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E’ davvero possibile imparare qualcosa da un libro? Nell’epoca di internet, delle connessioni velocissime e costanti e del passaggio al digitale, quelle righe stampate sulle pagine ci trasmettono ancora qualcosa?

Io penso di sì. Prendiamo Italo Calvino, scrittore poliedrico e creatore di mondi immaginari. I personaggi fantastici che popolano i suoi libri riempiono pagine di racconti paradossali e storie incredibili. E forse proprio per questo così vicine a noi.

Chi meglio di Cosimo Piovasco di Rondò, il barone rampante che da ragazzo salì sugli alberi per protesta e non ne scese mai più, può rappresentare il bisogno di ribellione e libertà che cova dentro noi ragazzi e cresce ogni giorno? Gli Indignados e gli Occupy Movements sono gruppi di tanti baroni rampanti che salgono sui loro alberi per gridare il loro dissenso verso una società che non li ascolta. Non si sentono rappresentati né capiti.

Stanno a guardare un mondo che cambia intorno a loro senza pensare di poter fare nulla. Forse credono di essere inesistenti, al contrario di Agilulfo, protagonista, appunto, del Cavaliere Inesistente. Lui non esiste, ma pensa di esistere. Credendovi fermamente, riesce a fare quello che chiunque altro può fare, costringendo tutti a prendere atto della sua esistenza e a credere in lui. E anzi, pur non esistendo realmente, con la forza di volontà e il desiderio di conquistare la sua vita riesce ad esistere molto di più di alcuni che gli stanno intorno, inerti.

Non ci ritroviamo forse in queste situazioni? Spesso ci nascondiamo dietro le difficoltà della realtà, rifugiandoci nel mondo di Facebook e del digitale, dove possiamo contare su migliaia di “amici” ed essere chi vogliamo. Forse allora finiremo per diventare come le città che Marco Polo descrive al Gran Khan ne Le città invisibili. Esisteremo solo nei racconti che di noi fa chi non ci conosce.

Dai libri di Calvino possiamo imparare a combattere per quello che riteniamo importante e a rimanere fermi nelle nostre scelte; a sforzarci di raggiungere i nostri obiettivi; a credere nelle nostre capacità ed usarle per ritagliarci un posto nel mondo. Possiamo imparare ad essere noi stessi.

 

” […] – L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio.”

(Italo Calvino, “Le città invisibili”)

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Una vita ricca, tumultuosa. Un fiume in piena. Probabilmente l’unica che ci è concessa, e il mio banale desiderio è sfruttarla al massimo. Non è sicuramente un desiderio raro, ma credo che per riuscire ad avanzare sempre sia necessario capire che non è possibile escludere dagli avvenimenti che ci investono quelli tristi, negativi, ingiusti. Anche perché spesso costituiscono la parte più significativa delle nostre esperienze, sia per numero che per “intensità”.

Cullati da questa sensazione opprimente, credo che sia necessario accettare, di tanto in tanto, come un voto che va ripetuto, che sarà per sempre così: la forza per andare costantemente avanti sta nell’accettare il senso di oppressione?

Ciò significa affrontare l’angoscia a viso aperto, senza aspettarsi di uscirne vincitori. L’indugio nello schivare l’argomento genera frustrazione, la continua procrastinazione dà un senso di incompletezza (e “inconcludenza”, strano termine, nel senso di non riuscire a concludere alcunché di utile). Cercare di distruggerne il peso invece può portare a certezze e sicurezze che rischiano di venir smantellate alla prima contraddizione che incontrano, vanificando tutti gli sforzi fatti per conseguirle.

La chiave sta nel muoversi quindi? L’indugio del non decidersi ad agire è immobilità. La ricerca di certezze porta ad uno stato di appagamento che è di per sé immobile, statico. Che vita noiosa sarebbe.

Muovendoci senza accettare pigramente la situazione dell’oggi, possiamo forse cambiare noi stessi e questo caos di mondo? Io credo di sì, e se ci sentiamo paralizzati da avvenimenti troppo grandi, troppo tristi, troppo crudeli, l’unica cura è la reazione, il movimento. La chiamano anche “coraggio” questa mentalità.

Se è il male che ci vibra attorno a paralizzarci, allora possiamo, dobbiamo riconoscere che in questo buio ci sono delle piccole luci. Diamanti nel fango freddo che si discostano dallo schifo che prevale su tutto quanto.

Sopravvivere e stare a galla riesce a molti, parlando con Calvino è “accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più“. L’abitudine allo schifo, tanto italiana…

Vivere nuotando invece è difficile, perché “esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio“. (Chiedo “venia” per le citazioni, ma non denotano mancanza di fantasia: sono le frasi ad essere perfette per questo discorso)

Un numero di anni “x” sulla Terra, probabilmente gli unici che ci saranno concessi, da sfruttare: diavolo, se è difficile! Senza retorica, la forza per dare il meglio (a noi stessi) l’abbiamo dentro, e questa reagisce ai colpi che vengono da tutto intorno. Come possiamo intervenire? Forse siamo come i timonieri, dirigiamo la nave: dobbiamo e possiamo usare il vento e le onde a nostro vantaggio, per andare avanti e, se possibile, evitare di naufragare.

L’Albatro