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Un articolo, scritto ieri, dalla nostra Chinonrisica.

Ad urne chiuse e spoglio in corso possiamo dire che a vincere in Sicilia, per ora, è una disaffezione profonda verso il voto e il rito democratico della scelta rappresentativa.

Una disaffezione che dovrebbe pesare come un macigno sulla coscienza di tutti coloro che ora si accingono a festeggiare nuove percentuali e ritrovati “consensi”.
Se il voto siciliano è un assaggio di ciò che ci aspetta nel 2013 elettorale- in Regione doppiamente elettorale-credo non ci sia di che stare allegri.
Colpisce che manchi, in tutta Italia ed anche qui, la consapevolezza di quanto enorme sia il cambiamento che ci si accinge a governare. E quanto, a fronte di ciò, siano invece sempre uguali a se stessi non solo le facce, ma anche i programmi.
Il governo dei tecnici, per il quale ho nutrito una iniziale, immediata simpatia, ha avuto molti pregi ( tra cui quello immenso di averci ridato una credibilità internazionale ormai azzerata), ma ha poi proseguito il suo lavoro in modi spesso difficili da comprendere e condividere.
Il governo locale lo ha spesso criticato, impugnandone i provvedimenti, salvo poi sposarne la validità e i valori, ricorrendo al solito linguaggio strategicamente incomprensibile.
E lo stesso può dirsi di un governo nazionale, che rivendica a mano ferma una rinnovata centralità e poi loda le autonomie virtuose, indicandole come esempio.
Una schizofrenia istituzionale di cui siamo vittime da molto tempo ormai e che oggi risulta ingigantita dalle circostanze critiche in cui ci dibattiamo.
Possono i nostri politici, sostenere una cosa a Roma ed una, diversa, a Trento o a Bolzano? Esistono macrotematiche che vanno trattate -e risolte- diversamente a Roma e in Regione?
Leggendo le pagine di politica interna in queste settimane pare di si.
Le visite di cortesia obbligano a sfumare i toni, ma possibile che Monti bacchetti le autonomie e poi le lodi? Che Renzi le voglia eliminare e poi tutelare? Che gli inceneritori siano ottimi altrove e pessimi da noi? Che gli insegnanti trentini sperimentino (a stipendio invariato) l’aumento di orario che viene condannato per il resto d’Italia? Che si debba assistere, senza reazione alcuna, ad assunzioni discrezionali in Provincia mentre altrove il pubblico impiego non assume nemmeno i vincitori di concorso?
Davanti a queste reiterate contraddizioni, a questa poca chiarezza, a coloro che si propongono, ripropongono, espongono, si ritirano ma forse no, credo che l‘astensione in Sicilia possa ben considerarsi una lezione .
Non è più il tempo del contributo facile, della Provincia onnipresente, del volontariato ben ricompensato, del voto utile alle lobby, del proliferare di “incarichi speciali”.
Lo hanno compreso i lavoratori, le attività economiche (qualcuno ha fatto caso a quanti negozi chiusi ci sono a Trento?), i tagli ai servizi pubblici e la perenne  scarsità di organico in settori fondamentali.
Si richiede una rappresentanza nuova, soluzioni nuove, coraggio e trasparenza nuovi, nuovi rapporti con lo Stato centrale, basati sulla linearità, sulla lealtà reciproca e  sul rispetto della Costituzione.
Coloro che si propongono di governare le sorti del Paese e del nostro territorio hanno l’obbligo di fermarsi ed ascoltare.
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di L’Albatro

Dai dati che Michele Serra riporta nella sua rubrica “L’amaca” su laRepubblica, emerge un punto di vista differente e obiettivo riguardo ai risultati delle elezioni regionali appena trascorse.

La Lega su scala nazionale avrebbe ottenuto il 12% dei voti, e sappiamo che il suo elettorato è concentrato in appena un terzo del paese (difatti rimango sempre stupito quando questa riceve voti al Sud). Ora, fermo restando che la matematica non è fantasia, dodici su cento non costituisce maggioranza, e se vediamo che il PdL ha ottenuto il 30%, su scala nazionale il partito di Berlusconi e quello di Bossi messi assieme non raggiungono la maggioranza assoluta, ma al massimo un 42%.

Se consideriamo il Pd assieme all’IdV raggiungiamo il 33%: due partiti di opposizione che assieme superano la percentuale del partito di maggioranza (relativa, grazie al Porcellum) attualmente al governo.

Consideriamo il dato dell’astensionismo. Il Pd non è riuscito a convincere gli indecisi, i quali, di fronte ad un governo di annunci e promesse poco chiare ma roboanti, e un’opposizione pigolante, hanno deciso di stare a casa.

Link diretto ad un documento pdf contenente una scansione di un articolo di laRepubblica di martedì 30.03.10: “Astensionismo record, uno su tre non ha votato”.

Su repubblica.it c’è questo articolo, sempre sull’astensionismo, firmato Alberto D’Argenio.

“Un buon politologo [suggerirebbe] di domandarsi in quale altra democrazia al mondo un partito che ha il 12 per cento, per giunta concentrato in un solo terzo del territorio nazionale, verrebbe considerato padrone incontrastato della Nazione.” (Michele Serra)

L’unica paura che potremmo avere è che per la codardia di Berlusconi e della sua corte, interessata soltanto a mantenere intatti gli interessi del sultano, la Lega davvero ottenga più peso, in barba a quanto detto sopra ma soprattutto per il designarsi sempre maggiore di uno spettacolo osceno: un partito secessionista che mette sotto scacco il governo nazionale di cui è alleato, governo che per reggersi nella sua già fasulla immagine deve lasciare fare…

Passando all’opposizione, ho avuto un tuffo al cuore quando nei giorni successivi al risultato-sconfitta, il Pd non solo non ha avuto nemmeno un barlume di esame di coscienza, ma ha provato a interpretare i dati in modo positivo (della serie, “poteva andare peggio”) e ha anche aperto la strada al dialogo sulle riforme.

Questa è coerenza? Come si può indicare una strada credibile se si scende a patti, prostrandosi così facilmente con l’avversario fino a poche ore prima fortemente contrastato? Perché l’opposizione non sa indicare una propria priorità di riforme e poi battersi per questa? Perché non sa lanciare messaggi credibili, anche eclatanti? Perché hanno tutti paura?

All’ultima domanda vorrei proporre una risposta, forse un po’ generale, ma che mi piacerebbe completare con una discussione. Anche i personaggi dell’opposizione stanno seduti in Parlamento, hanno cariche di potere, visibilità e possibilità, conoscenze. Fare il sacrificio di rinunciare a tutto questo è davvero coraggioso, non solo per il  bagaglio di potere qua sopra descritto, ma anche “mentalmente parlando“.

Se mancano le idee si va poco lontano, la coerenza non è una  salda stretta delle proprie convinzioni, ma è amarle a tal punto da volerle rinnovare e migliorare sempre.

Berlusconi e i suoi lasciano passare del tempo sperando che si metta tutto a posto da solo, con interventi tampone e grandi maschere mediatiche a coprire la scarsa attività per il Paese.

L’opposizione lascia passare del tempo sperando che Berlusconi imploda, limitandosi il più delle volte ad analizzare sconfitte e insulti che le vengono rivolti: guardando sempre indietro non si accorge dei pali su cui va a zuccare, pali che ci sono sempre stati e che aveva ad ha deciso di ignorare (leggi “peso dei vecchi leader”, “poco coraggio”, “proteste senza proposte”, “eccessiva cautela”, …).

Si cerca un punto da cui ripartire. Voltiamo la testa e affrontiamo i pali…

di Aristofane

Le ragioni della vittoria del centrodestra sono molteplici. E’ impossibile sviscerare a pieno la questione, ma vorrei accennare quelle secondo me più importanti.

Della pochezza di parte dell’opposizione ho già parlato nell’intervento precedente. Sono convinto che fino a quando il partito democratico non si deciderà a porsi come valida alternativa a Berlusconi ed al berlusconismo, non riuscirà mai a recuperare quella parte dell’elettorato che ha perso e a suscitare di nuovo l’interesse delle persone. E’ questa la sfida che il partito di Bersani deve lanciare a se stesso e vincere: opporsi al centrodestra, proponendo una politica pulita, libera da compromessi, accordi sottobanco e ricatti. Ed invece continua a restare sulla stessa lunghezza d’onda del monarca, a strizzare l’occhio, a “dialogare”, a “cercare riforme condivise”. Il modello che si deve offrire deve essere diametralmente opposto, fresco, nuovo. E per fare ciò è essenziale liberarsi della zavorra di alcuni grandi vecchi, a partire da D’Alema, continuando con Fassino, Latorre, Violante e lo stesso Bersani.

Inoltre, l’occupazione militare della televisione ad opera di Berlusconi, soprattutto negli ultimi giorni, con interventi ed interviste fiume a tutti i telegiornali ed a molte trasmissioni è poi stata, alla fine dei conti, funzionale agli scopi del sovrano catodico. Il mancato rispetto delle leggi sul silenzio elettorale, insieme all’ormai consueto monopolio assoluto della televisione, ha sortito l’effetto che è suo proprio, ovvero ha ipnotizzato il telespettatore.

L’exploit della Lega è,a mio parere, dovuto ad una politica demagogica di demonizzazione degli immigrati. Non viene proposto qualcosa di concreto, ma si fa semplicemente leva, come peraltro fa Berlusconi, sui bassi istinti della gente.

Accanto a queste, vi sono molte altre ragioni. Ma dobbiamo ricordare un’altra cosa, fondamentale: il fortissimo astensionismo, il grande rifiuto di una buona parte di italiani di votare ancora una volta per il meno peggio o per qualcuno che non si occupi di loro o non li rappresenti. Questo è un enorme problema, che la politica italiana deve affrontare e del quale si deve preoccupare. La politica, anche se dirlo può sembrare banale, deve essere vicina alla gente, ascoltarla, aiutarla, per tornare ad entusiasmarla.

Come ha detto una persona che stimo molto, la politica che entusiasma è una politica come quella di Obama: di chi conosce i problemi dei suoi cittadini, si impegna a risolverli e mette in gioco il suo prestigio, il suo consenso, il suo potere e se stesso per raggiungere l’obiettivo più importante: il benessere del suo Paese.

di Aristofane

Caro Albatro, ho letto con molto interesse il tuo ultimo post, ed immediatamente ho sentito il bisogno di risponderti.

Anch’io, come te, ho compiuto i diciotto anni all’incirca un anno e mezzo fa. E anch’io, come te, ho pensato al voto come un’importante conquista, un modo per entrare nella realtà delle decisioni, per poter finalmente scegliere. Pensavo tutto questo, nonostante fossi consapevole di quanto sia autoreferenziale la classe politica di oggi. Tuttavia credo anche ora che esprimere il proprio voto sia uno dei diritti fondamentali che ci spettano in quanto cittadini, e che, proprio come dici tu, sia anche un dovere che ci permette di definirci tali.

Moltissime persone, forse la maggioranza degli italiani, avvertono, come avvertiamo anche io e te, la politica e coloro che ci chiedono il voto lontani, come immersi in una realtà diversa dalla nostra, fatta di comodità e privilegi vari. Ovviamente questo non vale per tutti i politici; posso dire, per esperienza personale, che ci sono anche tra loro persone che si dannano l’anima e lavorano moltissimo, facendo fino in fondo il proprio dovere (mai fare di tutta l’erba un fascio: si incorre spesso in gravi errori). Questa evidente condizione di vantaggio, ingiusta ed ormai al di là di ogni moderazione, ci ha allontanato dalla politica e continua ad allontanarci da essa, inesorabilmente. Ci porta a considerare la classe dirigente come un insieme indistinto di privilegiati, che pensa a se stessa e basta, senza occuparsi dei problemi reali, delle situazioni che avrebbero bisogno di essere risolte e che sono tantissime. E questo, purtroppo (a parte, ripeto, alcuni casi), è vero. E questo mi porta ad un altro punto del tuo intervento. Tu dici che “si insinua nella nostra mente, e ivi matura, la convinzione che, in fondo, i protagonisti di quel grande teatro politico vogliano unicamente il nostro voto per raggiungere quella posizione di potere, ma per fini ben diversi dal voler davvero fare qualcosa di buono e utile per tutti noi”. Purtroppo questo dubbio è diventato convinzione nella mente della maggioranza degli italiani già da tempo, e lo dimostrano l’astensionismo in costante aumento (spero di essere smentito dalle imminenti elezioni regionali), il voto di rottura, cioè dato a quelle formazioni politiche, siano essi movimenti o partiti, che vanno contro al sistema granitico del potere dei vecchi partiti italiani e, infine, il successo di manifestazioni che contestano il sistema appena citato e cercano di riportare i cittadini in primo piano, di permettere che essi possano tornare ad essere protagonisti delle proprie scelte e padroni del loro futuro (vedi i V-Day organizzati da Beppe Grillo, per esempio). Non è possibile, ovviamente, utilizzare un sistema di democrazia diretta, come si usava nelle poleis greche, ma il popolo, la gente ha il diritto ed il bisogno di sentire vicina la politica, di sapere e vedere che essa si sta occupando di problemi, dei suoi problemi.

Invece, purtroppo, ciò non accade, e basta guardarsi intorno per accorgersene. La politica è chiusa nel suo bozzolo e non accenna a volerne uscire. Sono decenni che vediamo politici utilizzare il loro potere per scopi personali. Il più grande esponente di tutti i tempi di questo atteggiamento è ovviamente Berlusconi, che ha asservito l’intero Stato ai suoi problemi giudiziari ed al profitto delle sue aziende; ma questa tendenza esisteva già da prima, ovviamente, con la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista e molti altri. La storia di Tangentopoli ci insegna che spesso gli affari, l’accumulo di denaro e di potere sono il primo scopo dei leader (e ovviamente non solo dei leader) italiani. E la situazione di oggi è assolutamente ai livelli di quel periodo, e forse è addirittura peggiore. E’ il caso di ripeterlo, questo discorso non vale per tutti. Ci sono leader politici e politici “semplici” che fanno il loro dovere fino in fondo, e sono la maggioranza (anche perchè il numero dei ladri non può mai superare il numero dei derubati), ma vengono oscurati dagli interessati al potere ed al denaro e dalle loro malefatte.

Credo che questa situazione abbia più cause. Una è sicuramente la legge elettorale che ci ritroviamo, che impedisce di esprimere qualsiasi preferenza e lascia ai partiti l’organizzazione delle liste e, di conseguenza, la decisione di chi verrà eletto, eliminando così ogni meritocrazia ed impedendo agli elettori di manifestare la loro vera intenzione di voto. In secondo luogo, il disinteresse della politica per i problemi reali ed il trasformismo di cui tu, caro Albatro, parlavi nel tuo intervento, derivano, tra le altre cose, dalla sicurezza di non essere mai chiamati a rispondere delle proprie azioni, di non dover rendere conto agli elettori ma soprattutto all’intero popolo italiano di quello che si fa,che si dice e di come si opera. La sensazione che domina la politica è di una sostanziale impunità, proprio a livello politico prima che penale. Il confronto, che tu giustamente rimandi all’espressione di un voto libero e non “utile”, come lo chiamano i gerarchi di  partito, in realtà è finto, fasullo, perchè gli esponenti dei due o tre partiti che ci sono da decenni si spalleggiano e fanno solamente finta di azzuffarsi, mentre dietro le quinte si aiutano e non si mettono gli uni davanti alle responsabilità degli altri. Le dichiarazioni che si sentono ai telegiornali o si leggono sui giornali sono spesso fittizie, visto che ad esse non si accompagnano azioni vere (mi sento di escludere da questo circuito solamente alcuni giornali e trasmissioni, che fanno domande vere, e qualche partito, che non si mette d’accordo ma lotta sempre). Per questo i partiti maggiori richiamano al “voto utile”, per non doversi confrontare con qualcuno che, fuori da giochi e schemi vari, possa ricordare loro promesse non mantenute e via discorrendo. La varietà non è vista come risorsa, ma come fastidioso impedimento.

Un ulteriore causa di questa logora e logorante situazione è sicuramente la mancanza di un’informazione che si possa definire tale. Come ho letto in un interessante post di Alessandro Gilioli su Piovonorane.it , “in Italia il problema non è parlare – sui nostri blog, nei giornali d’opposizione, alle radio – ma la quasi impossibilità di farsi sentire dalla pancia molle del Paese, che è poi quella che decide le elezioni”. L’informazione libera è silenziata, relegata solo ad alcuni giornali e trasmissioni (osteggiate e oggetto di continui attacchi) ed i giornalisti sono sempre più servi del padrone, pronti a vendersi e timorosi di fare una domanda anche solo lontanamente scomoda. Sui giornali le notizie ancora si trovano, ma è la televisione il vero problema. Il 70 % degli italiani si forma un’opinione guardando i tg e le trasmissioni di approfondimento, che sono per i trequarti nelle mani di una sola persona, che ordina (e anzi, spesso non ha più bisogno di ordinarlo, in quanto ormai si procede col pilota automatico) la distorsione della realtà e la messa al bando delle notizie scomode. Per fortuna oggi abbiamo Internet, una fondamentale scappatoia alla mordacchia del potere. Un’informazione libera è fondamentale per avere una democrazia pulita, sana e funzionante, in quanto la stampa deve essere il cane da guardia del potere, pungolarlo a fare di meglio, criticarlo e spronarlo. Siamo sempre allo stesso punto: il potere politico non vuole controlli e responsabilità.

Infine, rimane la più grande, complessa e profonda delle cause, che è possibile solo accennare, in quanto meriterebbe una disamina molto approfondita. L’illegalità è ormai diffusa in modo endemico nel nostro paese, a tutti i livelli. Proprio come certa politica non vuole controlli nè responsabilità, nemmeno le persone “semplici” li vogliono. Siamo un paese in cui l’evasione fiscale raggiunge livelli incredibili, e spesso chi rispetta le regole fino in fondo e si comporta onestamente viene deriso e scavalcato da chi delle regole se ne infischia. Il problema è anche culturale quindi, ed è profondo e radicato nella popolazione. Si può trovare testimonianza di ciò guardando all’inchiesta di Mani Pulite: fino a che l’indagine si occupava e si rivolgeva alle alte sfere, tutti sostenevano l’operato dei giudici; quando invece i magistrati hanno iniziato a scendere di livello fino ad investire persone comuni, il sostegno si è incrinato, perché ognuno (chi ovviamente ne aveva motivo) temeva di rimanere invischiato nell’inchiesta.

Non ci si indigna più proprio per questi stessi motivi: l’informazione non fa capire del tutto cosa succede e l’illegalità, oltre ad essere presente ad ogni livello, si è fatta sistema con la presa del potere di alcuni politici.

Quindi, qual è la morale di tutta la lunga storia che ho scritto? Che sono tutti uguali e quindi non vale la pena interessarsi, farsi sentire e votare? Assolutamente no. Innanzitutto ci tengo a specificare, di nuovo, che sia tra i giornalisti che tra i politici ci sono tantissime persone per bene, che non si vendono e fanno il loro lavoro seriamente, con impegno e costanza. Purtroppo spesso queste persone vengono oscurate da chi svolge il loro stesso lavoro in modo disonesto e scorretto.

Comprendere la realtà è fondamentale, fondamentale per far valere i nostri diritti. E la situazione in cui siamo non deve scoraggiarci e renderci disinteressati verso la politica. Al contrario, deve spingerci ad andare a votare, ad interessarci ancora di più, per lottare, manifestare le nostre idee e cambiare le cose, non lasciando che l’inerzia ci porti via la capacità di farci valere.

La libertà che abbiamo è frutto di secoli di lotte e di battaglie. Non dobbiamo farla scivolare via, sprecandola, ma afferrarla e utilizzarla, beandocene.

(Leggi perchè questo intervento è intitolato “Cavalieri”)

(Vai alla pagina di riepilogo dei “Dialoghi anti-italiani”)