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Ore 9:30 circa. Salgo una delle due rampe di scale che portano al CUP di Modena, il centro unico di prenotazione per le visite mediche. Devo prenotarne due, e chiedere un’altra informazione.

Visita podologia (il mio piede destro va allegramente per i fatti suoi, urtando spigoli e gambe di sedie) e visita allergologica (sospetta allergia alla polvere). Ultima informazione da chiedere: come posso togliere i punti che ho sul braccio? Il medico che all’ospedale di Rovereto mi ha rimosso un piccolo neo martedì 6 settembre mi ha detto che posso rivolgermi anche al mio medico di base. Ma io sono a Modena ora, impegnato a studiare per un paio di esami, da chi devo andare?

Entro quindi dalla porta automatica e noto subito l’aggeggio rosso che dispensa i bigliettini, come alla COOP: sono in fila con il numero 745, ricordatelo bene. C’è un sacco di gente e ben poche sedie su cui accomodarsi e attendere il proprio turno: stiamo ancora al 702, bisogna mettersi, per quando si può, comodi.

Osservo allora il sistema degli sportelli. Ognuno dei sette sportelli ha il proprio numero, esattamente come alle poste, con la semplificazione che non ci sono le tre tipologie di ricevimento: tu hai un numero, e il primo sportello che si libera e lo chiama, è tuo.

Il tabellone. No, chiamarlo così è un po’ troppo: una sorta di scatola bassa e larga, a pianta quadrata, appesa poco lontano dal dispenser dei numeri, dà, sui quattro lati, l’ultimo numero chiamato, e il relativo sportello. Noto anche cosa succede se due sportelli si liberano nello stesso momento: due numeri vengono chiamati in rapida successione. Se non sei svelto, rischi di non beccare il tuo numero al volo, e lo devi cercare tra i display sugli sportelli. Vedo molte signore di una certa età e immagino che con questo sistema possano avere qualche difficoltà.

Ma il bello arriva ora: sono al telefono con mamma, tanto, penso, ho 15 numeri davanti…e 11 numeri vanno via in due minuti. Allora, metto giù la chiamata, e in rapidissima serie: 742-743-744-745-746! Con il relativo sportello accanto, naturalmente. Riesco appena a vedere il mio e memorizzo velocemente: sportello 8.

Già mi suona strano, comunque mi dirigo verso gli sportelli più lontani e cosa vedo? Gli sportelli si fermano al numero 7. Dopo c’è un corridoio, e divide i primi sette da un’altra serie di sportelli: le tendine però sono calate, e allo sportello numero otto, che espone in alto il numero 745, non c’è nessun impiegato ad aspettarmi.

Chiaro, ci dev’essere un qualche errore, guardo nel suddetto corridoio a vedere se in effetti gli uffici si snodino anche lì, ma niente. E infatti mi sembrava strano di aver atteso per una cinquantina di chiamate e di non averne vista neanche una che andasse oltre lo sportello numero 7.

Vedo allora che l’impiegata che sta allo sportello numero quattro non sta servendo nessuno…chiedo a lei? Non sto rubando il posto a nessuno, insomma, il mio turno era oramai due numeri fa!

Lei mi dice però che ha appena chiuso (ho dietro di me una fila lunga uguale a quella che ho trovato arrivando tre quarti d’ora fa!) e che mi devo “far recuperare”. Prego? Per fortuna mi viene in aiuto il collega dello sportello accanto, che mi dice di avvicinarmi, ci penserà lui a me.

“Bene, salve, dovrei prenotare due visite, una allergologica e una da un podologo”. Che bello poter parlare così, sicuro che capiscano di cosa parli, e poi, insomma, è scritto sulla ricetta, è il loro linguaggio. Il signore fatica però a capirmi, ma non per il lessico, proprio per il rumore. C’è molta gente come ho già detto, ma l’attrezzatura non aiuta: classico vetro con buco tondo e vetro circolare “parasputi” davanti ad esso, naturalmente abbinato ad un sistema di microfoni.

Il sistema degli sportelli alle stazioni FS non sempre è all’altezza del compito, ma almeno lì possiamo trovare dei bei microfoni neri ben fissati al vetro e un altoparlante sia per l’impiegato che per il viaggiatore, per comunicare in modo ottimale. Qua il microfono c’è, ma…è minuscolo ed è appiccicato al vetro con dello scotch. Da questo si dipana un cavetto nero che va in una scatolina, che noto avere dei buchetti per un altoparlante: infatti mi sembrava di non sentire proprio il signore impiegato, perché il volume nelle possibilità della povera scatolina è molto basso. Lo sportello accanto ha il microfono appeso per il filo ad un appendino per presine da cucina, in metallo.

Ripeto quindi le mie richieste, visita podologia, visita allergologica. Ma podologia pare non esistere, al massimo devi andare da un ortopedico. Su questo sono preparato, la dottoressa mi disse chiaramente di evitare l’ortopedico e di chiedere uno specialista del piede, che si chiama per l’appunto podologo. Ma non esiste, per cui mi viene proposta “chirurgia del piede” e qualora volessi un appuntamento, andrebbero via comunque due anni. Due anni!

Torno ad insistere su podologia, c’è scritto sulla ricetta, insomma, non me lo sto inventando, caro impiegato dietro al vetro. Mi dice quindi di andare nel primo corridoio dietro a sinistra, mostrarla ai medici e chiedere cosa fare o comunque chiedere di cosa si tratta. Quando lo lascio raggiungo il corridoio: è vuoto, le porte sono chiuse e anonime, la sala d’aspetto è vuota, una signora chiede dove sia un reparto ad un medico che non sa dirle nemmeno se questo esista o meno…penso subito alla casa che rende folli.

Il clou è la rimozione dei tre punticini sul braccio: dopo una lunga consultazione tra colleghi mi sento dire “prova al pronto soccorso, ma spiega bene la tua situazione”. Come se fossi in una situazione imbarazzante e assurda: “Sa, ho fatto sesso con una capra, ma ora lei non mi ama più, come devo fare?”. In alternativa mi viene proposta la prenotazione di una visita chirurgica, ma toglierei questi punti soltanto un mese dopo.

Almeno ho imparato che studiando fuori sede dovrei avere un medico di base convenzionato. Mi chiedo quanti ragazzi come me lo sappiano.

Niente di fatto quindi in una mattinata intera spesa dietro a questi uffici e a queste scartoffie. I punti me li ha tolti la guardia medica, ma se la situazione burocratica e il sistema di uffici rimarrà a lungo così, è logico e giusto non sentirsi al centro dell’attenzione del nostro Stato.

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Cari amici, il nostro “Bel Paese” non finirà mai di stupirci…. oltre al Presidente del Consiglio che è un costante motivo di vergogna e d’imbarazzo, ho avuto modo di sperimentarlo pure io nei miei viaggi all’estero; ben oltre la montagna di spazzatura mediatica che sommerge la vera informazione; scavalcando le facce di quei bigotti politici che amano il teatro a tal punto da inscenarlo ogni giorno per un pubblico che continuativamente lascia la sala inosservato perché gli attori hanno gli occhi riempiti dalla luce dei riflettori.

Ognuno di noi sperimenta nella vita, prima o poi, che i colpi più grandi che si possano infierire scaturiscono sempre da piccole questioni, sovente considerate minimali.

Martedì 1 Febbraio 2011, stavo ascoltando le notizie al TG2 quando improvvisamente viene trasmesso un servizio sulle “tasse camuffate e nascoste nel nostro Paese”; bene – mi sono detto – parleranno di imposte che ognuno di noi paga senza accorgersene, stile IVA e via discorrendo… ed in effetti è così, si parla di tasse varie,  già calcolate nel prezzo finale dei prodotti che acquistiamo, ogni tipo di prodotto rinvenibile sul mercato.

Improvvisamente compare la solita “scheda” riassuntiva dove vengono sintetizzate la parole proferite dalla voce del/la giornalista che ha realizzato il servizio; si parla di patrimoniali ed altre tasse, alcune di cui personalmente non conoscevo nemmeno l’esistenza; “alcune di queste risalgono perfino ai primi del Novecento” tuona la Voce, come se vi fosse motivo d’orgoglio specie in un sistema tributario in cui i soldi entrano ma non si sa mai da quale falla escano!

Scorrendo verso la fine del servizio, sorpresa!, una piccola “chicca” per gli spettatori {e non parlo certo di una piccola donna di nome Cristina!}: “in occorrenza dei 150 dell’Unità d’Italia anche l’esposizione del Tricolore costerà: 140 € di tassa per esporre i colori nazionali”. Se non m’è preso un infarto sul momento credo non mi verrà mai più {tiè!}. Capito a che punto sono arrivati?: tassano coloro che si sentono appartenenti allo Stato italiano!

Mi sono sentito preso in giro: 140 €, ecco quanto vale il mio sentirmi italiano, o meglio, quanto devo pagare per poter dire “sì, mi sento italiano”… così sono corso in camera mia, ho afferrato furiosamente la mia vecchia bandiera italiana {non l’avevo ancora esposta perché vecchia, scolorita e da rattoppare qua e là}, mi sono diligentemente messo all’opera con ago e filo, ho sistemato i buchi più pericolosi che avrebbero potuto determinare uno strappo della tela e sventolando il mio vessillo sono uscito sul balcone ed ho posto l’asta dove generalmente è sempre stata in occasione di mondiali o feste nazionali. Terminata l’operazione mi sono lasciato scappare un bel “ed ora vengano a prendermi”, quasi fossi un ladro… eppure determinato. Se verranno a prendermi sul serio per farmi pagare una multa o la tassa stessa dovranno prima trascinarmi in tribunale! Personalmente, non baratto le mie idee ed il mio “sentirmi italiano” per una tassa, per uno Stato che per colpa di qualche personaggio costantemente alla ricerca di denaro per risanare i conti pubblici per vanagloria  decida di tassare il mio appartenervi.

Festeggeremo il Centocinquantenario dell’Unità d’Italia a breve, il 17 marzo, data così vicina eppure così lontana…. Sì, perché mentre magari alcuni italiani si preparano all’evento informandosi sulla storia della propria Nazione il Governo, a momenti, non sa ancora dove andare a parare in tema di manifestazioni: spostare, solo per il 2011, la festa delle Forze Armate a marzo? Organizzare un 2 giugno molto più grande per il 17 marzo e far passare in sordina l’Anniversario della Repubblica? Ed infine, dibattutissima questione, decretare per il 17 marzo un giorno di “vacanza” collettiva o mandare tutti al lavoro/ a scuola? Per di più, proprio quando i cavilli sembrano via via risolversi lentamente ecco le varie insurrezioni minoritarie: dapprima la Lega Nord che senza il proprio Federalismo {tanto sbandierato e voluto, di cui ora pare titubino persino gli stessi elettori} non vede ragione alcuna di festeggiare ed in un secondo momento con il moto di protesta del presidente della Provincia autonoma di Bolzano Luis Durnwalder il quale ha apertamente dichiarato di non voler prender parte ai festeggiamenti poiché gli altoatesini, nel lontano 1918 non vennero interpellati in merito a quale Stato volessero appartenere; per tal ragione non può costringere un popolo di “non italiani”  a festeggiare l’anniversario dell’Unità d’un Paese in cui questi non si identifichino.

Forse i festeggiamenti per questo Centocinquantenario potranno rivelarsi alquanto discutibili, l’importante, in fondo, è che ognuno di noi senta veramente quello spirito d’Unità nazionale che oltre centocinquant’anni fa portò giovani italiane ed italiani ad unirsi all’armata garibaldina ed a morire per un ideale di Patria che ancora oggi ritroviamo nel nostro Inno nazionale!

 

Foedericus

di L’Albatro
Questa seconda parte dei miei “pensieri antiitaliani” (Parte I) viene redatta dopo lo svolgimento e il risultato delle elezioni regionali 2010. Potete trovare qua il post a proposito dei risultati (“Tu chiamale, se vuoi, elezioni”), qua il commento di Aristofane (“Richiamale, se vuoi, elezioni”) e infine qua il commento de L’Albatro (“Arroganza”).

Per questa nuova “puntata” ho deciso di prendere soltanto un brano dell’originale articolo di Roberto Saviano “Per un voto onesto servirebbe l’ONU”, pubblicato su repubblica.it il 20 marzo 2010. Vi riporto nuovamente il link alla pagina di repubblica.it con l’articolo completo.

* * *

“Dov’è finito l’orgoglio della missione politica? La responsabilità di parlare a nome di un elettorato? Dov’è finita la consapevolezza che le parole e le promesse sono responsabilità che ci si assume? E la consapevolezza che un partito, un gruppo politico, senza una linea precisa, non è niente? Eppure proprio questo è diventata, nella maggioranza dei casi, la politica italiana: niente.”

Mai come ora mi sembra che le parole vengano utilizzate a sproposito. Di conseguenza perdono il loro significato, ma non la forza d’impatto. Questa forza viene utilizzata per colpire la pancia dei cittadini molli, quelli che stanno beati nella loro ignoranza (nel senso più totale della parola purtroppo) costruita e imposta da chi sa come controllare e controllarci. Dico sicuramente un’ovvietà parlando di discorsi-slogan, di dichiarazioni da campagna elettorale, ma mi sento di aggiungere anche che il discorso politico è diventato marketing: si vende subito una promessa di “benessere” (o beneficio?) immediato e sicuro, come si venderebbe un detersivo che vi promette il bianco più bianco che non si può!

Ma a me cosa importa di avere la camicia più bianca degli altri? Sembra una stupidata immane, ma non è così. Tanto ci si abitua alle urla delle pubblicità che propongono merci che fanno “di più”, omettendo spesso il termine di paragone, tanto più adagiata diventa la nostra mente: in mezzo al caos regna soltanto il roboante tono delle promesse di fare di più e di più.

Il risultato? Non importa cosa dici, ma come lo dici. Quindi non si prende più niente sul serio. La mia opinione è diametralmente opposta al “chi vivrà vedrà” che molti predicano, sperando che un giorno tutta questa impalcatura marcia di corrotti e dittatori crolli da sola. La storia ricorre e nulla è perpetuo, al limite è duraturo. Ma stare ad aspettare con le mani in mano non è sicuramente dignitoso. Anche io ho la speranza che quest’implosione del sistema avvenga, ma non voglio adagiarmi ad attendere qualcosa che non so nemmeno se o entro quando avverrà. Piuttosto voglio provare a dare una mano affinché ciò si avveri.
Tanto per incominciare, come ho già detto in un altro post, “Arroganza”, continuiamo a documentarci. In questo modo soprattutto voglio fare la mia parte.

Guardiamo quindi i due documenti qua sotto.
Il primo, un video, riguarda una parte di intervista a Corrado Guzzanti proprio riguardo al prendere sul serio le parole: Berlusconi va preso sul serio e merita rispetto, dice Corrado.

 

Il secondo è un’immagine di vari titoli di quotidiani dal 1999 al 2004: il posticipo dell’abbassamento delle tasse continua ancora oggi, e pare che l’argomento non abbia perso la sua presa sugli elettori…

Ovvero come ci promettono di abbassarle da almeno 11 anni!

…fine della seconda parte.

(Vai alla pagina di riepilogo dei “Dialoghi anti-italiani”)