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Quello italiano è un popolo incredibile che, ritengo, non finirà mai di stupire; la frase può sembrare trita e ritrita, tante volte è stata adoperata… eppure ora credo proprio capiti a fagiolo. Sì, perché, come titola il numero de “l’Espresso” della scorsa settimana, mentre il mondo arabo brucia gli italiani preferiscono occuparsi dei millanta processi in cui B. è invischiato, dei “gieffini” e di Mistero per comprendere, ad esempio, come una persona possa vivere senza braccia … mentre nelle coste settentrionali dell’Africa la gente non riesce a vivere in quanto manchi il necessario per, almeno, sopravvivere.

Tornando all’incipit {sono desolato, ma non credo d’avere né le competenze né tanto meno il merito di poter parlare della situazione nei paesi nord-sahariani}, mentre mi allenavo per una delle specialità delle Olimpiadi casalinghe, vale a dire lo zapping ad ostacoli, mi sono imbattuto nel Telegiornale di TV2000 {canale ufficialmente di proprietà della CEI http://it.wikipedia.org/wiki/TV2000} proprio mentre veniva mandata in onda la rubrica di notizie dal mondo e mi ha colpito sentir parlare della Gameen Bank, la Banca dei Poveri. La notizia, realizzata nello stramaledettissimo formato “flash”, riferiva infatti che il fautore di questo grande progetto e presidente della stessa Muhammad Yunus è stato rimosso dal proprio incarico dalla Banca Centrale del Bengala. “Incredibile” mi sono detto, così ho ascoltato i nostri TG nazionali {quelli Rai per intenderci, Mediaset l’aborro} in cerca di conferme …. NULLA, tabula rasa di quanto detto poco prima! Incroyable! Così ho pensato di scrivere un piccolo post per questo blog per far capire cosa accade nel mondo che i nostri Telegiornali “di cortile” {come soglio chiamarli, poiché si occupano solo di questioni nazionali e solamente di questioni internazionali eclatanti} non riportano.

Vorrei parlare della Banca dei Poveri {per chi fosse interessato ad ulteriori informazioni sulla figura di Muhammad Yunus lascio qui comodo comodo il link di Wikipedia, santa invenzione!, anticipando solamente che si tratta del Premio Nobel per la Pace 2006 http://it.wikipedia.org/wiki/Muhammad_Yunus} che io stesso ho conosciuto in maniera del tutto fortuita sostenendo l’esame del First!

Tale organizzazione, ufficialmente Grameen Bank ma meglio nota con l’appellativo di Banca dei Poveri come già detto, è nata nel “lontano” 1976 per aiutare le popolazioni povere del Terzo mondo con microprestiti di cui le banche preesistenti non si curavano: generalmente i prestiti ammontano a cifre irrisorie che posso andare dai 2 ai 10 €, soldi che vengono impiegati per dare autonomia a piccole attività che a livello di villaggio rimarrebbero puramente “di sussistenza” senza uno sviluppo concreto. Come si può capire dalle cifre chieste in prestito, altri istituti di credito non se ne sono mai occupati poiché solamente le procedure burocratiche avrebbero fatto lievitare i costi; inoltre la Banca dei Poveri concede prestiti senza alcuna richiesta di garanzie, una manna per le fasce più povere delle popolazioni del Terzo mondo, in modo da evitare che i possibili contraenti dei prestiti finiscano nelle mani dell’usura.

La politica adottata da questa Banca è del tutto particolare in quanto {mi appoggio all’esauriente scaletta di Wikipedia}

  non si propongono come un ente burocratico a cui rivolgersi per ottenere un prestito, ma sono i funzionari della banca che si spostano di villaggio in villaggio per avvicinare i possibili clienti;

  sia per abbattere i costi sia per andare incontro ad una clientela in maggioranza analfabeta, la maggior parte della documentazione cartacea viene abolita ed i prestiti vengono concessi sulla fiducia e senza alcuna garanzia bancaria;

  per ridurre ulteriormente i costi e rendere più sicura la restituzione attraverso la mutua solidarietà, i crediti vengono normalmente concessi a piccoli gruppi di richiedenti che sono moralmente impegnati ad aiutarsi l’un l’altro in caso di difficoltà;

  nel suo giro per i villaggi l’impiegato incontra i clienti, riscuote le rate dei pagamenti e raccoglie gli eventuali risparmi, anche se di valore modestissimo;

  i prestiti, piccoli o grandi che siano, debbono essere restituiti dal momento che non si tratta di assistenzialismo, ma di un prestito dato da una banca ad un suo cliente;

  la restituzione avviene sempre in forma rateale, spesso settimanale, in modo che eventuali difficoltà del contraente sono subito evidenziate e danno modo alla banca di intervenire in tempo (ad esempio concedendo delle dilazioni).

{Da Wikipedia, alla voce Banca dei Poveri}

Il successo riscosso da tale sistema organizzativo è stato sorprendente, in quanto si è potuto notare un miglioramento delle condizioni di vita dei beneficiarii dei prestiti, un’insolvenza inferiore all 1% nella restituzione delle somme date in prestito e, con gli utili ricavati, è stato possibile pagare gli stipendii degli impiegati ed al contempo allargare la “zona di mercato”.

Insomma, un piccolo miracolo dei Paesi del Terzo mondo di cui pochi conoscono almeno l’esistenza.

Non intendo andare oltre dacché il mio intento era quello di far riflettere su quanto ci viene propinato ogni giorno dalla televisione, quali di queste nozioni siano necessarie e quali invece superflue… Forse dovremmo ribellarci a questo regime di chiusura o, peggio, dittatura mediatica e cercare nuovi sbocchi e nuovo ossigeno nel campo dell’informazione.

{Post scriptum: mi scuso per il frequente ricorso a Wikipedia ma piuttosto che fornire informazioni false o mal formulate ho preferito appoggiarmi ad una fonte esterna e, chiaramente, anche al sito stesso della Grameen Bank http://www.grameen-info.org/}

Foedericus.

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di L’Albatro

Un estratto da un articolo di Umberto Eco, nel quale ho trovato spiegato una mia impressione, covata a lungo. Spesso abbiamo sentore che qualcosa stia cambiando, anche se non siamo consci pienamente di cosa sia: ne diventiamo consapevoli soltanto quando i segnali sono davvero evidenti, palesi, impossibili da ignorare!

Non credo infatti che una dittatura significhi vedere per strada truppe marciare a passo d’oca (citazione da Corrado Guzzanti, il video il trovate in questo articolo qua). Il controllo che si può avere sulle persone va oltre alla paura dei mitra o delle adunate in stile fascista. E non credo nemmeno che nel 2010 sia pensabile una situazione del genere. Le armi oggi sono sicuramente altre, come la pubblicità, la televisione, il controllo dei mercati…lo stesso Eco scrive che “per un nuovo populismo mediatico la stessa dittatura è un sistema antiquato che non serve a nulla” e che “si possono modificare le strutture dello Stato a proprio piacere e secondo il proprio interesse senza instaurare alcuna dittatura“. Il problema è che la grande maggioranza delle persone non stanno così attente, e tutti questi piccoli cambiamenti, attuati piano piano, passano inosservati, appena percepiti, e subito, facilmente normalizzati.

Il regime non è manifesto quindi: è fin troppo palese a certe persone che riescono a mettere assieme tutti questi piccoli segnali (e continuano a scoprirne, sia di nuovi che di antichi e “reiterati”) mentre questa situazione è del tutto normale per chi, disattento e pesantemente influenzato, segue pedissequamente tutto ciò che gli viene propinato, precotto e ci crede senza pensarci un momento. L’ultima dichiarazione di Berlusconi all’Ocse (giovedì 27 maggio) è stata infatti di non avere potere, anzi, il potere che molti attribuiscono a lui, paragonandolo ad un dittatore, è in realtà in mano ai suoi “gerarchi”…citando Mussolini: “dicono che ho potere, ma io non ho nessun potere, forse ce l’hanno i gerarchi, ma non io. Io posso solo decidere se far andare il mio cavallo a destra o a sinistra, ma nient’altro” (link alla notizia su repubblica.it, link al video su repubblicaTv). Chi sono i gerarchi? Chi è quindi che ci governa? Insomma, mi sembrano dichiarazioni non da poco…

La conseguenza poi è che i secondi aggrediscono i primi definendoli “antiitaliani” e “pessimisti” (vedi i dialoghi antiitaliani), soltanto perché, forse, vedono un po’ più in là, e perché si accorgono delle incongruenze e le fanno notare a coloro che preferiscono non vedere, perché hanno altro a cui pensare. Le “altre cose a cui pensare” sono purtroppo e spesso questioni fondamentali, come la casa, lo stipendio, il lavoro: d’altronde, è più facile controllare una persona ferita e in difficoltà o una persona in salute?

L’articolo si intitola “Noi contro la legge“, e conta due pagine.

***

“Erodere le libertà di un paese significa di solito mettere in atto un colpo di Stato e instaurare violentemente una dittatura. Se questo avviene, gli elettori se ne accorgono e, se pure non hanno la forza di azione di colpo di Stato che è con lui cambiata. Al colpo di Stato si è sostituito lo struscio di Stato. All’idea di una trasformazione delle strutture dello Stato attraverso l’azione violenta il genio di Berlusconi è stato ed è quello di attuarle con estrema lentezza, passettino per passettino, in modo estremamente lubrificato.”

(Umberto Eco)

di Aristofane

In malafede o male informate. Sono queste le due uniche tipologie di cittadini che difendono la legge bavaglio che si appresta ad approdare in Parlamento. Perchè nessuno che realmente conosca il contenuto di quella legge (per sapere cosa prevede la legge, clicca qui) può difenderla, se non per interesse personale o di un qualche superiore. Questa legge è un ulteriore passo verso il regime. E questa volta la parola non è usata a sproposito, come spesso ho sentito dire in altre occasioni. Questa volta il passo è effettivo, concreto, sotto gli occhi di tutti. In quale Paese civile si pongono limiti all’azione dei magistrati (e quindi alla giustizia) come quelli che questa legge-porcata prevede? In quale Paese che si definisce democratico i delinquenti possono farla franca perchè non possono essere intercettati e quindi scoperti?

Questa legge (anche se usare un termine simile per questa immane schifezza mi sembra improprio) sarà la vittoria dei colletti bianchi criminali, di quelli che truffano lo Stato facendo accordi e distribuendo tangenti ai suoi rappresentanti, che ottengono appalti in cambio di mazzette, che piazzano parenti ed amici dove preferiscono. Sarà anche la gioia dei criminali comuni, che ora dovranno solamente aspettare 75 giorni prima di ammazzare, rapinare, chiedere il riscatto, stuprare ecc le loro vittime. Dopo il 75° giorno si stacca tutto, il magistrato non può più intercettare e, quindi, scoprire il reato.

E, contrariamente a quanto ci sentiamo ripetere, questa legge favorirà la mafia. Perchè è vero, per i reati di mafia e terrorismo il tempo per intercettare è più lungo; ma se non si può intercettare per più di 75 giorni delle persone che stanno commettendo un reato, come si fa a scoprire se sono affiliati alla camorra o a cosa nostra? Se lo si scopre entro quei giorni, bene, altrimenti, amen. Si chiude tutto e si torna a casa.

Questi sono i piani del governo che prometteva più sicurezza e che invece è riuscito solamente a darci più schifezze che mai.

Dulcis in fundo, il piano per fare in modo che nessuno sappia niente. Vietato, a pena di carcere per i giornalisti e multe fino a 600 mila euro per gli editori, pubblicare in qualunque modo (per esteso, per riassunto, scrivendo il contenuto) le intercettazioni. Vogliono delinquere in pace, senza disturbo. Per fortuna, se la legge dovesse passare così com’è (ma speriamo che Napolitano non si macchi di una nefandezza simile), la Corte Costituzionale o la Corte Europea di Giustizia la eliminerebbero in un istante, tanto è palese la sua incostituzionalità ad ogni livello.

Ma la cosa che sarebbe più grave, se questa legge dovesse passare, sarebbe l’enorme passo che si sarebbe fatto verso il regime. Verso l’effettivo controllo assoluto del potere politico su qualsiasi altro potere terzo. Già adesso l’Italia non è più un Paese democratico, ma un parco giochi per potenti che si spartiscono la torta e fanno i loro interessi, lasciando i cittadini col culo per terra, a suicidarsi per la disperazione di non poter più mandare avanti la propria azienda o a incatenarsi da qualche parte o salire su qualche gru per rivendicare il proprio diritto a lavorare.

Un passo alla volta, ci stiamo arrivando. Arriviamo al regime. Un regime dispotico, come lo sono tutti. Un regime pluto-mediatico, basato su ricchezza e televisione, soldi ed apparenza. Ne abbiamo già fatti tanti, di passi. Siamo già un Paese in cui, in misura maggiore rispetto agli altri Stati, l’uguaglianza è solo formale e non sostanziale.

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Così recita l’articolo 3, secondo comma, della Costituzione. Alzi la mano chi pensa che, invece di dare attuazione a questa norma costituzionale, da anni ormai il compito di gran parte di chi rappresenta la Repubblica sia quello di accumulare potere e denaro, narcotizzare e le menti dei cittadini perchè non ragionino ed eliminare ogni ostacolo sulla via dell’impunità più assoluta.

(Firma l’appello contro la legge-bavaglio)

(Vai alla pagina del dossier sulla legge-bavaglio)

di Aristofane

Guardarsi allo specchio non è un’azione banale. Spesso ci si ritrova a fare i conti con i propri desideri e le proprie ambizioni, che non sempre riusciamo a realizzare, o per lo meno a realizzare come davvero vorremmo. Altre volte sono le nostre paure ed insicurezze a venire a galla, e ci domandiamo come affrontarle e sconfiggerle. Il nostro riflesso, insomma, ci restituisce un’immagine di noi stessi di cui non sempre siamo completamente consapevoli, presi come siamo dalla frenesia e dalla fretta che regolano le nostre giornate. Immersi nelle mille occupazioni quotidiane, spesso non lasciamo che questi pensieri abbiano il giusto sviluppo, e così li teniamo là, fermi, pronti a scappare dalla loro prigione fatta di azioni quotidiane, utili e meno utili, che ripetiamo ogni giorno. Prendersi il tempo per pensare ci aiuterebbe a rivalutare le nostre convinzioni, le nostre idee, il nostro modo di pensare.

Mi chiedo cosa vedrebbe questa Italia se si guardasse allo specchio. Io ho delle idee ben precise su diversi temi, e spesso mi accorgo di essere sì pronto ad ascoltare chi non la pensa come me, ma non così incline a soffermarmi su queste diverse convinzioni per soppesarle, vagliarle criticamente e, in caso, farle mie. E questo mi porta a mettere in dubbio alcune cose, a chiedermi se sono poi così vere quei convincimenti su cui baso il mio pensiero e su cui formo idee ed opinioni.

Per questo mi chiedo cosa vedrebbe questa Italia se si guardasse allo specchio. Sono solo io che, quando penso ai desideri ed alle ambizioni che questo paese ha, vedo poco, vedo fumo e cenere, scarse possibilità per i giovani e per chi si impegna a fondo in quello che fa? Sono davvero così pessimista da sbagliarmi, da scorgere nella maggior parte dei giovani solo voglia di andarsene e sfiducia nelle istituzioni e nella politica, mentre in realtà tutti sono contenti della situazione attuale e fiduciosi nell’avvenire?

Mi chiedo se solamente io, guardando all’Italia e a chi ne fa parte, vedo politici trasformati in affaristi, preti divenuti mostri, mafiosi e delinquenti diventati uomini potenti, regole e leggi relegate al rango di qualcosa che si possa decidere se osservare o meno, informazione servile ed appiattita sulle tesi del potere, scuola sfasciata, disprezzo per la cultura, razzismo e  xenofobia ormai sdoganati.

Cosa vede l’Italia quando si guarda allo specchio? Riesce a individuare una via d’uscita, un modo per sconfiggere il Sistema, con la s maiuscola, fatto di ricatti, malaffare, soldi e potere che è diventato ormai il nostro Paese? C’è un modo per fermare questa deriva? E soprattutto, come possiamo noi giovani a partecipare a questo processo? E’ sufficiente informarsi, conoscere i fatti e gli avvenimenti e raccontarli a quante più persone possibili? A volte sono sicuro che basti, altre volte mi sembra una soluzione ridicola. E allora come spezzare le catene fatte di indottrinamento televisivo, menzogne, mafia e ignoranza che ci circonda?

Tra qualche anno vorrei fare il giornalista. Vorrei poter contribuire a quel processo di “liberazione”, di uscita dalla situazione attuale. Ma, guardandomi allo specchio, a volte mi chiedo se ne sono capace, se la mia voce ed il mio impegno possano servire a qualcosa, se vi sia realmente modo di uscirne e, soprattutto, se ne valga davvero la pena.

di Aristofane

Questa è la mia risposta ai diversi interventi ( “…e l’imbonimento è potere!“, “Arroganza“, “Pensieri antiitaliani?parte II“)  che L’Albatro ha scritto nei giorni scorsi, toccando diversi temi. Credo che il mio collega abbia messo in evidenza in modo chiaro il disagio che noi ragazzi, o almeno alcuni di noi, provano stando a guardare la scena politica e sociale che ci circonda. Dando un’occhiata a quello che abbiamo intorno, ci rendiamo conto di come in questi anni tutto sia cambiato e stia cambiando. Mi riferisco ovviamente alla percezione che si ha della realtà, delle regole, del vivere civile, della cultura.

L’Albatro ha sollevato diverse questioni, che credo possano essere ricondotte ad un’unica conclusione: niente, nella nostra Italia di oggi, ha un valore assoluto. Leggi, regole, parole, informazioni, cultura, rispetto: niente vale più in quanto tale. E se niente ha più un valore intrinseco, assoluto, tutto può essere infranto e non rispettato. Oggi solo bellezza, successo, potere, fama e soldi sono il fine ultimo. Si prova a sfondare in ogni modo, anche vendendo la propria dignità e la propria integrità. Intendiamoci, non c’è nulla di male a voler raggiungere il successo, a voler essere famosi. Ma il problema di oggi è che questa sembra essere diventata l’unica strada percorribile, l’unico scopo che si può perseguire. Procedere per una via diversa, impegnandosi, sbattendosi e faticando è considerato un atteggiamento miope, insulso, che non porta risultati effettivi. E la cosa ancora peggiore è che purtroppo a volte è così. Chi fa il furbo ed usa scorciatoie, sotterfugi, mezzi ai limiti della legalità o abbondantemente al di fuori di essa arriva primo di chi invece è onesto e si impegna per rispettare procedure e regole. Nel nostro paese, sempre più spesso vince chi è disonesto. E questa situazione non fa altro che frustrare l’onesto e spingerlo a cercare a sua volta soluzioni diverse, imitando chi si muove in modo contrario alle regole.

I modelli, d’altronde, sono una politica ed una società (che si riversano continuamente e massicciamente nella televisione, che altro non è che cassa di risonanza di questa immondizia)  guidate, salvo i soliti rari casi di cui ci si deve sempre ricordare, da personaggi che ostentano in modo insopportabile la loro ricchezza ed il loro privilegio, il loro disprezzo e disinteresse per il prossimo che ha bisogno e per la cultura, e che non accettano l’imposizione di regole, che potrebbero frenare il loro potere o la loro fama. E questo potere, questa condizione superiorità rispetto agli altri è vista con invidia da chi, sempre attraverso la televisione e gli altri media di regime, viene accecato ed abbindolato, visto che si vede in continuazione proposto quello appena descritto come modello vincente. Da qui deriva il diffuso dispregio e dileggio di regole e responsabilità, insieme all’abitudine a non rispettare nè le une nè le altre che si è tanto diffuso nella popolazione italiana, già culturalmente incline alla furbizia e sempre in cerca di qualcuno che pensi per lei e le indichi la via da seguire (che sia, possibilmente, quella più breve e semplice).

A questa situazione, molto difficile da combattere, si deve rispondere ridando il significato loro proprio a parole, atteggiamenti, situazioni ed utilizzando toni forti, che aiutino le persone a comprendere fino in fondo come stanno le cose. Risolvere i problemi, profondi e radicati, di questa Italia è possibile. E si può farlo ricominciando a pensare (e facendolo in modo autonomo), a chiedersi, come giustamente diceva il mio collega L’Albatro, il perchè delle cose, informandosi, leggendo. Solo capendo possiamo riacquistare la libertà effettiva che ci manca, non quella di plastica che ci lasciano, facendoci credere di essere i più liberi del mondo, quando in realtà siamo schiavi, chiusi in una scatola fatta di menzogne e false speranze.

Non dobbiamo restare nell’ignoranza ed aspettare che le cose cambino da sole. Ancora una volte dirò una banalità, ma se ognuno di noi si impegna nel suo piccolo, nei modi e coi mezzi che può utilizzare, forse qualcosa si può muovere, spezzando le catene di ignoranza, attendismo e malaffare che ci tengono legati ad un futuro grigio e privo di certezze e vera libertà.

Per finire, vorrei rispondere alla domanda che fa da titolo a due interventi de L’Albatro. Questi non sono assolutamente pensieri anti italiani. Sono riflessioni che, al contrario, fanno bene a chi le fa e all’Italia intera, se fatte da più persone. Chi osteggia questi discorsi non desidera altro che una schiera di sudditi incapaci di pensare e ragionare criticamente, che accolgano un pensiero unico ed indiscutibile.

(Vai alla pagina di riepilogo dei “Dialoghi anti-italiani”)

di L’Albatro

Caro Aristofane,
sono immensamente felice che il mio precedente post ti abbia spinto a scrivere un così lungo intervento!

Nel dubbio che tu abbia avuto l’impressione che io abbia “fatto di tutta l’erba un fascio”, vorrei chiarire che nel precedente intervento ho volontariamente voluto esprimermi in maniera generale. Questo perché speravo di dare il via ad una discussione, e se hai sentito l’impulso di scrivere subito direi che ci sono riuscito!
In secondo luogo, ho deciso di partire dalle impressioni, perché mi sembra l’unico punto di partenza possibile: come abbiamo dichiarato nel post di apertura di questo nostro spazio digitale, ciò a cui miriamo è la possibilità di chiarire le nostre idee, mediante il confronto e i contributi multipli della discussione. Ho messo sul tavolo molte idee e argomenti che mi sono reso conto di avere chiari…ma non troppo! Penso che siano in molti ad avere in testa questo groviglio intricato di avvenimenti e contrasti, e mi piacerebbe trovare dieci, cento, mille persone che rispondano come hai fatto te! Perciò in questo intervento potrò abbracciare soltanto una parte degli argomenti che abbiamo introdotto…

Dunque, un’altra cosa che mi interessa moltissimo nel discutere è provare a far emergere una qualche strategia, un modo di pensare e agire che possa essere condiviso e attuato da molti per riuscire a riprenderci l’autonomia che ci spetta e che ci rende la dignità di essere uomini, persone. Possiamo anche sentirci “uniti”, ma se non troviamo qualche punto in comune non potremmo mai essere una forza coesa e incisiva. Dall’altra parte abbiamo un muro apparentemente inviolabile, una destra al governo che è sempre più avulsa dalla realtà, con un’idea orripilante di cosa è democrazia, di cosa è essere cittadino. Due idee che, rispettivamente, si confondono in modo pericoloso con dittatura e sudditanza.

Trovo che ci sia gente (tanta, troppa) che ragiona per assoluti comodi e taglienti: ti danno dell’esagerato se parli di regime… Farsi sentire con paroline e frasi sussurrate non è farsi sentire (cosa che vedo fare da parte del Pd e di altri partiti dell’opposizione). E’ sicuramente più incisivo utilizzare termini forti e talvolta pesanti, soprattutto per dichiarare che la direzione che si è presa come Paese non è, a nostro parere, quella giusta ma anzi totalmente sbagliata. Io penso che andando avanti in questo modo l’Italia sarà sempre più affossata nella propria dittatura morbida, e sempre più felice di esserlo! Una meravigliosa agonia!
Per convincere gli ottusi e prudenti oltre ogni limite sembra che ci debbano essere le camicie nere che fanno il passo dell’oca per le strade…eh, sennò non è dittatura!
Questo è il risultato del pensare in modo superficiale, cioè guardare e giudicare sempre e soltanto dall’aspetto esteriore delle vicende, evitando la solita (vitale) domanda: PERCHE’?
Si fanno passare le scenette, le gaffe, gli imbarazzi che crea il nostro premier come delle cose simpatiche e sporadiche…da questo siamo arrivati alle giustificazioni che i cagnolini di partito e i dipendenti danno degli scatti d’ira del loro capo: presentano Silvio come il maschio italiano, pieno di passione e capace di incazzarsi, e quando va troppo oltre nell’insultare e denigrare chi non la pensa come lui, anche qua, è soltanto un impeto del momento.

Andiamo ad un altro punto del tuo intervento:
“Non è possibile, ovviamente, utilizzare un sistema di democrazia diretta, come si usava nelle poleis greche, ma il popolo, la gente ha il diritto ed il bisogno di sentire vicina la politica, di sapere e vedere che essa si sta occupando di problemi, dei suoi problemi.” (Dal precedente post di Aristofane)

Lasciando fuori dalla porta ogni tipo di scoramento (“siamo in pochi, non ce la faremo mai”), andiamo diretti al punto: come fare capire alla gente che questa politica la sta sfruttando, che sta calpestando i suoi diritti, ma soprattutto le coscienze?
Smascherando i finti problemi “risolti” e mettendo in evidenza quelli fondamentali e non risolti! Che fine ha fatto il contratto con gli italiani? Quel documento firmato in pompa magna nel bianco studio di Vespa, documento con il quale Berlusconi ha dichiarato che non si sarebbe più candidato se al termine del suo mandato non fossero stati risolti quattro dei cinque punti del contratto? Chi mai ha alzato la mano a chiedere se erano stati rispettati? Andiamo a ripescarlo, tanto per curiosità. Perché le parole non pesano più. Maledizione, se dichiaro qualcosa davanti a milioni di persone che rappresento non posso contraddirmi di lì a poco!

Questo avviene però, e la sua base sta nell’imbonimento che ci propinano le fonti di “informazione”: è terribile pensare che la maggior parte della popolazione elabori le proprie opinioni utilizzando come unica fonte la televisione. E poi la tv non porta voti! Non è solo il telegiornale la causa di questo degrado mentale, ma a questo si affiancano gli opinionisti, i programmi di varietà, i talk show, e soprattutto il gran miscuglio con cui tutto questo viene proposto. Ora, non voglio demonizzare tutte le trasmissioni, e mi rendo conto che leggendo qua sopra verrebbe da pensare che detesto indistintamente la televisione. Non è così. Pongo piuttosto l’attenzione sul gran casino che regna in televisione. In mezzo al caos risulta ben difficile distinguere ciò che è buono e ciò che non lo è. La televisione, generalista per garantire la varietà dei contenuti e quindi cercare di accontentare la più ampia parte di pubblico, stanca la mente. E una mente stanca non capisce, va in risparmio energetico e smette di ragionare.

Sembra non ci sia una soluzione di continuità tra i programmi, la pubblicità inserita in ogni dove, le notizie riportate dai telegiornali secondo criteri e scalette marziane…io non sono un gran utilizzatore del piccolo schermo ma quando mi capita di spenderci del tempo mi sento alquanto spaesato. Guardo solo pochi programmi volutamente, anche perché scorrendo l’elenco dei palinsesti non trovo alcunché di mio gradimento. Ho provato a guardare trasmissioni come il Grande Fratello, le varie Fattorie e Isole, i programmi di gossip e “notizie” come Verissimo, i programmi “comici” come Colorado…e non ce la facevo.
Sono forse anormale?

Per ora mi fermo, tempo e spazio ne abbiamo, no?

P.S.: la seconda parte di Pensieri antiitaliani arriverà, si sviluppa in modo autonomo da questa discussione…anche se molti argomenti saranno comuni!

(Vai alla pagina di riepilogo dei “Dialoghi anti-italiani”)