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di L’Albatro

Riprendiamo con la risposta a Roberto Saviano che è giunta a repubblica.it da parte di Marina Berlusconi, presidentessa di Mondadori spa e figlia del premier: lo scrittore aveva dichiarato che dopo le parole del premier non sapeva come sarebbe stato il rapporto con la sua casa editrice, che fino ad allora sembrava capace di fornire “gli strumenti per convalidare anche posizioni forti, correnti di pensiero diverse“. Marina dice di sentire il bisogno di scrivere perché profondamente colpita dalla reazione di Saviano “di fronte a quella che era né più né meno che una critica. Una critica che può non essere condivisa, ma che, come tutte le opinioni, è più che legittima.

Alt. Stiamo parlando della critica ad un coach che ha schierato in campo una formazione sbagliata? No, stiamo parlando di un uomo che, come molti altri che raccontano la mafia, rischia ogni giorno la vita.

Silvio Berlusconi non può permettersi di criticare un’opera edita dalla Mondadori, − si chiede la Berlusconi − la quale naturalmente continua ad avere la più totale e piena libertà di fare le scelte editoriali che ritiene più opportune? Questo non è forse un bell’esempio di dialettica democratica? Mi pare che Saviano non riesca a distinguere tra una libera e legittima critica e una censura. Ma in questo modo è lui stesso ad applicare una censura, non riconoscendo al presidente del Consiglio il diritto di criticare.”

Quindi è Saviano a impedire al premier di parlare, in quanto non gli riconosce il diritto ad associare il suo lavoro di scrittore ad un’operazione di propaganda mafiosa! Dimenticavo che se sei il Presidente del Consiglio puoi dire sempre e comunque quello che ti pare! D’altronde ti ha eletto il popolo, cosa c’è da protestare?

C’è da protestare per questi ormai consueti meccanismi: il potente che dice quello che gli pare e piace e subito accorrono i vassalli a rimediare alle sue, scusate il termine, stronzate. Perché ormai è tutto permesso, tutto possibile. Ma qui parliamo di un impegno profondo, e coraggioso in un modo che io stento ad immaginare.

Nemmeno un gelato si può prendere Roberto Saviano, nemmeno un gelato, perché il tragitto da casa alla gelateria del paese va coperto con la scorta a fianco, magari venendo additati dagli ignoranti e ignavi per lo “spreco di soldi dello Stato”: soldi che vanno ad una scorta, pagata per accompagnarti a prendere il gelato. Alla fine, sotto sotto, ma neanche tanto, sembra bellissimo poter avere una vita normale. E invece, la figura più in vista dello Stato ti viene a dire che il tuo lavoro è se non inutile, dannoso.

Prima di parlare, in certi casi, bisognerebbe pensarci sempre una dozzina di volte, poi fermarsi, ripensarci e rendersi conto che è meglio tacere. Le uniche parole che si possono dire alle persone come Roberto Saviano sono parole di ammirazione e sostegno. Ammirazione per il coraggio, sostegno perché continuino e perché di gente come loro c’è veramente bisogno. Ognuno di noi dovrebbe fare la sua piccola parte. Roberto ha usato un modo di comunicare ampio e potente, ma non possiamo metterci tutti a scrivere libri: da parte mia, se state leggendo queste righe,  continuerò a denunciare le cose che non mi vanno. Può sembrare meno eroico di ciò che fa Roberto, lo è, ma è un agire che mi fa stare bene con il mio sentirmi uomo.

Per questo mi viene da urlare a sentire le giustificazioni date a parole che non possono essere giustificate, in ALCUN MODO. Una rettifica con tanto di scuse potrebbe apparire  anche solo lontanamente accettabile. Ma quando mai uno come Silvio Berlusconi chiederà “scusa”? L’arroganza prevale sempre, la difesa conta tantissimi legionari lobotomizzati (basta guardare in faccia Gasparri…) e al limite, se proprio si mette male si può sempre dire che non hanno capito nulla, che si è stati fraintesi e che si ha sempre elogiato l’operato di Saviano.

Ma questo è a tutti gli effetti bipensiero: la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza. E la dittatura è democrazia.

di L’Albatro

Ieri (17 aprile) abbiamo visto la pubblicazione su repubblica.it di una lettera di Roberto Saviano rispetto alle dichiarazioni del premier del 16 aprile in materia di mafia e, più precisamente, di come Gomorra o la serie televisiva La Piovra abbiano pubblicizzato il potere criminale, che sarebbe “più famoso che potente”.

Il premier, in conferenza stampa si lancia all’attacco di questo “supporto promozionale alle cosche”, e poi ripete come una allegra filastrocca orwelliana i successi del governo nella lotta ai clan. Numeri da capogiro, ma sterilmente limitati ad autoammirarsi:

“[…]dobbiamo lavorare anche in questa direzione per far conoscere la volontà di questo governo di un’azione continuativa di contrasto alle organizzazioni criminali e i risultati che si ottengono i questo modo. Noi ci siamo posti come risultato della legislatura di avere in giro un numero possibilmente vicino allo zero di latitanti e di avere veramente distrutto le organizzazioni criminali sia la mafia che la camorra che la ‘ndrangheta insomma vogliamo fare di questa nostra attività un punto centrale e importante dell’azione di governo.

Queste parole sono trascritte da questo video. Consideriamo due aspetti:

1) bisogna lavorare per far conoscere la volontà del governo di un’azione continuativa di contrasto alle organizzazioni criminali: si sta, come al solito, mettendo in primo piano la figura del suo governo, per fregiarsi dei grandi numeri e dei “successi”, come se fossero unicamente un merito suo; obiettivamente, chi compie gli arresti, chi indaga e riesce a scovare i latitanti risultano essere le forze di polizia. Se poi ricordiamo i tagli che hanno subìto direi che se c’è qualcuno che può vantarsi sono proprio i nostri poliziotti. Ma ogni numero fa brodo.

2) La cottura di questa bella gallina sugosa che è l’Italia, continua con l’uso del tempo futuro: questo tempo verbale è tanto caro in tempo di campagna elettorale, ma diventa una malattia se rimane anche durante la legislatura. Ne ho già parlato in un precedente post (Pensieri antiitaliani – Parte II) con una bella immagine che ritrae i titoli di molti quotidiani, dove in sequenza leggiamo il posticipo progressivo della riduzione delle tasse, promessa sempre da Berlusconi. Il “faremo” suona imponente, perché dà l’idea di grandi progetti, di grandi successi. Il governo odierno è in carica da ormai due anni, e mi suona come una gran presa in giro questo “vogliamo fare”. Mi risulterebbe più sincero uno “stiamo facendo”, che sarebbe in linea anche con i numeri che urlano con tanta gioia. Ma sta tutto dentro uno schema ben preciso: diamo continuamente l’idea di iniziare con progetti grandiosi, per affiancarli ai già grandi successi che presentiamo. Cosa può volere di più un cittadino medio, specie adesso che c’è una grande difficoltà chiamata crisi?

Ma dopotutto questo è il governo del fare. Prendiamo il termine “azione continuativa“. Se pensiamo ai farmaci, succede che spesso questi si limitino a curare i sintomi, e non la malattia vera. Bene, l’azione continuativa è esattamente questo tipo di farmaco. L’agire è rivolto totalmente a catturare i delinquenti e sequestrare i beni di cui la mafia si è già impadronita. Manca la prevenzione. Chi ha sentito di operazioni concrete per salvaguardare campi come la sanità, gli appalti, la tutela dei commercianti? Sono sicuro che in molti casi questi strumenti ci sono e funzionano, ma non vengono potenziati né pubblicizzati. Cosa pensa un commerciante che è costretto a pagare il pizzo (se non vuole trovarsi la bottega in fiamme) degli annunci roboanti della cattura dei boss? Sa che ne arriverà un altro a breve, sa che se chi riscuote il pizzo viene catturato, presto verrà sostituito.

In fondo avere un nemico costante da combattere è comodo, utile nel campo del consenso a breve termine: basti pensare a Emmannuel Goldstein, il Nemico del Popolo, la figura immaginaria che “il Partito”, in 1984 di George Orwell, ha inventato per usare come valvola di sfogo del proprio popolo, durante i due Minuti d’Odio giornalieri, momenti in cui le persone, poste davanti ad un teleschermo vedono il nemico e possono insultarlo liberando tutta la loro bassa e repressa forza rabbiosa.

Per questo bisogna essere prudenti prima di andare a tagliare davvero le gambe alla mafia: togli le fonti che la alimentano? Togli il serbatoio costante di numeri, consenso, voti. Questo fa  schifo. Chiunque minacci il potere viene zittito, ma con i modi più subdoli e striscianti: una dichiarazione qui, una mezza accusa di là. Come giustifichiamo le nostre truppe in Afghanistan? Come giustifichiamo il sostegno ad un governo locale che cerchiamo di tenere in piedi con le armi (non si può esportare la democrazia…) che provvede a sequestrare tre medici soltanto perché curano chiunque, senza distinzione di sorta? In nessun modo, ma il fatto che Emergency esista, e che si sia trovata in questa assurda situazione può far tornare l’attenzione su questo conflitto poco definito, lontano: è meglio presentare i tre sequestrati come degli individui non meglio definiti, forse addirittura in odor di terrorismo…(vedi post Io sto con Emergency)

Ma mettere a tacere queste persone non è cercare di imporre il silenzio sull’argomento mafia? Certo che sì: siamo all’omertà di governo. Come facevano nei regimi totalitari a risolvere un problema? Semplicemente i media controllati non ne parlavano più. In poco tempo la massa perdeva il ricordo della questione e il problema era come se non fosse esistito.

Per combattere la mafia bisogna parlarne: è o non è un potere celato, nascosto? Parlarne sempre di più non solo aiuta ad indebolirla, ma si autoalimenta in questa azione: una persona troppo impaurita per parlare, se vedesse che sempre più persone coraggiose denunciano i crimini della mafia potrebbe trovare più slancio per uscire allo scoperto, se vedesse che queste persone sono tutelate in modo sicuro e non accusate dal Presidente del Consiglio di pubblicizzare ciò che le opprime, si creerebbe un circolo virtuoso per combattere davvero questo cancro maledetto italiano.

È grave che il Presidente del Consiglio abbia speso delle parole così dure su chi rischia la vita perché vuole un paese più libero. È come venir tramortiti dal proprio body-guard.