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Momento di stallo. Generale. Io sono molto preso dallo studio, ma vedo che nel mio Paese potrebbe finalmente succedere qualcosa. Sentivo ieri Zucconi dire che per una volta l’Italia sembra non essersi dimostrata la repubblica “del giorno dopo”, procrastinatrice all’inverosimile. Tra l’altro è esattamente il mio pensiero sul nostro Stato: quando sembra che stia per succedere qualcosa di grosso alla fine, quasi sempre, non avviene mai! Sarà forse collegato al fatto che, come a volte si sente dire/ricordare, in Italia non c’è mai stata una vera e propria rivoluzione? Almeno in tempi recenti; non mi sento però di esprimermi con sicurezza, non mi considero un bravo studente di storia. Ma sento una spinta a saperne di più (e non mi importa molto che la festa sia tra un mese, non ho una scadenza precisa per diventare “italiano”!).

Domenica sono andato in piazza a Modena, assieme alla mia mamma, in mezzo alla “manifestazione delle donne“, che il nostro premier ha bollato come faziosa perché “contro la sua persona”. Ma che diamine, ha ragione! Sennò per cosa la si fa una manifestazione? L’obiettivo è liberarci di lui e del suo schifoso sistema di “governo”, oltre che (difficile!) della mentalità bacata che non comprende il concetto di dignità, come non considera nemmeno quello di rispetto.

Gran parte di chi ci governa sembra essere (più altro leggi “è”) al servizio di B. e io non dovrei arrabbiarmi? Come cittadino penso di godere di una Costituzione stupenda, ma che viene “interpretata” da chi ci governa. Se si può interpretare la Costituzione…non dovrei essere incazzato?

Sono usciti giusto oggi i nuovi cablo da Wikileaks, e riguardano il rapporto che c’è stato negli scorsi quattro anni almeno tra l’Italia e gli Stati Uniti: un paese in declino con un leader buffone?. Gran bel biglietto da visita, arricchito da scandali sessuali e recenti imputazioni, già mi immagino la scena: “Italiano?” – “Sì…” – “Ah bunga bunga Berlusconi!” – “…”

Ieri ho poi letto un articolo sul Fatto, che ci parla della “casta”: […] più passa il tempo, più i deputati consapevoli di non essere rieletti si avvicineranno spontaneamente a lui (Berlusconi, ndr), facendolo anche risparmiare. Il motivo risiede tutto nel fatto che gli attuali nominati, soprattutto alla Camera, in caso di elezioni anticipate perderanno il vitalizio; da questa legislatura, infatti, è in vigore la legge che prevede di aver portato a termine un’intera legislatura per poterlo ottenere e non più solo due anni, sei mesi e un giorno come era prima.

In effetti il sospetto c’era, e questa può essere una conferma: dove tutto va a rotoli, prima si salva il proprio, e poi il comune. Vedo incastonato in questo ragionamento il respingimento della proposta apparsa sul Fatto, che disegnava un gesto forte dell’opposizione come le dimissioni in blocco dei suoi parlamentari. Potrebbe bloccare e scuotere (quindi infine sbloccare!) il sistema istituzionale, ostaggio di pochi.

Rimango convinto che ci sono molte persone in Italia che sono nettamente migliori della media mediocre degli italiani, e quindi migliori di chi ci governa, che se vogliamo si trova spesso sotto questa media…suona da luogo comune, ma alla fine è un bastone a cui appoggiarsi un momento per pensare a come riscattare cultura, rispetto, Nazione ma soprattutto la dignità. Leggete questo articolo (Berlusconi è minoranza nel Paese) di Peter Gomez, datato 14 febbraio, il giorno dopo la manifestazione delle donne, contiene altri spunti per questa riflessione.

Su repubblica.it è stato aperto uno spazio dedicato agli italiani all’estero. Invitando questi connazionali a condividere via mail ciò che si dice “di noi”, “del nostro Paese”, all’estero, in neanche due giorni sono già giunte tantissime testimonianze, tutte raccolte in questa pagina: L’Italia vista da fuori, i messaggi dei lettori.

Sono moltissimi, io sono arrivato a leggerne solo alcuni, ma vorrei segnalarvene uno in particolare: cercate “all’Ikea di Barcellona”.

Non so se è il senso di impotenza. Perché se già nel Paese che ha la maggior “densità” di arte e cultura è difficile studiare e lavorare, andando all’estero, oltre al fatto non trascurabile di essere lontani da casa, risulta ancora più arduo vivere e farsi rispettare: i buffoni d’Europa, gli zimbelli del continente, la repubblica delle Banane.

Mentre scrivo con i Baustelle in sottofondo saltano nella mente questi versi, prepotenti:

“No, ci salveremo disprezzando la realtà

e questo mucchio di coglioni sparirà

e ne denaro e ne passione servirà

gentili ascoltatori siamo nullità”

(Baustelle – I mistici dell’Occidente, da “I mistici dell’Occidente”, 2010)

Sembra proprio l’unica soluzione: dare l’attenzione che si meritano queste vicende, queste persone, smontarle con i fatti, le notizie, le domande scomode, senza urlare ma con l’occhio serio e la mente fredda. Gentili ascoltatori, siamo nullità finché stiamo comunque fermi, finché ci indignamo e basta, finché non teniamo sempre alta la guardia e l’attenzione ai particolari, ai principi e ai valori che non sono morti, andati, perduti, ma sono solo in uno stand-by forzato e imbambolato.

Il nostro amico Foedericus ci segnala un interessantissimo editoriale di Philippe Daverio, apparso sulla rivista “Artedossier“, nell’edizione di gennaio 2011. Da “Italia” a “questo Paese”, perché bisogna salvare la prima, da chi bisogna salvarla e chi lo deve fare.

***

Numero 273, gennaio 2011

EDITORIALE di Philippe Daverio

Questo Paese… curioso modo di dire che viene usato dalla maggioranza schiacciante dei politici italiani, bipartisan, destra-sinistra-centro-sotto-sopra, quando parlano di casa loro. Curioso “modus dicendi”, centocinquant’anni dopo l’Unità d’Italia. Curiosissimo atteggiamento linguistico che sembra celare un fremito di pudore in personalità che tutto fanno nel tempo rimanente per apparire spudorate. 150 anni fa la penisola veniva appellata Italia, 100 anni fa veniva “gridata” Patria, 50 anni fa veniva concepita Nazione.  I genetliaci mutano innegabilmente i destini ontologici. Oggi l’Italia, la Nazione, cioè la Patria, viene chiamata “Questo Paese”. Va afferrata con le pinzette o con il mignolo sollevato? Va guardata con il distacco delle menti superiori?
È evidente che la dicitura “Questo Paese” pone il dichiarante fuori dalla questione esattamente come l’analista rimane fuori dalla provetta. È altrettanto chiaro, lo spiegano tutte le teorie della semantica, che l’unico modo per definire un oggetto non identificabile o dai contorni concettuali troppo confusi consiste nell’indicarlo non in base alla funzione, al carattere, al colore, al calore, alla materia che lo compone, ma semplicemente additandolo con il segnale “questo”.
Nacque la cosa un secolo e mezzo fa sulla scia dell’entusiasmo d’una scarna e determinata élite che s’era forgiata in una lunga e autentica guerra civile, dalla quale era uscita convinta e vittoriosa, capace di plasmare una generazione nuova pronta a tuffarsi nel turbinio della storia. Nacque lo Stato nuovo un po’ per energia e un po’ per caso, un po’ per bulimia d’un giovane monarca sabaudo che mai più si sarebbe aspettato una simile e grandiosa scorpacciata, un po’ per la sfortuna che sempre accompagnò il sogno repubblicano dei mazziniani. Dovette molto alla temeraria impresa di Garibaldi, senza la quale gli Stati preesistenti avrebbero trovato forme ben più diplomatiche di aggregazione. E così successe che prima Torino, poi Firenze e infine Roma ne diventassero le capitali.
Ma la burocrazia sardo-prealpina dei savoiardi era troppo fragile per sostituirsi ai sette Stati ben più gloriosi che l’avevano preceduta nell’amministrare un patrimonio colossale e una eredità culturale fra le più ricche e complicate del mondo conosciuto. Che cos’era la Torino delle “madamin” di fronte alla mistica bizantina della Serenissima di Venezia?  Era mai la Porta Palatina, certamente bella e romana, paragonabile alle antichità della Campania e della Sicilia o al museo che già da un secolo, e primo in Europa, celebrava le collezioni dei Farnese e dei Borbone, gli scavi di Ercolano e di Pompei? Cosa poteva insegnare palazzo Madama, per quanto inventato da Juvarra, ai Pitti o agli Uffizi di Firenze? Sarebbe stato come paragonare l’antipapa Felice V, al secolo Amedeo VIII il Comico, al suo contemporaneo Cosimo il Vecchio, o il castello di Racconigi con il Quirinale e Stupinigi con la reggia di Caserta. L’Italia Unita e sabauda non era in grado di recepire l’eredità colossale che si era trovata ad accorpare, non era forse in grado neppure di concepirla. Certo non fu in grado di custodirla se, già pochi anni dopo, il più clamoroso ritrovamento mai avvenuto di argenterie greco-latine fu trafugato a Parigi e venduto ai Rothschild per finire, fortunatamente, nelle sale del Louvre. Il ritrovamento era avvenuto in un luogo magico delle terre da caccia borboniche, Boscoreale. Boscoreale oggi è una discarica.
Pompei è una catastrofe biblica che evapora e si sgretola inesorabilmente sotto gli occhi del mondo civilizzato. Le rive del Brenta, una volta la più elegante passeggiata barcaiola della Terra, fra ville e chiese, si configurano oggi come disastro estetico. Le campagne di Brianza, quelle del Manzoni e dei suoi Promessi sposi, sono diventate una perversione ecologica. Il Belpaese è stato lordato, avvilito, massacrato. Le cascine che avevano retto i secoli stanno oggi crollando mentre crescono loro attorno palazzine meste e sgrammaticate.
È vero che l’Italia era povera ed è vero che la Nazione recente s’è fatta più ricca, e vero ch’era bella e s’è fatta oggi brutta. Ma è certo ormai che “Questo Paese” non ce la farà a invertire la tendenza o, meglio ancora, a portare la dialettica alla sua sintesi combinando ricchezza e bellezza.
Gli italiani non ce la possono fare a salvare “Questo Paese”, troppo lo disprezzano, troppo lo utilizzano come una fattore geografico inesauribile da sfruttare. Troppo lo considerano al pari d’una eredità naturale e fortunata, esattamente come il sole estivo in spiaggia. Solo che la spiaggia nel frattempo s’è affollata di ombrelloni, di radioline e di cartacce mentre l’orizzonte della duna soffre delle vicine palazzine. E il sole stesso probabilmente sta perdendo, per il buco nell’ozono, le sue virtù benefiche.
Gli italiani non vogliono salvare “Questo Paese”.
Ed è difficile sostenere che Pompei sia degli italiani. Non studiano forse molto di più il latino i tedeschi e i francesi? Non affrontano con maggiore passione la storia romana alcuni ricercatori di Yale o di Oxford? Pompei appartiene all’Occidente tutto. È solo occupata temporaneamente dallo Stato italiano. Andrebbe liberata, come si tentò di dare libertà al Kossovo. La civiltà d’Occidente deve chiedere che Pompei passi sotto la protezione dei Caschi blu dell’Onu. Come deve chiedere che l’enorme reggia costituita dal Palazzo ducale di Mantova torni, dopo il saccheggio del 1630, a essere, nella sua enorme complessità, luogo di aggregazione e di cultura.
Siamo poveri. Ormai. Così dice il ministro dei danari alla dama di fiori. Siamo poveri perché c’è la crisi. E i tempo di crisi, dice il ministro, «carmina non dant panem», figuriamoci se possono dare companatico gli scavi archeologici. «Erst kommt da Fressen, dann kommt die Moral», fa cantare Bertolt Brecht nell’Opera da tre soldi: prima rimpinzarsi la trippa e poi la morale. Oggi non ci sono soldi: noi spendiamo 2 miliardi di euro/anno per affari culturali mentre i tedeschi ne spendono 8 e i francesi addirittura 8,5. Non è vero. In Germania la spesa si distribuisce tutta sui Länder e lo Stato federale si occupa d’una sola Kunsthalle a Bonn. In Francia la spesa è accentrata attorno al sistema virtuoso della Réunion des Musées Nationaux. In Italia il Ministero spende 2 miliardi di euro, le fondazioni bancarie un altro miliardo e mezzo, gli assessorati degli enti territoriali un bel altro 3 miliardi. Quindi i danari ci sono, è la capacità di spenderli con intelligenza che manca. Il Ministero detto Mibac da anni non ha più bandito concorsi per assumere energie nuove. E negli ultimi anni ha perso per pensionamento personalità di primo rango come Antonio Paolucci e Nicola Spinosa, mentre ora sta per pensionare Martines. Ha tolto a Strinati la direzione dei musei romani. I nuovi avrebbero, qualora ci fossero, bisogno di tempi lunghi per raggiungere una competenza dove il sapere e il saper fare si devono necessariamente combinare attraverso la prassi. Il futuro si prevede come circo massimo del pressapochismo arrogante. I privati hanno inizialmente addentato il bene pubblico come un prosciutto da affettare, essendo la “res publica” considerata “res nullius”. Il crollo definitivo di ogni palestra di gladiatori appare inevitabile.
Per questo motivo reputo, reputiamo in molti ormai, che il formidabile patrimonio che l’Italia si trova inavvertitamente a custodire debba essere salvato da chi, nel mondo intero, vi trova una parte sostanziale delle proprie radici. SAVE ITALY è un appello che lanciamo agli uomini di buona volontà nell’ottica più cosmopolita che si voglia immaginare.
Sì, “Questo Paese” fa rabbrividire. L’Italia non ancora. L’Italia va salvata da “Questo Paese”.

Pubblichiamo oggi un articolo della nostra collaboratrice WhatseraMe.

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di WhatsernaMe

“Se il governo Berlusconi non approverà il federalismo, si andrà alle elezioni. “I berlusconiani sono spaventati per la proposta leghista del voto anticipato del, a quanto si vocifera, 27 marzo in quanto non posso essere aggrediti dal tempo che incalza.

” Uh, poveretti, hanno bisogno di più tempo. Ma il sarcasmo lasciamolo un momento da parte.

Dopo la baldoria da post-capodanno, guardare (e avere la piena certezza di) come stia peggiorando in nostro Paese, beh, è quasi normalità. Con poco stupore, ma con la stanchezza di tutta questa farsa, la convinzione sempre più forte di essere del Paese dei Babbocchi, è diventata realtà: Il gatto e la volpe, la Lega e il Popolo delle Libertà. “Se ci ascolti per un momento, capirai, lui è il gatto, ed io la volpe, stiamo in società, di noi ti puoi fidar.”

Certo, è meraviglioso vedere un partito emergere così tanto, soprattutto da quando l’Egregia Signora Xenofobia, accompagnata dal ciambellano Messer Pregiudizio e dalla balia Ignoranza, ha fatto la sua nobilissima apparizione al Parlamento. E poi tutti i suoi giullari! Bossi, il coerente capocomico, per intenderci colui che ha sposato una siciliana! Un momento, una siciliana? No, proviamo con la fede politica, che è un pilastro del pensiero di una persona: nei primi anni settanta ha militato nel partito comunista “Il Manifesto”, nel gruppo di estrema sinistra PdUP e nell’Arci; dal 1974 al 1975 era iscritto nel Partito Comunista Italiano di Verghera (Varese). Oooooops. No, no, qui bisogna cambiare: fortunatamente c’è anche Roberto Maroni: nel 1971 entrò a far parte di un gruppo di stampo marxista-leninista, mentre nel 1979 manifestò in Democrazia Proletaria, per poi passare ad Avanguardia Operaia.

Eh, ‘sti politici, sempre con le stesse ideologie…

Ma a salvare la situazione c’è la volpe, il Popolo delle libertà, il Partito dell’Amore (alias Silvio Berlusconi) e i suoi scagnozzi (o picciotti?): Sandro Bondi, che entra giovanissimo nella Federazione Giovanile Comunista Italiana e addirittura nel 1990 è sindaco di Fivizzano (Massa Carrara), rappresentando il PCI; Michela Vittoria Brambilla, che partecipò a Miss Italia e fu “convinta” da un agente della Fininvest a lavorare per l’azienda; Renato Brunetta, socialista di famiglia povera. Ma come si sa, questo partito aiuta tutti (escort, mafiosi, estorsori, piduisti, faccendieri), è proprio un buon partito, ciò che serve a un’Italia dilaniata da precariato, ingiustizia, censura, corruzione, indifferenza, ipocrisia e egoismo.

Ma come tutte le amicizie, quella tra il Gatto e la Volpe, nasce da un interesse in comune: il “cadreghino”, rappresentazione fisica del Dio Potere. Da una parte il Gatto vuole a tutti i costi il federalismo, mentre la Volpe, più meschina, aspira solo a essere la padrona incontrastata del Paese dei Balocchi, dettando ovviamente la sua regola. Presto si scopre che i due necessitano dell’altro tanto quanto un eroinomane ha bisogno della propria pera. Ma la Volpe, troppo accecata dal suo Obiettivo-Sole, non rispetta il patto e quindi il Gatto comincia a insospettirsi e fungere da promemoria. I patti sono patti. Fa niente se poi si promulgano leggi ad personam e ad aziendam; fa niente se gli universitari buttano via soldi, energie e tempo per poi andare a pulire i cessi in qualche squallido fast food; fa niente se si arriverà a un punto in cui la gente non avrà più nulla da perdere e la disperazione è a un passo sotto il baratro.

Ma l’importante è che ci siano sei uomini, pagati dallo Stato, a pulire il cartello di benvenuto, splendente in tutta la sua grandezza e maestosità: “BENVENUTO NEL PAESE DEI BABBOCCHI”.

È uscita la notizia, per ora data come ufficiosa, sul nuovo logo del partito di Berlusconi. PdL, acronimo di Popolo della Libertà, e il relativo simbolo, sembra che non siano più utilizzabili tranquillamente. Si dice inoltre che Berlusconi sia “stufo” dei nomi lunghi, e voglia quindi cambiare, per dare una nuova facciata alla sua, chiamiamola (ancora?) “forza” politica.

Dunque, dopo Forza Italia, dopo il Popolo della Libertà, si è pensato ad una sigla diretta, dirompente, indimenticabile: Italia. Qua sotto vediamo un’immagine che pare essere l’anteprima del suddetto nuovo simbolo.

Ora, anche nel caso che tutto si risolva in nulla (anche se molte sono le notizie che non smentiscono la questione), e alfine non ci sia un simbolo con scritto “Italia – Berlusconi Presidente” a rappresentare il partito del Caimano, vorrei riflettere brevemente su un paio di questioni.

Questo simbolo incriminato sarebbe, a mio dire, l’ultima ennesima picconata alla nostra dignità. Addirittura? Fino a qualche anno fa non si poteva esultare o incitare la propria squadra nazionale al grido di “Forza Italia!“: Berlusconi si era rubato il nostro tifo. Ancora oggi non è un’esultanza utilizzata.

Come sono, troppo spesso, chiamati i sostenitori di Berlusconi? Gli “Azzurri“. Gli Azzurri solitamente sono i nostri atleti, come nella pallavolo nazionale, o nel calcio nazionale, dove i giocatori italiani indossano la divisa azzurra che li contraddistingue nel mondo. Il modo più spontaneo di esultare e il nostro colore nazionale.

Ricordate il simbolo di Forza Italia? Era la scritta bianca del nome sulla bandiera italiana, forse l’unica caratteristica che non sarebbe da critica: un partito italiano può e forse deve mettere nel proprio simbolo la bandiera della propria patria. Ma come si sa, si andò oltre.

Dal 2000 al 2008 la coalizione di centro-destra guidata da Silvio Berlusconi aveva il nome di Casa delle Libertà (stupendamente satirizzata nel programma L’ottavo nano): iniziò ad arrogarsi anche una delle parole più care alla democrazia,libertà.

Proseguendo al 2009, il 29 marzo nasceva il Popolo della Libertà. Avanti così, chi è fuori da questo popolo, chi è? cos’è?

Nuovo passo dunque: identificarsi con il Paese. Purtroppo spesso si ha l’impressione di pensarla diversamente da troppe persone, di essere davanti ad un mostro senza cervello ma dai mille occhi imbambolati, rapiti dalla televisione. Spesso mi sembra che Berlusconi ce l’abbia fatta con la maggior parte delle persone: è dentro di loro, con gli ammiccamenti di pancia che tanto piacciono al cosiddetto (con una brutta frase fatta) italiano medio. In un momento di totale scoramento potrebbe sembrare anche la cosa più giusta e lineare di questo mondo: Berlusconi identificato perfettamente con il Paese Italia, tanto che il suo partito può tranquillamente chiamarsi come la (nostra) Patria.

Mi brucia lo stomaco a pensarci, e l’anno dei nostri 150 di unità nazionale diventeranno come la domenica di Leopardi, carichi di attese (vere o fasulle), subito ammazzate. Una differenza dal vecchio Giacomo però c’è: se da una parte c’è chi invita e tenta a celebrare al meglio questo “traguardo”, dall’altra c’è chi col tricolore si pulirebbe il sedere, chi vuole, prima di festeggiare, “il federalismo”, una norma nei fatti oscura che rischia di smembrare, soprattutto economicamente, il Paese. Nelle scuole ci si dimentica di istituire attività e momenti di studio sulla Patria (suona sempre più antica questa parola, ahimè), e, diciamocelo, sono davvero pochi quelli che sentono davvero di dover festeggiare.

Non so cosa pensare, se non riprendere in mano un qualche libro di storia e andare a rivedere come è nata l’Italia. Non mi sembra una cosa stupida.

(ps: “scusate” per il termine nel titolo, ma credo sia il migliore modo per comunicare disgusto)

Non mi piace avere l’impressione di non potermi fidare degli altri. Perché a volte sembra che l’unica persona che meriti fiducia sia la nostra, ma anche di questo non sono molto sicuro.

È un po’ di tempo che faccio una grandissima fatica a leggere il giornale, lo compro a volte e nemmeno lo leggo. Nemmeno il giorno dopo.

Non so se c’entrano le feste o gli esami imminenti. Magari è di passaggio. Ma vivendo qua in Italia significa spesso avere l’impressione di vedere un Paese nel ghiaccio, bloccato nell’immenso istante in cui piacque a tutti di sovvertire le regole di base del vivere insieme.

Sono conto le generalizzazioni. Non esiste un “mondo delle donne”, un “mondo della politica”, un “mondo spirituale”. Ad agire con queste categorie in mente si fanno grossi danni, perché non ci si sa, non ci si può adattare alla contingenza che improvvisa ci si para di fronte.

Eppure a tanti va bene così, va bene che il governo più forte di sempre in Parlamento ora sia retto da 3 voti, va bene credere ancora e ancora al premier quando ci garantisce che avrà i voti a gennaio, va bene ancora guardare i litigi quotidiani di queste persone. Se la stabilità è questa, grazie signori, grazie. Sono convinto che si meglio muoversi, piuttosto che stare fermi ad aspettare.

Ma questa è l’opinione di un giovane studente un po’ confuso.

E forse con questo misero post il blocco dello scrittore mi sarà passato.

A presto, naviganti.

 

Un altro scritto della nostra amica WhatsernaMe, sulla moralità in Italia…

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Dunque fatemi capire, qui Italia la parola moralità è stata rimossa persino dall’ultima edizione del vocabolario Zanichelli.

Nel Paese in cui vivo ci può essere, supponiamo, una ragazza che si chiami Paola. Ha 17 anni, è nata nel 1993. Magari ha la fortuna di avere già il posto fisso come pseudo prostituta (e addio anche all’immagine della donna). Non abbastanza contenta di questo privilegio, ruba anche una collana molto bella che le ha colpito il cuore. Anche in questo caso la legge italiana dice che nel momento in cui un minore commette un reato più o meno grave (perché, sempre stando alla morale non si dovrebbe rubare) viene portato in questura e poi saranno i genitori a firmare per il rilascio, i quali dovrebbero affliggere a Paola più che una punizione.

Invece l’Italia è un paese rivoluzionario (o almeno ultimamente lo è sempre stato): in Italia se sei una persona che conta, eccoti subito per te uomini importanti e potenti che si fanno in quattro affinché tu possa stare bene, persino il Presidente del Consiglio.

Ma forse questo non è abbastanza rivoluzionario.

Invece questo potrebbe esserlo: una ragazza minorenne di origine marocchina, Ruby, è stata sorpresa mentre rubava; ovviamente è stata portata in questura, ma ecco lo squillo magico del Presidente del Consiglio che fa impazzire il procuratore capo e addirittura fa comparire una consigliera comunale per prelevare la signorina, peraltro presunta nipote del presidente del Marocco Mubarak. Poi dalla fantasia davvero scarsa di Ruby, saltano fuori regali costosi, festini ad Arcore, Palazzo Grazioli allietate da gentili accompagnatrici che nella loro agenda casualmente avevano un buco libero.

Questo si che è abbastanza rivoluzionario. Però non esageriamo, perché non credo che gli italiani ne abbiano abbastanza.

Tenendo conto di questi fatti, io, cittadina italiana a tutti gli effetti, mi sento legittimata a rivoluzionare il mio Paese: l’ha fatto una marocchina, non ho capito perché non posso farlo io, nella città in cui io vivo.

Vado nella gioielleria più costosa di tutta Milano, consapevole che mi porteranno in questura, ma ancora più consapevole che il Presidente del Consiglio mandi un’altra consigliera comunale a prelevarmi.

Aspetto e aspetto ma nessuna chiamata.

Ma poi mi batto una mano sulla fronte e capisco tutto: io non sono una persona che conta. Io non ho un futuro. Io non ho un posto di lavoro fisso. Io non prostituisco la mia immagine di donna. Io non faccio comodo alla società in cui vivo poiché scrivo questi articoli. Io non sono diversa da tutti i giovani che scappano da questo Paese. Al contrario, io devo guadagnarmi un Cd sacrificando le mie estati lavorando. Io voglio andare all’università. Io sono una ragazza semplice, onesta, che porta rispetto e che crede nell’amore. Io sono consapevole che oggi come oggi non rivoluzionerò niente e nessuno, perché “non c’è nessun cambiamento vero / se la rivoluzione non avviene prima nel pensiero”. Io sono stanca di essere una cittadina italiana che guarda in silenzio come crolla il suo Paese.

Ebbene, sapete cosa vi dico?

Io lotterò con tutte le mie forze affinché la gente impari a pensare e soprattutto affinché capisca e assimili dentro di sé la parola ‘moralità’. Solo allora potrà ricomparire nell’ultima edizione del vocabolario della lingua italiana Zanichelli.

Pubblichiamo oggi un articolo della nostra collaboratrice WhatsernaMe, ispiratole dal recente viaggio in Spagna. Buona lettura!

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«Y chicas ¿Qué piensen los italianos de España?»

La domanda curiosa è di Rosa Peréz, una ragazza 31enne della Extremadura che 12 anni fa si è trasferita a Siviglia per frequentare l’Università e di conseguenza si è laureata in Filologia e Letteratura spagnola.

Da 5 anni insegna alla Giralda Center, scuola di spagnolo per studenti stranieri; così passeggiando per andare al Mercadillo di Calle Feria, le chiedo se questo lavoro le piace: sorridendomi, mi sbatte in faccia una verità di un fenomeno che sta condizionando parecchio anche l’Italia. «Sono stata fortunata perché, primo sono riuscita a trovare un lavoro, secondo è un lavoro che mi piace.»

Passando per vicoli e vicoletti, giungiamo in Calle Feria, dove ogni giovedì c’è questo mercato delle pulci dove si può trovare di tutto, da libri a specchietti delle macchine, da sedie a vestiti di flamenco. La gente, che secondo molti sarebbe appena uscita da Alcatraz, è spontanea, gentile e per niente arrabbiata con il mondo intero (a differenza degli italiani).

Così, in quest’atmosfera stranissima, continua la conversazione tra me e Rosa: cercando di tirare fuori il mio spagnolo migliore, le dico che gli iberici sono considerati aperti, socievoli e calorosi. Stando a Siviglia le confermo quanto detto, aggiungendo che soprattutto mi ha colpito il rispetto per le persone e la città stessa. La sua faccia è davvero sorpresa (e soddisfatta) e scherzosamente le dico che questa impressione probabilmente è dovuta al sentirsi tutti sudditi di un re.

A causa di un mio pregiudizio (ero convinta che i giovani spagnoli fossero contrari alla monarchia), mi ero preparata a vedere una una smorfia di disgusto, ma invece mi risponde che il re è molto ben visto, in quanto negli anni ‘60 suo padre stipulò con Francisco Franco un accordo nel quale era sancito che alla morte del dittatore, il figlio Juan Carlos andasse al potere.

Dopo una breve pausa di silenzio, a me vantaggiosa per riformare una domanda, le chiedo invece cosa ne pensano gli spagnoli di Zapatero. Stavolta la sua espressione di fa più cupa e scuote la testa: «Beh, Zapatero è stato una sorta di benessere per il mio Paese ma solo nei primi anni. Quando è stato eletto, ha pronunciato un discorso che ha lasciato a bocca aperta tutti gli spagnoli: ognuno di noi ha pensato che finalmente in Spagna potesse andare tutto bene. E così è stato con le nuove leggi che sono state introdotte, come la legge sull’indipendenza o i matrimoni tra gli omosessuali. Ma negli ultimi due anni sta sbagliando tutto. Ha introdotto una “reforma laboral” (riforma sul lavoro) che sta portando malessere tra la popolazione. Ha persino licenziato cinque ministri, i quali non sono stati in grado di fare bene il loro lavoro. E da voi in Italia non stanno facendo delle riforme?»

Non so se stia scherzando o è soltanto per curiosità personale, ma istintivamente sulle mie labbra compare un sorriso amaro, molto amaro.

«Non so se in Spagna è giunta questa notizia, ma in Italia si stanno facendo una serie di riforme che servono veramente a ben poco.»

Dal suo annuire capisco che qualcosa già sa.

«Per esempio – continuo – da due anni il governo sta distruggendo la scuola italiana. Il nostro ministro, Mariastella Gelmini, sta portando a un livello da paese del terzo mondo l’istruzione e la ricerca: ha tagliato i fondi per finanziare la scuola, ha ridotto le ore scolastiche, creando un altissimo tasso di disoccupazione; ha ridotto anche gli indirizzi di studi delle superiori e cancellato alcuni corsi di laurea. Per esempio, l’Università Statale di Milano è stata costretta a iniziare i corsi con quindici giorni di ritardo perché non ci sono i fondi per pagare i professori; oppure la scuola d’arte più famosa d’Italia un annetto fa era in procinto di chiudere perché non c’erano abbastanza professori e denaro. Direi che in Italia non siamo messi molto bene.»

«Lo stesso in Spagna, Miki. Ora che c’è la crisi il governo è incapace di risanarla»

« Si sente molto la crisi?»

Oramai io e Rosa ci siamo appostate in un bar e abbiano preso persino due succhi di frutta.

«Beh, vedi, la crisi si sente eccome. Da quando sono nata, non mi ricordo di una crisi così. Non c’è lavoro per nessuno e chi lo aveva, si è visto improvvisamente senza nulla e a vivere per strada» e indica un barbone che chiede l’elemosina, un altro che continua a dormire e un altro ancora che rovista nella spazzatura.

«Con la globalizzazione le fabbriche sono state trasferite all’estero, dove ovviamente la manodopera costa poco. Già all’inizio degli anni 90, il governo ha fatto chiudere dei cantieri navali (che erano l’unica fonte di lavoro) in Galicia, a Cádiz e a Sevilla. E nessuno è riuscito a fermare questo fenomeno: anzi, se vuoi gli è stata data una spinta quando tra il 1980 e il 1990 sono state privatizzate molte imprese e industrie. Ora è tutto allo sbaraglio. Capisci che nemmeno qui va proprio bene.»

Rimango un po’ sconcertata e incredula, soprattutto dopo che frugando nella mia cultura generale, ricordo che finita la dittatura franchista, la Spagna aveva avuto un boom economico pazzesco.

Ma il racconto di Rosa mi stupisce ancora di più: la maggior parte del boom economico era dovuto ad attività e imprese illegali, che basavano la loro ricchezza sul lavoro in nero. In testa c’erano le imprese edili, che costruivano edifici in tempi record, senza garantire i diritti di sicurezza e degli operai, pagandoli praticamente a cottimo. Ma queste imprese sono state le prima a crollare non appena l’odore di crisi ha cominciato a diffondersi per tutto il Paese. Ed ecco come di conclude la situazione economica spagnola attuale.

«Sai mi sembra che tu viva in Italia e che mi stessi raccontando la stessa storia, ma in una lingua diversa»

Purtroppo è un altro dito che affonda nella piaga: anche lei ammette la gravità della situazione, aggiungendo che il mio Paese è spaccato in due parti distinte ma che non si possono affrontare in quanto sarebbe una battaglia persa in partenza dai più deboli, quelli di un’Italia migliore.

Certo, le rispondo, sono più forti perché in Italia funziona che chi è disonesto, vince. Il governo italiano è formato da un capo supremo, attorniato da ministri che hanno almeno commesso un reato.

«¡No es posible!»

« No, no, è possibilissimo! Anzi se tu sei una persona onesta, non puoi entrare in politica.»

A Rosa viene solo da sorridere e scuotendo la testa dice che la Spagna non è messa bene, ma almeno chi non lavora bene se ne va a casa.

Veniamo fermate da un urlo di una venditrice che guadagna la sua giornata e ogni minuto che passo in questo mercadillo è sempre più strano, divertente e coinvolgente.

«Pero ahora tienes una mala imágen de Italia» (però ora hai una pessima immagine dell’Italia)

«no no anzi, io vorrei vivere in Italia! Avete paesaggi magnifici, l’arte che vi invidia tutto il mondo, per non parlare della gente e della cucina: meravigliosi!»

È già un passo avanti che non abbia detto “Pizza, mandolino e mafia” ma mi tocca metterla in guardia sulla mancanza di un futuro, specialmente per i giovani.

«Senti – mi dice – ne vogliamo parlare? In Spagna c’è il 60% di giovani che hanno diritto al lavoro e solo il 20% ce l’hanno, ma è tutto precariato. Nessuno può costruirsi una famiglia, può comprare cosa, può avere una vita propria. Questo secondo te è avere un futuro?»

Beve praticamente a goccia il succo e rimane in silenzio. Immediatamente si scusa per lo sfogo, dicendo che è molto arrabbiata per questa situazione in quanto coinvolge molti suoi amici e conoscenti.

Faccio spallucce e non riesco ad aggiungere niente. O meglio vorrei chiederle molto altro però i suoi movimenti mi fanno capire che il tempo scarseggia e che la scuola ci aspetta.

Infatti si alza e va al bancone per pagare, ma dopo torna da me, mi viene vicino e mi dice: «¡Hey chica no te preocupes! Vedrai che anche in Italia tutto si sistemerà. In Spagna è successo dopo 20 anni. Ormai tutti sono stufi e quando sentirò al telegiornale che in Italia ci saranno manifestazioni su manifestazione, io penserò a te e tu penserai a me.»

Apparirà come un post “leggero”, ma a me ha fatto molto ridere. E un po’ pensare.

Il video di RepubblicaTv che ho appena visto mostra Barack Obama in conferenza stampa, quando, nel bel mezzo del discorso, si sente un tonfo: il logo appeso al leggio è caduto a terra. Obama si ferma e guarda subito davanti, oltre il microfono, accorgendosi che ha perso un pezzo. Risate tra il pubblico mentre il presidente, con il consueto aplomb, rassicura l’uditorio – “That’s all right. All of you know who I am.” – “Tutto a posto. Tutti voi sapete chi sono.” anche senza lo stemma a spiegarlo.

Mi piace pensare che non sia troppo audace immaginarsi come vorremmo che fosse il nostro paese. Mi piace pensare che non saremo sempre presi in giro per le battute stupide dei nostri politici. Mi piace pensare che avremo di nuovo dei governanti spontanei, genuini, naturali nel comunicarci decisioni, avvenimenti, scuse e spiegazioni.

Non credo che questo significhi sognare. È la sottile differenza che c’è tra il sogno e l’immaginazione di un futuro che non c’è ancora. Ma che ci potrà essere, solo se ci muoviamo per fare qualcosa, ma soprattutto solo se continuiamo a pensarlo, ripensarlo, proporlo e discuterlo con tutti. Non voglio che il Paese di cui vado fiero continui a nutrirsi voracemente di ballerine e reality show. Non voglio che nel nome di imprecisati diritti di libertà si continui ad uccidere la libertà di ricevere un’istruzione adeguata, la libertà di poter trovare e conoscere facilmente della cultura: mi fa piangere vedere che sempre di più viene proposta l’equazione cultura = noia, solo perché “quando uno torna a casa dal lavoro preferisce riposare” piuttosto che impegnarsi a seguire qualcosa di ragionato.

Non credo neanche che non esista un leader, una semplice persona da qualche parte che possa iniziare il cambiamento, che possa iniziare a convogliare in una direzione precisa il volere, il sentire delle tante persone che sento attorno a me, da quelle che la pensano come me a quelle in disaccordo con i miei pensieri, ma che condividono senz’altro la voglia di sterzare e di riprendersi quello che ingenuamente abbiamo ceduto: il controllo del nostro presente, e inevitabilmente del nostro futuro.

Per cui mi piacerebbe pensare alle tante piccole cose che dovrebbero comporre il mio avvenire: e nel mio avvenire c’è anche il mio Stato.

È una calma sera estiva, sono qua, solo nella mia camera, ascolo jazz, e vago su internet.

Repubblica.it: “Bossi: Schiavizzati da Stato delinquente” si legge sulla homepage della testata giornalistica.

Mi chiedo come si possa essere d’accordo su un progetto come il Federalismo del quale si dice che porterà benessere e ricchezza, vantaggi per tutti, mentre dall’altra, chi la propone, continua a esplicitare la vera ragione per cui lo si vuole fare: i soldi devono restare nel territorio della loro provenienza. Certo, è abbastanza facile parlare dal ricco Nord, e questo va a rafforzare la convinzione che gli italiani s’hanno ancora da fare. Ma tutto è normale nel Paese, la gara a spararle sempre più grosse, grasse di stupidità è sempre aperta, e gli anticorpi democratici di cui ha parlato Napolitano credo che, se ci sono, siano in uno stato catatonico, un coma farmacologico indotto dalla confusione di balle che ci tempesta attorno.

Si capisce che la cosa è stata organizzata. Chi ha perso le elezioni vuole un governo tecnico per bloccare il federalismo e per fare leggi che li avvantaggi, ma questa volta viaggiamo con determinazione” bello sarebbe se davvero chi ha perso le elezioni (ricordiamo che la maggioranza e il governo credono di poter denigrare e in ogni momento “sputtanare” chi ha perso le elezioni, perché, nella loro mente, questi non avrebbero diritto di parola, men che meno di critica) volesse e dichiarasse apertamente di voler fermare questo tipo di federalismo campanilistico e egoista ogni oltre limite: il federalismo non è un’idea sbagliata, ma si ha l’impressione che da posizioni “moderate”, cioè che cercano di ottenere, inizialmente, le basi del federalismo, ma con il secondo obbiettivo di giungere ad altro. “Altro” significa distorcere le condizioni iniziali: alla Lega interessa soltanto trattenere sul territorio la totalità delle tasse che vengono pagate. E se il denaro è potere, chi è economicamente indipendente ha un controllo pieno: andremmo verso delle regioni-Stato? Campanilismo di Stato, chi crede fermamente alla Lega crede che chi sta al Sud sia anche inferiore: figuriamoci come dev’essere chiedere ad un leghista di vedere un meridionale come un suo pari, un cittadino dello stesso territorio (= Italia).

Abbiamo una magistratura che cambia anche le leggi elettorali. Attenti alla gente del nord, attenti a non rompergli troppo i coglioni più di tanto…” la berlusconite è arrivata pure qua, ma se quindici anni fa la Lega faceva cadere il governo Berlusconi I, oggi parla come lui ed è attaccata al potere quanto lui. La tiritera di “Roma Ladrona” è tornata, ma i ministeri e gli stipendi da parlamentari, oltre che la capacità di decidere su qualsiasi cosa ricattando il capo della coalizione, non schifano di certo gli alti gradi leghisti.

L’unica cosa che vorrei è che non fosse questa fantomatica “gente del nord”, ma noi, noi che non vogliamo essere sudditi di una classe melmosa e despota, a romperci i coglioni. È forse da un po’ troppo tempo che sopportiamo questo “fastidio”, le rivoluzioni e i cambiamenti non si fanno così, da un momento all’altro, però c’è un momento in cui bisogna iniziare. Lo sto, lo stiamo aspettando, e quando ci sarà la diga franerà.

Così, in uno schiocco di dita. Yep, in one finger snap.

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Herbie Hancock – One Finger Snap