Posts contrassegnato dai tag ‘Estero’

Su repubblica.it è stato aperto uno spazio dedicato agli italiani all’estero. Invitando questi connazionali a condividere via mail ciò che si dice “di noi”, “del nostro Paese”, all’estero, in neanche due giorni sono già giunte tantissime testimonianze, tutte raccolte in questa pagina: L’Italia vista da fuori, i messaggi dei lettori.

Sono moltissimi, io sono arrivato a leggerne solo alcuni, ma vorrei segnalarvene uno in particolare: cercate “all’Ikea di Barcellona”.

Non so se è il senso di impotenza. Perché se già nel Paese che ha la maggior “densità” di arte e cultura è difficile studiare e lavorare, andando all’estero, oltre al fatto non trascurabile di essere lontani da casa, risulta ancora più arduo vivere e farsi rispettare: i buffoni d’Europa, gli zimbelli del continente, la repubblica delle Banane.

Mentre scrivo con i Baustelle in sottofondo saltano nella mente questi versi, prepotenti:

“No, ci salveremo disprezzando la realtà

e questo mucchio di coglioni sparirà

e ne denaro e ne passione servirà

gentili ascoltatori siamo nullità”

(Baustelle – I mistici dell’Occidente, da “I mistici dell’Occidente”, 2010)

Sembra proprio l’unica soluzione: dare l’attenzione che si meritano queste vicende, queste persone, smontarle con i fatti, le notizie, le domande scomode, senza urlare ma con l’occhio serio e la mente fredda. Gentili ascoltatori, siamo nullità finché stiamo comunque fermi, finché ci indignamo e basta, finché non teniamo sempre alta la guardia e l’attenzione ai particolari, ai principi e ai valori che non sono morti, andati, perduti, ma sono solo in uno stand-by forzato e imbambolato.

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Settima puntata di “Collage”, oggi dedicato ad un’analisi del terribile attacco di Israele di due giorni fa.


Un gesto grandioso far passare i pacifisti

di Manuela Dviri (scrittrice e pacifista italo-israeliana)
TEL AVIV. Stanca di parlare dell’orrore di questi giorni , stanca di sognarmelo la notte, ogni notte in modo diverso e sempre orribile. Dicono che il nostro ministro della Difesa, Ehud Barak, sia un genio, che sappia smontare un orologio in pochi secondi. Può essere. Ma di certo, poi, non sa come rimontarlo. E no, la carneficina non è stata creata a tavolino, nonostante da lontano sembri forse altrimenti… e i soldati mandati allo sbaraglio sono vittime dei nostri politici esattamente come lo siamo noi civili. Troppi anni (43) di occupazione ci hanno ridotto così: semplicemente stupidi , militarmente stupidi, politicamente stupidi e adesso anche attoniti e spaventati davanti al disastro, isolati nel mondo e davanti al mondo.
È difficile per me, in questi giorni, essere israeliana, anche se questa è la terra che amo e amerò sempre, la terra in cui ho scelto di vivere tanti anni fa, la terra che mi ha portato via un figlio, proprio dodici anni fa, la terra che non potrò mai lasciare, in cui sono nati e vivono i miei figli e i miei nipoti. Che ne sarà del loro futuro? In queste ore c’è sciopero generale dei palestinesi israeliani; davanti ai consolati e alle ambasciate israeliane del mondo intero, dimostrazioni di protesta. I rapporti con la Turchia, un tempo preziosa alleata, sono tesissimi. Il mondo ci tratta da appestati. La flottiglia era chiaramente una provocazione e molti di quelli che erano a bordo non erano dei santi, ma non era una flotta di navi di pirati e Gaza non è la Somalia. Se proprio la si voleva allontanare perché attaccarla nelle acque internazionali? Che fretta c’era? Le domande sarebbero tante… sul come e il perchè.

Adesso è iniziato il solito balletto delle giustificazioni e dello scambio d’accuse più o meno velate tra l’esercito e i politici, accompagnato dal coro degli esperti, tutti naturalmente ex politici ed ex generali. Dicono, adesso, che la nave era troppo grossa, che non la si poteva fermare in altro modo. Che a bordo c’erano terroristi, che i nostri soldati erano in pericolo di vita.

E se si chiedessero cosa sarebbe successo se quel folle attacco non fosse semplicemente avvenuto? Se in un atto di vera politica, di intelligenza, lungimiranza, creatività e di normale buon senso, li si fosse semplicemente fatti entrare, gli attivisti, con un uno di quei grandiosi gesti inaspettati che poi passano alla storia, per rompere, insieme, l’assedio, l’inutile e terribile assedio che ha tenuto per questi anni un milione e mezzo di abitanti di Gaza chiusi ermeticamente in una prigione a cielo aperto, senza dare a noi, che siamo dall’altra parte, alcun vantaggio?

Dopo tutto, quell’assedio, figlio dell’ossessione militare e politica al Dio della sicurezza, ci costringe a vivere, noi stessi, in un infinito stato d’assedio, chiusi in un invisibile fortino, isolati e condannati dai popoli. Adesso dicono che bisogna spiegare al mondo le nostre ragioni… Non c’è nulla da spiegare. C’è solo da fare. C’è da ritirarsi finalmente, e per sempre, dai territori. E da Gaza.

(da il Fatto Quotidiano del 2/06/2010)

(vai alla pagina di riassunto di tutti i Collage)

Secondo aggiornamento del post a proposito della riforma sanitaria americana, da repubblica.it:

È arrivata definitivamente l’approvazione della sudata riforma sanitaria americana. Con 220 voti favorevoli e 207 contrari, l’ulteriore votazione alla Camera è stata generata da due vizi procedurali minori che i repubblicani hanno scovato nella legge, tra l’altro riguardanti l’argomento educazione, in particolare a proposito dell’assegnazione delle borse di studio a giovani con redditi bassi. Ora non resta che la firma, la seconda, del presidente Obama.

I repubblicani hanno promesso al partito democratico di trasformare la campagna elettorale di novembre (voto del midterm) in un referendum sulla riforma, con la speranza di acquisire i voti degli scontenti e mettendo sotto accusa chi la ha approvata.

Singolare è il fatto che in America si litighi letteralmente per una legge, mentre qua da noi, anche volendo, è ben difficile che accada: decreti legge e maggioranze cosiddette “bulgare”, oltre che voti di fiducia sembra che abbiano esautorato il nostro Parlamento.
Inoltre, alcuni deputati democratici hanno ricevuto minacce di morte e mattoni lanciati nei loro uffici…in Italia per fortuna non accade, al limite può accadere che piovano duomi dal cielo…

L’Albatro

Aggiornamento del post precedente a proposito della riforma sanitaria americana, da repubblica.it:

25 marzo 2010

WASHINGTON – La legge sulla riforma della Sanità, appena approvata negli Usa, dovra’ essere sottoposta ad una nuova votazione per irregolarita’ di procedura. Lo ha detto Jim Manley, portavoce del leader della maggioranza Democratica al Senato, Harry Reid.

”Dopo ore passate a cercare di bloccare il testo”, ha detto Manley, i repubblicani ”hanno trovato due disposizioni relativamente minori che costituiscono vizi alla procedura del Senato e noi dovremo rinviare il testo alla Camera dei rappresentanti”.

L’Albatro

di Aristofane

“Sporco negro”, “negro di merda”, “vai a fare la guerra civile e ad inseguire i caschi di banane”. Questi insulti hanno fatto da colonna sonora alla partita Chelsea-Inter che ho visto mercoledì scorso (andare ogni tanto a vedere una partita con gli amici per passare un momento di relax e divertimento a fine giornata fa parte delle mie debolezze). Il piacere di vedere una buona gara, del bel gioco e di scherzare e commentare con gli amici è stato subito offuscato dalle urla di questi due individui (ragazzi più o meno della mia età). Mi sono chiesto da dove derivi tutta questa rabbia, tutto questo disprezzo per il diverso. Chi abbia insegnato loro che chi non è italiano di pura razza ariana è inferiore, sporco, sbagliato. Perché non riescono a vedere la ricchezza e le opportunità che un mondo multiculturale ci offre? Certo, l’immigrazione, l’integrazione e tutto ciò che è ad esse collegato comportano difficoltà, problemi, sforzi da parte di tutti. Ma perché loro non fanno questi sforzi? Credo che le risposte siano molte: perché è più facile non fare sforzi ed insultare; perché capire gli altri richiede impegno. E soprattutto perché il razzismo è nell’aria, ci circonda e si è fatto istituzione. E’ oramai sdoganato.

Sabato sera ho assistito ad un concerto di The Idan Raichel Project, un gruppo di artisti provenienti da tutto il mondo. E mentre chiudevo gli occhi, lasciandomi cullare dalle note della canzone che trovate nel video qui sotto (il titolo è “Mi’ma’amakim”), ho capito quanto sia fortunato chi quelli sforzi li fa e riesce ad apprezzare il diverso e il nuovo, vedendoli come una possibilità di aprire i suoi orizzonti.

Obama’s medical care

Pubblicato: 23/03/2010 da montelfo in Estero, L'Albatro, Politica
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di L’Albatro

“È fatta: abbiamo i voti”. Il partito democratico americano tira un sospiro di sollievo: esce da un’apnea di ben 17 mesi, il tempo di gestazione della molto discussa riforma del sistema sanitario americano. Le cifre che vengono riportate dai media parlano di 32 milioni di americani che potranno accedere più facilmente all’assistenza sanitaria. Quattro i punti principali della legge: sussidi alle famiglie, rimborsi per le spese mediche degli anziani, polizze obbligatorie al di sopra di una certa fascia di reddito (29 mila dollari per i singoli, 88 mila per le famiglie), fine degli arbitrii delle compagnie assicurative. Quest’ultimo punto è forse il più importante: nel sistema attualmente in vigore la compagnia assicurativa può decidere di revocare l’assicurazione ad una persona che si ammala.

Dopo il sì all’ultimo minuto da parte del gruppo dei democratici antiabortisti (i più critici della parte di Obama rispetto a questa riforma) la legge è stata votata alla Camera, e sarà mandata al Senato che, a meno di un colpo di scena, dovrebbe inviarla al presidente per la firma finale.

I repubblicani speravano di riuscire a trasformare questa riforma in una disfatta per i democratici (il tema sanità è stato una sorta di “portasfortuna”, l’ultima riforma sanitaria risale al 1965 e fino ad ora chiunque vi si fosse cimentato aveva fallito), ma il presidente Barack Obama ne ha approfittato per rilanciare subito l’agenda della Casa Bianca, con le altre riforme, come quella che riguarda le regole della finanza, oppure la riforma ambientale, con la quale il governo cercherà di mettere in atto le direttive internazionali sottoscritte al convegno di Copenaghen (l’ultimo in fatto di emissioni di anidride carbonica, forse più promettente del protocollo di Kyoto…).

Il sistema sanitario americano rimarrà comunque prevalentemente privatistico; si è ben lontani da un’assistenza gratuita e universale: da un certo punto di vista possiamo dirci fortunati ad avere un sistema sanitario come quello italiano, sicuramente imperfetto e pieno zeppo di falle, ma fondamentalmente aperto a chiunque necessiti di soccorso. Nonostante tutto, però, questo può essere considerato un momento storico per i nuovi USA di Barack Obama.