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Immagine condivisa su Facebook dalla pagina “Gridate la Verità“. La trovate a questo link.

Cari amici scandalizzati dall’invito a Sanremo di Rufus Wainwright, Satana lo avete nella testa.

Satana non è lui, Satana è la tv pubblica che non fa pensare, Satana è un festival morente dove le idee diverse non sono ammesse, Satana sono le persone che devono demonizzare chiunque non la pensi come loro.

Non vi ho mai visto protestare contro serie tv violente o farcite di sesso. Dall’altra parte non ho mai visto degli atei o non credenti lanciare petizioni per rimuovere l’Angelus della domenica mattina su Rai1.

Saranno anche soldi vostri, ma sono anche miei e di chi come me vorrebbe poter sentire e vedere della buona musica per una volta sulla Rai. Poi possiamo anche discutere del fatto che a voi non vada bene. Ma se le vostre posizioni vi spingono sempre di più fuori dal mondo per il fatto che non sapete argomentarle, per me sono solo problemi vostri. Isolatevi pure. E quando sarete nell’aldilà, in paradiso, o dove più vi piace pensare che andrete, spiegatelo al Grande Amore che vi attende di là, come mai avete passato la vita a spargere acrimonia e lanciare strali, invece che convivere con tutti, e non solo con le vostre sicure comunità, perché avete avuto paura.

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di L’Albatro

Per capire il titolo-citazione da Piano Lessons dei Porcupine Tree, disquisiamo un po’ di musica, parlando di un’intervista a Elio e Le Storie Tese, trovata su ondarock. Link dell’articolo.

“Il problema più che il successo improvviso, che comunque è un problema, è il motivo che ti spinge a andare a un talent show, cioè la ricerca del successo e non la voglia di inventarti qualcosa di interessante, di creare. Ci si scorda ormai metodicamente che si parla di arte, non di vendere frutta.”

Interrogati sul meccanismo del “successo subito” che sta alla base dei talent show, Elio risponde concentrando l’attenzione sull’obiettivo che il partecipante al programma si pone: non è intraprendere una carriera artistica, ma vincere il programma. Ma è già nella specie del programma la questione: show. Ciò che fa spettacolo è ciò che riesce a colpire nell’immediato e a creare una figura, un personaggio. Accade che bravi musicisti siano relegati in quella che è definita “scena underground”, quel sottosuolo di musica spesso sconosciuta alla stragrande maggioranza delle persone.

Per vincere un talent show bisogna riuscire ad arrivare nella testa di più persone possibili e nel modo più diretto possibile: la novità se non spaventa per lo meno scuote, e a questo punto diventa un ostacolo per  raggiungere la meta di vincere il programma! Possiamo dire quindi che nei talent show non viene premiata più di tanto l’inventiva, ma piuttosto quanto si è bravi ad essere incisivi e comunicativi: non mi sembra affatto una pecca, l’arte richiede una gran dose di comunicazione. Il problema sorge quando questo si tramuta nella corsa ad omologarsi agli standard, dei giudici di gara, del programma.

“L’altra cosa che io trovo assurda è che ci sono questi ragazzi di 20 anni che invece di arrivare e spaccare tutto, cantano roba vecchissima, magari scritta oggi ma con uno stile vecchissimo, e nessuno che trovi niente da ridire su questa roba qua.”

Largo ai giovani insicuri! Che ci sia una selezione preventiva di chi ha davvero qualcosa di nuovo e strano da proporre? Tutto viene adattato al format televisivo, e il messaggio che viene poi mandato è che la vera musica è questa. Chissà se le star che nascono da questi programmi si divertono. Secondo me sì, insomma, sembra quantomeno interessante una vita da musicista con contratto, concerti, interviste. Ma ho il dubbio che questo tipo di divertimento venga messo in primo piano rispetto a quello di creare una canzone, arrangiarla, provarla, riprovarla e suonarla davanti a delle persone. Almeno, io provo queste sensazioni quando sono davanti alle mie tastiere o mi capita di imbracciare un altro strumento.

E’ una questione di punti di vista: avere come obiettivo la vita da artista e usare la propria arte per raggiungerla, oppure avere come obiettivo sviluppare la propria arte per il divertimento di farlo e poter continuare a farlo, pensando pure al fascino della vita da artista, in primo luogo per le possibilità che questa offre, anche in favore della propria arte.

Nel caso di Elio e le Storie Tese, questo divertimento nel cercare sempre cose nuove ha come risultato una carriera trentennale, piena di successi e, se vogliamo, ricca di evergreen. Ricordiamo due pezzi per tutti: Servi della gleba, ovvero le pare di un qualsiasi ragazzo che deve uscire con una ragazza, e La Terra dei Cachi, brano con cui furono vincitori “morali” di Sanremo ’96. Nell’intervista su ondarock vengono interrogati anche a proposito della loro partecipazione a Sanremo, in cui una sera arrivarono al teatro Ariston in motorino, vestiti come i Rockets (pitturati d’argento e con vesti lunghe brillanti) e in un’altra Elio si esibì con un braccio fino e a metà canzone tirò fuori da sotto il maglione quello vero. Inoltre alla seconda serata i musicisti avevano l’obbligo di presentare il loro pezzo in massimo un minuto, l’usanza prevedeva che venisse eseguito almeno il ritornello: gli Elii suonarono la loro canzone il 55 secondi, velocizzando l’esecuzione. Il video è questo: Neanche un minuto di non caco.

“Volevamo fare una cosa interessante, non adeguarci alla noia della ripetitività, in Italia manca questo. […] invece i ventenni di oggi arrivano e fanno a gara ad adeguarsi, a conformarsi il più possibile, e “Amici” e “X Factor” sono questa roba qua; uno deve impegnarsi per trovare qualcosa di nuovo, non adeguarsi, cercare di essere il migliore a imitare gli altri, mi sembra che sia buttare la propria vita, ed è questo che sta accadendo.”

Casualmente l’unico pezzo che comunemente si ricorda di quella edizione di Saremo è proprio La Terra dei Cachi

Molto spesso Elio e le Storie Tese vengono etichettanti come un gruppo demenziale. “La definizione di rock demenziale ci è indifferente, uno ascolta, poi ci dica a che genere appartiene” – credo che su questo Elio abbia ragione, ho amici musicisti con cui ho suonato, che quando era il momento di scegliere delle cover da imparare, ritenevano che il gruppo si dovesse concentrare su un genere, e non staccarsi da quello. Anche quando si parlava di comporre un pezzo in un dato modo, implicitamente, questo avrebbe dovuto soddisfare i canoni dello stile che rappresentava il gruppo.

Credo che sia sbagliato pensare a diventare bravi in un solo genere, perché si rischia di chiudere la mente alle nuove possibilità, in un campo che richiede soprattutto l’apertura mentale! Il musicista è come un alchimista, leggermente pazzo, che mischia senza troppa logica le sue pozioni, che sono le influenze, i generi e la musica che già esiste e ha ascoltato, ciò che sente per strada, ciò che sente dentro rapportandosi con il mondo. E molto altro ancora, conscio e inconscio, perché la musica non deve da essere eccessivamente progettata e men che meno meccanizzata: non esiste e non esisterà mai un processo di produzione univoco per la musica (e l’arte in generale, se vogliamo espanderci).

Chi crede di possederne uno sa solo cosa vuole vendere!