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Oggi vi proponiamo un articolo davvero molto interessante tratto dal sito de l’Espresso. L’autore è Michele Ainis, costituzionalista e collaboatore di diverse testate italiane. Buona lettura!

ANTIPOLITICA? NO, E’ RIBELLIONE    (di Michele Ainis)

In principio c’è un artificio semantico, una truffa verbale. “Antipolitica”, l’epiteto con cui la politica ufficiale designa questa nuova cosa. Marchio di successo, tant’è che digitandolo su Google si contano 780 mila risultati. Ma che cos’è l’antipolitica? Un sentimento becero, un vomito plebeo?

No, un inganno. L’ennesimo inganno tessuto dal sistema dei partiti. Perché mescola in un solo calderone il popolo di Grillo e il think tank di Montezemolo, le signore della borghesia milanese che hanno votato Pisapia e gli studenti in piazza contro la Gelmini, i dipendenti pubblici bastonati da Brunetta e gli imprenditori taglieggiati dall’assessore di passaggio. E perché con questa parola i politici definiscono l’identità altrui a partire dalla propria. Come facciamo ormai un po’ tutti, definendo extracomunitario il filippino o l’egiziano. Ma un siciliano non è un extrapiemontese, un indignato contro gli abusi della Casta non odia la politica, ne è piuttosto un amante deluso.

Ecco, gli Indignados. Ci sarà pure una ragione se il pamphlet di Stéphane Hessel ha venduto in Francia milioni di copie, se ha dato la stura a una protesta che divampa a Madrid come a Londra e a Berlino.

E a Roma? Innanzitutto riepiloghiamo i fatti. Marzo 2010: alle regionali il non voto, sommato alle schede bianche e nulle, tocca il 40%. Tanto che il Pdl, pur vincendo le elezioni, ottiene la fiducia esplicita di appena un italiano su 7. Maggio 2011: alle amministrative sfondano gli outsider, e con loro una nuova generazione di politici. Giovani e sfrontati come il cagliaritano Zedda, che replica l’esperienza del fiorentino Renzi. Ma l’emblema è Napoli. Dove al ballottaggio un cittadino su 2 marina le urne, mentre il 65% dei votanti sceglie un uomo fuori dai partiti, perfino il proprio: De Magistris. Giugno 2011: dopo 14 anni, dopo 24 consultazioni senza quorum, 4 referendum raggiungono il 55% dei suffragi. Nonostante il silenzio delle tv, nonostante il rifiuto d’accorparli alle amministrative, che ci costringe al terzo voto in quattro settimane, uno slalom. Infine il tam tam contro gli sprechi e i privilegi di cui godono, ormai da troppo tempo, Lorsignori.

A tendere l’orecchio, quest’orchestra ci impartisce una triplice lezione. Primo: il ritiro della delega. Gli italiani non ne possono più della loro classe dirigente, di questi mandarini appollaiati su un ramo dorato da vent’anni. La seconda Repubblica ha fallito: ne è nato un girotondo di sigle, di liste, di partiti, ma le facce no, quelle sono sempre uguali. Facce che nel primo decennio del 2000 ci hanno recato in dono la crescita più bassa d’Europa.

Per forza che ormai nessuno se ne fida: possono cantare in coro la Bohème, possono anche uscirsene con un’idea mirabolante, ma sono logori, senza credibilità. Secondo: un’istanza di democrazia diretta. In parte a causa del moto di sfiducia verso chi ci rappresenta nel Palazzo, in parte per una nuova voglia di decidere, d’impadronirci del futuro. Per darvi sfogo dovremmo rafforzare il referendum, abbattendo il quorum, affiancandogli quello propositivo, aggiungendo strumenti di controllo sugli eletti come il recall, la revoca anticipata del mandato. Terzo: il ritorno dell’opinione pubblica. O meglio della sua funzione critica, che è poi il sale delle democrazie moderne, come ha mostrato Habermas. Da qui parole d’ordine quali il dimezzamento dei parlamentari, delle province, di tutti gli enti, portenti e accidenti che ci teniamo sul groppone. Da qui la goffa rincorsa dei partiti, che a parole si dichiarano d’accordo, salvo rinviare ogni soluzione alle calende greche.

Insomma la Bella addormentata si è svegliata, liberando un’energia repressa troppo a lungo. Vi s’esprime una domanda d’eguaglianza, ma anche di ricambio, di legalità, di semplificazione dei labirinti pubblici nei quali ingrassano i professionisti del consenso. Sarà per questo, per esorcizzare il mostro, che i politici l’hanno chiamato “antipolitica”. Sbagliano: è un’energia tutta politica, quella che ribolle nella società italiana. Sbagliano due volte: ormai la vera antipolitica è la loro.

di L’Albatro

Lunedì 17 maggio sono stato a vedere Draquila – L’Italia che trema, il nuovo film documentario di Sabina Guzzanti.

Questo film ha scatenato non poche polemiche, una su tutte la reazione del Ministro dei Beni e delle Attività Culturali, Sando Bondi, il quale ha rinunciato ad andare al Festival di Cannes, dove Draquila era presentato fuori concorso. “Draquila offende l’Italia“, le parole del Ministro.

Il film l’ho trovato molto bello, una bella inchiesta, ricca di documenti e opinioni: accanto alle proteste che Sabina e i suoi collaboratori hanno filmato, stanno le esternazioni dei terremotati che sono felici di cosa hanno ricevuto e sono grati al governo, per tutto quello che ha fatto. L’aspetto agghiacciante sta nel fatto che sui telegiornali sono apparse soltanto persone ascrivibili a questa categoria. Ho visto molte situazioni che potevo soltanto immaginare, intuire, dietro al limpido miracolo aquilano, quale ci è stato presentato dai telegiornali.

Inoltre vengono chiariti molti aspetti dell’operato della Protezione Civile, prendendo in considerazione gli eventi, gli scandali che hanno coinvolto il suo capo, Guido Bertolaso, e soprattutto le competenze che questo ente ha: lo sapevate che la Protezione Civile si occupa anche dei cosiddetti “grandi eventi”?

Qui sta uno degli argomenti centro dell’inchiesta: l’equazione che equipara “grandi eventi” alle “emergenze”.

Se per “emergenza” si deve agire in fretta, è possibile operare in deroga ad alcune regole. Scriviamo:

EMERGENZA = NO LEGGE

dove per “no legge” si intende naturalmente una sospensione per cause di forza maggiore delle leggi vigenti.

Equiparando “emergenza” a “grande evento”, per proprietà transitiva:

EMERGENZA = GRANDE EVENTO = NO LEGGE

Questo è soltanto uno dei tanti argomenti che vengono toccati nel film, ma a mio parere già questo accenno fa riflettere…

Perciò vi consiglio vivamente e vibrantemente (alla Napolitano!) di dedicare una sera alla visione di Draquila – L’Italia che trema, e per convincervi ancora di più vi riporto qua sotto qualche video e qualche link.

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Il sito ufficiale di Draquila: contiene immagini e videoblog

La lettera del Ministro Bondi per spiegare la propria decisione a disertare il Festival di Cannes

La reazione del Festival di Cannes al film

Il trailer del film:

L’equazione “grandi eventi” = “emergenze”:

Sabina Guzzanti a “Che tempo che fa” il 15 maggio 2010, parte I:

Sabina Guzzanti a “Che tempo che fa” il 15 maggio 2010, parte II:

di L’Albatro

Ingiusto per chi paga la retta. Così alcune mamme di Adro hanno commentato l’ormai clamoroso gesto di Silvano Lancini, imprenditore che ha provveduto a saldare il debito che molte famiglie di immigrati avevano presso la mensa scolastica dei loro bambini. Bambini che si sono ritrovati nel piatto un panino e lì accanto un bicchiere d’acqua, mentre i loro compagni, quelli portati a scuola a bordo di un SUV, si intrattenevano con i loro spaghetti. Alcuni di questi hanno messo nel piatto vuoto dei loro amici qualche forchettata di pasta. Senza dire una parola.

Non credo che un bambino, a compiere un gesto del genere pecchi di ingenuità. Sono queste madri che peccano di arroganza. Se guardiamo chi non paga la retta, notiamo che non è per spregio delle regole, ma per mancanza di denaro. Per questo, secondo le “mamme” sopra citate, questi bambini dovrebbero rimanere senza cibo. Ma, ditemi, dove sono tutti quei bei valori che queste signore snocciolano come un rosario la domenica? Dov’è il voler bene al prossimo e agli altri, fondamento del Cristianesimo a cui spesso ci si appella come guida del vivere civile?

Che razza di messaggio diamo a questi bambini? “Sai, la tua mamma e il tuo papà non hanno i soldi per pagare, quindi oggi, domani, dopodomani e il giorno dopo ancora, se non si mettono in pari, tu starai qua a gustarti del buon pane mentre i tuoi vicini, quelli che vengono dalle villette qua attorno, si possono abboffare di primo, secondo e magari anche il dolce.” O la frutta.

Poiché la mensa non è un servizio non è obbligatorio accedervi, mentre è obbligatorio pagare per entrarvi. E non si può certo risolvere così la questione perchè a settembre si ripresenterà di nuovo“, dichiarazione di una mamma riportata da Il Sole 24 ORE online. Per questo bisogna lasciare a digiuno i bimbi, perché tanto non cambia nulla, la situazione tornerà ad essere la stessa fra qualche mese.

Avete notato che il punto focale della questione è il DENARO? Il denaro che manca a delle famiglie che sono in difficoltà, il denaro che spesso eccede nelle tasche di altre famiglie, denaro che fa perdere il senso della misura reale delle cose: in questa situazione sono i bambini ad essere puniti per la povertà e le difficoltà dei loro genitori. Si può punire qualcuno perché è povero?

Naturalmente non tutte le famiglie che pagano la retta sono benestanti o addirittura ricche, e spesso per pagarla impiegano sforzi notevoli: se proprio ci si deve arrabbiare, credo che bisognerebbe scegliere un bersaglio differente, non le persone che stanno peggio. Come al solito ci fermiamo ai ragionamenti superficiali e soprattutto bassi. Di pancia. Il problema si ripeterà a settembre? Va bene, ma intanto, da qua a settembre come mangeranno quei bambini? È un atto di basilare umanità dar da mangiare a dei bambini. Se queste persone hanno tanta voglia di protestare, pensino ai veri motivi per cui si è arrivati a umiliare un bambino con un pasto da carcerato. Se in Italia siamo davvero così, vi prego, non consideriamoci un Paese.

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Chi ragiona in questo modo crede di avere dei valori che non ha. Non vuole nemmeno vedere la vera strada per migliorare questo dannatissimo mondo: per avere tanto bisogna dare tanto, e un po’ di umiltà e aiuto non interessato possono fare molto. Riconoscere che se uno non paga qualcosa perché non ha i soldi non costituisce una lesione del proprio rispetto della regola, ma ha cause profonde e più ampie. Piuttosto che schermarsi dietro un “tanto non cambierà niente”, pensare a come cambiare la situazione. Ma forse a queste persone non interessa. È inutile dare ad un cieco degli occhiali da vista.