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”Io non sono certo che si riesca a ricomporre la situazione politica”, ha detto Maroni, “credo anzi che ci sia un’operazione in corso per far fuori Berlusconi e dobbiamo capire come muoverci”.

“Non è un complotto – ha detto Maroni – ma un progetto che a me non piace, ma che è sostenuto da molti”. Il ministro dell’Interno ha ribadito la posizione sul Carroccio su un esecutivo diverso da quello attuale.

Non è accettabile che chi ha perso le elezioni governi“, ha spiegato Maroni, “chi ha vinto deve governare e tutto
ciò che è diverso da questo sa molto di palazzo romano e poco di democrazia”.

”La Lega – ha aggiunto Maroni – la sua indicazione l’ha già data, se non c’è una maggioranza che venga certificata bisogna andare subito a nuove elezioni”. Per quanto riguarda invece il rapporto con l’Udc, Maroni ha tagliato corto: ”Bossi ha parlato chiaro”.

(da repubblica.it, 25 agosto 2010)

Il problema qual è? Non credo che sia di “fare fuori il re”. Una volta tolto di mezzo politicamente Berlusconi cosa rimane? Un gran caos, nonché la mentalità malata che ci è stata inculcata da 16 anni a questa parte. E poi i poteri che lo sostengono e sono stati da lui avvantaggiati sono comunque penetrati in ogni ambito del nostro Stato. Da questo punto di vista la rivoluzione che azzeri tutto, la tabula rasa, sembra l’unica via.

Tolto Silvio, cosa resta dunque? Ad esempio la mentalità deleteria che permette ai politici di parlare come se fossero al bar giù all’angolo, e non su di uno scranno del Parlamento. Insomma, il Ministro dell’Interno, colui che si occupa di lotta alla mafia e crimini dice che c’è un un’operazione in corso “per far fuori Berlusconi”: a queste parole mi preoccupo. Va bene, forse non intende fisicamente, però restano un po’ ambigue. Instillano il sospetto.

“Le parole sono importanti!” urlava Nanni Moretti in Palombella Rossa: non basta ricevere con le elezioni il mandato popolare per governare, ma bisogna mantenerlo, alimentando continuamente la fiducia dei cittadini.

Fiducia, non fede. La parola fede ha un’aria più mistica, e rimanda a qualcosa di vago e indefinito, ma comunque una promessa che fa sperare in qualcosa di buono. Nel patto istituzioni-cittadino, se così vogliamo chiamarlo, non c’è spazio per sperare, ma deve esserci la fiducia: la Costituzione ce lo permette, se è stato eletto un governo che poi si dimostra o diventa inadatto, quindi viene meno il rapporto di fiducia con i cittadini, questi possono mandarlo a casa, farlo cadere.

La maggioranza al potere in questo momento sta cercando di mascherare non la propria inefficienza (più efficienti di così nel preparare leggi antiprocesso per il premier non si può), ma il fatto che il Parlamento è bloccato nel gestire leggi e provvedimenti non utili alla maggioranza dei cittadini; oltretutto questo ci porta al fatto che è stato praticamente esautorato della propria funzione, in quanto i pochi provvedimenti che passano nelle Camere hanno la questione della fiducia o sono decreti legge (farciti di una qualche condizione di urgenza).

Ma si sa, spesso il popolo, con un termine dispregiativo, la massa, è più propensa a credere alle promesse piuttosto che analizzare i fatti e reagire di conseguenza: finché si riesce a sopravvivere, si torna a casa e si trova un pasto caldo condito di una bella dose di ballerine o storie “dal vero” in tv, è facile limitarsi a lamentarsi della politica. Il modo di parlare e di promettere continuamente allontana la politica dal cittadino. Ma il solo fatto di potersi dire “cittadino” ha un valore politico. Stare in comunità e partecipare tutti assieme alla vita della comunità è fare politica: è far circolare idee, pensieri, discorsi. Questo mix di menti dovrebbe lavorare sinergicamente per risolvere i problemi e migliorare le cose. Invece pare che i politici appena eletti spicchino il volo, no? Si allontanano.

Chi ha vinto in questo caso sono loro, rimangono fregati anche e soprattutto i loro elettori, dei quali si sono serviti spudoratamente per raggiungere il potere. “Non è accettabile che chi ha perso le elezioni governi” dice Maroni, ignorando che il governo è eletto dal Parlamento, che è eletto a sua volta dal popolo: chi ha “vinto” le elezioni è in maggioranza in Parlamento, ma, se guardiamo, non si dovrebbe parlare di “vittoria” o di “sconfitta”, in quanto i parlamentari, in un certo senso, sono tutti vincitori, nella sfida elettorale hanno ottenuto la fiducia dai cittadini (anche se qui dovremmo aprire l’ennesimo dibattito sulla legge elettorale…). L’assemblea decide chi eleggere a capo del governo.

Berlusconi non è stato eletto DIRETTAMENTE dal popolo. Ricordiamocelo. Se il suo governo non dovesse avere più la maggioranza alle Camere, secondo la Costituzione spetta al Capo dello Stato ricercare un’altra maggioranza nella assemblea: sono tutti eletti, quindi le dichiarazioni degli ultimi tempi sull’illegittimità di altri governi rispetto a quello attuale è pura fantasia!

I partiti non possono decidere alcunché a proposito di elezioni anticipate, questa è una prerogativa affidata dalla Costituzione unicamente al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Chiarezza su questi punti, perché alla loro luce le continue uscite di Lega e PdL sulla decisione di andare a elezioni anticipate sono prive di senso, ma continuando a ripeterle con forza per molti diventano affermazioni vere, o meglio, delle balle vere. (citando Dario Fo)

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Dario Fo – Grammelot di Berlusconi (ovvero una giullarata sul linguaggio “politichese”)

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Vi proponiamo un articolo, diciamo, filologico, di un nuovo collaboratore che speriamo diventi “assiduo”. Foedericus si è posto l’interrogativo di capire come mai certe parole importanti sono ormai abusate, o almeno sono viste come tali. Questo e altro nell’articolo che segue. Buona lettura!

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SE POLITICA DERIVA DA POLIS

“Democrazie” a confronto

Per prima cosa intendo ringraziare di cuore Albatro che mi ha fornito l’opportunità di scrivere un “pezzo” per questo blog.

Di certo non sono qui per fare scuola di pensiero, ce ne sono già abbastanza al mondo; quanto più mi piace fare in un discorso non è dare indicazioni/soluzioni precise (ne offre fin troppe la società dei consumi che ci ospita), bensì portare ad un affinarsi della mente dell’interlocutore e di conseguenza mia fornendo spunti di riflessione: questo è quanto vorrei fare con questo scritto.

La rabbia è molta, lo sconforto crescente, la credibilità oramai ci ha abbandonati: questa la politica italiana degli ultimi tempi; al posto di scagliare pietre da una parte e d’elevare agli onori degli altari dall’altra ritengo sia di gran lunga più proficua una ricerca filologica alle radici di termini di cui comunemente facciamo uso e talvolta abusiamo.

Il termine politica rimanda subito col pensiero alle poleis greche, sovente additate come massimo esempio di convivenza civile e vita cittadina fortemente sentita e partecipata; difatti esso deriva da polis (“città-stato”), a sottolineare il fatto che l’amministrazione della città dev’essere interesse degli stessi abitanti. Ma se vogliamo ben guardare esistono varie modalità secondo cui una comunità può decidere d’organizzarsi: democrazia diretta, rappresentativa, aristocrazia, oligarchia, monarchia, dittatura…gradirei prendere in analisi solamente la democrazia in quanto forma di governo che ci tange più prossimamente.

Sempre scavando a livello filologico, democrazia risulta significare “potere del popolo ovvero spettante ed esercitato da quest’ultimo. Adamantina balza agli occhi la stridente realtà: in qualsiasi stato che si regoli tramite democrazia non è previsto che siano i cittadini a decidere direttamente, quindi che democrazia è? Ecco la nascita della democrazia rappresentativa, inconcepibile nel mondo greco, più abbordabile per noi, sovente sfaticati semplificatori dell’era moderna.

L’antica democrazia greca prevedeva un’assegnazione di cariche del tutto particolare: queste venivano affidate agli abitanti della polis mediante sorteggio, un po’ come avviene nella modernità alle elementari per designare “il capoclasse”; tramite tale estrazione guidata puramente dal fato tutti potevano, democraticamente appunto, partecipare alla vita della propria città senza esclusioni o nonnismo di sorta. Chiaramente a partecipare alla vita  politica erano cittadini liberi (anche circa tale argomento vi sarebbe da discutere, magari in un altro pezzo!), non certo gli schiavi e men che meno le donne.

Altro aspetto curioso: tutti si sentivano tenuti a partecipare alle assemblee ed ai momenti di vita pubblica; impensabili erano sanzioni come la preclusione dalla possibilità di votare, che possiamo paragonare, ad esempio, al ritiro della tessera elettorale a coloro che non si fossero recati a votare per un determinato periodo di tempo nella neonata Repubblica Italiana.

Il voto presso i greci era la naturale espressione di un parere, ovvero quanto oggi sembra non essere più: andare a votare per molti di noi è quasi una condanna; spesso sento dire: “Cosa voto a fare? Tanto non so chi scegliere”; o peggio: “… tanto scelgono gli altri per me!”. Rinunciare così ad un proprio diritto e dovere (poiché votare è forse l’unico caso in cui tali accezioni si coniughino) significa fare a meno della propria condizione di uomini liberi, divenire schiavi … schiavi di chi?, mi si domanderà: schiavi di una politica che dal fare l’interesse del cittadino è passata a fare quello di UN cittadino; anzi, è erroneo dire “di una politica”, preferirei si dicesse di una classe politica, o di politici poiché la povera politica di per sé non ha fatto nulla di male, sono gli uomini che ne hanno abusato senza che questa se ne accorgesse!

Ogni qual volta si debba andare a votare ricordiamoci questo:

VOTARE = ESPRIMERE LA PROPRIA OPINIONE

pro memoria fondamentale, punto di partenza per un rinnovamento che la vita politica di questo Paese sta attendendo da anni; rinnovamento che non potrà avvenire se continueremo a ragionare come abbiamo fatto fino ad ora, lasciandoci trasportare da quel fastidioso atteggiamento del “lasciamo fare agli altri ché è troppo faticoso”.

Spero che questo minimo scritto abbia almeno fornito degli spunti su cui riflettere la notte prima di coricarsi, o per strada, sull’autobus, in famiglia, con gli amici (almeno quelli con cui si può discutere di tali materie).

Ricordate: IL POPOLO SIAMO NOI!

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione

(Costituzione Italiana, art. 1, comma 2)

Ringraziando ancora gli owners del blog per quest’opportunità,

Foedericus

di Aristofane

Tempi di cambiamento, di instabilità e fermento. Il governo sembra giunto ad un punto di non ritorno, stretto dai suoi ex alleati.

Personalmente, ho poca fiducia nei cosiddetti finiani, ed ancora meno nel “terzo polo”, che sarebbe formato da loro, UDC, API, MPA ed altre sciccherie. Chi non si è accorto per 16 anni (1994-2010)di chi fosse Berlusconi ed ha votato con lui tonnellate di leggi vergogna può davvero ergersi oggi a difensore della legalità e di altri valori simili, valori che l’armata berlusconiana disprezza e calpesta ogni giorno?

Sia chiaro, ben venga una scissione ed una presa di coscienza da parte di Fini, meglio tardi che mai. Ma non si aspetti che tutti si fidino di lui, considerandolo l’esponente di una “nuova destra”. Penso che il tempo del Presidente della Camera, così come quello della maggior parte dei politicanti di questa Seconda Repubblica, sia finito. Schiacciato da scandali, ruberie e privilegi ostentati in faccia a cassintegrati e lavoratori, giovani o meno, che si fanno il mazzo tutti i giorni per portare qualcosa a casa.

Lo so, è un discorso forse un po’ demagogico, il mio. Ma, in realtà, credo che sia solo un’analisi dei fatti. Dopotutto, a chi vogliamo affidare il nostro futuro? A Fini? A Bossi? A Bersani? Ma mi facciano il piacere. C’è bisogno di novità, di freschezza.

Quello che serve sono persone giovani e capaci, che siano informate e consapevoli di quello di cui parlano. E, soprattutto, devono parlare di cose vere, di temi fondamentali come l’ambiente, l’energia, l’informazione, il lavoro. Non di lodo Alfano, processo breve, revisione costituzionale o altre porcate analoghe. Insomma una politica che sia davvero tale, cioè un servizio ai cittadini, che si occupi di loro e dei loro problemi. Non una casta (termine ormai logoro ma sempre efficace) autoreferenziale ed arrogante.

So che tra i giovani le persone capaci sono tante. Siamo capaci di tirare fuori il nostro meglio, metterci in gioco e provare a migliorare le cose? Siamo pronti ad assumerci noi stessi la responsabilità del nostro futuro e di quello degli altri? Spero di sì, altrimenti dovremo per l’ennesima volta affidare le nostre aspettative e prospettive ad un manipolo di incapaci, delinquenti o ignoranti che, come sempre, le faranno a pezzi.

Dal blog di Natalino Balasso su ilfattoquotidiano.it, vi propongo un pezzo che mi sembra molto interessante.

Si parla dell’Italia e del suo principale problema: la disonestà. Più che un problema, un modo di pensare e di vedere le cose, di comportarsi. Siamo un Paese di disonesti e di furbi? E se lo siamo, qual è la soluzione? Perchè una soluzione va trovata, visto che, finchè il numero dei ladri supera quello dei derubati, il sistema regge. Ma quando i derubati sono meno dei ladri, significa che questi ultimi hanno iniziato a derubarsi tra loro. E il meccanismo implode.

Nel suo post, Balasso affronta la questione e disquisisce un po’ sul concetto di onestà e perfino di carità e fede cristiane. Una lettura interessante, il punto di vista di un uomo intelligente. Buona lettura (e buone vacanze)!


SIAMO UNA NAZIONE DI DISONESTI?

di Natalino Balasso

(dal suo blog su ilfattoquotidiano.it, 15 luglio 2010)

A un funerale (sic) un signore si lamenta con me dei vigili. Non lo conosco, ascolto fingendo interesse. Dice che sono tutti bastardi, che il governo pensa solo ad aumentare le tasse e non si vive più e tanto si sa che i politici rubano e non c’è più onestà e comunque lui la macchina l’aveva sempre messa lì e non gli avevano mai fatto la multa. Vengo a sapere che “lì” è una zona in sosta vietata. E con tutti i ladri che ci sono a piede libero lui dovrebbe pagare 180 euro per una ztl. Si, “dovrebbe”, perché meno male che conosce uno “nei vigili” che gli toglie la multa. Non ce l’ho con quel signore, mi viene da prendermela più con quel suo conoscente “nei vigili” che gli toglie la multa.

Ho letto una statistica che afferma che se non esistessero le multe, le amministrazioni comunali crollerebbero dall’oggi al domani. Si potrebbe dire che l’economia delle nostre città si basa sul fatto che i cittadini delinquono.  E se ci fosse una tassa sulla disonestà la nostra nazione sarebbe ricchissima. Ma forse la tassa sulla disonestà la paghiamo già versando oboli per lavori incompiuti da decine di anni i cui soldi sono andati nelle tasche di politici puttanieri, festaioli, drogati e amici dei mafiosi.

Ma siamo proprio tutti così? La tentazione di pensarlo è forte. Prendiamo la scarsa trasparenza in politica, le raccomandazioni e il nepotismo: secondo voi c’è tanta differenza tra il posto rimediato da Bossi che ha raccomandato suo figlio e il posto rimediato da Di Pietro che ha raccomandato il suo? Mi sembra di no. A chi sostiene una carica pubblica sarebbe il caso di ricordare un consiglio di Epitteto: “Nella vita devi comportarti come davanti a un banchetto. Una portata girando tra i convitati è arrivata davanti a te: allunga la mano e prendi la tua parte, con educazione. Se il piatto passa oltre non fermarlo, se non è ancora arrivato da te non protenderti inseguendo l’appetito, aspetta che ti sia di fronte. Fai così e sarai degno di stare a tavola con gli dei. Se poi invece di prendere la porzione, la ignorerai, allora sarai degno non solo della tavola degli dei, ma anche di governare con loro”.

C’è qualcuno disposto a “ignorare la porzione”? Leggo delle frequentazioni del cardinale Sepe. Il papa, i cardinali, ci raccontano di stare con gli “ultimi”, ma evidentemente preferiscono andare a cena coi “primi” dove le porzioni sono abbondanti. Alle riunioni dei grandi industriali, alle manifestazioni pubbliche dei magnati ci sono sempre dei cardinali. E’ più raro incontrarli a una mensa dei poveri. Io non credo che Cristo sia mai esistito, ma se ci credessi m’indignerei e forse m’indigno lo stesso di fronte a chi va a messa e nello stesso tempo esalta un certo tipo di politica. Quale schizofrenia bisogna avere maturato per andare a messa e votare Lega? Le due cose non possono stare insieme, non si può a parole dire di amare il prossimo, di stare dalla parte dei poveri e nello stesso tempo applaudire gente che si vanta di scacciare dall’Italia dei poveracci verso un destino di probabile morte.

E cosa c’è da vantarsi, quant’è onorevole scacciare dei morti di fame come fossero terrifici nemici? Quando passo dal Vaticano e vedo quei castelli, quei torrioni, quelle mura fatte per tenere lontani i nemici, quei portoni fatti per chiudere fuori i morti di fame non ci vedo proprio niente di sacro. E niente di santo vedo in quelle madonne scolpite in serie, in quei crocifissi nelle vetrine di Roma, esposti e sanguinanti come salami. Anzi c’è sicuramente qualcosa di sacro nel salame, che rappresenta la morte e l’involontario sacrificio del povero maiale che per ingrassare me affronta il macello. Vendere il sacro non è onesto e questo vale anche per le edizioni Paoline. Se dio esistesse, la Bibbia sarebbe gratis e le antenne di radio Vaticana non provocherebbero tumori nei bambini.

Ma allora esistono gli onesti in questa nazione? Si. Gli onesti esistono, ma nessuno li nomina, nessuno li premia. Sui giornali non leggeremo mai le storie di chi ha saputo “rinunciare alla porzione”. In una nazione in cui si lecca il culo ai ladri, gli onesti saranno sempre considerati fessi.

E allora oggi lo voglio fare io il nome di una persona onesta: Zanarini Albino, sul suo camion c’è scritto “Spurgo fognature e pozzi neri”. Un paio d’anni fa è venuto a casa mia per liberare un tubo. La missione era improba, il tubo era sottodimensionato, un lavoro in cui edilizia e idraulica erano mal combinate. Il signor Zanarini ha lavorato con suo figlio per 4 ore e mezza, impiegando svariate tecniche ma alla fine le incrostazioni erano tali che il tubo non si è sturato. Gli ho chiesto quanto dovessi pagare per il suo lavoro, mi ha risposto: “Niente. Il lavoro non è riuscito”. Saremmo disposti noi a rinunciare a questa porzione? rinunciare al giusto compenso per quattro ore e mezza di lavoro? E quanti politici, manager milionari, artisti incapaci, sarebbero disposti a rinunciare ai loro milioni perché “Il lavoro non è riuscito”?

Io credo che in quell’uomo, che passa le proprie giornate a levare di torno la merda degli altri, ci sia più dignità e nobiltà che in tutti i cardinali messi insieme.

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Questo decimo articolo collage è stato scritto da Fabio Chiusi, un reporter di AgoràVox. Parliamo dell’intervento di Roberto Saviano alla manifestazione “Caffeina cultura 2010“, con un’interessante riflessione sulla diffamazione e gli strumenti: “il meccanismo del discredito funzione oggi più di ieri”.

Il video dell’intervento (da robertosaviano.it)

Il link all’articolo su AgoràVox

Il link alla pagina principale di Caffeina cultura 2010

Buona lettura.

SAVIANO A CAFFEINA 2010: “IO SO MORIRE DA UOMO”. E NOI?

(di Fabio Chiusi, AgoràVox, 1 luglio 2010)

Io so morire da uomo“. Il senso dell’intervento di Saviano in apertura a Caffeina Cultura 2010 è forse tutto qui, nelle parole che Paolo Borsellino rivolse al suo potenziale assassino una volta messo da parte dall’organizzazione criminale e accolto tra le braccia dello Stato. Parole pronunciate con lo sguardo fisso negli occhi del proprio carnefice, e che Saviano fa sue con altrettanto mite coraggio: “Io so morire da uomo significa io so come vivere“, se ho scelto questa strada – continua lo scrittore – so che cosa mi aspetta. E infatti il pensiero si ferma sulla morte, che “diventa quasi una condizione, anche se non viene”, “qualcosa di lontano, che non ti riguarda, qualcosa che può esserci ma ci badi poco”. Parte del mestiere, insomma. Anche per chi osserva: morti inevitabili.

E’ un racconto autobiografico, quello di Saviano, che però si snoda attraverso la storia dell’antimafia e degli anni delle stragi. E così la vicenda di Falcone e Borsellino si intreccia alla condizione di chi oggi combatta questo male che sembra inestirpabile. Non “eroi”, precisa – una parola che “allontana, rende intoccabili” – ma “giusti“. Persone fragili, che possono anche sbagliare, ma che vivono facendo il bene. E’ la tradizione ebraica, la Torah citata in apertura che ricorda come ci sia “un tempo per vivere e un tempo per morire“. Lo stesso tempo, forse, ma che assume un significato diverso, migliore, se lo si vive da “giusti”. Come i magistrati del pool.

Ma la storia della lotta alla mafia è la storia anche della lotta alla diffamazione, al discredito, agli insulti. Saviano lo sa bene, ma preferisce replicare a chi lo accusa partendo da lontano, con la voce della storia e dei fatti piuttosto che con quella della polemica e dell’attualità. E così ricorda come i magistrati di Palermo, ora santificati a destra e sinistra, mentre lavoravano furono costretti a subire ingiurie di ogni tipo. Rivivono le pagine del Giornale di Sicilia in cui Falcone diventava un “giudice abbronzato” – come a dire: certo, vivranno blindati ma il tempo per prendere il sole ce l’hanno. Le invidie tra magistrati più e meno noti. Gli ‘ndranghetisti che sussurrano: “mandiamolo in televisione, così l’ufficio l’abbandona“. Il meccanismo del discredito funziona oggi più di ieri, ammonisce Saviano. Perché non ha più bisogno di saldarsi a omicidi, a stragi: l’infamia riesce a isolare chi lotta la mafia senza togliergli la vita. “Ma io vorrei capire, confida Saviano, dove sta il confine tra critica e delegittimazione. Vorrei dire al mio lettore: stai attento, cerca di capire il senso, il progetto di chi sta parlando”. Perché il discredito brucia la memoria, giustifica e lava le coscienze, evita alle persone di sentirsi ciascuna colpevole, perpetuano lo status quo mafioso.

E’ questo il senso delle “condoglianze” di Marcello Dell’Utri all’accusa. Questo il senso delle frasi di Berlusconi, che attacca chi racconta la mafia, come se chi scrive di oncologia potesse diffondere il cancro. E’ la volontà di non comprendere, di non andare oltre ciò che quotidiani e telegiornali propongono incessantemente per risalire alla radice dei problemi. In una parola, è l’omertà. Ma il silenzio non risolve nulla. Dire “noi siamo anche altro”, infastidirsi perché il racconto del Sud debba continuamente legarsi a una sequela di omicidi, estorsioni, rapimenti – tutto questo è permettere alla metastasi di continuare.

Bisogna invece fare nostre le parole di Paolo Borsellino, ricorda Saviano in chiusura attraverso le immagini del magistrato assassinato il 19 luglio 1992. Parole che teorizzano come la lotta alla mafia sia destinata a rimanere perdente se si confina a una “quota etica”, a una parte secondaria, accessoria di un programma elettorale. Ecco, la vera risposta a chi diffama – e a chi mi diffama, sembra dire Saviano – è proprio questa: bisogna raccontare, raccontare, raccontare. Ripetere, ripetere, ripetere. Creare, e qui Saviano diventa Borsellino, “un movimento culturale e morale che coinvolga tutti, specialmente le nuove generazioni, che faccia sentire un fresco profumo di libertà e rifiutare il puzzo del compromesso morale”. Bisogna, insomma, che si diventi un po’ tutti Saviano, un po’ tutti Borsellino. Solo allora la memoria sarà tanta da sommergere la “montagna di merda” che è la mafia. Solo allora avremo imparato a vivere e morire da uomini.

(Vai alla pagina di riassunto di tutti i “Collage”)

di Aristofane

Ieri sera, al Teatro Sociale di Trento, alle ore 21, alcuni giornalisti hanno partecipato al dibattito dal titolo “L’informazione in tv: modelli a confronto”, nell’ambito del Festival dell’Economia. Quello che segue è un breve riassunot, che cerca di cogliere i punti essenziali toccati durante la conferenza (qui trovate il video dell’intero dibattito)

Beppe Severgnini: “Buonasera. Oggi abbiamo con noi Riccardo Iacona, autore di “Presa diretta”; Lucia Annunziata, conduttrice di “in mezz’ora”; Paolo Mancini, docente di sociologia della comunicazione all’Università di Perugia; Steve Scherer, giornalista statunitense; Philippe Visseyrias, giornalista francese. Il tema della serata è “Informazione in tv, modelli a confronto”. Comincerei quindi subito con una presentazione dei diversi modelli televisivi dei Paesi qui rappresentati, Francia, Usa, Italia e Gran Bretagna (in sala è presente un reporter della BBC, al quale viene chiesto di spiegare il sistema televisivo inglese, n.d.a.). ”

Philippe Visseyrias: “In Francia c’è un polo pubblico, composto da 3 canali, al quale si affiancano 2 reti private, un canale a pagamento e i canali (pubblici e non) del digitale terrestre. Sarkozy, con una recente riforma, ha iniziato ad eliminare progressivamente la pubblicità dai canali pubblici. Per quanto riguarda l’influenza politica, negli anni ’70, quando c’era solamente il servizio pubblico, esso era molto politicizzato. In seguito, i presidenti hanno continuato ad esercitare un controllo, o per lo meno una forte influenza sulla televisione (non paragonabile, in ogni caso, a quella che devono sopportare i giornalisti della RAI). Mitterand controllava molto la tv, ma nel suo programma c’era l’intenzione di liberare la televisione dal controllo politico.”

Lucia Annunziata: “Se non ti dispiace, Steve, vorrei fare scambio con te. Io parlo del sistema americano e tu di quello italiano. Noi tutti abbiamo il mito del giornalismo americano; ebbene, questa visione non è altro che una favola, una credenza da smontare. La TV americana è una televisione di impatto e superficiale, che non guarda molto ai contenuti (anche se, ovviamente, ci sono delle eccezioni). Inoltre, è una televisione prona al potere, iperpoliticizzata. La Fox è un esempio chiaro di questa iperpoliticizzazione: è la tv dei repubblicani, molto schierata ed estremista. La CNN, di cui tutti abbiamo il mito, è poco seguita, i suoi picchi raggiungono i 400 mila spettatori. In Italia, con ascolti così, ti chiudono.”

Steve Scherer: “Il sistema italiano è facile da raccontare. Ci sono tre canali pubblici lottizzati (due dal governo e uno dall’opposizione), tre canali privati in mano al Presidente del Consiglio e poi una piccola tv di Telecom Italia, ovvero La7. Accanto a questo sistema, c’è Sky. Mi sembra pleonastica la domanda: “C’è troppo Stato nella televisione italiana?”.

Reporter BBC: “In Inghilterra c’è un servizio pubblico molto forte, la BBC ha 2 canali e 6 radio. Accanto ad essa ci sono dei canali privati, che devono rispondere comunque in Parlamento.”

Riccardo Iacona: “La tv italiana è povera di contenuti, di protagonisti sociali. Inoltre, al realtà che ci circonda non trova spazio in televisione, il cittadino non trova nella televisione uno strumento che gli permetta di comprendere meglio la relatà, poichè quello che si deve vedere e sapere, il raccontabile, in tv, è deciso dalla politica. La politica non solo fa un’opera di censura preventiva, per cui ogni volta che scrivi un pezzo o prepari un’inchiesta ti devi preoccupare di limare, di eliminare riferimenti a quello o a questo; ma esercita pressione anche perchè di certe cose non si parli, perchè le persone non devono sapere. Ricordiamoci che un tv povera impoverisce il Paese.”

Beppe Severgnini: “Professor Mancini, si dice spesso che la tv influisce sul consenso. E’ vero?”

Paolo Mancini: ” Non c’è una risposta univoca. La televisione, quello che si ascolta e si vede grazie ad essa, conta in relazione alle persone ed alle loro esperienze. Ognuno filtra quello che sente attraverso la sua psicologia. La tv invece conta da un altro punto di vista. Essa, infatti, impone i temi della discussione. Poi c’è tutto quello che ci sta intorno, gli atteggiamenti, il modo di dare le notizie, la scaletta eccetera. Ma spostare i temi significa imporli all’attenzione degli spettatori, e quindi costruire il consenso.”

Beppe Severgnini: “Lucia, la tv può far sparire dei temi, delle notizie?”

Lucia Annunziata: “Non c’è oggi la possibilità di nascondere una notizia. Riguardo alla precedente risposta del professore, vorrei dire che oggi l’agenda la fanno i grandi quotidiani, mentre la televisione prende questi temi e li semplifica, troppo. La tv popolarizza i temi dei giornali. Ma tv e giornali si influenzano a vicenda. Tuttavia, io penso che la carta stampata, in Italia, sia messa male, ma meglio che in altri Paesi.”

Paolo Mancini: “In realtà è la tv che decide quello di cui si parla e quello che si vede. Nella televisione italiana non ci sono fatti, si sentono solamente le opinioni dei politici. Esempio classico è il telegiornale. Il giornalista non è più mediatore, ma facilitatore, fa parlare i politici, fa loro commentare la un fatto, che spesso non viene spiegato dal giornalista. E la reazione del politico diventa la notizia.”

Philippe Visseyrias: “La tv sposta sì i consensi, ma credo che comunque la gente abbia delle aspettative che vuole vedere confermate. Voglio dire, quando Berlusconi giustifica l’evasione fiscale, i suoi elettori, alcuni almeno, lo votano proprio per questo. Quindi è vero, la televisione sposta consensi, ma c’è già un’aspettativa dell’elettore, che deve essere soddisfatta. In ogni caso la tv non è l’unica anomalia italiana, come ben sapete. Per quanto riguarda la sparizione delle notizie, penso che chi nasconda un fatto faccia un autogol, perchè la gente, alla fine, le cose le viene a sapere, e quindi che ha nascosto la notizia fa una brutta figura.”

Steve Scherer: “Tornando al tg serale, ritengo che la gente venga informata male perchè il telegiornale è solo una messa in scena. Il politico sceglie chi gli fa le domande e spesso le contratta, le decide. Nei servizi dei telegiornali quasi mai si sente la domanda, quello che viene chiesto, ma si fa sentire solo la risposta, che dà la possibilità al politico di dire ciò che vuole.”

Riccardo Iacona: “Sì, infatti si manda la telecamera per raccogliere le dichiarazioni. Questa è la comunicazione politica in questo Paese, così siamo ridotti. Accade raramente che ci sia una vera intervista, che si possano fare le domande  che si vuole. E anche se questo accade, spesso si viene tacciati di faziosità e il politico non risponde. Io sono sinceramente stufo di questo sistema, di dover fare sempre battaglie per la libertà, di dover difendere le oasi di giornalismo vero rimaste in tv, di doverle vedere sempre attaccate ed osteggiate. La nostra televisione e la nostra libertà di stampa in generale è sempre col segno meno, dobbiamo sempre batterci contro riduzioni, tagli e cose simili. La televisione italiana è finta.

Lucia Annunziata: “Per quanto riguarda le interviste, spesso sono contrattate. I giornali fanno rileggere le interviste ai politici e contrattano i titoli. Quindi possiamo capire come siano vere, autentiche. Non vengono mai concesse  caso, il giornalista non decide, ma è il politico che concede. Detto questo, ci sono tre aspetti che considero importantissimi per inquadrare la situazione dell’informazione italiana: il conflitto di interessi (che non riguarda solo Berlusconi, ma anche tanti altri individui), l’ignoranza dei giornalisti (incapaci di fare domande, abbassano la testa e si lasciano controllare) ed il fatto che l’informazione è controllata dal potere economico. Tuttavia, nonostante tutto, l’informazione in Italia ha, complessivamente, il segno più. E anche se non si vuole far sapere una cosa, alla fine si viene a sapere. Berlusconi, in ogni caso, è arrivato quando il controllo delle televisione da parte della politica c’era già (da parte di DC, PC, PSI ecc). Lui ha solamente radicalizzato questa situazione. Quindi, se si vuole capire veramente il problema, bisogna andare oltre al suo monopolio, che comunque configura una situazione molto grave ed anomala.”

Riccardo Iacona: “Concludo dicendo che ognuno di noi può fare qualcosa, facendo la sua battaglia di libertà per spostare anche di un solo centimetro più in là il limite del raccontabile. Anche se ciò vuol dire rischiare la carriera, metterci la faccia. Perchè è importante, per il bene nostro e di tutti, che l’informazione, televisiva e non, sia libera e mostri alle persone come stanno le cose, com’è la realtà intorno a loro, perchè possano capirla ed interpretarla al meglio.”

(Vai al video della conferenza)

di L’Albatro

Caro Aristofane,
sono immensamente felice che il mio precedente post ti abbia spinto a scrivere un così lungo intervento!

Nel dubbio che tu abbia avuto l’impressione che io abbia “fatto di tutta l’erba un fascio”, vorrei chiarire che nel precedente intervento ho volontariamente voluto esprimermi in maniera generale. Questo perché speravo di dare il via ad una discussione, e se hai sentito l’impulso di scrivere subito direi che ci sono riuscito!
In secondo luogo, ho deciso di partire dalle impressioni, perché mi sembra l’unico punto di partenza possibile: come abbiamo dichiarato nel post di apertura di questo nostro spazio digitale, ciò a cui miriamo è la possibilità di chiarire le nostre idee, mediante il confronto e i contributi multipli della discussione. Ho messo sul tavolo molte idee e argomenti che mi sono reso conto di avere chiari…ma non troppo! Penso che siano in molti ad avere in testa questo groviglio intricato di avvenimenti e contrasti, e mi piacerebbe trovare dieci, cento, mille persone che rispondano come hai fatto te! Perciò in questo intervento potrò abbracciare soltanto una parte degli argomenti che abbiamo introdotto…

Dunque, un’altra cosa che mi interessa moltissimo nel discutere è provare a far emergere una qualche strategia, un modo di pensare e agire che possa essere condiviso e attuato da molti per riuscire a riprenderci l’autonomia che ci spetta e che ci rende la dignità di essere uomini, persone. Possiamo anche sentirci “uniti”, ma se non troviamo qualche punto in comune non potremmo mai essere una forza coesa e incisiva. Dall’altra parte abbiamo un muro apparentemente inviolabile, una destra al governo che è sempre più avulsa dalla realtà, con un’idea orripilante di cosa è democrazia, di cosa è essere cittadino. Due idee che, rispettivamente, si confondono in modo pericoloso con dittatura e sudditanza.

Trovo che ci sia gente (tanta, troppa) che ragiona per assoluti comodi e taglienti: ti danno dell’esagerato se parli di regime… Farsi sentire con paroline e frasi sussurrate non è farsi sentire (cosa che vedo fare da parte del Pd e di altri partiti dell’opposizione). E’ sicuramente più incisivo utilizzare termini forti e talvolta pesanti, soprattutto per dichiarare che la direzione che si è presa come Paese non è, a nostro parere, quella giusta ma anzi totalmente sbagliata. Io penso che andando avanti in questo modo l’Italia sarà sempre più affossata nella propria dittatura morbida, e sempre più felice di esserlo! Una meravigliosa agonia!
Per convincere gli ottusi e prudenti oltre ogni limite sembra che ci debbano essere le camicie nere che fanno il passo dell’oca per le strade…eh, sennò non è dittatura!
Questo è il risultato del pensare in modo superficiale, cioè guardare e giudicare sempre e soltanto dall’aspetto esteriore delle vicende, evitando la solita (vitale) domanda: PERCHE’?
Si fanno passare le scenette, le gaffe, gli imbarazzi che crea il nostro premier come delle cose simpatiche e sporadiche…da questo siamo arrivati alle giustificazioni che i cagnolini di partito e i dipendenti danno degli scatti d’ira del loro capo: presentano Silvio come il maschio italiano, pieno di passione e capace di incazzarsi, e quando va troppo oltre nell’insultare e denigrare chi non la pensa come lui, anche qua, è soltanto un impeto del momento.

Andiamo ad un altro punto del tuo intervento:
“Non è possibile, ovviamente, utilizzare un sistema di democrazia diretta, come si usava nelle poleis greche, ma il popolo, la gente ha il diritto ed il bisogno di sentire vicina la politica, di sapere e vedere che essa si sta occupando di problemi, dei suoi problemi.” (Dal precedente post di Aristofane)

Lasciando fuori dalla porta ogni tipo di scoramento (“siamo in pochi, non ce la faremo mai”), andiamo diretti al punto: come fare capire alla gente che questa politica la sta sfruttando, che sta calpestando i suoi diritti, ma soprattutto le coscienze?
Smascherando i finti problemi “risolti” e mettendo in evidenza quelli fondamentali e non risolti! Che fine ha fatto il contratto con gli italiani? Quel documento firmato in pompa magna nel bianco studio di Vespa, documento con il quale Berlusconi ha dichiarato che non si sarebbe più candidato se al termine del suo mandato non fossero stati risolti quattro dei cinque punti del contratto? Chi mai ha alzato la mano a chiedere se erano stati rispettati? Andiamo a ripescarlo, tanto per curiosità. Perché le parole non pesano più. Maledizione, se dichiaro qualcosa davanti a milioni di persone che rappresento non posso contraddirmi di lì a poco!

Questo avviene però, e la sua base sta nell’imbonimento che ci propinano le fonti di “informazione”: è terribile pensare che la maggior parte della popolazione elabori le proprie opinioni utilizzando come unica fonte la televisione. E poi la tv non porta voti! Non è solo il telegiornale la causa di questo degrado mentale, ma a questo si affiancano gli opinionisti, i programmi di varietà, i talk show, e soprattutto il gran miscuglio con cui tutto questo viene proposto. Ora, non voglio demonizzare tutte le trasmissioni, e mi rendo conto che leggendo qua sopra verrebbe da pensare che detesto indistintamente la televisione. Non è così. Pongo piuttosto l’attenzione sul gran casino che regna in televisione. In mezzo al caos risulta ben difficile distinguere ciò che è buono e ciò che non lo è. La televisione, generalista per garantire la varietà dei contenuti e quindi cercare di accontentare la più ampia parte di pubblico, stanca la mente. E una mente stanca non capisce, va in risparmio energetico e smette di ragionare.

Sembra non ci sia una soluzione di continuità tra i programmi, la pubblicità inserita in ogni dove, le notizie riportate dai telegiornali secondo criteri e scalette marziane…io non sono un gran utilizzatore del piccolo schermo ma quando mi capita di spenderci del tempo mi sento alquanto spaesato. Guardo solo pochi programmi volutamente, anche perché scorrendo l’elenco dei palinsesti non trovo alcunché di mio gradimento. Ho provato a guardare trasmissioni come il Grande Fratello, le varie Fattorie e Isole, i programmi di gossip e “notizie” come Verissimo, i programmi “comici” come Colorado…e non ce la facevo.
Sono forse anormale?

Per ora mi fermo, tempo e spazio ne abbiamo, no?

P.S.: la seconda parte di Pensieri antiitaliani arriverà, si sviluppa in modo autonomo da questa discussione…anche se molti argomenti saranno comuni!

(Vai alla pagina di riepilogo dei “Dialoghi anti-italiani”)