Posts contrassegnato dai tag ‘Televisione’

“Chi scrive male pensa male”. Qualche tempo fa mi aveva colpito questo titolo, su un giornale. L’articolo raccontava di errori clamorosi (di ortografia, sintassi e compagnia) nei temi svolti per i concorsi da avvocato, per gli esami universitari, nelle mail scritte ai professori, insomma ovunque. Sono rimasto basito quando ho letto di ragazzi che si rivolgono ai loro professori all’università usando il tu. Ed ero sconvolto scoprendo che un ragazzo ha iniziato una mail per un docente in questo modo: “caro mio…”.

Questi aneddoti mi hanno fatto pensare. Ma ancora di più quel titolo. E’ vero che chi scrive male pensa male? Io credo di sì. Un buon 70% della popolazione del nostro Paese si forma e si informa guardando la tv, senza leggere un giornale (cosa anche comprensibile visto il livello della nostra stampa quotidiana) nè un libro. E guardando la tv, ovviamente, non si impara a scrivere, anzi. Si disimpara a pensare. Perchè in televisione è tutto immediato, semplice, pronto. Basta sedersi e cambiare canale. Non c’è alcuno sforzo mentale, alcuna fatica intellettuale. E di conseguenza manca un progresso per noi stessi. Non otteniamo dei risultati fissando quella scatola luminosa.

La lettura, al contrario, stimola il cervello, richiede attenzione, ci mette di fronte a “sfide” lessicali o sintattiche o concettuali. Spesso dobbiamo adoperarci per cogliere un significato nascosto, che sta dietro a quanto stiamo leggendo. E tutto questo ci permette di imparare, di migliorarci e di sviluppare un nostro modo di pensare e di porci di fronte alle cose. Riusciamo, in altre parole, a formarci uno spirito critico. Un pensiero critico.

Ecco quello che manca totalmente a tanta, tanta gente. La capacità di porsi delle domande, di non fermarsi alla superficie, alla pappa pronta e servita ma di domandarsi il perchè e guardare più a fondo.

La Commissione dell’Unione Europea ci informa che in Italia un quindicenne su cinque non possiede “le capacità fondamentali di lettura e scrittura”. Il 20% dei quindicenni italiani è quindi semianalfabeta. E se non apprende queste capacità fondamentali adesso, molto probabilmente non lo farà mai più. E resterà semianalfabeta.

Visto che la lettura non è un’attività naturale e richiede tempo perchè se ne apprezzi la bellezza e il valore, chi non ha iniziato a praticarla da bambino o ragazzo cade in un circolo vizioso: siccome gli riesce difficile leggere, non legge; e siccome non legge, gli riesce difficile leggere. E allora ecco che ritorniamo alla predominanza del modello televisivo: non essendo abituati (e forse capaci) di leggere, ci si abbevera solo dal linguaggio della tv, che rende tutto banale e rapido. Non si impara ad analizzare e riflettere, azioni che la lettura e la scrittura insegnano.

Il risultato è l’allontanamento completo da ogni forma di complessità. Ci si basa solamente su quel poco che si sente e si vede, bombardati come siamo da notizie in ogni momento e dovunque. Si perde il senso della realtà, che è un insieme di più strati che vanno conosciuti e affrontati. Con la lettura e la scrittura possiamo farlo, possiamo sviluppare quello spirito critico che ci permette di aprire bene gli occhi.

Ma se un il 20% dei quindicenni non sa leggere, figuriamoci scrivere. La situazione sarà ancora più tragica. Ovviamente il problema (anche quello della lettura) non è circoscritto solo ai ragazzi. Basta guardarsi intorno per rendersi conto che gli adulti sono allo stesso livello (se non peggio in certi casi). E quindi abbiamo una società composta da una buona parte di persone che non legge e non sa scrivere. Non ha uno spirito critico.

“Chi scrive male pensa male”. Sarà vero oppure è stata solamente la boutade di un titolista sagace? A voi la risposta.

 

Annunci

Quello italiano è un popolo incredibile che, ritengo, non finirà mai di stupire; la frase può sembrare trita e ritrita, tante volte è stata adoperata… eppure ora credo proprio capiti a fagiolo. Sì, perché, come titola il numero de “l’Espresso” della scorsa settimana, mentre il mondo arabo brucia gli italiani preferiscono occuparsi dei millanta processi in cui B. è invischiato, dei “gieffini” e di Mistero per comprendere, ad esempio, come una persona possa vivere senza braccia … mentre nelle coste settentrionali dell’Africa la gente non riesce a vivere in quanto manchi il necessario per, almeno, sopravvivere.

Tornando all’incipit {sono desolato, ma non credo d’avere né le competenze né tanto meno il merito di poter parlare della situazione nei paesi nord-sahariani}, mentre mi allenavo per una delle specialità delle Olimpiadi casalinghe, vale a dire lo zapping ad ostacoli, mi sono imbattuto nel Telegiornale di TV2000 {canale ufficialmente di proprietà della CEI http://it.wikipedia.org/wiki/TV2000} proprio mentre veniva mandata in onda la rubrica di notizie dal mondo e mi ha colpito sentir parlare della Gameen Bank, la Banca dei Poveri. La notizia, realizzata nello stramaledettissimo formato “flash”, riferiva infatti che il fautore di questo grande progetto e presidente della stessa Muhammad Yunus è stato rimosso dal proprio incarico dalla Banca Centrale del Bengala. “Incredibile” mi sono detto, così ho ascoltato i nostri TG nazionali {quelli Rai per intenderci, Mediaset l’aborro} in cerca di conferme …. NULLA, tabula rasa di quanto detto poco prima! Incroyable! Così ho pensato di scrivere un piccolo post per questo blog per far capire cosa accade nel mondo che i nostri Telegiornali “di cortile” {come soglio chiamarli, poiché si occupano solo di questioni nazionali e solamente di questioni internazionali eclatanti} non riportano.

Vorrei parlare della Banca dei Poveri {per chi fosse interessato ad ulteriori informazioni sulla figura di Muhammad Yunus lascio qui comodo comodo il link di Wikipedia, santa invenzione!, anticipando solamente che si tratta del Premio Nobel per la Pace 2006 http://it.wikipedia.org/wiki/Muhammad_Yunus} che io stesso ho conosciuto in maniera del tutto fortuita sostenendo l’esame del First!

Tale organizzazione, ufficialmente Grameen Bank ma meglio nota con l’appellativo di Banca dei Poveri come già detto, è nata nel “lontano” 1976 per aiutare le popolazioni povere del Terzo mondo con microprestiti di cui le banche preesistenti non si curavano: generalmente i prestiti ammontano a cifre irrisorie che posso andare dai 2 ai 10 €, soldi che vengono impiegati per dare autonomia a piccole attività che a livello di villaggio rimarrebbero puramente “di sussistenza” senza uno sviluppo concreto. Come si può capire dalle cifre chieste in prestito, altri istituti di credito non se ne sono mai occupati poiché solamente le procedure burocratiche avrebbero fatto lievitare i costi; inoltre la Banca dei Poveri concede prestiti senza alcuna richiesta di garanzie, una manna per le fasce più povere delle popolazioni del Terzo mondo, in modo da evitare che i possibili contraenti dei prestiti finiscano nelle mani dell’usura.

La politica adottata da questa Banca è del tutto particolare in quanto {mi appoggio all’esauriente scaletta di Wikipedia}

  non si propongono come un ente burocratico a cui rivolgersi per ottenere un prestito, ma sono i funzionari della banca che si spostano di villaggio in villaggio per avvicinare i possibili clienti;

  sia per abbattere i costi sia per andare incontro ad una clientela in maggioranza analfabeta, la maggior parte della documentazione cartacea viene abolita ed i prestiti vengono concessi sulla fiducia e senza alcuna garanzia bancaria;

  per ridurre ulteriormente i costi e rendere più sicura la restituzione attraverso la mutua solidarietà, i crediti vengono normalmente concessi a piccoli gruppi di richiedenti che sono moralmente impegnati ad aiutarsi l’un l’altro in caso di difficoltà;

  nel suo giro per i villaggi l’impiegato incontra i clienti, riscuote le rate dei pagamenti e raccoglie gli eventuali risparmi, anche se di valore modestissimo;

  i prestiti, piccoli o grandi che siano, debbono essere restituiti dal momento che non si tratta di assistenzialismo, ma di un prestito dato da una banca ad un suo cliente;

  la restituzione avviene sempre in forma rateale, spesso settimanale, in modo che eventuali difficoltà del contraente sono subito evidenziate e danno modo alla banca di intervenire in tempo (ad esempio concedendo delle dilazioni).

{Da Wikipedia, alla voce Banca dei Poveri}

Il successo riscosso da tale sistema organizzativo è stato sorprendente, in quanto si è potuto notare un miglioramento delle condizioni di vita dei beneficiarii dei prestiti, un’insolvenza inferiore all 1% nella restituzione delle somme date in prestito e, con gli utili ricavati, è stato possibile pagare gli stipendii degli impiegati ed al contempo allargare la “zona di mercato”.

Insomma, un piccolo miracolo dei Paesi del Terzo mondo di cui pochi conoscono almeno l’esistenza.

Non intendo andare oltre dacché il mio intento era quello di far riflettere su quanto ci viene propinato ogni giorno dalla televisione, quali di queste nozioni siano necessarie e quali invece superflue… Forse dovremmo ribellarci a questo regime di chiusura o, peggio, dittatura mediatica e cercare nuovi sbocchi e nuovo ossigeno nel campo dell’informazione.

{Post scriptum: mi scuso per il frequente ricorso a Wikipedia ma piuttosto che fornire informazioni false o mal formulate ho preferito appoggiarmi ad una fonte esterna e, chiaramente, anche al sito stesso della Grameen Bank http://www.grameen-info.org/}

Foedericus.

Seconda puntata della nostra serie di post sulle donne. La parola va oggi alla nostra collaboratrice Cassandra. Buona lettura!

LA VIRTU’ DELLA NORMALITA’ NON VA IN TV


Le prostitute sono sempre esistite: ora si chiamano escort, prima si chiamavano cortigiane e prima ancora etere. Certo, etere e cortigiane stavano qualche gradino sopra le escort odierne, erano colte e sofisticate ma, se le prostitute moderne si limitassero a fare il loro mestiere, certo questa differenza non disturberebbe nessuno. Personalmente, è un’altra la differenza che mi infastidisce e che mi fa incazzare e cioè l’atteggiamento che hanno i media nei confronti di queste donne che vendono il proprio corpo non tanto per soldi, quanto per avere un posto in Consiglio Regionale o all’Isola dei famosi. Diciamocelo, i mezzi di comunicazione, e in particolare la televisione,  hanno quasi sempre dato un’immagine sbagliata della donna, in primo luogo dal punto di vista fisico (un esempio su tutti, la Marcuzzi-chiodo che si vede gonfia e di conseguenza si riempie solo di sbifidus) ma anche dal punto di vista per così dire sociale della donna (come dimenticare il marito che, aperta la porta e trovatosi di fronte una palla di polvere, si rivolge alla moglie con un fastidiosissimo: -Cara, è per te!- ?). Negli ultimi mesi però si è davvero oltrepassato il limite (almeno il mio): come può la televisione, conscia del suo potere sulle persone, sponsorizzare le escort offrendole come immagine se non giusta, quantomeno non sbagliata? Si sa che la virtù fa meno notizia del vizio, ma è davvero questo l’esempio che vogliamo dare non solo alle donne che, soprattutto se insicure, finiranno per seguire le orme di coloro che usano il loro corpo per raggiungere i loro obiettivi, ma anche agli uomini, che si sentiranno autorizzati a chiedere prestazioni sessuali in cambio di una contropartita?

Ma come possiamo noi, donne della quotidianità, affermare la nostra normalità (che è poi la nostra virtù) contro il dilagare di questo cattivo esempio di donna, se i mezzi di comunicazione hanno occhi solo per il vizio? Non ho sentito la necessità di scendere in piazza il 13 febbraio perché credo che manifestare contro le prostitute non sia il modo giusto per affermare i nostri meriti. La mia personale protesta è quotidiana e a lungo termine. Frequento l’università e studio per poter diventare un giorno, forse, un magistrato (donna) grazie all’impegno e alle doti intellettuali e non a quelle fisiche. Ma soprattutto cerco ogni giorno di comportarmi in maniera tale da poter essere per i miei figli, un giorno, un esempio di donna seria ed onesta; voglio poter dimostrare loro che per raggiungere dei risultati e realizzare i proprio progetti (e magari anche i propri sogni) non è importante l’angolo di apertura delle gambe. Essere donna vuol dire molto altro.

Pubblichiamo oggi il nuovo articolo del nostro Foedericus, che ci parla della televisione, fonte d’ansia e strumento di controllo-influenza. Vi ricordiamo che potete trovare tutti gli articoli dei nostri collaboratori nell’omonima pagina, Collaboratori. Buona lettura!

***

– Link: la tv italiana e la criminalità: http://www.repubblica.it/cronaca/2010/10/11/news/tv_ansia-7933773/

Chiedo scusa per l’introduzione in tedesco per i non germanofoni ma sono stufo di slogan, motti, frasi lanciate a mezz’aria unicamente in inglese; così mi sono preso la mia piccola rivincita personale. Ad ogni modo la frase significa ritorno all’origine ed è quanto, oramai si sarà compreso, tenta di fare la mia claudicante esperienza linguistica tramite queste inserzioni: tornare al senso primo delle parole per poterle capire e dunque utilizzare al meglio.

Girovagando per interminati spazii mentali mi sono ritrovato a pensare: “cosa abbiamo veramente da apprendere dalla televisione?”. Costantemente sotto accusa negli ultimi periodi, mai quanto la stampa chiaramente ma anch’essa al centro di giochi di palazzo, il mezzo d’intrattenimento più amato dagli italiani mi ha dato parecchio da riflettere.

Notizie flash, smozzicate, eclatanti ultim’ora sulle escort del Tal politico, agenzie meramente adoprate per smentire intrallazzi omosessuali del Tal dirigente della Detta azienda di spicco e via discorrendo … ma noi che abbiamo da imparare da tutto ciò?

“Tutto e niente”

tutto perché ritengo l’esperienza sia più appagante se miscellanea e niente poiché da tali comportamenti non v’è proprio nulla di utile da estrapolare.

Alors, quoi faire? “Torniamo all’origine”, ovvero fermiamoci, spegniamo quella scatola malefica e riflettiamoci attorno guardandola … Se il suo nome vi rimbomberà in testa per qualche istante forse potreste avere la mia stessa illuminazione: se analizziamo il termine televisione etimologicamente parlando notiamo come sia composto da due termini che ci schiudano, oltre all’origine del nome dell’oggetto, la risposta alla domanda posta poco sopra; ci può bastare anche solo la prima particella, il termine greco Τηλε che significa lontano… ecco cosa fare con la televisione, osservarla, guardarla ma sempre da lontano, non necessariamente con disprezzo né tanto meno con indifferenza.

A tal proposito mi sovviene l’incipit di Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino, libro che ammetto di non aver ancora letto ma che ho regalato qualche giorno fa ad un caro amico; seduti al ristorante, mentre attendevamo d’ordinare, ha preso il libro ed ha iniziato a leggere ad alta voce le prime righe: in breve il romanzo comincia invitando il lettore a comunicare a chiunque lo circondi d’essere in procinto d’iniziare la lettura e di SPEGNERE LA TELEVISIONE … e nel caso in cui non si venga ascoltati il geniale autore propone d’urlare e rivendicare il proprio diritto alla lettura… ed era proprio quello ch’avrei fatto, urlare, se solo mi fossi lasciato trasportare oltre dalla lettura: tutt’attorno era un tripudio di televisori accesi con volumi esorbitanti atti a fornire “informazione” ai commensali (personalmente quando pranzo fuori casa con qualcuno gradisco conversarvi, non ascoltare la “scatola delle meraviglie”!).

Ecco, piuttosto diamoci alla lettura: dal romanzo al quotidiano, dal saggio al fumetto, nulla di tutto ciò nuoce gravemente né alla salute né tanto meno alle proprie conoscenze!

Quanto possiamo apprendere, dunque, è evitare tutto ciò che risulterebbe nocivo per noi, per la nostra salute sociale: impariamo a rispettarci, a non utilizzare i mezzi d’informazione per lanciare invettive infamanti contro qualcuno che non la pensi come noi, ad essere onesti, a comunicare apertamente e sinceramente. Come ho già detto, non sono qui per fare il moralista, mi garberebbe solo che la gente imparasse qualcosa di nuovo ed utile per ripulire questo mondo che sempre più si sta trasformando in un luogo dove chi ha un centesimo in più degli altri può permettersi di strafare.

In conclusione, spegniamo dunque la televisione e diveniamo noi stessi fautori della nostra realtà, non lasciandoci così manipolare da fattori esterni.

Le espressioni di Pasolini sono più che eloquenti circa il potere che ha la televisione di tenere in pugno la gente, potere ch’è andato accrescendosi dato che quella di cui si parla è la  televisione di cinquant’anni fa. Mio interesse non è quello di fare un’analisi a livello politico-propagandistico dell’utilizzo della televisione, bensì quello di far riflettere attorno quanto abbiamo concesso a questa scatola che da decenni oramai convive nelle nostre case: la facoltà di tenerci in pugno e di prendersi la nostra libertà!

Come ogni video, consiglio di non guardare le immagini, alto fattore di distrazione!, ma di ascoltare le parole di Pasolini fissando vacuamente ciò che ci circonda, magari a luce spenta.

“et ne nos inducas in tentationem, sed libera nos a malo”

di Aristofane

Tantissime cose di cui scrivere. Troppe, addirittura, e troppo poco tempo a disposizione (gli esami universitari incombono). Oggi quindi farò parlare lui, il barzellettiere, l’uomo che ha sempre pronta una sparata da golpista, una frasetta contro chi non gli si offre totalmente. Siamo tutti stufi di parlare di lui, di commentare quello che dice o che fa. Ma a volte è indispensabile. E questa è una di quelle volte.

Infatti ieri è stato Berlusconi-show. Ne ha avute per tutti: RAI, giornalisti, magistrati, aquilani. La dichiarazione peggiore è stata: “Finché esisterà l’accusa di omicidio colposo ho dato disposizione agli uomini della Protezione civile di non recarsi nelle zone terremotate in Abruzzo perché qualcuno con la mente fragile rischia che gli spari in testa”. Questa frase ci fa capire quale sia la levatura di quest’uomo. Si lamenta della Costituzione (forse preferirebbe decidere tutto da solo, ma devono spiegargli che il fascismo è caduto qualche anno fa) e ricatta la RAI. Ormai non ha più limiti.

Si va verso la fiducia per la legge-bavaglio

Berlusconi non invierà più la Protezione Civile a L’Aquila

La risposta degli aquilani

La risposta dei familiari delle vittime

di Aristofane

Ieri sera, al Teatro Sociale di Trento, alle ore 21, alcuni giornalisti hanno partecipato al dibattito dal titolo “L’informazione in tv: modelli a confronto”, nell’ambito del Festival dell’Economia. Quello che segue è un breve riassunot, che cerca di cogliere i punti essenziali toccati durante la conferenza (qui trovate il video dell’intero dibattito)

Beppe Severgnini: “Buonasera. Oggi abbiamo con noi Riccardo Iacona, autore di “Presa diretta”; Lucia Annunziata, conduttrice di “in mezz’ora”; Paolo Mancini, docente di sociologia della comunicazione all’Università di Perugia; Steve Scherer, giornalista statunitense; Philippe Visseyrias, giornalista francese. Il tema della serata è “Informazione in tv, modelli a confronto”. Comincerei quindi subito con una presentazione dei diversi modelli televisivi dei Paesi qui rappresentati, Francia, Usa, Italia e Gran Bretagna (in sala è presente un reporter della BBC, al quale viene chiesto di spiegare il sistema televisivo inglese, n.d.a.). ”

Philippe Visseyrias: “In Francia c’è un polo pubblico, composto da 3 canali, al quale si affiancano 2 reti private, un canale a pagamento e i canali (pubblici e non) del digitale terrestre. Sarkozy, con una recente riforma, ha iniziato ad eliminare progressivamente la pubblicità dai canali pubblici. Per quanto riguarda l’influenza politica, negli anni ’70, quando c’era solamente il servizio pubblico, esso era molto politicizzato. In seguito, i presidenti hanno continuato ad esercitare un controllo, o per lo meno una forte influenza sulla televisione (non paragonabile, in ogni caso, a quella che devono sopportare i giornalisti della RAI). Mitterand controllava molto la tv, ma nel suo programma c’era l’intenzione di liberare la televisione dal controllo politico.”

Lucia Annunziata: “Se non ti dispiace, Steve, vorrei fare scambio con te. Io parlo del sistema americano e tu di quello italiano. Noi tutti abbiamo il mito del giornalismo americano; ebbene, questa visione non è altro che una favola, una credenza da smontare. La TV americana è una televisione di impatto e superficiale, che non guarda molto ai contenuti (anche se, ovviamente, ci sono delle eccezioni). Inoltre, è una televisione prona al potere, iperpoliticizzata. La Fox è un esempio chiaro di questa iperpoliticizzazione: è la tv dei repubblicani, molto schierata ed estremista. La CNN, di cui tutti abbiamo il mito, è poco seguita, i suoi picchi raggiungono i 400 mila spettatori. In Italia, con ascolti così, ti chiudono.”

Steve Scherer: “Il sistema italiano è facile da raccontare. Ci sono tre canali pubblici lottizzati (due dal governo e uno dall’opposizione), tre canali privati in mano al Presidente del Consiglio e poi una piccola tv di Telecom Italia, ovvero La7. Accanto a questo sistema, c’è Sky. Mi sembra pleonastica la domanda: “C’è troppo Stato nella televisione italiana?”.

Reporter BBC: “In Inghilterra c’è un servizio pubblico molto forte, la BBC ha 2 canali e 6 radio. Accanto ad essa ci sono dei canali privati, che devono rispondere comunque in Parlamento.”

Riccardo Iacona: “La tv italiana è povera di contenuti, di protagonisti sociali. Inoltre, al realtà che ci circonda non trova spazio in televisione, il cittadino non trova nella televisione uno strumento che gli permetta di comprendere meglio la relatà, poichè quello che si deve vedere e sapere, il raccontabile, in tv, è deciso dalla politica. La politica non solo fa un’opera di censura preventiva, per cui ogni volta che scrivi un pezzo o prepari un’inchiesta ti devi preoccupare di limare, di eliminare riferimenti a quello o a questo; ma esercita pressione anche perchè di certe cose non si parli, perchè le persone non devono sapere. Ricordiamoci che un tv povera impoverisce il Paese.”

Beppe Severgnini: “Professor Mancini, si dice spesso che la tv influisce sul consenso. E’ vero?”

Paolo Mancini: ” Non c’è una risposta univoca. La televisione, quello che si ascolta e si vede grazie ad essa, conta in relazione alle persone ed alle loro esperienze. Ognuno filtra quello che sente attraverso la sua psicologia. La tv invece conta da un altro punto di vista. Essa, infatti, impone i temi della discussione. Poi c’è tutto quello che ci sta intorno, gli atteggiamenti, il modo di dare le notizie, la scaletta eccetera. Ma spostare i temi significa imporli all’attenzione degli spettatori, e quindi costruire il consenso.”

Beppe Severgnini: “Lucia, la tv può far sparire dei temi, delle notizie?”

Lucia Annunziata: “Non c’è oggi la possibilità di nascondere una notizia. Riguardo alla precedente risposta del professore, vorrei dire che oggi l’agenda la fanno i grandi quotidiani, mentre la televisione prende questi temi e li semplifica, troppo. La tv popolarizza i temi dei giornali. Ma tv e giornali si influenzano a vicenda. Tuttavia, io penso che la carta stampata, in Italia, sia messa male, ma meglio che in altri Paesi.”

Paolo Mancini: “In realtà è la tv che decide quello di cui si parla e quello che si vede. Nella televisione italiana non ci sono fatti, si sentono solamente le opinioni dei politici. Esempio classico è il telegiornale. Il giornalista non è più mediatore, ma facilitatore, fa parlare i politici, fa loro commentare la un fatto, che spesso non viene spiegato dal giornalista. E la reazione del politico diventa la notizia.”

Philippe Visseyrias: “La tv sposta sì i consensi, ma credo che comunque la gente abbia delle aspettative che vuole vedere confermate. Voglio dire, quando Berlusconi giustifica l’evasione fiscale, i suoi elettori, alcuni almeno, lo votano proprio per questo. Quindi è vero, la televisione sposta consensi, ma c’è già un’aspettativa dell’elettore, che deve essere soddisfatta. In ogni caso la tv non è l’unica anomalia italiana, come ben sapete. Per quanto riguarda la sparizione delle notizie, penso che chi nasconda un fatto faccia un autogol, perchè la gente, alla fine, le cose le viene a sapere, e quindi che ha nascosto la notizia fa una brutta figura.”

Steve Scherer: “Tornando al tg serale, ritengo che la gente venga informata male perchè il telegiornale è solo una messa in scena. Il politico sceglie chi gli fa le domande e spesso le contratta, le decide. Nei servizi dei telegiornali quasi mai si sente la domanda, quello che viene chiesto, ma si fa sentire solo la risposta, che dà la possibilità al politico di dire ciò che vuole.”

Riccardo Iacona: “Sì, infatti si manda la telecamera per raccogliere le dichiarazioni. Questa è la comunicazione politica in questo Paese, così siamo ridotti. Accade raramente che ci sia una vera intervista, che si possano fare le domande  che si vuole. E anche se questo accade, spesso si viene tacciati di faziosità e il politico non risponde. Io sono sinceramente stufo di questo sistema, di dover fare sempre battaglie per la libertà, di dover difendere le oasi di giornalismo vero rimaste in tv, di doverle vedere sempre attaccate ed osteggiate. La nostra televisione e la nostra libertà di stampa in generale è sempre col segno meno, dobbiamo sempre batterci contro riduzioni, tagli e cose simili. La televisione italiana è finta.

Lucia Annunziata: “Per quanto riguarda le interviste, spesso sono contrattate. I giornali fanno rileggere le interviste ai politici e contrattano i titoli. Quindi possiamo capire come siano vere, autentiche. Non vengono mai concesse  caso, il giornalista non decide, ma è il politico che concede. Detto questo, ci sono tre aspetti che considero importantissimi per inquadrare la situazione dell’informazione italiana: il conflitto di interessi (che non riguarda solo Berlusconi, ma anche tanti altri individui), l’ignoranza dei giornalisti (incapaci di fare domande, abbassano la testa e si lasciano controllare) ed il fatto che l’informazione è controllata dal potere economico. Tuttavia, nonostante tutto, l’informazione in Italia ha, complessivamente, il segno più. E anche se non si vuole far sapere una cosa, alla fine si viene a sapere. Berlusconi, in ogni caso, è arrivato quando il controllo delle televisione da parte della politica c’era già (da parte di DC, PC, PSI ecc). Lui ha solamente radicalizzato questa situazione. Quindi, se si vuole capire veramente il problema, bisogna andare oltre al suo monopolio, che comunque configura una situazione molto grave ed anomala.”

Riccardo Iacona: “Concludo dicendo che ognuno di noi può fare qualcosa, facendo la sua battaglia di libertà per spostare anche di un solo centimetro più in là il limite del raccontabile. Anche se ciò vuol dire rischiare la carriera, metterci la faccia. Perchè è importante, per il bene nostro e di tutti, che l’informazione, televisiva e non, sia libera e mostri alle persone come stanno le cose, com’è la realtà intorno a loro, perchè possano capirla ed interpretarla al meglio.”

(Vai al video della conferenza)

di Aristofane

Guardarsi allo specchio non è un’azione banale. Spesso ci si ritrova a fare i conti con i propri desideri e le proprie ambizioni, che non sempre riusciamo a realizzare, o per lo meno a realizzare come davvero vorremmo. Altre volte sono le nostre paure ed insicurezze a venire a galla, e ci domandiamo come affrontarle e sconfiggerle. Il nostro riflesso, insomma, ci restituisce un’immagine di noi stessi di cui non sempre siamo completamente consapevoli, presi come siamo dalla frenesia e dalla fretta che regolano le nostre giornate. Immersi nelle mille occupazioni quotidiane, spesso non lasciamo che questi pensieri abbiano il giusto sviluppo, e così li teniamo là, fermi, pronti a scappare dalla loro prigione fatta di azioni quotidiane, utili e meno utili, che ripetiamo ogni giorno. Prendersi il tempo per pensare ci aiuterebbe a rivalutare le nostre convinzioni, le nostre idee, il nostro modo di pensare.

Mi chiedo cosa vedrebbe questa Italia se si guardasse allo specchio. Io ho delle idee ben precise su diversi temi, e spesso mi accorgo di essere sì pronto ad ascoltare chi non la pensa come me, ma non così incline a soffermarmi su queste diverse convinzioni per soppesarle, vagliarle criticamente e, in caso, farle mie. E questo mi porta a mettere in dubbio alcune cose, a chiedermi se sono poi così vere quei convincimenti su cui baso il mio pensiero e su cui formo idee ed opinioni.

Per questo mi chiedo cosa vedrebbe questa Italia se si guardasse allo specchio. Sono solo io che, quando penso ai desideri ed alle ambizioni che questo paese ha, vedo poco, vedo fumo e cenere, scarse possibilità per i giovani e per chi si impegna a fondo in quello che fa? Sono davvero così pessimista da sbagliarmi, da scorgere nella maggior parte dei giovani solo voglia di andarsene e sfiducia nelle istituzioni e nella politica, mentre in realtà tutti sono contenti della situazione attuale e fiduciosi nell’avvenire?

Mi chiedo se solamente io, guardando all’Italia e a chi ne fa parte, vedo politici trasformati in affaristi, preti divenuti mostri, mafiosi e delinquenti diventati uomini potenti, regole e leggi relegate al rango di qualcosa che si possa decidere se osservare o meno, informazione servile ed appiattita sulle tesi del potere, scuola sfasciata, disprezzo per la cultura, razzismo e  xenofobia ormai sdoganati.

Cosa vede l’Italia quando si guarda allo specchio? Riesce a individuare una via d’uscita, un modo per sconfiggere il Sistema, con la s maiuscola, fatto di ricatti, malaffare, soldi e potere che è diventato ormai il nostro Paese? C’è un modo per fermare questa deriva? E soprattutto, come possiamo noi giovani a partecipare a questo processo? E’ sufficiente informarsi, conoscere i fatti e gli avvenimenti e raccontarli a quante più persone possibili? A volte sono sicuro che basti, altre volte mi sembra una soluzione ridicola. E allora come spezzare le catene fatte di indottrinamento televisivo, menzogne, mafia e ignoranza che ci circonda?

Tra qualche anno vorrei fare il giornalista. Vorrei poter contribuire a quel processo di “liberazione”, di uscita dalla situazione attuale. Ma, guardandomi allo specchio, a volte mi chiedo se ne sono capace, se la mia voce ed il mio impegno possano servire a qualcosa, se vi sia realmente modo di uscirne e, soprattutto, se ne valga davvero la pena.