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E’ insopportabile. L’omertà di questa Italia su certi argomenti è scandalosa. Due giorni fa la Corte d’Appello di Palermo ha emesso le motivazioni della sentenza di condanna a 7 anni di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa del 29 giugno scorso (vedi il post “Assolto Dell’Utri!“). In questa motivazione sono scritte delle cose incredibili (non nel senso di cose che non si possono credere o che non si potevano supporre, ma nel senso di cose allucinanti per uno Stato di diritto). Copio e incollo due righe dell’articolo di Marco Travaglio di ieri sul Fatto (“Coso nostro“) che riepilogano le cose più importanti:

“Nella sentenza c’è scritto nero su bianco che: per vent’anni Dell’Utri è stato “il mediatore” e lo “specifico canale di collegamento” tra Cosa Nostra e B. (non è un omonimo del nostro premier: è proprio lui); che “ha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso” capeggiato prima da Bontate e poi da Riina fino a tutto il 1992, l’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio; che l’assunzione del mafioso Mangano nel 1974 fu suggellata da un incontro a Milano fra B. (sempre il nostro premier) e Dell’Utri da una parte, e i boss Bontate, Teresi e Di Carlo dall’altra; che Mangano non era uno stalliere o un fattore, come han sempre raccontato Silvio e Marcello, ma il garante di Cosa Nostra a protezione dell’“incolumità” di B. (sempre il nostro premier); e che, per vent’anni, fino al 1992 mentre esplodevano le bombe, B. versò sistematicamente a Cosa Nostra “ingenti somme di denaro in cambio della protezione alla sua persona e ai suoi familiari” e della “messa a posto” delle tv Fininvest in Sicilia.”

Aggiungo un’altra frase della motivazione: “E’ valida la tesi di un’adesione spontanea, nel ’94, di Cosa Nostra [a Forza Italia, n.d.r.] convinta che avrebbe avuto da guadagnare dal progetto garantista sulla giustizia del nuovo partito”.

Ora, ci rendiamo conto di cosa significhino queste parole? Della loro portata? Il premier e il suo braccio destro hanno avuto rapporti provati con la mafia. E i giornali come trattano la notizia? Sì, in prima pagina il giorno dopo l’uscita della motivazione. Ma poi? Qualche articolo, qualche commento. Niente di che. Omertà (tranne il Fatto). Questa è una cosa su cui fare titoli di prima pagina, analisi, commenti, interviste per mesi. Tutte le autorità dovrebbero richiedere immediatamente le dimissioni di Berlusconi. Subito. E invece nulla.

I telegiornali poi, lasciamo stare. Quelli che non hanno censurato la notizia, le hanno dedicato un servizietto (doppio senso voluto) da niente. Le radio pure.

Che Paese è questo? Che Stato siamo? Che Paese è quello in cui non succede niente dopo queste rivelazioni? Attenzione, non parliamo di supposizioni o voci. Sono fatti accertati dai magistrati, scritti in una sentenza. E la Cassazione non può cambiarli, perchè si occupa solo di questioni di diritto, non di fatto. Quindi queste parole sono indelebili, incancellabili.

E non succede nulla.

Poi invece Saviano dice una cosa nota a tutti, chiara come il sole, ovvero che al nord c’è la mafia, e tutti lo attaccano. Cari miei, avete scoperto l’acqua calda. Al nord c’è la mafia, ma va là? Come se non si sapesse. E via con richieste di firme contro Saviano, con gli sputtanamenti, le falsità fatte circolare apposta per infangare.

Qual è stata la colpa di Saviano? Ma è ovvio: aver parlato davanti a milioni di telespettatori di cose che non devono passare ad un pubblico così vasto. Per questo sbaglia, in parte, Travaglio : le cose di cui parla Roberto sono stranote a chi bazzica l’ambiente e a chi si informa. La forza di Vien via con me (e quello che fa paura alla politica) è proprio il fatto che la trasmissione si rivolge e parla alla gente comune, a quella che non è abituata a sentir parlare di questi argomenti e non conosce queste notizie, questi fatti.

Quindi ecco il ministro Maroni che strilla. Di cosa si lamenta, di non avere la possibilità di replicare alle accuse di Saviano? Per una settimana è stato intervistato da tutti i TG ed è andato ospite di In Mezz’ora, Matrix, Porta a Porta, L’ultima parola. La maggior parte delle volte da solo, a sproloquiare senza l’amato contraddittorio, nemmeno l’ombra. E alla fine la Rai ha ceduto e l’ha invitato a Vieni via con me. Nemmeno gli ospiti si possono più scegliere, li decide il governo. Quindi Maroni avrà la possibilità di leggere davanti a milioni di persone l’elenco dei mafiosi arrestati. Si prenderà il merito di questi arresti, merito che ovviamente è di poliziotti, carabinieri, magistrati che da anni lavorano a queste indagini e stanno dietro a mafiosi e boss.

Quali leggi del suo governo ha da portare Maroni come esempio di lotta alla mafia? Lo scudo fiscale? La tentata legge sulle intercettazioni? La messa all’asta dei beni mafiosi? I tagli ai fondi per le forze dell’ordine e la magistratura, che lasciano le macchine della polizia senza benzina e le cancellerie dei tribunali senza carta? Davvero dei motivi di vanto.

Quindi per favore, la smettano di gridare in questo modo. Non fanno altro che coprirsi di ridicolo. Anche perchè quanto ha affermato Saviano è la pura verità. Ecco alcuni documenti che lo confermano: il rapporto della Direzione Nazionale Antimafia del 2009, un’inchiesta dell’Espresso, la mappa della ‘ndrangheta in Lombardia, una video-inchiesta del Fatto Quotidiano, un’altra inchiesta dell’Espresso, gli omicidi di mafia al nord dal 2005 al 2010, un’intervista a Caselli. La bontà delle affermazioni di Saviano non è quindi da accettare con un atto di fede. Ma è suffragata da moltissime prove.

Ora mi aspetto da Saviano che parli di questa sentenza. Domani o al massimo la settimana prossima. Deve rompere questo tabù, lacerare la membrana di omertà che ricopre questi argomenti e raccontare in prima serata i rapporti tra Berlusconi e Dell’Utri con la mafia. E’ il momento di farlo. Lui ne ha la capacità e la forza. Verrà attaccato, infangato, delegittimato. Ma deve farlo. Se non lo farà questa volta, non lo si farà mai. Il silenzio rimarrà per sempre.

E allora non potremo più avere scuse. Non potremo più girarci dall’altra parte, fare finta di nulla, che sia tutto una montatura. La televisione, droga della nostra generazione, anestetico della nostra coscienza e del nostro spirito critico può diventare la molla, la scintilla che riaccenda la speranza e la verità.

Come possiamo rimanere inerti? In Francia, In inghiliterra per cose importanti ma infinitesimali rispetto a queste le persone si ribellano, lottano e protestano. Noi no. Restiamo imbambolati, narcotizzati da tette, culi, grandi fratelli, dibattiti inutili. Non ci alziamo. Siamo codardi, ignavi, vili? In parte sì.

Ma penso che ci sia possibilità di cambiare. Che la gente debba sapere per capire. Che stavolta si possa arrivare a quella parte del Paese che di solito è persa, irraggiungibile, avvolta dalla menzogna che le viene propinata. Spero che Saviano lo faccia. Forse è la volta buona, il momento giusto. Perchè si possa iniziare a fare qualche passo verso uno Stato vero. O per lo meno verso uno Stato.


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Questo decimo articolo collage è stato scritto da Fabio Chiusi, un reporter di AgoràVox. Parliamo dell’intervento di Roberto Saviano alla manifestazione “Caffeina cultura 2010“, con un’interessante riflessione sulla diffamazione e gli strumenti: “il meccanismo del discredito funzione oggi più di ieri”.

Il video dell’intervento (da robertosaviano.it)

Il link all’articolo su AgoràVox

Il link alla pagina principale di Caffeina cultura 2010

Buona lettura.

SAVIANO A CAFFEINA 2010: “IO SO MORIRE DA UOMO”. E NOI?

(di Fabio Chiusi, AgoràVox, 1 luglio 2010)

Io so morire da uomo“. Il senso dell’intervento di Saviano in apertura a Caffeina Cultura 2010 è forse tutto qui, nelle parole che Paolo Borsellino rivolse al suo potenziale assassino una volta messo da parte dall’organizzazione criminale e accolto tra le braccia dello Stato. Parole pronunciate con lo sguardo fisso negli occhi del proprio carnefice, e che Saviano fa sue con altrettanto mite coraggio: “Io so morire da uomo significa io so come vivere“, se ho scelto questa strada – continua lo scrittore – so che cosa mi aspetta. E infatti il pensiero si ferma sulla morte, che “diventa quasi una condizione, anche se non viene”, “qualcosa di lontano, che non ti riguarda, qualcosa che può esserci ma ci badi poco”. Parte del mestiere, insomma. Anche per chi osserva: morti inevitabili.

E’ un racconto autobiografico, quello di Saviano, che però si snoda attraverso la storia dell’antimafia e degli anni delle stragi. E così la vicenda di Falcone e Borsellino si intreccia alla condizione di chi oggi combatta questo male che sembra inestirpabile. Non “eroi”, precisa – una parola che “allontana, rende intoccabili” – ma “giusti“. Persone fragili, che possono anche sbagliare, ma che vivono facendo il bene. E’ la tradizione ebraica, la Torah citata in apertura che ricorda come ci sia “un tempo per vivere e un tempo per morire“. Lo stesso tempo, forse, ma che assume un significato diverso, migliore, se lo si vive da “giusti”. Come i magistrati del pool.

Ma la storia della lotta alla mafia è la storia anche della lotta alla diffamazione, al discredito, agli insulti. Saviano lo sa bene, ma preferisce replicare a chi lo accusa partendo da lontano, con la voce della storia e dei fatti piuttosto che con quella della polemica e dell’attualità. E così ricorda come i magistrati di Palermo, ora santificati a destra e sinistra, mentre lavoravano furono costretti a subire ingiurie di ogni tipo. Rivivono le pagine del Giornale di Sicilia in cui Falcone diventava un “giudice abbronzato” – come a dire: certo, vivranno blindati ma il tempo per prendere il sole ce l’hanno. Le invidie tra magistrati più e meno noti. Gli ‘ndranghetisti che sussurrano: “mandiamolo in televisione, così l’ufficio l’abbandona“. Il meccanismo del discredito funziona oggi più di ieri, ammonisce Saviano. Perché non ha più bisogno di saldarsi a omicidi, a stragi: l’infamia riesce a isolare chi lotta la mafia senza togliergli la vita. “Ma io vorrei capire, confida Saviano, dove sta il confine tra critica e delegittimazione. Vorrei dire al mio lettore: stai attento, cerca di capire il senso, il progetto di chi sta parlando”. Perché il discredito brucia la memoria, giustifica e lava le coscienze, evita alle persone di sentirsi ciascuna colpevole, perpetuano lo status quo mafioso.

E’ questo il senso delle “condoglianze” di Marcello Dell’Utri all’accusa. Questo il senso delle frasi di Berlusconi, che attacca chi racconta la mafia, come se chi scrive di oncologia potesse diffondere il cancro. E’ la volontà di non comprendere, di non andare oltre ciò che quotidiani e telegiornali propongono incessantemente per risalire alla radice dei problemi. In una parola, è l’omertà. Ma il silenzio non risolve nulla. Dire “noi siamo anche altro”, infastidirsi perché il racconto del Sud debba continuamente legarsi a una sequela di omicidi, estorsioni, rapimenti – tutto questo è permettere alla metastasi di continuare.

Bisogna invece fare nostre le parole di Paolo Borsellino, ricorda Saviano in chiusura attraverso le immagini del magistrato assassinato il 19 luglio 1992. Parole che teorizzano come la lotta alla mafia sia destinata a rimanere perdente se si confina a una “quota etica”, a una parte secondaria, accessoria di un programma elettorale. Ecco, la vera risposta a chi diffama – e a chi mi diffama, sembra dire Saviano – è proprio questa: bisogna raccontare, raccontare, raccontare. Ripetere, ripetere, ripetere. Creare, e qui Saviano diventa Borsellino, “un movimento culturale e morale che coinvolga tutti, specialmente le nuove generazioni, che faccia sentire un fresco profumo di libertà e rifiutare il puzzo del compromesso morale”. Bisogna, insomma, che si diventi un po’ tutti Saviano, un po’ tutti Borsellino. Solo allora la memoria sarà tanta da sommergere la “montagna di merda” che è la mafia. Solo allora avremo imparato a vivere e morire da uomini.

(Vai alla pagina di riassunto di tutti i “Collage”)

di L’Albatro

Ieri (17 aprile) abbiamo visto la pubblicazione su repubblica.it di una lettera di Roberto Saviano rispetto alle dichiarazioni del premier del 16 aprile in materia di mafia e, più precisamente, di come Gomorra o la serie televisiva La Piovra abbiano pubblicizzato il potere criminale, che sarebbe “più famoso che potente”.

Il premier, in conferenza stampa si lancia all’attacco di questo “supporto promozionale alle cosche”, e poi ripete come una allegra filastrocca orwelliana i successi del governo nella lotta ai clan. Numeri da capogiro, ma sterilmente limitati ad autoammirarsi:

“[…]dobbiamo lavorare anche in questa direzione per far conoscere la volontà di questo governo di un’azione continuativa di contrasto alle organizzazioni criminali e i risultati che si ottengono i questo modo. Noi ci siamo posti come risultato della legislatura di avere in giro un numero possibilmente vicino allo zero di latitanti e di avere veramente distrutto le organizzazioni criminali sia la mafia che la camorra che la ‘ndrangheta insomma vogliamo fare di questa nostra attività un punto centrale e importante dell’azione di governo.

Queste parole sono trascritte da questo video. Consideriamo due aspetti:

1) bisogna lavorare per far conoscere la volontà del governo di un’azione continuativa di contrasto alle organizzazioni criminali: si sta, come al solito, mettendo in primo piano la figura del suo governo, per fregiarsi dei grandi numeri e dei “successi”, come se fossero unicamente un merito suo; obiettivamente, chi compie gli arresti, chi indaga e riesce a scovare i latitanti risultano essere le forze di polizia. Se poi ricordiamo i tagli che hanno subìto direi che se c’è qualcuno che può vantarsi sono proprio i nostri poliziotti. Ma ogni numero fa brodo.

2) La cottura di questa bella gallina sugosa che è l’Italia, continua con l’uso del tempo futuro: questo tempo verbale è tanto caro in tempo di campagna elettorale, ma diventa una malattia se rimane anche durante la legislatura. Ne ho già parlato in un precedente post (Pensieri antiitaliani – Parte II) con una bella immagine che ritrae i titoli di molti quotidiani, dove in sequenza leggiamo il posticipo progressivo della riduzione delle tasse, promessa sempre da Berlusconi. Il “faremo” suona imponente, perché dà l’idea di grandi progetti, di grandi successi. Il governo odierno è in carica da ormai due anni, e mi suona come una gran presa in giro questo “vogliamo fare”. Mi risulterebbe più sincero uno “stiamo facendo”, che sarebbe in linea anche con i numeri che urlano con tanta gioia. Ma sta tutto dentro uno schema ben preciso: diamo continuamente l’idea di iniziare con progetti grandiosi, per affiancarli ai già grandi successi che presentiamo. Cosa può volere di più un cittadino medio, specie adesso che c’è una grande difficoltà chiamata crisi?

Ma dopotutto questo è il governo del fare. Prendiamo il termine “azione continuativa“. Se pensiamo ai farmaci, succede che spesso questi si limitino a curare i sintomi, e non la malattia vera. Bene, l’azione continuativa è esattamente questo tipo di farmaco. L’agire è rivolto totalmente a catturare i delinquenti e sequestrare i beni di cui la mafia si è già impadronita. Manca la prevenzione. Chi ha sentito di operazioni concrete per salvaguardare campi come la sanità, gli appalti, la tutela dei commercianti? Sono sicuro che in molti casi questi strumenti ci sono e funzionano, ma non vengono potenziati né pubblicizzati. Cosa pensa un commerciante che è costretto a pagare il pizzo (se non vuole trovarsi la bottega in fiamme) degli annunci roboanti della cattura dei boss? Sa che ne arriverà un altro a breve, sa che se chi riscuote il pizzo viene catturato, presto verrà sostituito.

In fondo avere un nemico costante da combattere è comodo, utile nel campo del consenso a breve termine: basti pensare a Emmannuel Goldstein, il Nemico del Popolo, la figura immaginaria che “il Partito”, in 1984 di George Orwell, ha inventato per usare come valvola di sfogo del proprio popolo, durante i due Minuti d’Odio giornalieri, momenti in cui le persone, poste davanti ad un teleschermo vedono il nemico e possono insultarlo liberando tutta la loro bassa e repressa forza rabbiosa.

Per questo bisogna essere prudenti prima di andare a tagliare davvero le gambe alla mafia: togli le fonti che la alimentano? Togli il serbatoio costante di numeri, consenso, voti. Questo fa  schifo. Chiunque minacci il potere viene zittito, ma con i modi più subdoli e striscianti: una dichiarazione qui, una mezza accusa di là. Come giustifichiamo le nostre truppe in Afghanistan? Come giustifichiamo il sostegno ad un governo locale che cerchiamo di tenere in piedi con le armi (non si può esportare la democrazia…) che provvede a sequestrare tre medici soltanto perché curano chiunque, senza distinzione di sorta? In nessun modo, ma il fatto che Emergency esista, e che si sia trovata in questa assurda situazione può far tornare l’attenzione su questo conflitto poco definito, lontano: è meglio presentare i tre sequestrati come degli individui non meglio definiti, forse addirittura in odor di terrorismo…(vedi post Io sto con Emergency)

Ma mettere a tacere queste persone non è cercare di imporre il silenzio sull’argomento mafia? Certo che sì: siamo all’omertà di governo. Come facevano nei regimi totalitari a risolvere un problema? Semplicemente i media controllati non ne parlavano più. In poco tempo la massa perdeva il ricordo della questione e il problema era come se non fosse esistito.

Per combattere la mafia bisogna parlarne: è o non è un potere celato, nascosto? Parlarne sempre di più non solo aiuta ad indebolirla, ma si autoalimenta in questa azione: una persona troppo impaurita per parlare, se vedesse che sempre più persone coraggiose denunciano i crimini della mafia potrebbe trovare più slancio per uscire allo scoperto, se vedesse che queste persone sono tutelate in modo sicuro e non accusate dal Presidente del Consiglio di pubblicizzare ciò che le opprime, si creerebbe un circolo virtuoso per combattere davvero questo cancro maledetto italiano.

È grave che il Presidente del Consiglio abbia speso delle parole così dure su chi rischia la vita perché vuole un paese più libero. È come venir tramortiti dal proprio body-guard.