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di Aristofane

Questa è la mia risposta ai diversi interventi ( “…e l’imbonimento è potere!“, “Arroganza“, “Pensieri antiitaliani?parte II“)  che L’Albatro ha scritto nei giorni scorsi, toccando diversi temi. Credo che il mio collega abbia messo in evidenza in modo chiaro il disagio che noi ragazzi, o almeno alcuni di noi, provano stando a guardare la scena politica e sociale che ci circonda. Dando un’occhiata a quello che abbiamo intorno, ci rendiamo conto di come in questi anni tutto sia cambiato e stia cambiando. Mi riferisco ovviamente alla percezione che si ha della realtà, delle regole, del vivere civile, della cultura.

L’Albatro ha sollevato diverse questioni, che credo possano essere ricondotte ad un’unica conclusione: niente, nella nostra Italia di oggi, ha un valore assoluto. Leggi, regole, parole, informazioni, cultura, rispetto: niente vale più in quanto tale. E se niente ha più un valore intrinseco, assoluto, tutto può essere infranto e non rispettato. Oggi solo bellezza, successo, potere, fama e soldi sono il fine ultimo. Si prova a sfondare in ogni modo, anche vendendo la propria dignità e la propria integrità. Intendiamoci, non c’è nulla di male a voler raggiungere il successo, a voler essere famosi. Ma il problema di oggi è che questa sembra essere diventata l’unica strada percorribile, l’unico scopo che si può perseguire. Procedere per una via diversa, impegnandosi, sbattendosi e faticando è considerato un atteggiamento miope, insulso, che non porta risultati effettivi. E la cosa ancora peggiore è che purtroppo a volte è così. Chi fa il furbo ed usa scorciatoie, sotterfugi, mezzi ai limiti della legalità o abbondantemente al di fuori di essa arriva primo di chi invece è onesto e si impegna per rispettare procedure e regole. Nel nostro paese, sempre più spesso vince chi è disonesto. E questa situazione non fa altro che frustrare l’onesto e spingerlo a cercare a sua volta soluzioni diverse, imitando chi si muove in modo contrario alle regole.

I modelli, d’altronde, sono una politica ed una società (che si riversano continuamente e massicciamente nella televisione, che altro non è che cassa di risonanza di questa immondizia)  guidate, salvo i soliti rari casi di cui ci si deve sempre ricordare, da personaggi che ostentano in modo insopportabile la loro ricchezza ed il loro privilegio, il loro disprezzo e disinteresse per il prossimo che ha bisogno e per la cultura, e che non accettano l’imposizione di regole, che potrebbero frenare il loro potere o la loro fama. E questo potere, questa condizione superiorità rispetto agli altri è vista con invidia da chi, sempre attraverso la televisione e gli altri media di regime, viene accecato ed abbindolato, visto che si vede in continuazione proposto quello appena descritto come modello vincente. Da qui deriva il diffuso dispregio e dileggio di regole e responsabilità, insieme all’abitudine a non rispettare nè le une nè le altre che si è tanto diffuso nella popolazione italiana, già culturalmente incline alla furbizia e sempre in cerca di qualcuno che pensi per lei e le indichi la via da seguire (che sia, possibilmente, quella più breve e semplice).

A questa situazione, molto difficile da combattere, si deve rispondere ridando il significato loro proprio a parole, atteggiamenti, situazioni ed utilizzando toni forti, che aiutino le persone a comprendere fino in fondo come stanno le cose. Risolvere i problemi, profondi e radicati, di questa Italia è possibile. E si può farlo ricominciando a pensare (e facendolo in modo autonomo), a chiedersi, come giustamente diceva il mio collega L’Albatro, il perchè delle cose, informandosi, leggendo. Solo capendo possiamo riacquistare la libertà effettiva che ci manca, non quella di plastica che ci lasciano, facendoci credere di essere i più liberi del mondo, quando in realtà siamo schiavi, chiusi in una scatola fatta di menzogne e false speranze.

Non dobbiamo restare nell’ignoranza ed aspettare che le cose cambino da sole. Ancora una volte dirò una banalità, ma se ognuno di noi si impegna nel suo piccolo, nei modi e coi mezzi che può utilizzare, forse qualcosa si può muovere, spezzando le catene di ignoranza, attendismo e malaffare che ci tengono legati ad un futuro grigio e privo di certezze e vera libertà.

Per finire, vorrei rispondere alla domanda che fa da titolo a due interventi de L’Albatro. Questi non sono assolutamente pensieri anti italiani. Sono riflessioni che, al contrario, fanno bene a chi le fa e all’Italia intera, se fatte da più persone. Chi osteggia questi discorsi non desidera altro che una schiera di sudditi incapaci di pensare e ragionare criticamente, che accolgano un pensiero unico ed indiscutibile.

(Vai alla pagina di riepilogo dei “Dialoghi anti-italiani”)

di L’Albatro

Questa è una riflessione che mi è nata dalla lettura di “Per un voto onesto servirebbe l’ONU”, articolo scritto da Roberto Saviano, pubblicato su repubblica.it il 20 marzo 2010, da me ripreso in alcuni passaggi.
Cliccando qua troverete il link alla pagina di repubblica.it con l’articolo completo.

QUANDO un anno e mezzo fa, nell’estate del 2008 attendevo trepidante il giorno in cui avrei compiuto i miei diciotto anni, ragionavo su tutto quello che avrei, finalmente, potuto fare. A parte la libertà di firmare autonomamente le giustificazioni scolastiche, mi colpì molto la possibilità di votare alle elezioni comunali, regionali e nazionali. L’unica occasione che finora ho avuto è stata quella delle elezioni provinciali trentine, voto del quale, purtroppo, comincio a dubitare.
Ma cosa c’era dietro a tanto stupore? “Posso votare…!”. Crescendo si reclamano sempre maggiori spazi, autonomia, potere decisionale: ecco, vorrei farmi sentire pure io, il voto è il mio diritto di esprimere la mia fiducia verso un candidato, che porta le mie idee e i miei valori nella competizione elettorale pensavo.

Il voto come diritto e soprattutto come dovere. Quante cose date per scontato, ma il diritto di voto, con quello che è costato conquistarlo diventa a tutti gli effetti un dovere, non solo per la suddetta ragione, ma per poterci fregiare dell’appellativo di “cittadino”.
Allora perché in così poco tempo ho mutato così radicalmente la mia visione verso il tema “elezioni”? Rimango convinto a pieno del valore del voto, ma la discussione in campagna elettorale (quasi una sorta di “momento eterno” in Italia, con elezioni di tutti i generi in ogni periodo dell’anno) sembra essersi ridotta al convincere gli indecisi o i potenziali astensionisti a votare per una o per l’altra fazione, che alla fin fine nel nostro paese si riducono a due.
Da entrambe le parti si grida al cosiddetto “voto utile”, cioè se non voti per una delle due o tre liste maggioritarie il tuo voto è bollato come “disperso”. Trovo aberrante l’idea che un voto che non sia dato ad una delle parti maggioritarie sia considerato come sprecato o inutile: se davvero esiste la possibilità di scegliere, io posso anche votare per una lista semisconosciuta! (Per un esempio recente e dannatamente palese di invito voto utile cliccate qua. Se non è selezionato, cercate il video dell’intervista a Berlusconi da parte di Studio Aperto, ore 18:30, lo trovate a desta rispetto al player video.)

Rinunciamo ad una grande ricchezza: la varietà, sfruttata nel confronto. E intanto si insinua nella nostra mente, e ivi matura, la convinzione che, in fondo, i protagonisti di quel grande teatro politico vogliano unicamente il nostro voto per raggiungere quella posizione di potere, ma per fini ben diversi (e abilmente camuffati) dal voler davvero fare qualcosa di buono e utile per tutti noi.

Saviano parla, nel suo articolo-provocazione pubblicato su repubblica.it del 20 marzo 2010, della “possibilità di votare per professionisti che non cambino bandiera a seconda di chi sta alla maggioranza e all’opposizione”, in relazione al trasformismo genetico della politica italiana (in effetti, studiando il periodo di Giolitti al liceo non mi sembrava di sentire cose nuove…), verso il quale i cittadini hanno sviluppato una certa abitudine, e nemmeno qua mi sembra di dire cose nuove! “È ormai considerata un’abitudine, una specie di vizio, di eventualità che ogni lettore deve suo malgrado mettere in conto sperando di sbagliarsi”.
Sperando di sbagliarsi! Mi sembra che si parli spesso di intuizioni e sensazioni più che di certezze: mai sicuri di ciò che può diventare una fazione, di come questa si può comportare, diventiamo insicuri anche sui metodi di valutazione dell’operato di chi ci dirige, di chi guida la macchina del nostro Stato. Stato nostro in ogni senso, patriottico, tradizionale ed economico. Incertezza che spesso ci oscura la vista anche di fronte alle peggiori situazioni, e non ci fa vedere le contraddizioni reali e per di più palesi! Come fa una persona capace di pensiero (come mi auguro sia ogni uomo su questa Terra) ad accettare persone inquisite, in odor di mafia o autrici di comportamenti contrari alla funzione loro assegnata e quindi profondamente scorretti verso gli elettori che hanno dato loro fiducia? “Ciò che riusciamo a valutare, a occhio nudo, sono i ribaltoni, i voltafaccia, i casi eclatanti in cui per ridare dignità alla cosa pubblica un politico, magari, si dovrebbe fare da parte anche se per legge può rimanere dov’è”.

Tornando alle sensazioni, personalmente ho il sentore che se una persona “sgarra” e nonostante tutto mantiene la propria carica facendosi forte della “legittimazione popolare” (ma della auto-delegittimazione che può aver perpetrato alla propria figura e alla carica che ricopre ne vogliamo parlare?) oltre che dello scudo dei propri colleghi, è una situazione che verrà sempre e comunque tollerata in Italia.

“L’ingiustizia ha ormai un sapore che non ci disgusta, non ci schifa, non ci stravolge lo stomaco, né l’orgoglio. Ma come è potuto accadere? Il solo dubbio che ogni sforzo sia inutile, che esprimere il proprio voto e quindi la propria opinione sia vano, toglie forza agli onesti.”
L’ingiustizia non ci disgusta, non smuove più la coscienza nel dire “adesso basta, qua mi stanno davvero prendendo per stupido”. Forse è proprio così. Un tiranno odia il suo popolo, ma ne ha bisogno: deve vederlo prostrato e sottomesso, altrimenti la propria povera figura non potrebbe in alcun modo venir riflessa, la propria figura non potrebbe avrebbe quella debole parvenza dell’immagine virtuale che vede nello specchio degli occhi vacui che lui stesso ha creato e rincretinito a forza di panem et circenses. Una figura fatta di nulla, autoreferenziale, un cavaliere inesistente la cui armatura è costituita e retta soltanto dalla forza aggressiva che riceve dall’esterno, dal “suo” popolo che crede ciecamente alle falsità che egli dice: con un’armatura vuota non si discute. Però questa produce decreti legge e violenta la nostra Costituzione, oltre che la nostra intelligenza.
Come la mettiamo?

Il solo dubbio che ogni sforzo sia inutile toglie forza agli onesti: è vero, e alla lunga porta alla rinuncia. Magari scoprendo quanti siamo a non poterne più potremo raccogliere un po’ di coraggio, ritrovare quella voglia di dire “ci sono anche io”, quella voglia di alzare la mano e dire la propria, per provare a cambiare qualcosa, anche a costo di venir definiti comunisti, antidemocratici, antiitaliani, disfattisti, talebani, eversivi, coglioni, disonesti, scorretti.

Se qua ho dimenticato qualcosa fatemelo sapere…

(Fine della prima parte)

(Vai alla pagina di riepilogo dei “Dialoghi anti-italiani”)