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Prosegue la difesa/santificazione del Senatore Marcello Dell’Utri. Come riferito nel precedente post, martedì 29 giugno 2010 è stata emessa la sentenza di condanna per l’onorevole Dell’Utri, per il reato di concorso in associazione mafiosa. Dopo aver visto il servizio sul Tg1, troviamo su Il Fatto Quotidiano online il video dell’editoriale di Studio Aperto tenuto dal direttore Giovanni Toti (nella foto).

Buonasera. Due sentenze pronunciate da due diverse corti ai due estremi del Paese ci impongono una riflessione sulla giustizia” così Toti apre l’editoriale, che prosegue con aria disgustata parlando dei giudici che nonostante tutto “hanno trovato il modo di condannare il senatore Dell’Utri a sette anni di carcere“. Chi sono i giudici poi, per poter condannare qualcuno? Urge sicuramente e immediatamente (!!!) una riflessione sulla giustizia, se si è mosso pure Studio Aperto.

Le due domande retoriche sono fra i migliori highlights del video:

– “Non è che chi è vicino a Berlusconi, alla fine, qualcosa debba pagare?

– “Non è che chi si accanisce contro Berlusconi, alla fine, non paga mai?

La seconda domanda è riferita a Tartaglia, l’uomo dichiarato mentalmente infermo dai giudici che celebravano il processo per la sua aggressione al Presidente del Consiglio, avvenuta il 13 dicembre 2009 in Piazza del Duomo a Milano. Domanda di ampio respiro, che coinvolge e mette sullo stesso piano chi critica il Padrone e uno squilibrato qualunque che è riuscito a colpirlo fisicamente con una statuetta.

Cosa capisce che guarda soltanto questi telegiornali? Poco capisce, ma viene molto colpito dal disgusto trasmesso dal direttore per i giudici che giudicano il Padrone (altro che mimica facciale della Busi); viene molto influenzato nel giudizio verso chi critica il Padrone.

Ma soprattutto si dimentica che il sistema Giustizia esiste per tutelarci, e come ogni organismo composto di persone può sbagliare: degli sbagli si può discutere. Risulta strano però vedere i giornali e le televisioni del Presidente sempre d’accordo con ogni Sua azione. Il segreto di Pulcinella è svelato! Ma se lasciamo che si vada avanti così questi comportamenti saranno sempre più normali, e ragionare autonomamente sarà soltanto un’eccezione, presto e facilmente sedata!

La maggioranza tuona contro i “processi in televisione”, ma sicuramente non disprezza le assoluzioni a reti unificate

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di L’Albatro

Diamo inizio a questa rubrica sul significato delle parole. Argomento impegnativo. Solo ragionandoci un po’ sopra possiamo renderci conto di quanto queste siano credute, manipolate, di quanto siano usate a sproposito e brandite come un’arma contro gli altri.

Le parole contengono una forza incredibile, si possono dire, leggere, scrivere, interpretare: questa versatilità fa sì che anche nel silenzio, nell’assenza di parole si possano capire molte cose.

“Venite pure avanti, voi con il naso corto,

signori imbellettati, io più non vi sopporto,

infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio

perchè con questa spada vi uccido quando voglio.”

(F. Guccini – Cyrano)

In pratica, riflettendo sulle parole e sul loro significato in modo semplice, cerchiamo di sviluppare una difesa in più nel parlare quotidiano, sviscerando anche le contraddizioni che spesso fanno da sottobosco alle incomprensioni.

Morti bianche

Ho scelto questo termine ripassando gli appunti di un mio corso all’università, che tratta del rischio chimico negli ambienti di lavoro (ma non solo). Nello studiare la casistica degli incidenti dovuti alle sostanze chimiche siamo partiti dall’analisi dell’approccio al problema incidenti sul lavoro da cent’anni a questa parte: pensate che nel cercare un “fattore casuale” dal quale derivare il fenomeno degli incidenti si pensò inizialmente ad una predisposizione degli individui! Quasi fosse genetico rischiare di cadere da un ponteggio. Progredendo nel tempo è cambiato il modo di affrontare gli incidenti sul lavoro, anche se ancora oggi sembra essere più normale investire per aumentare i guadagni piuttosto che effettuare non solo una manutenzione in più, ma neanche quelle programmate.

Chiedendoci da dove venga l’espressione morti bianche possiamo leggere la risposta sulla rubrica Scioglilingua di Giorgio de Rienzo sul Corriere della Sera:

“Morte bianca” è quella dovuta a un incidente mortale sul lavoro, causata dal mancato rispetto delle norme di sicurezza. L’uso dell’aggettivo “bianco” allude all’assenza di una mano direttamente responsabile dell’incidente.

L’assenza di una mano direttamente responsabile porta a cercare di distribuire la colpa fra più persone, per i mancati controlli, per i mancati investimenti e per la mancata attenzione della vittima dell’incidente: arriviamo ad una, per così dire, “tattica pilatesca” per cui spesso si attribuisce la colpa dell’incidente al danneggiato.

Questo diventa il capro espiatorio, in quanto spesso l’attenzione viene concentrata solamente sull’evento terminale che determina l’incidente.

Se da un lato è corretto dividere le responsabilità, per il fatto che l’incidente è la summa di tanti fattori, dall’altro si rischia spesso che i processi proseguano per anni ed anni, senza che alla fine vengano puniti i responsabili.

L’espressione morti bianche non rende giustizia alle persone che perdono la vita sul lavoro, perché questa ha già in sé l’idea di assenza di responsabilità, mentre questa c’é, esiste: è l’avidità di profitto e guadagno, che troppo spesso in questi incidenti ha un peso maggiore dell’incuranza e della disattenzione.