrebino verrebbe automaticamente etichettato come extracomunitario, mentre un polacco sarebbe (a malapena) uno straniero. Su un americano non si avrebbero dubbi: a chi verrebbe in mente di chiamarlo extracomunitario? Questo è sentirsi superiori, no? Distinguere le persone per provenienza, legandole ai pregiudizi legati alla loro terra d’origine non è di certo segno di voglia di confrontarsi e conoscere, e magari capire qualcosa di più, di nuovo.

Uno dei problemi maggiori con con la Lega sta forse nell’indisponibilità al dialogare in modo onesto. Sono dominati dalla paura, senza rendersi conto che l’atteggiamento chiuso ed estremamente conservatore che hanno alimenta il senso generale di insicurezza.

Credo che sia sicuramente più accogliente un ambiente dove ci sia la disponibilità e la possibilità di parlare senza venire etichettati per uno stupido carattere somatico.

di Aristofane

C’è un sentimento che gira per l’Italia. Un sentimento che la Lega ha cavalcato per acquistare voti e consenso. E’ la paura, la paura del diverso, dello straniero, che ci viene instillata ogni giorno da media e da alcuni politici, purtroppo in numero sempre maggiore. La paura permette di governare, permette di trovare un capro espiatorio per molti dei mali che affliggono la nostra penisola. “Gli immigrati ci rubano il lavoro, i soldi, vogliono fare quello che vogliono, non rispettano le nostre regole, pretendono e basta”. Quante volte sentiamo affermazioni di questo tipo? Eppure non si tratta che di luoghi comuni.

Ovviamente, sarebbe da stupidi negare l’esistenza di casi di delinquenza che hanno come protagonisti degli immigrati; è ovvio che alcuni di loro vengono in Italia apposta. Tuttavia, è falso che essi lo facciano più degli italiani, come spesso si vuole far credere. La qualità della nostra immigrazione, poi, dipende dal mancato rispetto delle regole e delle leggi, che in Italia è prassi diffusa, tanto tra gli autoctoni quanto tra gli stranieri. E’ ovvio che chi ha come scopo quello di infrangere la legge spacciando, rubando eccetera preferisca andare in un paese nel quale non si riesce a far rispettare la legge, piuttosto che in uno che ha delle regole sicure e che punisce i trasgressori. La qualità dell’immigrazione è quindi frutto in larga parte delle leggi sbagliate ed assurde che vengono prodotte in materia (qui un’efficace spiegazione dell’inefficienza della Bossi-Fini). Tuttavia evasori, stupratori, assassini, ladri e mascalzoni esistono tra gli immigrati come tra gli italiani, e non credo che per nessuno cambi granchè essere rapinato da un italiano piuttosto che da un tunisino, un marocchino, un albanese o chi per loro.

Ma, come in tutti i casi, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Perchè molti, moltissimi stranieri giungono in Italia e riescono ad integrarsi, e a lavorare serenamente. Gli immigrati producono PIL e pagano le tasse. Per nessun motivo devono essere considerati cittadini di serie B. Da nessuno. E invece, purtroppo, accade ancora che vi sia qualcuno che li crede tali e li tratta diversamente rispetto agli italiani. Il video qua sotto è emblematico di questa situazione (la parte a cui mi riferisco inizia al minuto 3:18).

Finchè accadranno cose come questa, come si potrà dire che l’Italia è un paese civile? Come si potrà dire che la Lega non è un partito xenofobo e razzista? Penso che la politica degli ultimi anni, sdoganando certi atteggiamenti, non abbia solo dato voce alla parte peggiore del nostro paese, ma abbia fatto nascere, anche in quelle persone che razziste non sono mai state nè mai si sono sentite tali, un sentimento di diffidenza verso lo straniero, di sospetto. E questo è un altro orribile traguardo che siamo riusciti a raggiungere.

La paura del diverso giunge anche, e soprattutto, dai media, lo abbiamo detto. Spesso gli organi di informazione dedicano grandi titoli ai crimini commessi da stranieri, e relegano nelle pagine secondarie quelli commessi dagli italiani. L’articolo sotto riportato (da il Fatto Quotidiano del 21/04/2010) propone alcuni esempi (clicca  sull’immagine per ingrandire).

Non dobbiamo abituarci a queste cose. Dobbiamo continuare a capire che sono sbagliate, che minano le basi della nostra democrazia e del nostro vivere civile. Dobbiamo combatterle ed essere fermi nell’accogliere chi cerca una nuova vita e una possibilità e nel cacciare invece chi se lo merita.

Ma il razzismo e lo spregio del diverso lasciamoli fuori dalla porta.

di Aristofane

Guardarsi allo specchio non è un’azione banale. Spesso ci si ritrova a fare i conti con i propri desideri e le proprie ambizioni, che non sempre riusciamo a realizzare, o per lo meno a realizzare come davvero vorremmo. Altre volte sono le nostre paure ed insicurezze a venire a galla, e ci domandiamo come affrontarle e sconfiggerle. Il nostro riflesso, insomma, ci restituisce un’immagine di noi stessi di cui non sempre siamo completamente consapevoli, presi come siamo dalla frenesia e dalla fretta che regolano le nostre giornate. Immersi nelle mille occupazioni quotidiane, spesso non lasciamo che questi pensieri abbiano il giusto sviluppo, e così li teniamo là, fermi, pronti a scappare dalla loro prigione fatta di azioni quotidiane, utili e meno utili, che ripetiamo ogni giorno. Prendersi il tempo per pensare ci aiuterebbe a rivalutare le nostre convinzioni, le nostre idee, il nostro modo di pensare.

Mi chiedo cosa vedrebbe questa Italia se si guardasse allo specchio. Io ho delle idee ben precise su diversi temi, e spesso mi accorgo di essere sì pronto ad ascoltare chi non la pensa come me, ma non così incline a soffermarmi su queste diverse convinzioni per soppesarle, vagliarle criticamente e, in caso, farle mie. E questo mi porta a mettere in dubbio alcune cose, a chiedermi se sono poi così vere quei convincimenti su cui baso il mio pensiero e su cui formo idee ed opinioni.

Per questo mi chiedo cosa vedrebbe questa Italia se si guardasse allo specchio. Sono solo io che, quando penso ai desideri ed alle ambizioni che questo paese ha, vedo poco, vedo fumo e cenere, scarse possibilità per i giovani e per chi si impegna a fondo in quello che fa? Sono davvero così pessimista da sbagliarmi, da scorgere nella maggior parte dei giovani solo voglia di andarsene e sfiducia nelle istituzioni e nella politica, mentre in realtà tutti sono contenti della situazione attuale e fiduciosi nell’avvenire?

Mi chiedo se solamente io, guardando all’Italia e a chi ne fa parte, vedo politici trasformati in affaristi, preti divenuti mostri, mafiosi e delinquenti diventati uomini potenti, regole e leggi relegate al rango di qualcosa che si possa decidere se osservare o meno, informazione servile ed appiattita sulle tesi del potere, scuola sfasciata, disprezzo per la cultura, razzismo e  xenofobia ormai sdoganati.

Cosa vede l’Italia quando si guarda allo specchio? Riesce a individuare una via d’uscita, un modo per sconfiggere il Sistema, con la s maiuscola, fatto di ricatti, malaffare, soldi e potere che è diventato ormai il nostro Paese? C’è un modo per fermare questa deriva? E soprattutto, come possiamo noi giovani a partecipare a questo processo? E’ sufficiente informarsi, conoscere i fatti e gli avvenimenti e raccontarli a quante più persone possibili? A volte sono sicuro che basti, altre volte mi sembra una soluzione ridicola. E allora come spezzare le catene fatte di indottrinamento televisivo, menzogne, mafia e ignoranza che ci circonda?

Tra qualche anno vorrei fare il giornalista. Vorrei poter contribuire a quel processo di “liberazione”, di uscita dalla situazione attuale. Ma, guardandomi allo specchio, a volte mi chiedo se ne sono capace, se la mia voce ed il mio impegno possano servire a qualcosa, se vi sia realmente modo di uscirne e, soprattutto, se ne valga davvero la pena.