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Dal blog di Stefano Feltri su ilfattoquotidiano.it.


Tutte le contraddizioni della crisi europea riassunte in una giornata. Il governo greco accetta i nuovi sacrifici imposti dalla troika (Unione europea, Fondo monetario e Banca centrale europea). Ma l’eurogruppo, il coordinamento dei ministri economici dell’euro, non ha sbloccato gli aiuti, i 130 miliardi del secondo piano. Perché? Non sono soddisfatti, troppo vago l’accordo, non si fidano che gli impegni traumatici (altri tagli ai salari, licenziamenti pubblici di massa, privatizzazioni e così via) vengano rispettati. E la Grecia resta sospesa sull’orlo della bancarotta incontrollata, prevista tra poco più di un mese quando il governo deve rinnovare circa 15 miliardi di euro di debito pubblico.

Tutto questo suona abbastanza strano, visto che il problema dei problemi, nella crisi di Atene, non sono certo i salari degli statali, quanto il ruolo delle banche: da settimane continua un negoziato tra il ministro delle Finanze Evangelos Venizelos e le banche che detengono il grosso del debito pubblico greco, rappresentante dall’Istituto per la Finanza internazionale e dal negoziatore Charles Dallara. Tutti, a Bruxelles e nei ministeri d’Europa, sanno che le banche dovranno rassegnarsi a perdere tra il 70 e l’80 per cento delle somme prestate. E dovranno farlo volontariamente, per non far scattare i famigerati Cds, derivati speculativi che impongono sanzioni in caso di bancarotta (cioè quando un creditore non riesce ad avere indietro i suoi soldi). Venizelos dice: “Dopo lunghi negoziati abbiamo l’accordo per un programma forte di aiuti e un accordo con i creditori privati”. Non si conoscono i dettagli, ma è singolare che Bruxelles chieda chiarimenti sui tagli e i sacrifici imposti ai cittadini e non su quelli che le banche si impegnano a sopportare. Più pagano gli istituti di credito, meno dovranno soffrire i greci. Ma questa equazione non interessa molto in Europa, dove prevale una linea rigidamente tedesca che ormai non maschera neanche più la soddisfazione di punire Atene e di far espiare i suoi cittadini dalle mani bucate.

La Bce, secondo la linea imposta da Mario Draghi, lascia tutto il peso della crisi sugli Stati. Non accetterà perdite sui titoli greci in portafoglio, diventando una sorta di creditore privilegiato (perché le altre banche qualcosa comunque pagheranno) e usa il proprio bilancio solo per sostenere i grandi gruppi del credito che, dopo i quasi 500 miliardi di dicembre, il 19 febbraio ne avranno altri mille, al tasso di favore dell’1%, dando in garanzia qualunque titolo di cui vogliono liberarsi. Finora questa strategia non ha fatto progredire di un solo passo verso una qualche soluzione della crisi. L’unico spunto per un cauto ottimismo deriva proprio dalle lungaggini burocratiche: prolungando ancora l’agonia della Grecia forse Monti e Obama faranno in tempo a convincere Angela Merkel a portare da 500 a mille miliardi il Fondo salva Stati Esm. E la Grecia potrebbe trovare una rete di protezione. Se non fallisce prima, cosa da non escludere.

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Il debito pubblico di uno Stato si forma quando le sue spese sono maggiori delle sue entrate (deficit). La differenza tra queste due voci, se non può essere colmata con l’emissione di moneta, viene coperta tramite l’emissione di obbligazioni (titoli di Stato). Qualcuno poi quei titoli di Stato li deve acquistare, e qui iniziano i problemi.

Se infatti uno Stato appare affidabile, gli investitori che hanno comprato i titoli del debito (cittadini di quello Stato e stranieri, banche, altri Stati) continueranno a comprarne. Ma se così non fosse, e il Paese debitore non riuscisse, per esempio, a far fronte ai suoi debiti e agli interessi su di essi, troverebbe sempre meno soggetti disposti a rischiare di perdere i loro soldi comprando titoli di un Paese a rischio. Ed è proprio questo che sta succedendo alla Grecia (in maniera molto più drammatica rispetto agli altri), all’Italia e agli altri Stati in difficoltà.

Noi, in particolare, siamo in crisi perchè non siamo per nulla credibili. E una delle cause principali è la politica (tutta). Non serve che mi dilunghi qui sui motivi che rendono la nostra classe dirigente (e di conseguenza tutto il paese) poco affidabile agli occhi del mondo: credo che siano sotto gli occhi di tutti. E l’ormai famoso spread tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi sta lì a dimostrarlo.

E’ interessante invece andare a vedere a quanto ammonta il nostro debito pubblico e chi lo possiede. Un grafico di Linkiesta mostra chiaramente l’andamento del debito italiano a partire dagli anni ’70 fino ad oggi.

Ringraziamo quindi i vari Craxi, Berlusconi e Amato, capaci di innalzare il debito a livelli incredibili.

Oggi il nostro debito pubblico ammonta a 1911,807 miliardi di euro (dati Bankitalia), nuovo record di sempre. E’ uno dei primi al mondo accanto a Zimbabwe, Libano e Grecia, e il 44 % è in mano ad investitori esteri.

Chi sono questi investitori? Qui sta il bello. Al primo posto troviamo la Francia, che possiede ben 511 miliardi di dollari del nostro debito, seguita da Germania (190 miliardi) e Inghilterra (77 miliardi). Questo grafico del New York Times descrive l’intricata situazione dei debiti nazionali.

E’ evidente che il sistema è al collasso. Ogni Paese detiene un pezzo del debito dell’altro, in un gioco di incastri che può crollare da un momento all’altro in caso di fallimento di uno o più dei giocatori. E’ questo il punto d’arrivo di un’economia drogata e votata solamente alla crescita incontrollata.

Per quanto riguarda il nostro piccolo, nelle ultime ore sta prendendo corpo l’ipotesi della cessione di una parte consistente di titoli italiani alla Cina (che possiede già una bella fetta del debito americano). Curioso che chi ha sempre predicato contro i comunisti mangiabambini (ovviamente B.) e voluto misure protezionistiche contro i prodotti di quel paese (Tremonti) ora si ritrovi a chiedere aiuto proprio ai tanto osteggiati “nemici del made in Italy”. Era proprio il Ministro dell’economia che guidava non molto tempo fa le proteste in piazza contro l’invasione dei prodotti cinesi. Una bella inversione di tendenza.

Cedere parte del debito ad un altro Stato significa concedergli parte della propria sovranità. E’ evidente infatti che il Paese creditore avrà un forte potere nei confronti di quello debitore, e potrà condizionare, in tutto o in parte, alcune delle sue scelte. Non a caso nel 2009 l’Italia ha concluso un accordo con la Francia per la costruzione di cinque centrali nucleari (che era ovvio che non sarebbero mai state costruite). Che sia la Francia, la Cina o il Kazakistan non cambia nulla: la sovranità e la democrazia non si svendono.

Stiamo esagerando? Lasciamo la parola ad un esperto: “La posizione di creditore che la Cina ha nei confronti degli Stati Uniti non è politicamente neutrale: essere creditore è, infatti, avere potere”. La citazione è tratta da La paura e la speranza (2008). L’autore? Giulio Tremonti, of course.


di Aristofane

Giorni curiosi e difficili, quelli che stiamo passando. Gli stimoli e gli argomenti su cui srivere sono moltissimi, ma purtroppo non possono essere tutti seguiti. Dimissioni di Scajola, novità sul caso Bertolaso, i problemi di Bondi, il nuovo film di Sabina Guzzanti, gli ennesimi attacchi frontali di Berlusconi alla libertà di stampa e di satira.

Ma il tema che tiene banco sulle prime pagine dei giornali è, ovviamente, quello della crisi greca e del salvataggio dell’UE. Credo sia essenziale tentare di capire, a grandi linee, cosa è accaduto in quella che fu la terra di Omero.

Per prima cosa, è necessario dire che tutti i Paesi, oggi, ricorrono al debito pubblico per fare fronte alle enormi spese che è necessario sostenere. Il debito pubblico non è altro che il debito che lo Stato ha nei confronti di chi ha sottoscritto i titoli del debito pubblico. In pratica, lo Stato chiede dei prestiti ai suoi cittadini ed a quelli di altri Paesi, oltre che alle banche. Ogni anno, il debito accumula degli interessi, che è necessario pagare a chi ha sottoscritto i titoli, in modo che quest’ultimo continui ad effettuare il prestito anche negli anni successivi. Se lo Stato non dovesse più restituire gli interessi, apparirebbe come un cattivo debitore, ed avrebbe serie difficoltà a far sottoscrivere i suoi titoli del debito pubblico.

In un periodo di crisi economica come quello che stiamo attraversando, gli Stati con un’economia più debole faticano ancora più del solito a tenere in ordine i conti pubblici e a rispettare i parametri rigorosi che l’UE impone per chi vuole rimanere nell’area euro. Inoltre, la spesa sociale aumenta (in quanto è necessario fare fronte alla crisi), e la speculazione e la volontà degli USA di tenere debole l’euro fanno il resto, precipitando il Paese nella crisi e portandolo al fallimento.

Tutto questo è quanto è accaduto alla Grecia, che quindi si è ritrovata a non avere più fondi per garantire i servizi basilari ed il pagamento degli stipendi. Senza un prestito dell’UE e del FMI (Fonfo Monetario Internazionale), la situazione sarebbe stata ancora peggiore di quanto non sia già ora.

E in futuro? Quali saranno i prossimi paesi che falliranno come è accaduto ad Atene? L’Italia è tra questi? Accadranno anche da noi gli incidenti capitati in Grecia, con manifestazioni e lanci di molotov, morti e feriti? Scoppierà una guerra civile?Probabilmente è troppo complesso fare ipotesi adesso, ma quello che è certo è che la politica italiana sembra disinteressata a quanto accade. Lo dimostra il fatto che il 5 maggio, quando Giulio Tremonti era a Montecitorio per un intervento sulla situazione in Grecia e sulla reazione dell’Italia e dell’Europa, l’aula era semivuota. Erano presenti 5 deputati della destra e 48 dell’opposizione. Questo ci permette di capire quali siano le priorità per i nostri politici, che sono sempre molto presenti e compatti quando si tratta di votare indulti, leggi vergogna o criminogene. Sarebbe ora che si interessassero dei cittadini e facessero il loro dovere, invece che preoccuparsi del loro tornaconto.