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Possiamo chiamarle puntate, se vogliamo. Il nostro amico Natobene ha ripreso a viaggiare per il suo lavoro, dopo un periodo di due anni nei quali era “rientrato per lavorare (finalmente) nella terra che mi ospita da 28” (leggi anche “Mancavo da due anni“). I viaggi quindi continuano, e il diario di viaggio anche…

Puntata seconda, buona lettura!

di Natobene

Avvolto in una nuvola di fumo

Sto sorseggiando un caffè nella calma di una saletta-caffè aspettando un collega che deve finire una riunione. Poi si tornerà in Italia. Sono in uno stabilimento dove si produce carta, all’estero. Ho ricominciato a viaggiare con una certa frequenza e i programmi dicono che la frequenza aumenterà: dopo la lunga pausa senza viaggi, nella terra che mi ospita, ricominciare a viaggiare significa per me guardare con occhi diversi ciò che prima della pausa era spesso sotto i miei occhi. Significa vedere, non guardare.

Sono alla finestra e guardo (vedo) fuori.

Si affaccia su un fiume, incanalato e ordinato. Lento. Mi colpisce la lentezza del fiume, che nelle pianeggianti vicinanze del lago in cui va a gettarsi non è per niente strana, e anche la sua pulizia. Dal secondo piano dove sono posso vedere i pesci che nuotano e l’unica nota stonata di colore innaturale, piccola, ma stonata proprio perché è in mezzo a tanta pulizia e limpidezza: forse una lattina di birra o un pezzo di plastica andato a fondo. Un rivoletto, meglio uno scarico a fiume sull’altra sponda, scarica lentamente e con costanza, acqua pulita.

Vedo una collina verdissima  e ordinata con su una chiesa a tetto spiovente, un paio di strade costeggiate da aiuole fiorite, un ponte e persone che camminano, lente. Anche quelli che passano in bicicletta passano lenti; anche le macchine.

Manca mezz’ora a mezzogiorno e vedo un piccolo ponte di metallo sospeso sull’acqua che congiunge la cartiera con un edificio dall’altra parte: dev’essere una via di fuga in caso di emergenza, come quelle che si trovano in tutti i siti produttivi. Anche l’edificio dall’altra parte è un sito produttivo, molto più piccolo della cartiera, che con questa condivide il fatto di avere una via di fuga tagliata dal fiume e un ponte di metallo come via di fuga.

Fabbricano porte e devono farlo bene, a giudicare dal numero di  furgoni, furgoncini e auto aziendali sponsorizzate che sono nel  parcheggio. Mano a mano che guardo, vedo che ne arrivano, lentamente, altri; parcheggiano e ne scendono, lentamente, persone che entrano in azienda.

Sul ponte: appena fuori dalla porta, dalla parte del fabbricante di porte, c’è un piedistallo e un uomo inizia ad armeggiare. Non riesco a vedere cosa c’è sul piedistallo, perché è nascosto dalla balaustra, ma vedo che ne esce vapore, o fumo. “Sta facendo un lavoro che non può essere fatto dentro perché sviluppa vapori o odori che non possono ristagnare all’interno”. Penso, e penso istintivamente  che se i pezzi su cui sta armeggiando gli cadono nel fiume oppure se l’odoroso solvente gli si rovescia, allora addio pulizia del fiume. Anche lui è lento ad armeggiare, dev’essere un lavoro complicato oltre che pericoloso, dato che poi viene un altro e gli suggerisce qualcosa, e poi ne arriva un altro ancora e ancora gli da suggerimenti. Proprio complicato, complicato e pericoloso. Forse proprio pericoloso non tanto, dato che glielo lasciano fare sopra un fiume pulito; ma sicuramente impegnativo e quantomeno molto odoroso, dato che lo deve fare di fuori e che di fumo ne fa tanto. Lentamente il lavoro procede, uguale: fumo, collega (più esperto?) che esce, guarda e suggerisce, altro collega e altro fumo ma, non è che gli faccia male?

In Italia siamo abituati (abituati?) a vedere gente che lavora  rispettando poco la sicurezza o costretta a farlo  e allora, se può dirsi consolatorio, consola il fatto che anche qui, in questo Estero, succeda che una persona faccia un lavoro come quello e in quel modo, sopra un fiume pulito (e lento) e in mezzo ad una nuvola di fumo.

“Chissà cosa sta facendo! Decapaggio chimico? Lavaggio con solventi? Verniciatura a spruzzo?”.  E intanto tutta la scena intorno continua nel suo movimento corale: arrivano altri furgoni e altre persone, lentamente, e lentamente sulla strada continuano a passare pedoni, ciclisti e automobilisti e lentamente si avvicina mezzogiorno, con persone che escono sul ponte e controllano e danno suggerimenti.

Sono curioso, devo spostare quel tabellone all’angolo della finestra su cui sono attaccati in bella esposizione dati e obiettivi aziendali (qui in Svizzera fanno così, li espongono nella saletta del caffè e  suggeriscono in questo modo gli argomenti di conversazione durante la pausa).  Lo sposto leggermente e mi allungo, vedo un po’ di più e l’uomo sul ponte, proprio in quel momento, solleva al di sopra della balaustra uno dei pezzi su cui stà lavorando e così posso vedere chiaramente il wurstel, ormai cotto a puntino: stava facendo una grigliata!

Alle undici e mezzo di mattina,  su un ponte di fuga, circondato dai suggerimenti e dall’interesse dei suoi colleghi che rientrano in azienda e hanno tutti qualcosa da dirgli al proposito, stà facendo una grigliata!

Sarà per cose come queste che la Svizzera è così forte?

Sarà forte, ma è lenta. E non sempre, guardando, si vede.

Natobene (ευγενοσ)

Oggi pubblichiamo l’articolo di Natobene, un collaboratore del nostro blog che ha recentemente viaggiato ed ha risentito (ma non troppo) della nube provocata dall’eruzione del vulcano islandese. Buona lettura!

di Natobene

Mancavo da due anni: pensieri tra le polveri di un vulcano.


27 aprile 2010

Erano due anni che non andavo all’estero, e mi mancavano questi due anni!

Viaggio breve “di rientro nell’ambiente” (due giorni), senza computer (bagaglio leggero), in programma tanti contatti personali, nuovi e vecchi, finalmente. E la ripresa di un lavoro che conosco e che mi piace.

Scoppia il vulcano… tutti i voli sono fermi, non mi era mai capitato in 26 anni di viaggi all’estero, devo organizzare il mio ritorno, e non è facile, non è per niente facile. Nessuno ti vende un biglietto del treno, “tutto esaurito”, e allora dovrò rientrare in treno (o in macchina, ma è lunga! E costosa!), se ce la faccio.

Il primo pensiero “non ho niente da leggere per passare il tempo” e poi all’improvviso scatta qualcosa, qualcosa di familiare, di antico, di stimolante, e viene fuori il secondo pensiero “però ho da scrivere e da pensare e da guardare e da conoscere e da chiacchierare!” mi mancavano tutte, queste cose!

In questi ultimi due anni, rientrato per lavorare (finalmente) nella terra che mi ospita da 28, le ho quasi perse tutte, proprio tutte! E ci voleva un vulcano per farmene rendere conto…. Senza il vulcano sarebbe stato un “semplice rientro nell’ambiente”, con la gioia di rivedere tanti vecchi amici e colleghi, le carezze di essere riaccolto in quello che è stato una parte importante della mia vita e del mio mondo, lontano da casa, dalla terra che mi ospita  da 28 anni.

E invece bisogna tirarsi su le maniche e tornare, non in aereo (1 ora e 20 minuti di volo più 2 ore dall’aeroporto a casa, nella terra che mi ospita da 28 anni), ma in ….. in cosa? Nessuno ti vende biglietti del treno, le macchine a noleggio sono tutte già andate: potrei prendermi una piccola (quanto piccola lo decide il vulcano) vacanza in questi posti che, dopotutto, mi sono mancati; passeggiate per il centro storico (grande città, capitale d’Europa, centro storico bello, piccolo e passeggiabile, internazionale); ma ho voglia di tornare a casa nella terra che …. 28 anni …..

Che bello! Ho amici in tutta l’Europa, li chiamo dopo tanti mesi e sono lì, mi assistono con internet (non ho il computer con me), mi informano, mi orientano e mi offrono ospitalità a casa loro (loro?).

Su le maniche, si comincia.

Un hotel, un ristorante greco e una buona birra belga (anzi due, mi mancava anche questa!), un dormita e una doccia e poi si parte; alcune telefonate, un treno, un paio di telefonate, due linee di “Métropolitain”, cambio a les Halles (peccato essere solo “sotto” questa stupenda città, che amo, ma devo andare a casa…. terra…. 28 anni…), un assalto ad un treno (senza biglietto, ho saputo che c‘è sciopero), la lunga coda al bar per un tramezzino e una “sanpellegrinò” (con l’accento sulla ò), lo shuttle per l’aeroporto del sud (Saint Exupery che avevo conosciuto ancora come Satolas, di nuovo dopo tanto tempo, dove gli aerei sono fermi, ma ci potrebbero essere macchine a noleggio…), l’assalto ad un altro treno (senza biglietto, ho poi saputo che lo sciopero era quello dei controllori e i biglietti non li hanno controllati, tantomeno fatti).

Le chiacchiere con italiani senza biglietto come me: nonostante sia di corsa ho tempo per pensare e mi rendo conto che se li avessi incontrati in Italia, con loro non avrei scambiato (forse) che pochi convenevoli: li vedi gli italiani all’estero e li tiri fuori, e li etichetti e questi  non sono della “mia etichetta”, per una serie di motivi che sparano, sono evidenti. Eppure ci parlo, ci parlo tanto, anche perché ho (abbiamo) bisogno di rassicurarci che c’è un buon motivo per essere senza biglietto (cavolo, il vulcano!!) e non perché siamo i soliti italiani che ci provano! Ho (abbiamo) bisogno di sapere che ce la faremo ad arrivare a Milano (Italia) e che, arrivati, potremmo darci una mano, se ce ne fosse bisogno, per raggiungere casa, la terra che mi ospita….. Arriva la mia famiglia (arrivano i nostri!) e germoglia un altro pensiero (è la giornata dei pensieri): io voglio tornare da loro, non a casa, ma da loro!

E sono tanto stanco dopo 18 ore di viaggio e di stress, ma sono tanto vivo ed eccitato; sono anche un po’ triste. Perché? Sto rientrando a casa, cosa voglio di più? L’ho fatto con l’aiuto di amici e dei miei, sono riuscito perché posso contare su amicizie e sostegni in giro per l’Europa e sulla mia famiglia. E perché sono un viaggiatore  “con la V maiuscola”, dopo tanti viaggi.

È perché mi rendo conto che faccio fatica a sentirla come “casa” e la sento (oggi di più e più chiaramente) come “la terra che mi ospita da 28 anni”. La terra che mi ospita da 28 anni, che per tanti anni ho desiderato vivere e frequentare da vicino.

Perché negli ultimi due anni in cui l’ho vissuta da dentro e in cui l’ho frequentata da vicino, ogni giorno, mi ha peggiorato; mi ha tolto, invece che darmi, mi ha impoverito dentro, maltrattato e abbruttito: e ci voleva un vulcano-chissà-dove-con-un-nome-impossibile per farmene rendere conto, per farmi sentire di nuovo bene, per farmi apprezzare e per fare apprezzare ciò che faccio solo per quello ne risulta e non per incomprensibili, ameni, poveri, mediocri, politici criteri di valutazione, senza criterio.

Altro pensiero: la globalizzazione non l’abbiamo inventata noi uomini moderni, questo pianeta è globale anche senza i cavi e le onde radio che lo avvolgono a gomitolo, le polveri viaggiano a velocità più lenta rispetto ai segnali radio, ma arrivano.

Scendo dalla macchina a duecento metri da casa, sono i più lunghi, a quell’ora (le 3 e mezza dopo mezzanotte) ma mi fanno pensare ad un’altra cosa: c’è quiete, c’è tepore di primavera, c’è profumo di essenze mediterranee (e ne siamo lontani, dal mediterraneo), c’è aria di casa, buona. Peccato davvero: è una terra bellissima e profumata  quella che mi ha ospitato per 28 anni (se ti tieni un po’ alla larga dal cemento che nel frattempo gli hanno colato sopra); ma la mia strada è crescere attraverso le sfide, le mie capacità, la mia voglia di migliorare e di creare e far crescere i rapporti umani.

E allora, in quel momento, mi sale da dentro il timore che sempre sarà “la terra che mi ha ospitato”.

Non la mia casa.

Voi due di questo blog siete giovani, leggo di come avete la voglia di crescere migliorandovi e coltivando i rapporti umani: temo (spero!) che per farlo dovrete uscire da questa terra. Magari non per sempre, magari riuscirete a cambiare qualcosa anche qui, ma per farlo credo che vi serva la voglia e il coraggio di uscire da questa terra, spero lo abbiate! Il meglio è là fuori; purtroppo e per fortuna!

Parlo anche dell’Italia.

Quando si torna si vede tutto più chiaro e diverso: a me ci sono voluti due anni di astinenza…..

Un ultimo pensiero tra i tanti.

Mi sono rimesso a scrivere alla mia età, e di getto, senza appunti né note; perché ho lasciato a casa il computer, perché è scoppiato un vulcano, perché non avevo niente da leggere, perché ho ricominciato a coltivare buoni rapporti umani, perché ho avuto tempo di pensare…. perché uno di voi me l’ha chiesto e me ne avete fatto tornare la voglia: grazie!

Anche questo mi ha arricchito, finalmente, dopo due anni di astinenza…..

Natobene (ευγενοσ)