Posts contrassegnato dai tag ‘liceo’

Vi vorrei oggi proporre un articolo di Massimo Fini, trovato sul sito ariannaeditrice.it, dove si parla di uguaglianza, dignità dello studio ed educazione. Salvaguardare i ragazzi dai voti inferiori al 4 per non provocare loro frustrazioni? L’educazione passa anche attraverso a questo, ma soprattutto attraverso la meritocrazia, che in un contesto più ampio comprende anche l’onestà di aiutare un ragazzo o una ragazza a scegliere davvero bene la propria scuola, il proprio futuro basato su una corretta preparazione. Spesso io stesso penso di aver sbagliato scuola al termine della terza media: ho frequentato il liceo scientifico, ma mi capita di pensare di essere invece una mente da classico. Ora sono a chimica, ma è una facoltà che ho scelto, e sono ben intenzionato a finire. L’importante è scegliere, impegnarsi, e a volte sacrificare una parte di orgoglio e rinunciare ad un po’ di cose. Ho parlato troppo, forse a vuoto. Buona lettura!

*

LA VERA UGUAGLIANZA NON È IL 4 “GARANTITO” DEL LICEO BERCHET

Innocente Pessina, preside del liceo classico Berchet, storico istituto milanese, ha proposto di non dare voti inferiori al 4. «Perché i 2 e i 3 sono troppo umilianti e creano frustrazione nei ragazzi. Io credo nell’educare senza punire». Ho fatto il Berchet, in anni ormai lontani, e in greco non ho preso mai più di 3, molto spesso uno e una volta anche un apparentemente sadico uno meno. Non mi sono mai sentito umiliato o frustrato per questi voti. Sapevo benissimo che li meritavo. Non studiavo. L’errore era avvenuto proprio in fase di educazione scolastica, nel giudizio di terza media che recitava: «Ragazzo che potrebbe fare, ma distratto da un’incoercibile passione per i giochi». Non bisognerebbe mai dire queste cose ai ragazzini. Io mi cullavo nel giudizio parzialmente positivo (“ragazzo che potrebbe fare”) e col cavolo che mi mettevo alla prova, a studiare, col rischio di dimostrare, a me e agli altri, che non ero un mezzo genio un po’ indolente ma semplicemente uno zuccone. La sveglia suonò a 17 anni, quando morì mio padre e intuii, più che capire, che non potevo continuare a fare il cazzaro. All’università mi laureai a pieni voti. La scuola non deve solo insegnare italiano, latino, greco, matematica, scienze, inglese e tutto il resto ma deve preparare alla vita, che non è una via lastricata ma una serie di prove, con successi e, più spesso, insuccessi, che dipendo- no in larga misura da noi. Certo, esiste anche il Caso. “Penso ai giova- ni Mozart uccisi” scriveva Saint Exeupery riferendosi ai talenti finiti sotto una carrozza e che non hanno potuto esprimersi. Ma in linea di massima noi siamo ciò che abbiamo voluto essere. E il meccanismo dei premi e delle punizioni è essenziale per farci capire per tempo chi siamo. Non ho avuto mai simpatia per i giovani aspiranti artisti che odiano il mondo perché si sentono incompresi. Sono alluvionato da dattiloscritti o pdf di ragazzi che scrivono romanzi sulla loro vita e sono frustrati perché nessuno li pubblica. Io li prendo a frustate cercando di far capir loro che non è sufficiente aggirarsi attorno al proprio ombelico per credersi Proust, che c’è bisogno di una mediazione artistica, di uno sforzo. È, un modo, nel mio piccolo, per educarli. Alcuni hanno anche qualche talento. Ma il talento, da solo, non basta. Mi ha detto una volta Rudy Nurejef che ne aveva da vendere: «Il talento conta per il dieci per cento, il resto è costanza, fatica, lavoro».
La proposta del preside del Berchet è un’espressione dello «ZeitGeist», dello «spirito del tempo», che ha sancito il diritto a diritti impossibili: alla felicità, alla salute, all’uguaglianza. Esiste, in rari momenti della vita di un uomo, un rapido lampo, un attimo fuggente e sempre rimpianto che chiamiamo felicità, non il suo diritto. Esiste quando c’è, la salute, non un suo diritto. E lo stesso vale per le capacità o il talento.
Per tornare in ambito scolastico in Germania i voti molto severi nei licei servono a scoraggiare i ragazzi dall’intraprendere o dal continuare studi per i quali non si dimostrano portati e a indirizzarli a istituti tecnici di alto livello (le “Realschule” di un tempo) i quali sforneranno idraulici, falegnami, panettieri, estetisti, artigiani che mentre frequentano queste scuole non si sentono affatto frustrati né umiliati perché i loro studi, a differenza che in Italia, hanno pari dignità sociale con quelli dei licei. Ed è questa la vera uguaglianza. Non il 4 garantito che ricorda molto da vicino il 30 garantito dello sciagurato Sessantotto.

Oggi pubblichiamo il primo (speriamo di una lunga serie) di interventi del nostro nuovo collaboratore StrongAle, per la verità non proprio un novizio, su questo blog (vedi Travagli di fine aprile). Buona lettura!


Io non andavo molto bene a scuola.

Quando frequentavo le superiori paragonato ai miei compagni di classe ero decisamente “scarso”. Frequentavo un liceo classico che rispecchiava e rispecchia tutt’ora gli ideali di scuola severa ed elitaria della riforma fascista Gentile.

Le ingiustizie del corpo insegnanti e l’assurdo metodo d’insegnamento basato sul terrorismo mi pesavano ed avevo voglia di gridare, di protestare: “non è così che si insegna!”. Ma a nessuno importava.

Io ero per l’autogestione, per la riscossa, loro pensavano solo ad imparare a memoria nozioni come ebeti. Per paura. Come biasimarli? La promozione era decisione della “Casta”.

Sembrano passati secoli, ma non è così. Ho fatto la maturità lo scorso anno.

Attualmente il ministro Gelmini toglie soldi all’istruzione, settore che necessita di un alto grado di innovazione materiale e culturale e non di un imbarbarimento e di una regressione sempre più evidenti.

La mia scuola ne è stata un esempio, ho provato sulla mia pelle che c’è bisogno di rinnovamento, di professori giovani e dinamici che non siano esasperati precari, e soprattutto ho capito che chi ci rimette infine sono gli studenti, i giovani, la vostra futura Italia.

Queste righe sono ispirate alla canzone “Kappler” degli Offlaga Disco Pax.

Io ogni mattina arrivavo prestissimo.

In cielo ancora si vedevano le stelle ed il freddo del mattino mi faceva tremare.

Non mangiavo quasi mai, l’agitazione per le interrogazioni mi rendeva taciturno e sempre di cattivo umore; mi veniva da vomitare.

Stavo lì, impalato davanti alla scuola, due parole con i compagni in attesa dell’allarme.

Con il fucile imbracciato salivo le scale ed entravo in classe.

Non c’era tempo nemmeno per guardarsi in giro: correvo subito al mio posto nelle retrovie, mi riparavo nella terza trincea più indietro. Pronto indossavo l’elmetto, posizionavo la baionetta, impilavo bene i libri per alzare la barriera; ma ecco subito il tremendo suono, era iniziata.

Bisognava rigare dritto, “la Casta” non faceva sconti. Mitragliatrici, granate, razzi arrivavano sotto forma di domande affilate e letali per i nostri voti.

Le nostre uniche armi erano un elmetto, la baionetta ed una pila di libri, come avremmo potuto sopravvivere? Allora si creavano alleanze, suggerimenti, bigliettini.

Malattie come arrivismo, opportunismo e competizione dilagavano fra i banchi, molti cadevano in preda al terrore, altri urlavano impazziti.

Io guardavo distaccato e tacevo.

Ho visto amici andarsene prima del tempo o ritirarsi stremati dalla lotta quotidiana nella guerra dell’insegnamento, lì nella mia vecchia scuola.