Posts contrassegnato dai tag ‘articolo 3 costituzione’

Sul Corriere del 24 ottobre appena passato, il Presidente della provincia di Udine Pietro Fontanini ha affermato che “le persone disabili ritardano lo svolgimento dei programmi scolastici. Da parte degli studenti normodotati c’era molta disponibilità verso i ragazzi disabili, ma l’integrazione è un’altra cosa. Innanzitutto esiste il concreto rischio che gli studenti con problemi si trovino a dover seguire lezioni troppo difficili. Eppoi, a causa dei tagli imposti dalla riforma, gli insegnanti di sostegno fanno più assistenza che appoggio durante le lezioni e spesso non hanno il tempo di verificare il lavoro dei disabili». Conclusione: «Sarebbe meglio pensare a percorsi differenziati. Sul tipo di quelli organizzati dalla Provincia, da me presieduta, per favorire l’inserimento di questi ragazzi nel mondo del lavoro».

Dall’articolo “Sani, belli, forti, quasi ariani” di Silvia Truzzi (dal Fatto del 3 ottobre) traggo queste storie: “A fine luglio un albergatore veneto ha chiesto ai genitori di una bimba di quattro anni affetta da una rara malattia (che le fa emettere “suoni inarticolati e fa s t i d i o s i ”) di cenare in orari diversi dagli altri clienti. […] Giuseppe Pellegrino – assessore all’Istruzione del comune di Chieri – ha spiegato la sua ricetta per far fronte ai tagli della scuola: mandare gli alunni disabili instrutture specializzate, perché in aula danno pugni ai muri e disturbano. […]Un armonioso professore del conservatorio di Milano ha postato su Facebook il seguente messaggio: troppi disabili a scuola, bisogna tornare alla Rupe Tarpea perché la genetica vince sulla didattica. In realtà, a Roma, dalla Rupe buttavano gli avversari politici. Era il Monte Taigeto, a Sparta, dove i bimbi deformi venivano esposti: o morivano o, se gliandava bene, venivano raccolti da qualcuno.”

Sembra di essere tornati indietro nel tempo. Il nazismo mirava all’eliminazione dei disabili, considerati un peso per la società. E l’eliminazione è stata poi attuata. Questi signori, quando dicono o scrivono queste cose, pensano mai che quelle di cui stanno parlando, che coloro che disprezzano e vogliono eliminare sono persone? Con sentimenti e desideri come loro? Evidentemente no. E questo li rende meritevoli del più profondo disprezzo.

Che nel 2010 ancora si debba parlare e discutere di classi differenziate è inaudito. Ma c’è un modo molto semplice per rispondere al Presidente della provincia di Udine. Mostrargli i fatti. Che in questo caso sono rappresentati da una sentenza della Corte Costituzionale del 1987 (ventitré anni fa), la numero 215.

Per parlarvi di questa sentenza, devo raccontarvi una storia. La storia di Carla.

Carla è una diciotenne disabile, con problemi di tipo mentale. Viene bocciata al primo anno in un istituto tecnico. Il preside ammette con riserva la ragazza alla ripetizione dell’anno, rimettendo la questione al provveditore agli studi. Il provveditore chiede un consulto al medico legale, il quale stabilisce che l’handicap non è grave e che “la giovane può trarre dalla frequenza un beneficio che, se relativo quanto all’apprendimento, è viceversa notevole sul terreno della socializzazione e dell’integrazione, in modo da far ritenere fondamentale la riammissione della giovane, per la quale l’isolamento contribuirebbe in maniera assolutamente negativa alla formazione del carattere”.

Nonostante questo, il preside respinge la richiesta di iscrizione. I genitori decidono di ricorrere alla Corte Costituzionale, in quanto la legge utilizzata per negare l’iscrizione (n°118/1971) dice, all’articolo 28, che “sarà facilitata la frequenza degli invalidi e mutilati civili alle scuole medie superiori ed universitarie”. Questa frase, secondo i genitori, non comprende i disabili e non assicura loro di essere ammessi ad una scuola secondaria superiore allo stesso modo dei “normodotati”.

La Corte Costituzionale deciderà per la sostituzione della parola “facilitata” con “assicurata” accogliendo questo motivo di ricorso dei genitori. Nella sentenza si possono leggere le seguenti parole: “La partecipazione al processo educativo con insegnanti e compagni normodotati costituisce un rilevante fattore di socializzazione e può contribuire in modo decisivo a stimolare le potenzialità dello svantaggiato.[…] La frequenza scolastica é dunque un essenziale fattore di recupero del portatore di handicaps e di superamento della sua emarginazione e può operare ai fini del complessivo sviluppo della personalità. […]La scuola, l’interazione con i compagni e coi docenti, ciò che il disabile può imparare, sono tutte cose che determinano la persona che sarà in futuro, che lo aiutano al pieno sviluppo della personalità. L’art. 34 della Costituzione afferma che “la scuola è aperta a tutti”. Letto alla luce degli articoli 2 e 3 della Costituzione, l’articolo 34 assume il significato di garantire il diritto all’istruzione malgrado ogni possibile ostacolo che di fatto impedisca il pieno sviluppo della persona. E’ con organico e risorse in più che si mettono d’accordo il diritto all’educazione e le esigenze di funzionalità del servizio, non sacrificando i diritti dei disabili.”

Credo che qesta sentenza sia colma di parole che vanno in una direzione chiarissima: l’istruzione è un diritto fondamentale. Un diritto che ci permette di relazionarci con gli altri, in quanto siamo costretti ogni giorno a confrontarci con altre persone, a sforzarci di imparare, di metterci alla prova. Ed è faticoso, difficile, stancante. E non sempre dà i risultati che vorremmo. Ma bisogna provarci. Relazionarsi con un disabile può essere ancora più difficile. Ma chi, per questo, vorrebbe relegarli tutti in una scuola differenziata, in gabbia come mostri, non ha capito niente. Dell’uomo e della vita.

Speriamo che ci siano altri cento, mille casi come quello di Carla, che siano sempre lì ad insegnarci il valore del prossimo e l’importanza di imparare.

 

Annunci

di Aristofane

In malafede o male informate. Sono queste le due uniche tipologie di cittadini che difendono la legge bavaglio che si appresta ad approdare in Parlamento. Perchè nessuno che realmente conosca il contenuto di quella legge (per sapere cosa prevede la legge, clicca qui) può difenderla, se non per interesse personale o di un qualche superiore. Questa legge è un ulteriore passo verso il regime. E questa volta la parola non è usata a sproposito, come spesso ho sentito dire in altre occasioni. Questa volta il passo è effettivo, concreto, sotto gli occhi di tutti. In quale Paese civile si pongono limiti all’azione dei magistrati (e quindi alla giustizia) come quelli che questa legge-porcata prevede? In quale Paese che si definisce democratico i delinquenti possono farla franca perchè non possono essere intercettati e quindi scoperti?

Questa legge (anche se usare un termine simile per questa immane schifezza mi sembra improprio) sarà la vittoria dei colletti bianchi criminali, di quelli che truffano lo Stato facendo accordi e distribuendo tangenti ai suoi rappresentanti, che ottengono appalti in cambio di mazzette, che piazzano parenti ed amici dove preferiscono. Sarà anche la gioia dei criminali comuni, che ora dovranno solamente aspettare 75 giorni prima di ammazzare, rapinare, chiedere il riscatto, stuprare ecc le loro vittime. Dopo il 75° giorno si stacca tutto, il magistrato non può più intercettare e, quindi, scoprire il reato.

E, contrariamente a quanto ci sentiamo ripetere, questa legge favorirà la mafia. Perchè è vero, per i reati di mafia e terrorismo il tempo per intercettare è più lungo; ma se non si può intercettare per più di 75 giorni delle persone che stanno commettendo un reato, come si fa a scoprire se sono affiliati alla camorra o a cosa nostra? Se lo si scopre entro quei giorni, bene, altrimenti, amen. Si chiude tutto e si torna a casa.

Questi sono i piani del governo che prometteva più sicurezza e che invece è riuscito solamente a darci più schifezze che mai.

Dulcis in fundo, il piano per fare in modo che nessuno sappia niente. Vietato, a pena di carcere per i giornalisti e multe fino a 600 mila euro per gli editori, pubblicare in qualunque modo (per esteso, per riassunto, scrivendo il contenuto) le intercettazioni. Vogliono delinquere in pace, senza disturbo. Per fortuna, se la legge dovesse passare così com’è (ma speriamo che Napolitano non si macchi di una nefandezza simile), la Corte Costituzionale o la Corte Europea di Giustizia la eliminerebbero in un istante, tanto è palese la sua incostituzionalità ad ogni livello.

Ma la cosa che sarebbe più grave, se questa legge dovesse passare, sarebbe l’enorme passo che si sarebbe fatto verso il regime. Verso l’effettivo controllo assoluto del potere politico su qualsiasi altro potere terzo. Già adesso l’Italia non è più un Paese democratico, ma un parco giochi per potenti che si spartiscono la torta e fanno i loro interessi, lasciando i cittadini col culo per terra, a suicidarsi per la disperazione di non poter più mandare avanti la propria azienda o a incatenarsi da qualche parte o salire su qualche gru per rivendicare il proprio diritto a lavorare.

Un passo alla volta, ci stiamo arrivando. Arriviamo al regime. Un regime dispotico, come lo sono tutti. Un regime pluto-mediatico, basato su ricchezza e televisione, soldi ed apparenza. Ne abbiamo già fatti tanti, di passi. Siamo già un Paese in cui, in misura maggiore rispetto agli altri Stati, l’uguaglianza è solo formale e non sostanziale.

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Così recita l’articolo 3, secondo comma, della Costituzione. Alzi la mano chi pensa che, invece di dare attuazione a questa norma costituzionale, da anni ormai il compito di gran parte di chi rappresenta la Repubblica sia quello di accumulare potere e denaro, narcotizzare e le menti dei cittadini perchè non ragionino ed eliminare ogni ostacolo sulla via dell’impunità più assoluta.

(Firma l’appello contro la legge-bavaglio)

(Vai alla pagina del dossier sulla legge-bavaglio)