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Ciò che segue non è frutto di immaginazione.

Ho bottato la macchina. Era venerdì. Sabato entrando in macchina ho rotto gli occhiali urtando lo “stipite” della portiera. Domenica sono uscito a fare una cromoterapia con una amica e la macchina si è fermata, batteria scarica.

Mi hanno staccato la luce e il gas in appartamento, quasi due settimane fa, il 18 ottobre. Il gas al momento ancora non c’è. Me lo rimetteranno venerdì mattina. Due mattine fa ho, non so come, eliminato dal mio computer praticamente tutta la cartella “Università”, ricca di appunti e presentazioni delle varie materie.

Oggi a Chimica Inorganica mi veniva da ridere, non istericamente, ma in modo incontrollato. Dio mio (è un modo di dire), se lasciamo andare il flusso dei pensieri assaporandone tutti gli affluenti, ci rendiamo ben conto che le tante piccole cose della giornata sono in realtà immense, uniche da sole e scivolose se solo cerchi di trattenerle. Ti lasciano solo il ricordo e il carico di umore che avevano con loro. Diventare un chimico potrà essere il mio futuro, ma insieme sogno di fare milioni di altre cose. E ugualmente bene. Il problema diventa il come. Aggiunto al perché e al quanto facilmente. Che si collega subito al tempo che occorre per imparare e riuscire a fare qualcosa bene, il quale è corroso dagli imprevisti, che nel luogo comune arrivano tutti assieme. Se tutto va bene può anche darsi che siamo un po’ più concentrati. L’attenzione cala e gli sbagli si moltiplicano.

Ho perso due settimane per dei casini burocratici che mi hanno costretto a trasferirmi ospite dalla nonna, con un viaggio di tre quarti d’ora sia all’andata che al ritorno dalla facoltà. Non ho studiato. Il tempo in macchina passa ma la testa si rilassa e a casa arrivi stanco, non concentrato. Anche ora dovrei stare chino sulla Chimica Fisica (complicata!) ma sono qua a scrivere. Sono deconcentrato, una punta di mal di testa e 18° nell’appartamento, non alzabili se non col fiato. Impresa ardua. Cinque alle otto, devo uscire a prendere la pizza. In tuta, gli occhiali vecchi (orribili, ma fanno molto professore), barba da fare: la solita capricciosa senza salsiccia ma con le olive, grazie Franco (si chiamerà poi così?).

Ora che ti metti concentrato sui libri le ore evaporano, e ti pare di non aver fatto nulla, se sei indietro come lo son io con questo inizio di anno accademico. E nemmeno il tempo di suonare un poco. A parte il fatto che non avevo la tastiera, dalla nonna.

Ma esco dal mio corpo e vedo questa figurina in una città, popolata da tantissime persone, in uno stato e un mondo zeppo di gente, tutti presi a correre in giro senza un perché; se non sapessi che sono tutti movimenti, i loro, che sono già stati fatti…tradizionali, i lavori non sono altro che funzioni, cioè azioni in sequenza che necessitano di un autore e sempre di un autore più o meno consapevole di cosa sta facendo. Per farlo bene, naturalmente. Ma perché, estraniato, il lavoro, il vivere comune sembra senza senso? Si inverte tutto: molte cose che sembrano fondamentali diventano futili e dannose: perché quell’omino corre e si affanna fra le città, invece che guardarsi intorno nella Terra, perché non ammira le distese di erba ancora per poco verde e bagnatissima tra il fango, o le foglie gialle rosse ocra verdi arancio che d’improvviso cadono a pioggia se il vento invisibile le spinge giù dal ramo? Perché non si mette a parlare col vicino senza avere il pensiero fisso che potrebbe fare qualcosa di più remunerativo? È un’ingiustizia mortale aver perso la voglia di conoscerci, stranamente morta nel cercare di farci conoscere, o meglio dare agli altri l’immagine di noi che si aspettano: gran lavoratore, persona onesta, ecc. Tutto molto importante, imbalsamato di luoghi comuni e sacrifici assurdi, in nome di cosa? Della saggezza futura del “se quella volta” o “se avessi”, pensando a fatti che abbiamo evitato per fare piuttosto qualcosa di più vantaggioso in termini economici, di prestigio, o sotto il comando di imperativi e bisogni imposti dolcemente da altri. Io sono libero di odiare il mondo perché lo amo? E mi accorgo di odiarlo quando per pigrizia o stanchezza lo ignoro, passivamente vivo, e lascio andare tanti momenti che invece dovrei prendere, afferrare e baciare violentemente, con passione, perché sono miei, solo miei. Nessuno ha il diritto di privarmi di loro, men che meno io stesso. Io lo odio il mondo quando è ancora lì a sorriderti, nonostante spesso lo ignori, e pronto a ospitare la prossima scena dove il caso ti pugnalerà o ti incenserà. La tragedia (senso strettamente letterario, teatrale) finisce, e non sai dove ti struccherai.

Caotico abbastanza da giustificare la mia momentanea assenza dal In comode rate?

” […] – L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio.”

(Italo Calvino, “Le città invisibili”)

***

Una vita ricca, tumultuosa. Un fiume in piena. Probabilmente l’unica che ci è concessa, e il mio banale desiderio è sfruttarla al massimo. Non è sicuramente un desiderio raro, ma credo che per riuscire ad avanzare sempre sia necessario capire che non è possibile escludere dagli avvenimenti che ci investono quelli tristi, negativi, ingiusti. Anche perché spesso costituiscono la parte più significativa delle nostre esperienze, sia per numero che per “intensità”.

Cullati da questa sensazione opprimente, credo che sia necessario accettare, di tanto in tanto, come un voto che va ripetuto, che sarà per sempre così: la forza per andare costantemente avanti sta nell’accettare il senso di oppressione?

Ciò significa affrontare l’angoscia a viso aperto, senza aspettarsi di uscirne vincitori. L’indugio nello schivare l’argomento genera frustrazione, la continua procrastinazione dà un senso di incompletezza (e “inconcludenza”, strano termine, nel senso di non riuscire a concludere alcunché di utile). Cercare di distruggerne il peso invece può portare a certezze e sicurezze che rischiano di venir smantellate alla prima contraddizione che incontrano, vanificando tutti gli sforzi fatti per conseguirle.

La chiave sta nel muoversi quindi? L’indugio del non decidersi ad agire è immobilità. La ricerca di certezze porta ad uno stato di appagamento che è di per sé immobile, statico. Che vita noiosa sarebbe.

Muovendoci senza accettare pigramente la situazione dell’oggi, possiamo forse cambiare noi stessi e questo caos di mondo? Io credo di sì, e se ci sentiamo paralizzati da avvenimenti troppo grandi, troppo tristi, troppo crudeli, l’unica cura è la reazione, il movimento. La chiamano anche “coraggio” questa mentalità.

Se è il male che ci vibra attorno a paralizzarci, allora possiamo, dobbiamo riconoscere che in questo buio ci sono delle piccole luci. Diamanti nel fango freddo che si discostano dallo schifo che prevale su tutto quanto.

Sopravvivere e stare a galla riesce a molti, parlando con Calvino è “accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più“. L’abitudine allo schifo, tanto italiana…

Vivere nuotando invece è difficile, perché “esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio“. (Chiedo “venia” per le citazioni, ma non denotano mancanza di fantasia: sono le frasi ad essere perfette per questo discorso)

Un numero di anni “x” sulla Terra, probabilmente gli unici che ci saranno concessi, da sfruttare: diavolo, se è difficile! Senza retorica, la forza per dare il meglio (a noi stessi) l’abbiamo dentro, e questa reagisce ai colpi che vengono da tutto intorno. Come possiamo intervenire? Forse siamo come i timonieri, dirigiamo la nave: dobbiamo e possiamo usare il vento e le onde a nostro vantaggio, per andare avanti e, se possibile, evitare di naufragare.

L’Albatro

In comode rate mentali

Pubblicato: 21/03/2010 da montelfo in Montelfo
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Creare un blog per capire.

Capire quello che si vuole dire, riordinare le idee che ogni giorno ci affollano la mente, stupide intelligenti sensate incredibili idee.

Con la testa stipata a volte è difficile affrontare la più piccola e semplice vita. Scrivere da qualche parte quello che ci fa essere come siamo, che ci permette di essere degli esseri umani (chi più, chi meno): le idee, il pensiero unito ed applicato a tutto il resto, può aiutare a comprendere.

Perché, senza accorgercene, stiamo svanendo, perdendo e allontanando ciò che abbiamo di diverso da tutto ciò che si muove: il pensiero.

Il pensiero quotidiano, spicciolo, razionale, fantasioso, allegro; lo stiamo evitando, considerandolo scontato o addirittura sbagliato.

Scomodo, si può dire; è più facile distogliere la nostra mente da quelle cose che necessitano attenzione, che richiedono qualcosa di più di una banale parola per essere capite.

Giorno dopo giorno pensare diventa una parte sempre minore della nostra vita. E così perdiamo di vista la meta; senza accorgercene perdiamo di vista uno scopo, un futuro. Perdiamo di vista noi stessi e ci rifugiamo in un guscio di vuota ed insulsa pochezza. Molto più semplice da conquistare, perché non c’è nulla da conquistare. Lasciamo che tutto scivoli via.

Vendiamo i nostri pensieri. Così. In comode rate mentali.

Creare un blog non per ergersi a guida o per dimostrare una superiorità.

Piuttosto per evitare che riflessioni e considerazioni di ogni genere restino a galleggiare indefinite nella nostra testa o, peggio, si perdano: creare un blog per dar loro un senso.

Stiamo lasciando alla deriva parte della nostra umanità, affogati in un mare di cose inutili nel quale siamo in balia di ogni onda come un messaggio in una bottiglia. Stiamo svendendo la nostra testa, mettendo in saldo la nostra intelligenza e scontando i nostri pensieri, vendendoli a chi ci aiuta a narcotizzare la nostra mente nascondendo la realtà.

Ma la realtà non è un senso unico: idee e pensieri non possono essere statici ed indiscutibili. Se non vengono di tanto in tanto scossi con obiezioni, criticati o corroborati da altri argomenti si seccano e muoiono.

Creare un blog per ricevere quante più repliche possibili!

Lasciamo quindi da parte critiche sterili e lapidarie. Uccidono la discussione e ciò non è nel nostro interesse: la verità è una sfida, se non ci si esercita a contraddirla e la si accetta così com’è si paralizza. E morendo diventa immodificabile.