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Pubblico oggi l’intervento del presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati del Trentino Altro Adige, Pasquale Profiti, all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2011.

Sono un magistrato italiano ed oggi rappresento molti altri magistrati, come me.
A nome mio ed a nome loro, oggi, finalmente, confessiamo.
Confessiamo di essere effettivamente degli eversori, come qualcuno ritiene. Applichiamo, infatti, le regole della nostra Costituzione e delle nostre leggi con la stessa imparzialità ed impegno agli immigrati clandestini ed ai potenti, agli emarginati ed a coloro che gestiscono le leve della finanza, della politica, dell’informazione. E’ vero, siamo degli eversori perché, insieme a Calamandrei, riteniamo la Costituzione e la Corte Costituzionale una “garanzia con cui il singolo è messo in grado di difendere il suo diritto contro gli attentati dello stesso legislatore o del governo”. Questo, oggi, vuol dire essere eversori.
Confessiamo di essere veramente, come è stato sostenuto, disturbati mentali, perché solo chi è tale continua a credere nel servizio giustizia, quando non sai se il giorno dopo ci sarà qualcuno che presterà assistenza al tuo computer, quando vedi che gli indispensabili collaboratori che vanno in pensione non sono  sostituiti, quando per poter lavorare condividi stanze anguste con colleghi o assistenti, quando in ferie scrivi sentenze o prepari provvedimenti, quando, nonostante ciò, sei accusato di protagonismo e di perder tempo in conferenze o convegni.
Confessiamo di non poter sempre soddisfare l’opinione pubblica se la Costituzione e le leggi ce lo vietano,  perché assolviamo chi riteniamo innocente anche se ciò non porta consensi,  condanniamo chi riteniamo colpevole sulla base della rigorosa valutazione delle prove anche quando i sondaggi, veri o falsi che siano, non ci confortano, e valutiamo la responsabilità dei singoli anche quando chi governa  vorrebbe una risposta dura, anche a scapito del singolo, a fenomeni di violenza collettiva.
Confessiamo, è vero, di sovvertire il voto degli italiani perché avendo giurato sulla Costituzione Repubblicana,  riteniamo, con Einaudi, che quella Costituzione imponga  ai magistrati di utilizzare i freni che “hanno per iscopo di limitare la libertà di legiferare e di operare dei ceti politici governanti, scelti dalla maggioranza degli elettori. Quei freni che “tutelano la maggioranza contro la tirannia di chi altrimenti agirebbe in suo nome”, quei freni che impongono la disapplicazione delle leggi in contrasto con le norme europee o l’incostituzionalità quando violano norme di diritto internazionale.
Confessiamo di essere politicizzati e non vogliamo essere apolitici come dichiaravano di esserlo la maggioranza dei magistrati fascisti o i magistrati iscritti alla P2 o i magistrati che per avere qualche posto direttivo o semidirettivo si appoggiano a potenti o faccendieri di turno, frequentano salotti buoni, fanno la telefonata agli amici o utilizzano il loro ruolo per avere sconti, gadget, ingressi o servizi gratuiti. Siamo politicizzati e vogliamo esserlo perché applichiamo la legge con il giusto rigore anche a chi governa, a chi potrebbe favorirci, consapevoli che saremmo apolitici solo se non disturbassimo le classi dirigenti, le élite al potere che vogliono essere al di sopra delle regole.
Confessiamo anche di fare proselitismo della nostra eversione, raccontando in Italia ed all’estero le ragioni della nostra autonomia e della nostra indipendenza, i motivi per cui riteniamo che nel nostro paese, oggi più di ieri, quell’assetto costituzionale della magistratura sia essenziale per evitare che gli interessi di parte prevalgano sempre e comunque sugli interessi della collettività, perché l’Italia non possa permettersi un diverso assetto della magistratura quando tra i suoi rappresentanti in Parlamento o negli enti locali siedono condannati per reati gravissimi e la giustizia sia terreno di aggressioni inimmaginabili per gli altri paesi democratici.
Confessiamo, una volta per tutte, di essere toghe rosse; siamo rossi, rubando ancora una volta le parole a Piero Calamandrei, “perché sempre, tra le tante sofferenze che attendono il giudice giusto, vi è anche quella di sentirsi accusare, quando non è disposto a servire una fazione, di essere al servizio della fazione contraria”; siamo rossi anche se non sappiamo cosa ciò esattamente significhi, perché per noi il rosso è principalmente il sangue dei colleghi uccisi per il loro lavoro.
Confessiamo anche di avere dei correi, il personale amministrativo senza il quale non potremmo commettere da soli le nostro colpe; molti di loro condividono la nostra eversione ed i nostri disturbi mentali se è vero che accettano di svolgere lavori superiori alle loro mansioni ed al loro stipendio, condividono le nostre stesse stanze anguste, le nostre incertezze sul futuro dei progetti organizzativi ministeriali.
Ci spiace confessare che anche numerosi appartenenti alle forze dell’ordine, incredibilmente, ritengono, come noi, che nessuno sia sopra la legge e vedendoci lavorare quotidianamente si rendono conto che l’eversione di molti di noi è uguale alla loro: rendere alla collettività il servizio per il quale siamo pagati, senza concedere che qualcuno possa stare al di sopra delle regole.
Confessiamo, infine, che per noi il 29 gennaio è la data in cui ricordiamo Emilio Alessandrini, Pubblico Ministero a Milano che oggi, 32 anni fa, veniva ucciso dagli eversori, quelli veri, quelli che al posto della nostra arma, la Costituzione, utilizzavano le pistole. Mi piacerebbe, sig. Presidente, che al termine del mio intervento non vi fossero applausi, rituali o spontanei, formali o calorosi che siano, ma il silenzio, magari in piedi, dedicato al collega ucciso dai terroristi, affinché la sua memoria ci illumini oggi e, ancor di più, da domani.


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di Aristofane

Tantissime cose di cui scrivere. Troppe, addirittura, e troppo poco tempo a disposizione (gli esami universitari incombono). Oggi quindi farò parlare lui, il barzellettiere, l’uomo che ha sempre pronta una sparata da golpista, una frasetta contro chi non gli si offre totalmente. Siamo tutti stufi di parlare di lui, di commentare quello che dice o che fa. Ma a volte è indispensabile. E questa è una di quelle volte.

Infatti ieri è stato Berlusconi-show. Ne ha avute per tutti: RAI, giornalisti, magistrati, aquilani. La dichiarazione peggiore è stata: “Finché esisterà l’accusa di omicidio colposo ho dato disposizione agli uomini della Protezione civile di non recarsi nelle zone terremotate in Abruzzo perché qualcuno con la mente fragile rischia che gli spari in testa”. Questa frase ci fa capire quale sia la levatura di quest’uomo. Si lamenta della Costituzione (forse preferirebbe decidere tutto da solo, ma devono spiegargli che il fascismo è caduto qualche anno fa) e ricatta la RAI. Ormai non ha più limiti.

Si va verso la fiducia per la legge-bavaglio

Berlusconi non invierà più la Protezione Civile a L’Aquila

La risposta degli aquilani

La risposta dei familiari delle vittime

di Aristofane

In malafede o male informate. Sono queste le due uniche tipologie di cittadini che difendono la legge bavaglio che si appresta ad approdare in Parlamento. Perchè nessuno che realmente conosca il contenuto di quella legge (per sapere cosa prevede la legge, clicca qui) può difenderla, se non per interesse personale o di un qualche superiore. Questa legge è un ulteriore passo verso il regime. E questa volta la parola non è usata a sproposito, come spesso ho sentito dire in altre occasioni. Questa volta il passo è effettivo, concreto, sotto gli occhi di tutti. In quale Paese civile si pongono limiti all’azione dei magistrati (e quindi alla giustizia) come quelli che questa legge-porcata prevede? In quale Paese che si definisce democratico i delinquenti possono farla franca perchè non possono essere intercettati e quindi scoperti?

Questa legge (anche se usare un termine simile per questa immane schifezza mi sembra improprio) sarà la vittoria dei colletti bianchi criminali, di quelli che truffano lo Stato facendo accordi e distribuendo tangenti ai suoi rappresentanti, che ottengono appalti in cambio di mazzette, che piazzano parenti ed amici dove preferiscono. Sarà anche la gioia dei criminali comuni, che ora dovranno solamente aspettare 75 giorni prima di ammazzare, rapinare, chiedere il riscatto, stuprare ecc le loro vittime. Dopo il 75° giorno si stacca tutto, il magistrato non può più intercettare e, quindi, scoprire il reato.

E, contrariamente a quanto ci sentiamo ripetere, questa legge favorirà la mafia. Perchè è vero, per i reati di mafia e terrorismo il tempo per intercettare è più lungo; ma se non si può intercettare per più di 75 giorni delle persone che stanno commettendo un reato, come si fa a scoprire se sono affiliati alla camorra o a cosa nostra? Se lo si scopre entro quei giorni, bene, altrimenti, amen. Si chiude tutto e si torna a casa.

Questi sono i piani del governo che prometteva più sicurezza e che invece è riuscito solamente a darci più schifezze che mai.

Dulcis in fundo, il piano per fare in modo che nessuno sappia niente. Vietato, a pena di carcere per i giornalisti e multe fino a 600 mila euro per gli editori, pubblicare in qualunque modo (per esteso, per riassunto, scrivendo il contenuto) le intercettazioni. Vogliono delinquere in pace, senza disturbo. Per fortuna, se la legge dovesse passare così com’è (ma speriamo che Napolitano non si macchi di una nefandezza simile), la Corte Costituzionale o la Corte Europea di Giustizia la eliminerebbero in un istante, tanto è palese la sua incostituzionalità ad ogni livello.

Ma la cosa che sarebbe più grave, se questa legge dovesse passare, sarebbe l’enorme passo che si sarebbe fatto verso il regime. Verso l’effettivo controllo assoluto del potere politico su qualsiasi altro potere terzo. Già adesso l’Italia non è più un Paese democratico, ma un parco giochi per potenti che si spartiscono la torta e fanno i loro interessi, lasciando i cittadini col culo per terra, a suicidarsi per la disperazione di non poter più mandare avanti la propria azienda o a incatenarsi da qualche parte o salire su qualche gru per rivendicare il proprio diritto a lavorare.

Un passo alla volta, ci stiamo arrivando. Arriviamo al regime. Un regime dispotico, come lo sono tutti. Un regime pluto-mediatico, basato su ricchezza e televisione, soldi ed apparenza. Ne abbiamo già fatti tanti, di passi. Siamo già un Paese in cui, in misura maggiore rispetto agli altri Stati, l’uguaglianza è solo formale e non sostanziale.

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Così recita l’articolo 3, secondo comma, della Costituzione. Alzi la mano chi pensa che, invece di dare attuazione a questa norma costituzionale, da anni ormai il compito di gran parte di chi rappresenta la Repubblica sia quello di accumulare potere e denaro, narcotizzare e le menti dei cittadini perchè non ragionino ed eliminare ogni ostacolo sulla via dell’impunità più assoluta.

(Firma l’appello contro la legge-bavaglio)

(Vai alla pagina del dossier sulla legge-bavaglio)

di Aristofane

Il Ministro dell’Interno Roberto Maroni vuole che sia in primo luogo la Lega a riformare la Costituzione. Riforma che, in sostanza, dovrebbe prevedere il Senato federale, la modifica del Titolo Quinto e l’eliminazione dell’obbligatorietà dell’azione penale. L’operazione giuridica, a dir poco delicata, necessaria a modificare la Carta dovrebbe essere affidata, sempre secondo Maroni, a Bossi e Calderoli.

Sarò prevenuto, ma l’idea che la Costituzione venga riformata e quindi in parte riscritta, emendata, modificata eccetera da Calderoli e Bossi è per me agghiacciante. Stiamo parlando di due individui che sono tra i principali esponenti di una partito che si dichiara apertamente secessionista; che vorrebbe eliminare (fisicamente o rispedendo al loro paese) gli extracomunitari; che predica l’intolleranza religiosa, culturale, etnica; che sostiene un presidente del consiglio che fa spregio della giustizia e di ogni regola, cercando di evitare processi e guai finanziari per le sue aziende. Tutto ciò stride leggermente con gli articoli 2,3,5,6,8 della nostra Costituzione (prendendo in considerazione solamente i principi fondamentali presenti nella Carta, ovvero i primi 12 articoli; un elenco completo sarebbe troppo lungo).

Inoltre Maroni, che impone la Lega come forza di riforma costituzionale, è condannato definitivamente a 4 mesi e 20 giorni di reclusione per resistenza ed oltraggio a pubblico ufficiale (e quindi non è il ministro dell’agricoltura, ma dell’interno, giustamente). Durante la perquisizione della sede leghista di Milano, il buon Bobo ed altri dirigenti della Lega si azzuffano con gli agenti di polizia, per impedire loro di svolgere il proprio lavoro. Maroni tenta addirittura di mordere la caviglia di un poliziotto. Inoltre, il ministro è imputato come ex capo delle camicie verdi (insieme ad altri dirigenti leghisti), con le accuse di attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato e creazione di struttura paramilitare fuorilegge. Il centrodestra, però, nel 2005 vara una riforma legislativa, con la quale i primi due reati vengono ampiamente ridimensionati; resta in piedi quindi solo il terzo ( le informazioni su quest’ultimo procedimento sono aggiornate al marzo 2008,n.d.a.). Insomma, il soggetto ideale per proporre una riforma della Carta Costituzionale.

Ma veniamo a chi dovrebbe materialmente farla, questa riforma. Calderoli, fiero difensore della Chiesa e della famiglia, si è sposato con rito celtico con Sabrina Negri, da cui si è poi separato; definisce “una porcata” la legge elettorale di cui egli stesso è, nel 2005, coautore; il 15 febbraio 2006 espone, durante un’intervista al tg1, una maglietta con la riproduzione di una delle vignette danesi che hanno scatenato disordini in tutto l mondo islamico: due giorni dopo, durante una dura protesta contro il ministro davanti al consolato italiano in Libia, la polizia libica spara, uccidendo undici manifestanti; è stato salvato dall’inchiesta sulle camicie verdi da una legge ad personam ed è imputato (informazione aggiornata al 2008, n.d.a.) per ricettazione.

Su Bossi le cose da dire sarebbero tantissime. Limitiamoci a ricordare che è condannato in via definitiva a 8 mesi di reclusione per 200 milioni di finanziamento illecito dalla maxitangente Enimont; il 16 dicembre 1999 la Cassazione l’ha condannato ad un anno per istigazione a delinquere; nel 2007 è stato condannato, sempre definitivamente, ad un anno e quattro mesi (anche se poi la pena è stata commutata in 3000 euro di multa, ma l’indulto ha estinto tutto) per vilipendio alla bandiera italiana, per aver affermato nel 1997: “Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo”.

Più che una riforma, ci vorrebbe un riformatorio.

Questi sono i soggetti che dovrebbero mettere mano alla nostra Costituzione. Persone che non hanno rispetto della patria e della bandiera, e quindi dei cittadini. Le riforme che vorrebbero introdurre riguardano la trasformazione dell’Italia in una repubblica federale (ogni regione avrebbe ambiti di competenza molto più ampi di quelli attuali, pur continuando a dipendere dallo Stato centrale) e l’introduzione di un semipresidenzialismo alla francese (il Presidente della Repubblica è eletto direttamente dal popolo ed è parte integrante del potere esecutivo, anche se il governo vero e proprio, di cui il presidente nomina il Primo Ministro, deve ottenere la fiducia delle camere). Ma la cosa più spaventosa riguarda l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale. Secondo l’art. 112 della Costituzione “il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale”; ovvero il magistrato, qualora venga a conoscenza di reati, deve intervenire e svolgere le sue funzioni di indagine, sempre ed in ogni caso, chiunque siano i soggetti che sono sospettati dei reati che vengono a galla. Maroni vorrebbe eliminare questa obbligatorietà. Ma se ciò accadesse, quale magistrato vorrebbe, in presenza di notizie di reato riguardanti potenti esponenti del mondo politico, finanziario o economico, andare a procedere e rovinarsi così la carriera? Il loro fine ultimo è, come sempre, fuggire dalla giustizia e farla franca.