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Terzigno brucia. Gli abitanti, disperati, danno fuoco ai camion e lanciano di tutto alla polizia, che risponde con lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. Volano molotov. Un agente passa dalla parte dei manifestanti. Gli scontri sono continui e violenti ormai da giorni. Guardando le immagini di ciò che accade, sembra di vedere gli scontri di una guerra civile, di una battaglia in un qualche Paese oppresso, dove i ribelli lottano per la libertà. E forse è proprio così. Sembrano cronache di un Paese lontano. Sono racconti dell’Italia di tutti i giorni.

L’emergenza rifiuti in Campania non è risolta. Non lo è mai stata. Chi l’avrebbe mai detto? Le immagini dei cumuli di monnezza ai bordi delle strade sono su Youtube da mesi, da quando il governo aveva dichiarato cessato l’allarme, assicurando che tutto era risolto, che il problema non esisteva più. Ci si è girati dall’atra parte, ritirando le telecamere e i giornalisti, in modo che nessuno raccontasse più ciò che c’era. E chi lo faceva veniva considerato un visionario, un fazioso, un comunista. Tutto finito, tutto scomparso, fine della storia. Fine del racconto, fine dei problemi.

Ma quando mai? Sono anni che la Campania è sommersa di rifiuti. Le varie commissioni straordinarie non sono servite a nulla, se non a sistemare politici trombati, mentre l’inceneritore di Acerra, dipinto come un modello di buon funzionamento, non funziona come dovrebbe.

E ora la storia della discarica di Terzigno mostra la realtà per quella che è. C’è una popolazione che si troverebbe un’altra discarica sotto casa, colma di rifiuti tossici provenienti da ogni dove, che li faranno ammalare di leucemia più di quanto accada già oggi. Ma la gente non ci sta, non intende stare a guardare mentre viene loro distrutta la vita, mentre viene loro rubato quel piccolo pezzo di futuro che ancora hanno. E quindi la rivolta. Forse unica possibilità di cambiare le cose, di risolvere una situazione che è insostenibile ormai da troppo tempo.

Avevamo già scritto (nel post “Chi è Stato?“) quello che pensava la popolazione di Terzigno di questa nuova discarica: ” Dalle nostre parti, in Campania, si muore di tre cose: camorra, politica e discariche. La discarica di Terzigno però, a mio avviso, è il sodalizio tra la camorra e lo Stato. Perchè qui noi non stiamo a combattere le camorra, noi la camorra ancora non la vediamo. Noi qui siamo a combattere lo Stato, perchè è lui che ce le ha imposte le discariche”. Come non essere d’accordo?

L’UOMO GIUSTO AL POSTO GIUSTO


Chi viene chiamato per risolvere la situazione? Guido Bertolaso. Par di sognare. Bertolaso, lo stesso che si è occupato così bene del terremoto dell’Aquila (con migliaia di persone che ancora non hanno una sistemazione, il centro della città fermo al giorno del terremoto e gli aquilani che protestano sempre più spesso, ovviamente restando inascoltati e oscurati dai media servi del padrone), che si faceva massaggiare da procaci signorine al Salaria Sport Village e dirigeva i lavori del G8 della Maddalena (poi spostato all’Aquila), costato centinaia di milioni di euro, con spese gonfiate dai costruttori. Marco Travaglio ci ricorda chi è Guido Bertolaso nel filmato sottostante.

Ci si può aspettare che Bertolaso risolva il problema dei rifiuti? Ovviamente no. Investirlo di un compito così importante è un atto vergognoso, l’ultimo di una lunga serie, degno di un governo che si disinteressa dei bisogni dei cittadini e che dà gli incarichi sempre ai soliti noti, indipendentemente dalle loro capacità.

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Inauguriamo la prima rubrica del blog. Il suo titolo è “Collage” perchè consisterà nella riproposizione di articoli provenienti da blog, siti e giornali. Cercheremo di proporvi pezzi che riteniamo interessanti e meritevoli di attenzione. Ovviamente in giro per il web e nelle edicole ce ne saranno decine di altri ugualmente belli o stimolanti, quindi vi invitiamo a segnalarceli lasciandoci un commento o inviandoci una mail all’indirizzo che trovate nella pagina “Contatti”.

POPOLAZIONE BENEFICIATA            (di Marco Travaglio)

da “A” in edicola

Fino a due mesi fa, quando esplose lo scandalo della Protezione civile, la stragrande maggioranza degli italiani pensava che tutti i cittadini dell’Aquila avessero una casa, come il governo aveva promesso che sarebbe accaduto entro Natale. Poi l’indagine di Firenze, le intercettazioni con i gridolini di giubilo di imprenditori-sciacalli assetati di appalti sulla pelle dei morti hanno riportato all’Aquila qualche telecamera e qualche inviato dei grandi giornali. Così gli italiani hanno scoperto le sgradevolissime verità nascoste dietro la cartapesta della propaganda.

“L’Aquila – ha scritto Michele Brambilla sulla Stampa – è una città fantasma e il domani chissà quando arriverà. Il centro è morto. Non c’è una sola casa abitata. Le poche rimaste agibili non possono riaprire perché mancano i servizi – l’acqua, il gas – e perché c’è il rischio che crolli qualche edificio accanto. Quattro milioni di tonnellate di macerie attendono di essere portate via”. Tant’è che, dopo un anno di attesa, i cittadini guidati dal vescovo si sono armati di pale e carriole e han cominciato a fare ciò che l’invincibile armata di San Guido Bertolaso s’era scordato di fare: liberare il centro storico da detriti e calcinacci. Negozi e uffici sono chiusi. Idem i ristoranti e gli alberghi. Dei 67 mila residenti rimasti senza tetto dopo il terremoto, 13.408 abitano nelle “Case” (Complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili); 4.295 nei “Map” (Moduli abitativi provvisori: casette di legno donate dalla Croce Rossa e dalla Protezione civile di Trento). Tutti gli altri si dividono fra alberghi sulla costa e caserme (7.332 aquilani), o sono ospiti di amici e parenti in case o roulotte (15 mila). Solo 27 mila son tornati nelle loro case: gli abitanti delle frazioni sparse intorno al centro storico, tuttora spettrale, pietrificato alla notte terribile del 6 aprile 2009.

Significa che non è stato fatto nulla? Assolutamente no, anzi. I nuovi edifici delle new town (progetto “Case”) sono più confortevoli dei vecchi container, triste strascico di altri terremoti, dal Belice all’Irpinia. Ma a che prezzo. In meno di un anno i costi delle new town sono lievitati del 40%: preventivo di 570 milioni, spese effettive di 800. Costo totale (e provvisorio) dell’emergenza: 1,4 miliardi. “Alla fine sarà il terremoto più caro di sempre”, spiega a Repubblica Teresa Crespellani, già docente di ingegneria geotecnica sismica a Firenze. La Protezione civile ha regalato 700 mila euro a una ditta privata solo per valutare l’agibilità delle case: compito che prima di Bertolaso era affidato ai tecnici del dipartimento a costo zero.

Ma quel che più offende è l’uso propagandistico ed elettorale che il governo ha fatto del terremoto e della ricostruzione (mai iniziata), spacciando uno sforzo normale e doveroso per un miracolo mai visto nel mondo, illudendo le popolazioni colpite, ingannando l’Italia, spacciando la Protezione civile come un’invenzione di San Silvio e San Guido, offendendo i friulani e gli umbri che diedero prova di laboriosità ed efficienza. E sprecando enormi risorse in opere inutili: pensiamo ai 500 milioni di euro buttati per attrezzare la Maddalena per il G-8 che non s’è mai tenuto, più gli altri milioni gettati per spostarlo all’Aquila, che di tutto aveva bisogno fuorché di ospitare le passerelle dei cosiddetti Grandi del Mondo.
Una recente inchiesta dell’Espresso ha rivelato che solo per le riprese televisive destinate a immortalare Berlusconi che consegnava le casette agli aquilani Palazzo Chigi ha buttato 300 mila euro: il doppio di quanto aveva speso il precedente governo Prodi in due anni per tutti i suoi eventi mediatici (in 17 mesi Berlusconi ha già speso 5 milioni di euro). Ciliegina sulla torta, la lettera del coordinatore Denis Verdini al Pdl d’Abruzzo alla vigilia della manifestazione di piazza San Giovanni: “Non posso credere che quella popolazione beneficiata non riempia cento pullman oltre a quelli già organizzati”. Popolazione beneficiata?