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Da il Fatto di oggi, la lettera, amara, della diciannovenne Miriam Romano.


Ho diciannove anni e tanti sogni, ma senza la benché minima speranza di poterne realizzare anche uno solo. Sentirsi insignificanti, non considerati, privati di quella carica tutta giovanile che dovrebbe investirti a quest’età, di quella voglia di fare, di viaggiare, di conoscere, di realizzarsi. Tutto un consumare veloce, un divertimento inconsistente. Respirare ovunque il vuoto, il piattume, il malessere della società che colpisce e arresta i giovani.

Leggo i giornali e mi sento estranea a tutto quello che mi accade intorno, immersa in un flusso di eventi che non mi toccano, che sembrano non riguardarmi. Nessuno parla di me, nessuno si interessa di noi, nessuno si preoccupa del grande terrore che provo quando mi penso tra dieci anni ancora qui, spaesata, senza un lavoro, ancora alla ricerca di qualche opportunità, ad aspettare che cada la manna dal cielo.

Molti ragazzi che incontro, con cui parlo all’università, con cui esco, sono poveri di idee, si sbattono tra un locale e l’altro, studiacchiano qualcosa ogni tanto, ma non hanno alcuna prospettiva futura. Non trovano stimoli, soli, spersi, senza aspettative, sogni, ma neanche consapevolezza di se stessi. Chi si interessa di noi? A chi importa della rabbia che mi fluisce tra le vene quando apro il giornale e vedo in prima pagina volti di pensionati, di vecchi che discutono in Parlamento di argomenti così avulsi dalla realtà, lontani da me, dalla mia famiglia, dai miei amici?

Quando accendo la televisione e i soliti vecchietti si urlano dietro, si offendono, parlano di se stessi, pensano a se stessi, come devo stare? Loro appaiono in televisione, sono sui cartelloni, loro contano veramente qualcosa, noi no. In cosa devo avere fiducia? Bloccata in un sudicio fango, sento sempre più forti i limiti, le barriere che quest’Italia interpone tra me e le mie capacità, le miei attitudini che non possono essere coltivate, scoperte, stimolate, ma messe da parte, nascoste, cancellate. La nostra energia, la grinta dei giovani sottomessa e schiacciata dagli uomini della politica che mirano al proprio successo personale, arroccati in quelle posizioni che puzzano di vecchiume. E’ davvero frustrante leggere di un presidente del Consiglio che non risponde davanti all’opinione pubblica delle sue azioni. Ci fa sentire una nullità un presidente che non interviene a spiegare a noi, per conto dei quali è chiamato a governare, da chi ad esempio ha comprato terreni e casa ad Antigua, ma anzi denuncia per diffamazione la giornalista che fa un servizio a riguardo, vaglia leggi ad personam, si costruisce uno scudo per evitare di comparire davanti ai giudici, abusa continuamente del suo potere incoraggiando la prostituzione e sborsando fiotti di denaro per una escort mentre ci sono ragazzi di talento e in gamba che ne avrebbero realmente bisogno.

E l’Italia precipita, va a rotoli: “tornano” i rifiuti a Napoli, la criminalità organizzata, la disoccupazione, il precariato. Una sinistra di cui non si sente parlare, inesistente. La speculazione sul caso di Avetrana che tiene incollata tutta l’Italia davanti alla televisione determinando nel pubblico un così morboso accanimento, entrando di prepotenza nella vita di una famiglia distrutta, riducendo il tutto a un film, a un giallo di cui bisogna scoprire il colpevole senza curarsi della vittima. Quando finalmente qualcuno vuol dire le cose come stanno, far sentire quella nota stonata di un’Italia che dorme per il sonnifero procurato dalla politica del panem et circenses, viene messo a tacere nei modi più subdoli.

Chi siamo noi? Da chi siamo rappresentati e chi ha realmente voglia di capirci, di aiutarci, di trovare soluzioni concrete, efficaci? Non va tutto bene. Anzi. Chi dice che va tutto bene non ci conosce, ci illude, ci mette a tacere non dandoci gli strumenti per farsi rispondere. Non voglio essere ai margini della società, voglio essere protagonista attiva della mia vita e avere la possibilità di giocare un ruolo determinante in quello che sarà il mio futuro.

Voglio poter scegliere, voglio poter fallire perché non sono stata capace, perché non ho abbastanza talento, perché qualcuno è più in gamba di me, e non perché non ho le conoscenze giuste, le raccomandazioni più pesanti o provengo dai gradini più bassi della scala sociale. Non voglio che mi vengano tagliate le gambe prima della partenza, ma correre a pari degli altri. Voglio che la fatica venga ricompensata. E’ chiedere troppo che la politica si occupi realmente di noi?

Mi guardo intorno e percepisco sconforto, arrendevolezza, menefreghismo. La nostra forza, le capacità di noi ragazzi che vengono ogni giorno svilite da una tv spazzatura che riempie le nostre menti e ci proibisce di pensare, di dissentire. Il dissenso non è più concesso. La verità è una sola, univoca, inconfutabile: la crisi non esiste, tutto è posto, noi siamo i buoni, i paladini, amanti dell’Italia. Chi dissente è cattivo, è un perdente.

 

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di Aristofane

A volte capita di sentire qualcosa. Un’ispirazione, una specie di bisogno di esprimere un sentimento, un’idea o un pensiero che compare improvvisamente in testa, senza che sia stato cercato o voluto. Ed è proprio quello che mi è successo l’altra mattina. Forse il mio inconscio, schiacciato dalla mole di schifezze che caratterizza questi giorni (condanne per mafia, festini a base di coca e sesso, sparate varie di vari politici, macchie invincibili di petrolio), ha cercato una via d’uscita. Niente di nuovo, sia chiaro: notizie come quelle di questi giorni siamo ormai tristemente abituati a sentirle da quando capiamo quello che ci succede intorno. Ma forse, a un certo punto, si arriva ad un punto di saturazione.

Forse tutto quello che accade nel mondo mi ha fatto provare paura. Paura per il futuro mio, del mondo, di tutti; perchè non riesco a vedere nè ad immaginare quale sarà il prosieguo della storia che il presente ci sta raccontando. L’Italia si ribellerà? Avremo finalmente una politica che si occupa dei cittadini? La gente ricomincerà a trovare lavoro? La natura sopravviverà o verrà spazzata via dal nostro egoismo? L’uomo riuscirà a smettere di cercare il profitto a scapito di tutto e tutti oppure la nostra storia sarà per sempre un susseguirsi di guerre, intimidazioni e lotte?

Sono tutte domande a cui non so rispondere. E non riesco a trovare la chiave per aprire la porta e scorgere più avanti. Forse è stato questo a spingermi a scrivere questa cosa. La paura del futuro, dell’ignoto. Perché, si sa, temiamo sempre quello che non conosciamo.

Ho sempre detto e scritto, anche su questo blog, della mia convinzione sul fatto che conoscendo le cose, informandosi, si è più liberi, si hanno più armi per affrontare il mondo e le sue difficoltà, le insidie che la società, specialmente questa marcia società italiana, ci propone. E sono assolutamente sicuro che sia così. Ma a volte sono attraversato da un dubbio: tutto questo può bastare? O vinceranno loro, questi criminali in maschera, che si vendono al miglior offerente, portando con loro le nostre prospettive, le nostre possibilità, addirittura parti di noi stessi come l’onore, il rispetto, la giustizia? In certi momenti mi sento in gabbia, prigioniero di un sistema che premia chi non lo merita e punisce chi rispetta regole e doveri.

Capita di provare tutte queste cose insieme. E di provare angoscia. L’angoscia, come diceva Kierkegaard, deriva dalle possibilità che l’uomo ha davanti a sé. Egli, per determinarsi, deve scegliere, decidere tra tutte le opzioni che ha davanti. E cade nell’angoscia, timoroso, insicuro sulla strada da percorrere. Quante volte non sappiamo dove guardare, cosa cercare, chi diventare? Non sono certo domande alle quali si possa rispondere facilmente, ma l’essenziale è non farsi scippare nessuna di queste possibilità. In modo da poter provare la giusta angoscia e, un giorno, essere padroni di se stessi per compiere liberamente le proprie scelte.

Il fatto comunque è che ho iniziato a scrivere qualcosa. E alla fine ne è venuta fuori quello che posto qui sotto. Confesso che all’inizio l’ho pensata come il testo di una canzone (ecco il perchè delle rime), ma il risultato mi risulta davvero difficile da ascrivere ad una particolare categoria. Lascio a voi decidere. Forse il bello di questi impeti, dei prodotti di questi momenti di “bisogno-di-esprimersi” stanno proprio nel fatto che ognuno può leggere la cosa come vuole ed interpretarla secondo la sua sensibilità.

Fiducia nel mondo non ne ho
E come potrei averne non lo so
Guardo le vite intorno
Scorgo egoismo e confusione
Solo false verità in collisione

La pioggia bagna le false speranze
Di chi non vede come tutto e’ distante
Odio, amore, calda invidia
Riesci a scorgerli?sono qui
Riesci a scorgerli?io si

Domani gli angeli ti chiederanno conto della tua crudeltà
Riuscirai a raccontare la verità
O ti nasconderai nel tuo nero silenzio?

Maschere,non siete altro che maschere
Figli adottati di un tempo futuro
Macchie rosse di sangue sul muro
Ambasciatori di false speranze
Falsificate le vite degli altri
Il giusto prezzo dei vostri canti fasulli
E’ il vostro violento renderci nulli

Massa indistinta,cervello comune
Bozzoli d’uomo,crisalidi spente
Finti i pensieri,androidi privi di mente
Forse con l’anima,ma sempre in costume

Domani gli angeli ti chiederanno conto delle tue falsità
Riuscirai a raccontare la verità
O ti nasconderai nel tuo spento silenzio?

Il vento sussurra qualcosa
Risposte a domande mai poste
Lampi di tempo dentro i tuoi occhi
Sono risposte a domande mai poste

Cenere nera,neve leggera e silenzio
Risposte a domande che pongo
Ultime cose del mondo
Rimaste nel nostro domani