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La nostra WhatsernaMe ci propone un “elenco”, l’elenco dal titolo “Essere giovani”. Oggi lo pubblico io qua su In Comode Rate Mentali, e già ora vi invito ad aggiungere il vostro punto alla lista. Comincerò io stesso, nello spazio per i commenti, qua sotto.

L’Albatro

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Essere giovani vuol dire non avere valori.

Vuol dire essere sempre sul groppone di mamma e papà.

Vuol dire stare 18 ore al giorno su Internet.

Vuol dire essere soli.

Vuol dire guardare il Grande Fratello, X Factor, Uomini e Donne, L’isola dei famosi…

Vuol dire ambire a diventare veline o calciatori.

Vuol dire sfondarsi di droga e alcol in discoteca e ammazzarsi sulle strade.

Vuol dure non avere un futuro o per nostra volontà o per volontà degli altri.

Essere giovani vuol dire crearsi un futuro.

Vuol dire trovare il proprio Hakuna Matata.

Vuol dire vivere come se dovessi morire domani, ma pensare come se dovessi vivere per sempre.

Essere giovani vuol dire aspettare quattro anni prima che quel ragazzo che hai incontrato in metropolitana ti dica “ciao”.

Vuol dire fare il romantico pensando di regalare alla tua ragazza una scatola di cioccolatini “Lindor” ma riesci a racimolare solo un “Kinder Maxi”.

Vuol dire ammazzarti di pogo in un concerto punk.

Essere giovani vuol dire non poter vivere senza i propri amici.

Vuol dire vivere nel precariato.

Vuol dire manifestare per i propri diritti.

Vuol dire seguire “Vieni via con me”.

Vuol dire avere troppi progetti.

Vuol dire avere scritto una lista con 28 cosa da fare prima di morire.

Vuol dire credere in un puro ideale, fatto di sogni e utopie.

Vuol dire guardare sempre a sinistra o a destra.

Vuol dire avere più spazi lasciati dai “vecchi”.

Forse aveva ragione Fabrizio De Andrè.

Forse noi ce li abbiamo eccome, i valori: solo che sono ancora nascosti perché sono nuovi.

Forse noi non siamo da rottamare.

Noi siamo dei chilometri zero.

E’ insopportabile. L’omertà di questa Italia su certi argomenti è scandalosa. Due giorni fa la Corte d’Appello di Palermo ha emesso le motivazioni della sentenza di condanna a 7 anni di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa del 29 giugno scorso (vedi il post “Assolto Dell’Utri!“). In questa motivazione sono scritte delle cose incredibili (non nel senso di cose che non si possono credere o che non si potevano supporre, ma nel senso di cose allucinanti per uno Stato di diritto). Copio e incollo due righe dell’articolo di Marco Travaglio di ieri sul Fatto (“Coso nostro“) che riepilogano le cose più importanti:

“Nella sentenza c’è scritto nero su bianco che: per vent’anni Dell’Utri è stato “il mediatore” e lo “specifico canale di collegamento” tra Cosa Nostra e B. (non è un omonimo del nostro premier: è proprio lui); che “ha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso” capeggiato prima da Bontate e poi da Riina fino a tutto il 1992, l’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio; che l’assunzione del mafioso Mangano nel 1974 fu suggellata da un incontro a Milano fra B. (sempre il nostro premier) e Dell’Utri da una parte, e i boss Bontate, Teresi e Di Carlo dall’altra; che Mangano non era uno stalliere o un fattore, come han sempre raccontato Silvio e Marcello, ma il garante di Cosa Nostra a protezione dell’“incolumità” di B. (sempre il nostro premier); e che, per vent’anni, fino al 1992 mentre esplodevano le bombe, B. versò sistematicamente a Cosa Nostra “ingenti somme di denaro in cambio della protezione alla sua persona e ai suoi familiari” e della “messa a posto” delle tv Fininvest in Sicilia.”

Aggiungo un’altra frase della motivazione: “E’ valida la tesi di un’adesione spontanea, nel ’94, di Cosa Nostra [a Forza Italia, n.d.r.] convinta che avrebbe avuto da guadagnare dal progetto garantista sulla giustizia del nuovo partito”.

Ora, ci rendiamo conto di cosa significhino queste parole? Della loro portata? Il premier e il suo braccio destro hanno avuto rapporti provati con la mafia. E i giornali come trattano la notizia? Sì, in prima pagina il giorno dopo l’uscita della motivazione. Ma poi? Qualche articolo, qualche commento. Niente di che. Omertà (tranne il Fatto). Questa è una cosa su cui fare titoli di prima pagina, analisi, commenti, interviste per mesi. Tutte le autorità dovrebbero richiedere immediatamente le dimissioni di Berlusconi. Subito. E invece nulla.

I telegiornali poi, lasciamo stare. Quelli che non hanno censurato la notizia, le hanno dedicato un servizietto (doppio senso voluto) da niente. Le radio pure.

Che Paese è questo? Che Stato siamo? Che Paese è quello in cui non succede niente dopo queste rivelazioni? Attenzione, non parliamo di supposizioni o voci. Sono fatti accertati dai magistrati, scritti in una sentenza. E la Cassazione non può cambiarli, perchè si occupa solo di questioni di diritto, non di fatto. Quindi queste parole sono indelebili, incancellabili.

E non succede nulla.

Poi invece Saviano dice una cosa nota a tutti, chiara come il sole, ovvero che al nord c’è la mafia, e tutti lo attaccano. Cari miei, avete scoperto l’acqua calda. Al nord c’è la mafia, ma va là? Come se non si sapesse. E via con richieste di firme contro Saviano, con gli sputtanamenti, le falsità fatte circolare apposta per infangare.

Qual è stata la colpa di Saviano? Ma è ovvio: aver parlato davanti a milioni di telespettatori di cose che non devono passare ad un pubblico così vasto. Per questo sbaglia, in parte, Travaglio : le cose di cui parla Roberto sono stranote a chi bazzica l’ambiente e a chi si informa. La forza di Vien via con me (e quello che fa paura alla politica) è proprio il fatto che la trasmissione si rivolge e parla alla gente comune, a quella che non è abituata a sentir parlare di questi argomenti e non conosce queste notizie, questi fatti.

Quindi ecco il ministro Maroni che strilla. Di cosa si lamenta, di non avere la possibilità di replicare alle accuse di Saviano? Per una settimana è stato intervistato da tutti i TG ed è andato ospite di In Mezz’ora, Matrix, Porta a Porta, L’ultima parola. La maggior parte delle volte da solo, a sproloquiare senza l’amato contraddittorio, nemmeno l’ombra. E alla fine la Rai ha ceduto e l’ha invitato a Vieni via con me. Nemmeno gli ospiti si possono più scegliere, li decide il governo. Quindi Maroni avrà la possibilità di leggere davanti a milioni di persone l’elenco dei mafiosi arrestati. Si prenderà il merito di questi arresti, merito che ovviamente è di poliziotti, carabinieri, magistrati che da anni lavorano a queste indagini e stanno dietro a mafiosi e boss.

Quali leggi del suo governo ha da portare Maroni come esempio di lotta alla mafia? Lo scudo fiscale? La tentata legge sulle intercettazioni? La messa all’asta dei beni mafiosi? I tagli ai fondi per le forze dell’ordine e la magistratura, che lasciano le macchine della polizia senza benzina e le cancellerie dei tribunali senza carta? Davvero dei motivi di vanto.

Quindi per favore, la smettano di gridare in questo modo. Non fanno altro che coprirsi di ridicolo. Anche perchè quanto ha affermato Saviano è la pura verità. Ecco alcuni documenti che lo confermano: il rapporto della Direzione Nazionale Antimafia del 2009, un’inchiesta dell’Espresso, la mappa della ‘ndrangheta in Lombardia, una video-inchiesta del Fatto Quotidiano, un’altra inchiesta dell’Espresso, gli omicidi di mafia al nord dal 2005 al 2010, un’intervista a Caselli. La bontà delle affermazioni di Saviano non è quindi da accettare con un atto di fede. Ma è suffragata da moltissime prove.

Ora mi aspetto da Saviano che parli di questa sentenza. Domani o al massimo la settimana prossima. Deve rompere questo tabù, lacerare la membrana di omertà che ricopre questi argomenti e raccontare in prima serata i rapporti tra Berlusconi e Dell’Utri con la mafia. E’ il momento di farlo. Lui ne ha la capacità e la forza. Verrà attaccato, infangato, delegittimato. Ma deve farlo. Se non lo farà questa volta, non lo si farà mai. Il silenzio rimarrà per sempre.

E allora non potremo più avere scuse. Non potremo più girarci dall’altra parte, fare finta di nulla, che sia tutto una montatura. La televisione, droga della nostra generazione, anestetico della nostra coscienza e del nostro spirito critico può diventare la molla, la scintilla che riaccenda la speranza e la verità.

Come possiamo rimanere inerti? In Francia, In inghiliterra per cose importanti ma infinitesimali rispetto a queste le persone si ribellano, lottano e protestano. Noi no. Restiamo imbambolati, narcotizzati da tette, culi, grandi fratelli, dibattiti inutili. Non ci alziamo. Siamo codardi, ignavi, vili? In parte sì.

Ma penso che ci sia possibilità di cambiare. Che la gente debba sapere per capire. Che stavolta si possa arrivare a quella parte del Paese che di solito è persa, irraggiungibile, avvolta dalla menzogna che le viene propinata. Spero che Saviano lo faccia. Forse è la volta buona, il momento giusto. Perchè si possa iniziare a fare qualche passo verso uno Stato vero. O per lo meno verso uno Stato.


Cetto Laqualunque, si sa, è un politico moderno. E mai come oggi il personaggio di Antonio Albanese si avvicina ad alcuni esponenti della politica italiana. Una frase mi ha colpito, tra le risate: “Io sono legittimato dal voto del popolo, io sono uguale a voi. Io ci sarò sempre, e tenete a mente signori miei: qualunque cosa succeda, il mio non sarà un addio, ma sarà un arrivederci. Io ho finito il mio elenco, ma ricordatevi signori: io sono la realtà. Voi siete la fiction”. L’uomo approfittatore, che affascina la gente per il suo disprezzo delle regole, che affabula il popolo ingannandolo e parlando ai suoi più bassi istinti non cesserà mai di esserci. E anche se B. dovesse andarsene, prima o poi ne arriverà un altro. Starà a noi cambiare e capire, per farci trovare pronti, imparando dai nostri errori. Almeno la prossima volta.


“La mafia, si vendica con Berlusconi così…quando vogliono essere tremendi, una volta ammazzavano, no, ora ti mandano due diciottenni a letto, in casa! Orrenda, è una cosa orrenda, c’è il terrore, il terrore veramente, […], tu torni a casa e trovi tre escort in bagno, guardate che uno dice “Noooo, oddio, che è?? La mafia! Riina maledetto!”

Ha proprio ragione Roberto Benigni. È cambiato lo stile della mafia, radicalmente. Se una volta facevano saltare le autostrade col tritolo, o intere vie per colpire dei singoli, ora hanno il brutto vizio di riempire il letto del malcapitato con quintali di ragazzette. Forse hanno finito le teste di cavallo.

Credo che vada riconosciuto un certo merito a Benigni per il lungo monologo a Vieni via con me, per essere riuscito a strappare risate sua argomenti drammatici e seri, importanti. E dire che, come ci ha fatto notare Marco Travaglio nella spalla de Il Fatto di mercoledì 10 novembre, Roberto si è limitato a prendere e ripetere le frasi testuali di alcuni nostri politici: la carica comica dei nostri rappresentanti, nonostante la quale i cronisti sempre prendono ogni parola come autorità importantissima. Tra l’altro, il “Bossi dietro al cespuglio” è fenomenale. Ma ci fa anche pensare a quanto le parole siano importanti, ma solo a chi sa davvero ascoltarle. Per molti i discorsi politici, le dichiarazioni, i commenti dei personaggi sono solo un brusio indistinto: e per questo ogni parola e ogni affermazione sono uguali, e ugualmente inutili, insignificanti. Questo fa parte del disamoramento nei confronti del sistema politico.

Ma quando sempre più persone non riescono e non vogliono ascoltare e capire cosa i nostri rappresentanti dicano, succede che questi possono dire qualunque cosa, no? Le boiate più grandi, le sparate più grosse passano inosservate, letteralmente: pochi le capiscono, le osservano.

Penso che sia doveroso far notare a chi ci rappresenta, quando dice un’autentica “castroneria”. Forse è una semplice questione di chiarezza. Intanto apprezziamo la satira e i comici che un po’ ci aiutano nel cogliere questi lati “inusuali” del quotidiano: ridere per capire!

L’esilarante canzone di Roberto Benigni a “Vieni via con me” di lunedì 8 ottobre.

Un’azienda pubblica dovrebbe cercare di offrire un prodotto che la gente apprezza, che permetta all’azienda stessa di guadagnare e di battere la concorrenza. In un Paese normale, questo fa la televisione pubblica.

Ma siccome l’Italia un Paese normale non è, come ormai è chiaro già da tempo, la Rai si preoccupa di compiacere il padrone, di non disturbarlo e, anzi, di fargli acquistare consensi. Questo è l’effetto dell’occupazione dei partiti, che alla Rai dettano l’agenda di telegiornali, trasmissioni, interviste. La politica è ormai così radicata in via Mazzini che i giornalisti e i presentatori vanno avanti con il pilota automatico, sapendo che possono parlare di certe cose, mentre di altre no, che devono dare spazio a quel personaggio e a quell’altro no.

Ma esistono oasi di libertà. Luoghi in cui si può ancora parlare di tutto, senza timori riverenziali. E, sistematicamente, chi conduce o partecipa a quei programmi viene attaccato, denigrato, censurato. In questi giorni la parte libera della Rai sta subendo degli attacchi infami ed allarmanti.

Con la scusa di un inesistente insulto di Santoro, si tenta di sospendere Annozero. A causa di un servizio sulle case offshore di Berlusconi, si vorrebbe censurare una puntata di Report. I testi di Saviano e Benigni per “Vieni via con me” vengono bloccati. Ci rendiamo conto di quello di cui stiamo parlando?

Che idea dell’articolo 21 della nostra Costituzione hanno questi signori? E quale concezione del giornalismo? La stampa deve essere libera, così come la manifestazione del pensiero. E le inchieste giornalistiche sono indagini che portano alla luce dei fatti. Fatti che devono essere accertati e controllati. Il ruolo del giornalista è proprio questo: trovare delle piste, delle notizie, verificarle e, se sono plausibili, vere, supportate da fatti, raccontarle.

Chi ritiene che alcune cose non siano corrette o false, reagisce con una smentita o una querela. Succede così in tutto il mondo. In America e in Inghilterra i politici vengono massacrati dai giornalisti, che li incalzano con domande scomode e imbarazzanti. E l’intervistato non può, come regolarmente accade in Italia, cambiare discorso e girare intorno alla domanda. Deve rispondere. E se non lo fa, la domanda gli verrà posta di nuovo.

Perchè è questa la funzione del giornalismo. Controllare il potere, rompergli le scatole, chiede conto. Ed è una funzione fondamentale. Dove manca, manca anche la democrazia.

Quindi, seppure sommersi da problemi che riteniamo giustamente più importanti, come il lavoro, la scuola, l’università, la giustizia, dobbiamo occuparci anche di questo problema. Recuperando un giornalismo serio, recuperiamo anche parte della nostra democrazia.

Nel corso dei secoli, lo sviluppo della democrazia ha portato a limitare sempre di più il potere centrale, quello del governo o del re. Prima con la creazione del Parlamento, poi delle varie corti giudiziarie, della stampa, dell’opposizione, con la scrittura delle Costiituzioni. Questi limiti sono fondamentali. Perderli significa tornare indietro, lungo una strada che è sicuramente molto pericolosa.