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La Grecia brucia. Sommosse, proteste, violenze. Ed è facile condannarle. Un po’ più difficile è immedesimarsi in quelle persone che hanno perso tutto. Sono state licenziate da un giorno all’altro, hanno visto scomparire metà del loro stipendio o della loro pensione, si sono ritrovati senza più nemmeno i soldi per mangiare o pagare le bollette. Sono entrati in una notte che non accenna a schiarirsi. Anzi, le nuove misure che il governo greco sta varando peggiorano la situazione.

E in tutto il mondo se ne discute. La Grecia fallirà, non fallirà, deve uscire dall’euro, deve accettare le nuove misure, deve pagare per i suoi errori. Ma è di persone che stiamo parlando. Di vite. Di famiglie. Esistenze che andranno in pezzi, schiacciate dal peso di un’austerity che non porterà, alla fine, benefici, che non farà uscire il paese dalla crisi. Come si può pensare di salvare uno Stato in recessione già da anni dimezzando pensioni e stipendi, licenziando dipendenti pubblici ed alzando le tasse?

Si parla di persone, cazzo. Eppure sembra inevitabile imporre questa morte lenta ai greci. Noi stessi ci siamo abituati ad accettare l’idea che si possa far gravare tutto il peso di una crisi economica causata dalle banche e dai banchieri sulle spalle della gente comune. Mentre invece si salvano gli istituti bancari iniettando denaro e prestando loro denaro ad un tasso di interesse dell’1% (mentre loro poi lo presteranno a loro volta al 4-5%) come fa la BCE. In questo modo le banche perderanno meno soldi, ma i cittadini dovranno pagare di più.

Non è tollerabile. Ma stiamo a guardare, ormai abituati, assuefatti. Sussultiamo, certo, di fronte ai racconti delle famiglie greche (e italiane) che stentano a sopravvivere, ma ci sembra inevitabile. Ci siamo abituati alla fine.

E intanto guardiamo ai nostri affari. Agitando lo spettro della Grecia e della catastrofe ci obbligano ad accettare tutto. E accettiamo, chiniamo la testa. E se protestiamo ci dicono che insomma, cosa pretendiamo, la situazione è quella che è, non dobbiamo essere irresponsabili. Ed è vero, la situazione è straordinaria, per carità. E così ingoiamo cose che non avremmo mai pensato di poter accettare. Ci abituiamo alla fine.

Dopotutto in questo nuovo assetto del mondo non decidiamo più nulla. Stiamo in disparte a guardare. Non siamo attori e nemmeno comprimari. Forse comparse.

E’ tutto vero è tutto vero

ci siamo solo persi di vista

E’ tutto vero è tutto vero

ci vuole tempo per ricominciare

per abituarsi alla fine

(Abituarsi alla fine – Ministri)

Dal blog di Stefano Feltri su ilfattoquotidiano.it.


Tutte le contraddizioni della crisi europea riassunte in una giornata. Il governo greco accetta i nuovi sacrifici imposti dalla troika (Unione europea, Fondo monetario e Banca centrale europea). Ma l’eurogruppo, il coordinamento dei ministri economici dell’euro, non ha sbloccato gli aiuti, i 130 miliardi del secondo piano. Perché? Non sono soddisfatti, troppo vago l’accordo, non si fidano che gli impegni traumatici (altri tagli ai salari, licenziamenti pubblici di massa, privatizzazioni e così via) vengano rispettati. E la Grecia resta sospesa sull’orlo della bancarotta incontrollata, prevista tra poco più di un mese quando il governo deve rinnovare circa 15 miliardi di euro di debito pubblico.

Tutto questo suona abbastanza strano, visto che il problema dei problemi, nella crisi di Atene, non sono certo i salari degli statali, quanto il ruolo delle banche: da settimane continua un negoziato tra il ministro delle Finanze Evangelos Venizelos e le banche che detengono il grosso del debito pubblico greco, rappresentante dall’Istituto per la Finanza internazionale e dal negoziatore Charles Dallara. Tutti, a Bruxelles e nei ministeri d’Europa, sanno che le banche dovranno rassegnarsi a perdere tra il 70 e l’80 per cento delle somme prestate. E dovranno farlo volontariamente, per non far scattare i famigerati Cds, derivati speculativi che impongono sanzioni in caso di bancarotta (cioè quando un creditore non riesce ad avere indietro i suoi soldi). Venizelos dice: “Dopo lunghi negoziati abbiamo l’accordo per un programma forte di aiuti e un accordo con i creditori privati”. Non si conoscono i dettagli, ma è singolare che Bruxelles chieda chiarimenti sui tagli e i sacrifici imposti ai cittadini e non su quelli che le banche si impegnano a sopportare. Più pagano gli istituti di credito, meno dovranno soffrire i greci. Ma questa equazione non interessa molto in Europa, dove prevale una linea rigidamente tedesca che ormai non maschera neanche più la soddisfazione di punire Atene e di far espiare i suoi cittadini dalle mani bucate.

La Bce, secondo la linea imposta da Mario Draghi, lascia tutto il peso della crisi sugli Stati. Non accetterà perdite sui titoli greci in portafoglio, diventando una sorta di creditore privilegiato (perché le altre banche qualcosa comunque pagheranno) e usa il proprio bilancio solo per sostenere i grandi gruppi del credito che, dopo i quasi 500 miliardi di dicembre, il 19 febbraio ne avranno altri mille, al tasso di favore dell’1%, dando in garanzia qualunque titolo di cui vogliono liberarsi. Finora questa strategia non ha fatto progredire di un solo passo verso una qualche soluzione della crisi. L’unico spunto per un cauto ottimismo deriva proprio dalle lungaggini burocratiche: prolungando ancora l’agonia della Grecia forse Monti e Obama faranno in tempo a convincere Angela Merkel a portare da 500 a mille miliardi il Fondo salva Stati Esm. E la Grecia potrebbe trovare una rete di protezione. Se non fallisce prima, cosa da non escludere.

Davvero non c’è rimedio contro la delocalizzazione delle imprese? A sentire la politica, sembra che non si possa evitare che le aziende traslochino in Polonia, Serbia, Brasile, dove la manodopera non costa praticamente nulla e le tasse pesano infinitamente meno sul prodotto e sul lavoro.

Agitando lo spettro dello spostamento della produzione, manager e grandi imprese (Fiat in testa) strappano concessioni sempre più importanti in tema di diritti dei lavoratori, disponendone un po’ come pare a loro. Pause tagliate, orari dilatati, straordinari obbligatori, divieti di sciopero, ostracismo nei confronti di lavoratori iscritti a certi sindacati e via di seguito. Attuando una vera e propria (e illegittima) limitazione nei diritti. E, probabilmente, attentando anche alla dignità e all’uguaglianza dei lavoratori.

Ma non tutto il mondo è paese. Barack Obama, recentemente, ha affrontato proprio questo problema. Ed è stato chiaro: le imprese che vogliono delocalizzare le loro sedi non potranno dedurre nemmeno un dollaro di tasse e nessuna compagnia americana potrà pagare le tasse solo nel paese in cui si sono spostati la produzione e i profitti (dovrà farlo anche negli USA). Molto semplice. E tutti i soldi risparmiati o guadagnati con queste operazioni andranno a finanziare le imprese che rimangono sul territorio americano o che vi fanno ritorno e a diminuire le tasse di chi resta negli USA e qui assume. Infine, la chicca: chi riporta negli Stati Uniti la produzione e lo fa in un distretto pesantemente colpito dalla crisi riceverà aiuti come finanziamenti per impianti e aggiornamento professionale per i nuovi assunti.

Misure simili sono già state assunte negli anni passati da singoli Stati, come Texas, Arizona e Colorado, con risultati sorprendenti: negli ultimi due anni decine di aziende hanno riportato la produzione  negli stati in cui sono stati varati incentivi e tagli fiscali (5,4 aziende alla settimana, secondo la stima di mercatus.org). Conseguentemente, si sono creati decine di migliaia di posti di lavoro.

Tutto questo dimostra che, volendo, i mezzi per impedire, o comunque scoraggiare, il trasferimento di sede delle imprese in altri Stati ci sono. Con questi metodi, si possono salvare migliaia di posti di lavoro, e quindi di vite. 

 

Il Medio Oriente non trova pace. All’inizio del mese l’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) ha stilato un rapporto sul nucleare iraniano. Il documento è stato letto dal mondo occidentale (Israele e USA in testa) come una conferma dell’intenzione del Paese guidato da Ahmadinejad di costruire la bomba atomica. 

In realtà quel rapporto indica solamente che l’Iran possiede una quantità d’uranio arricchito sufficiente ad assemblare l’ordigno, non che ci sia la reale volontà di farlo o che sia già stato fatto. L’Iran potrebbe infatti rimanere a quel 20% di arricchimento necessario per gli usi civili del nucleare, mentre per l’atomica è necessario un arricchimento del 90%. Inoltre, durante le ispezioni dell’AIEA ha accertato che sia stato superato quel limite.

E già si è detto che il governo iraniano potrebbe avere dei siti di arricchimento nascosti, che gli ispettori non sono riusciti a trovare. Mi pare di aver già sentito questa storia. E’ la stessa scusa usata per giustificare l’attacco all’Iraq: le famose “armi di distruzione di massa”, che non furono mai trovate. Gli errori (se così si possono chiamare) non insegnano niente?

A smorzare la tensione ci pensano poi il presidente israeliano Peres (“L’attacco all’Iran è sempre più vicino”) ed Obama (che ha dichiarato di “non escludere un attacco militare all’Iran”). E i due sono premi Nobel per la pace. E queste dichiarazioni, perlomeno quello israeliane, sono supportate dai fatti.

All’inizio del mese, nella base militare NATO di Decimomannu, in Sardegna,sei squadroni di bombardieri israeliani simulavano un attacco a Teheran, mentre quest’estate tre scienziati iraniani, che lavoravano al progetto nucleare, sono stati assassinati da un commando del Mossad (i servizi segreti israeliani). Di fatto la guerra è già iniziata.

Israele si trova geograficamente in una posizione che definire difficile è riduttivo. L’odio degli Stati limitrofi e la continua guerra in casa con il popolo palestinese è sfiancante e dura da quando lo Stato è nato. Ma recentemente il governo israeliano sta inanellando errori su errori, allontanandosi dalla strada che potrebbe portare alla pace.

Che dire infatti delle reazioni all‘ingresso della Palestina nell’UNESCO alla fine di ottobre? Israele l’ha definita “una tregedia” ed ha annunciato l’accelerazione sulla costruzione di più di 1500 nuovi insediamenti a Gerusalemme est e Betlemme, oltre all’interruzione del trasferimento di fondi all’Autorità Nazionale Palestinese. Dal canto loro, gli USA hanno ritirato un contributo di 60 milioni di dollari all’agenzia, minandone l’operatività. Per non parlare delle strenue opposizioni dei due Paesi al riconoscimento dello Stato palestinese da parte dell’ONU.

Bel lavoro, tutti quanti. Continuando così non si arriva alla pace, ma da un’altra parte.

L’Egitto è di nuovo in fiamme. Disfatisi della dittatura di Mubarak, gli egiziani ora lottano contro il maresciallo Hussein Tantawi e la sua giunta militare. Piazza Tahrir, al Cairo, è da tre giorni teatro di scontri tra polizia e manifestanti, e i bilanci parlano di 20 morti e un numero imprecisato di feriti. Waleed Rashed, fondatore del movimento 6 Aprile, ha postato un video (che trovate qui sotto) in cui si vede chiaramente un uomo giacere a terra, morto.

La protesta è iniziata il 18 novembre, quando migliaia di persone sono scese in piazza al Cairo e in altre città (ad esempio Alessandria) per chiedere al Consiglio Supremo Militare di fissare una data precisa per il ritorno al governo civile. Assieme alla Fratellanza Musulmana, migliaia di cittadini facenti parte di organizzazioni laiche hanno espresso la loro preoccupazione per il prolungarsi del controllo militare sul Paese.

La protesta è stata scatenata dal un documento emesso dall’esecutivo provvisorio, che definisce i militari “guardiani della legittimità costituzionale”. L’espressione, molto ambigua, ha alimentato le paure degli egiziani, che temono l’intenzione dei generali di controllare e condizionare il processo che sta portando il Paese alle elezioni democratiche del 28 novembre.

La situazione è poi degenerata, fino alla situazione attuale, che ricorda quella dei giorni della rivoluzione contro la dittatura di Mubarak (anche se, per fortuna, per ora è meno tragica).

Nutro un profondo rispetto per questi popoli, che si battono per conquistare i loro diritti. E’ il momento più bello, nella storia di una democrazia: quando nasce e bisogna lottare per ottenere la libertà. Per noi è così scontata che non ci accorgiamo di non usarla veramente. La lasciamo appassire.

 

 

Proprio così, questa non è un’invocazione disperata di qualche comune cittadino ad un supereroe dei fumetti, bensì l’invito lanciato da Mario Monti, ex commissario europeo per la Concorrenza sino al 2004, sul Financial Times di Venerdì 29 settembre 2011.

Ma cosa ha spinto Monti a lanciare un così accorato appello al popolo tedesco?

L’invito, forse più una sorta di ordine o direttiva camuffati da invito, è stato espresso in merito alla débâcle economica che da mesi sta travolgendo il Vecchio continente e che rischia di far naufragare il sogno dell’Europa unita; nella Germania, quindi, viene riconosciuta la potenza economica che può maggiormente garantire serietà e stabilità ad un progetto che rischia di collassare da un momento all’altro.

Proprio il 29 settembre il Bundestag, la camera bassa del Parlamento tedesco, ha approvato l’ampliamento del fondo salva-stati con una sorprendente maggioranza: su 620 deputati federali hanno votato sì in 523 (considerato che l’attuale maggioranza di Governo di Angela Merkel conta una maggioranza di 315 deputati); un risultato non da poco, numeri che, in Italia, sono difficilmente raggiungibili … specie se si tiene conto che tra i voti favorevoli enumerati compaiono, oltre alla formazione di Governo attualmente costituita da CDU (Christlich Demokratische Union Deutschlands, partito cristiano-cattolico, da cui “proviene”Angela Merkel), CSU (Christlich-Soziale Union in Bayern e. V., partito cristiano conservatore bavarese) e  FDP (Freie Demokratische Partei, partito dei liberali), hanno dato il proprio voto favorevole altri partiti al di fuori della coalizione di maggioranza, come SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands, partito socialdemocratico) e Grüne (Bündnis 90/Die Grünen, partito dei Verdi tedesco).

Per il no, oltre ad una quindicina tra liberali e democristiani, i radicali della LINKE, partito populista ed antioccidentale.

La Germania sposa quindi la causa Europa e mette sul piatto un ampliamento del Fesf (Fonds européen de stabilité financière o per preferirlo al “più internazionale” inglese Efsf: European Financial Stability Facility) a 440 miliardi di euro, 211 dei quali sarà la stessa a metterli di tasca propria! Una causa nobile, la salvaguardia dell’Unione Europea e di conseguenza dell’euro, finanziata da una coesione che, ancora una volta, lo stato Mitteleuropeo più “pesante” a livello internazionale  ha saputo mostrare al mondo intero; sì, perché l’ottima nuova tedesca incrociandosi con una nuova giungente da New York secondo cui il Pil (Prodotto interno lordo, ndr) USA sarebbe salito dell’1,3% nel secondo trimestre, potendo aspirare ad un 2% entro la fine di quest’anno, e le richieste per sussidi di disoccupazione sarebbero calate per un numero pari a circa 37mila unità (attestandosi ora a livello 391mila) hanno fatto volare le borse, facendo tirare un sospiro di sollievo in questo clima anche troppo nero.

Questo il quadro ai giorni nostri; ora la realtà, la quotidianità: dobbiamo avere paura della Germania? Molti articoli di giornale nei mesi scorsi riportarono il timore di vedere l’Unione Europea trasformarsi in una grande confederazione germanica dato che, non differendo la situazione di molto da ora, era prevalentemente la Germania a dettare le linee guida per mantenersi saldamente in piedi in questo periodo di crisi e per cercare di non far tracollare l’euro. Parecchi videro questa mossa come una sorta di colpo di mano da parte di “Angie”, così come qualcuno sembri vezzeggiarla, alle convenzioni direttivistiche dell’Unione; quanto dimostrato in questi mesi dalla Bundeskanzlerin (cancelliera federale; bund- in tedesco può essere adottato come prefisso dal significato di “federale”, originato da una radice che indica il senso d’insieme, ndr) è la pura realizzazione del sogno Europa: vedere finalmente una Comunità attiva, viva, vera e soprattutto funzionante!

Sarò credibilmente di parte in quanto sto per scrivere ma ritengo che a fine ragionamento si potrà raggiungere un comune punto d’arrivo.

La Germania è uno Stato cui non piace ridere, scherzare e giochicchiare troppo a lungo; all’inizio bene, per rompere il ghiaccio o per avviare la macchina che bisogna far muovere, successivamente esige serietà. Questo Merkmal (tratto distintivo, ndr) è eredità di oltre un secolo di traversie per cui lo Stato tedesco è passato: la sua storia è senza ombra di dubbio molto antica ma per la nostra analisi accontentiamoci di partire dalla data cardine del 1871, anno in cui la “Germania” (tra virgolette, poiché parlare propriamente di Germania sarebbe incorretto nonché anacronistico) viene unificata come moderno stato nazionale col nome di Deutsches Kaiserreich (impero tedesco,conosciuto col nome di Secondo Reich, ndr) –volendo ben notare, lo stesso anno coincide con una ricorrenza della nostra storia nazionale: nel 1871 infatti la capitale del giovane Regno sabaudo viene ufficialmente spostata da Firenze a Roma come conseguenza della Breccia di Porta Pia, avvenuta appena una anno avanti–.

Sotto la guida attenta dei Kaiser guglielmini e del celeberrimo Reichskanzler Otto von Bismarck il Reich vide fiorire la propria economia ed incrementare il proprio peso politico sulla scena internazionale, prima europea e successivamente mondiale.

La stabilità inizia a terminare con l’abbandono della scena politica da parte di Bismarck e  terminerà nel 1918 alla fine della Grande guerra, quando Wilhelm II sarà costretto ad abdicare a causa della rivoluzione di quell’anno. La prima guerra mondiale presenta sulla scena uno Stato che si sente molto sicuro di se, tanto da dichiarare guerra all’Europa (anche se, ovviamente, il primo a dichiarare guerra fu l’Impero austro-ungarico). Ne esce provato lo sconfitto Reich, così segnato da, appunto, dissolversi sull’onda di moti popolari e lasciare spazio alla Weimarer Republik (repubblica di Weimar, ndr); una Repubblica che nasce già con gravi problemi d’affrontare: ingenti riparazioni di guerra, condizioni di pace insostenibili, svalutazione del Marco … una crisi che precede quella del Ventinove; senza contare ovviamente l’avvilimento morale nel vedere le celeberrime Alsazia e Lorena cedute alla rivale Francia. A qualche anno dalla conclusione della guerra ci si rende conto che le condizioni alle quali è stata sottoposto lo sconfitto Reich sono realmente insostenibili e vengono dunque allentante, generando un vero e proprio boom economico tedesco. Tutto sembra andare meglio di prima, finalmente si può riprendere a camminare –i Tedeschi non si danno mai per vinti!

Nel frattempo comincia a nascere ed a propagarsi un movimento politico-sociale chiamato NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori, meglio conosciuto in seguito come partito nazista, ndr) guidato da un certo austriaco di nome Adolf Hitler: egli aveva compreso a pieno i sogni dei tedeschi e voleva aiutarli a realizzarli (un po’ un consulente dell’epoca, quelli che oggi nelle pubblicità assicurano di realizzare i nostri desideri più disparati) … peccato avesse degli interessi secondarii e delle idee non molto tranquille che gli balenassero per la testa. Ad ogni modo, in pochi anni la Republik diviene nuovamente Reich (questo sì, il Terzo, il famoso di cui ancora oggi si parla molto) e, contro il divieto imposto, forma nuovamente un esercito, un’aviazione ed una marina efficienti: i Tedeschi sono tornati e sono pronti a reclamare il loro Lebensraum (spazio vitale, ndr) mostrando al mondo la purezza della loro vera razza; chiaramente tutte idee derivanti da Hitler, oramai divenuto Führer (condottiero, guida, l’equivalente italiano di duce, ndr).

Ci siamo, una nuova guerra, questa volta totale: la Germania si sente nettamente superiore al resto d’Europa ed ancora prima della guerra compie annessioni ed invasioni di territorio cui nessuno Stato osi contrapporsi se non in minima parte l’Italia mussoliniana tentando di moderare la politica espansionistica dell’alleato.

Tutti i fronti sono aperti, l’Europa è dilaniata per sei anni da un conflitto che era stato definito Blitzkrieg (guerra-lampo, ndr) ed i Tedeschi resistono, così come faranno gli inglesi –di cui però non ci occuperemo ora–, tengono duro fino all’ultimo; ma la fine del conflitto è peggiore di quanto avessero mai potuto sognare: Berlino, la loro amata Berlin è devastata ed occupata, rasa al suolo. Per timori, lo stato viene diviso in quattro settori di controllo alleato, lo stesso vale per la capitale.

Questa soluzione porterà alle “due Germanie”, il blocco orientale, la DDR (Deutsche Demokratische Republik, repubblica democratica tedesca, ndr) a controllo russo più il settore, sempre orientale di Berlino; il blocco occidentale, la BRD (Bundesrepublik Deutschland, repubblica federale di Germania, dicitura più aderente al termine originale, ndr) più il restante settore di Berlino … una situazione avvilente: uno stesso popolo separato fino ad essere praticamente impossibilitato a comunicare da una parte all’altra del confine geografico e reale tracciato.

Tutto cambia una notte, come tante altre … no, la storia agli uomini dà sempre un senso di vertigine, definire “una notte come le altre” quella notte di ottobre del 1989 in cui Wessis ed Ossis (vezzeggiativi con cui vengono vicendevolmente chiamati “quelli dell’ovest” e “quelli dell’est”, ndr) si abbracciarono, cantarono, piansero e picconarono assieme quel maledetto muro che per quasi trent’anni li aveva divisi gli uni dagli altri.

Ed il loro spirito? Sarà morto, sepolto, disintegrato dalle deturpazioni apportate dagli occupanti. NO! Sono ancora carichi, pieni di spirito e di vitalità: in meno di due anni si preparano per riportarsi in carreggiata come stato unitario e nel 1991 si ripresentano al mondo come Tedeschi della Bundesrepublik Deutschland, non che la parte occidentale abbia assorbito l’orientale, il nome è lo stesso di prima ma è nuovo nella forma ed in quanto rappresenta.

E dopo vent’anni di cammino eccoli, quei Tedeschi separati e divisi a guidare l’economia europea, a fare da traino, da motrice, da cuore pulsante di un progetto che hanno voluto abbracciare accantonando vecchie idee di grandezza e mettendosi semplicemente al servizio di una grande causa comune, una causa chiamata Europa.

Uno Stato che abbia vissuto traversie simili non è difficile da trovare … ma uno che si sia ripreso così tante volte e sempre con la stessa se non ancora più rinnovata energia? Un popolo che abbia voluto continuare, portare avanti il proprio progetto di Unità nazionale in maniera così determinata è da ammirare ed apprezzare, non temere.

Per questo dico che non v’è nulla di male se è sovente la Germania a prendere iniziative a livello europeo; l’Europa unita e funzionale è un obiettivo da raggiungere: la Germania cerca di dare a questo processo il miglior sviluppo nel minor tempo possibile, evitando ad ogni modo qualsiasi forma di errore, falla od incrinatura si possa presentare lungo il cammino.

La Germania crede nell’Europa, vorrebbe semplicemente vedere che gli organi e gli uffici che formano l’assetto amministrativo della Comunità funzionino realmente e siano riconosciuti da ogni Stato e sentiti da ogni cittadino europeo.

Oramai i Tedeschi hanno abbandonato la parte del leone insonne, agiscono quando necessario a spronare gli animi; e quando si mettono in gioco sono capaci di risultati sensazionali!

***


Post scriptum: Spero che l’inserimento dei termini in tedesco non abbia appesantito la lettura del testo; se così è stato, sono dispiaciuto ma non era mia intenzione. L’intento era quello di portare a conoscenza un pubblico il più possibile vasto di termini e modo di pensare (ogni termine di qualsiasi lingua cela sempre una percentuale della mentalità della stessa) della società tedesca.

Vorrei precisare inoltre che tedesco come aggettivo sottintende [di Germania], per gli altri Stati che parlino il tedesco, qui sostantivo ad indicare la lingua, esistono i relativi aggettivi nazionali!

Germania: tedesco

Austria: austriaco

Svizzera: svizzero

Liechtenstein: del Liechtenstein / Liechtensteinense*

*Dicitura tratta da Rete di eccellenza dell’italiano istituzionale Quinta giornata REI – Roma, 16 giugno 2008

Oggi riportiamo un’intervista a Massimo Fini, tratta dal blog di Beppe Grillo. Come sempre, il giornalista del Fatto e direttore de La voce del ribelle offre un punto di vista diverso e particolare sulla situazione libica. Buona lettura (o visione del video)!

Blog- Perchè l’Italia è intervenuta militarmente in Libia ?
Massimo Fini- L’Italia è intervenuta in realtà per le sciocchezze che combina Berlusconi, nel senso che Berlusconi si era talmente esposto con Gheddafi, tutti ricorderanno le scene abbastanza vergognose dove Gheddafi evoluisce liberamente in Roma facendo il padrone di casae si era talmente esposto che da una parte aveva difficoltà a entrare, dall’altra temeva di essere considerato un complice del dittatore. Penso che di suo non sarebbe entrato in questa guerra, perché Berlusconi è tutto, ma non è un guerrafondaio, non interessano le guerre anche perché lui personalmente non ci può ricavar danaro quindi… Diciamo che è stata costretta l’Italia ad entrare proprio per questo modo dissennato di far politica di Berlusconi, politica anche estera; non è un caso che la politica estera si è sempre fatta con lo stile di Andreotti e non con quello di Berlusconi, perché poi ti pone in situazioni di questo genere.
È una situazione in cui tu essendoti troppo strusciato con grande evidenza al dittatore, poi devi entrare con gli altri, anche se non hai particolari interessi a farlo, per non essere accusato di complicità con il dittatore. Almeno, io la vedo così.

Blog- Che ruolo hanno Francia e Germania in questa guerra?
Massimo Fini- Questo lo sanno tutti: la Francia voleva recuperare posizioni che in Libia aveva perso, la Gran Bretagna secondo me è intervenuta più per un riflesso coloniale e quindi ha seguito la Francia, poi gli Stati Uniti. Il tutto fa parte di una forma di neocolonialismo che comincia da quando crolla il contraltare sovietico, allora le democrazie hanno mano libera e avremo cinque guerre: la prima guerra del Golfo, la guerra alla Serbia, la guerra all’ Afghanistan, la guerra all’Iraq (seconda) e la guerra alla Libia. Ripeto, il fatto è che le democrazie non hanno più un oppositore quindi si credono in diritto di poter fare tutto quello che vogliono; questo è al di là delle responsabilità di Gheddafi, che peraltro, ripeto, negli ultimi anni ci trafficava tutti i paesi europei, questo è il succo di fondo di quello che sta avvenendo da una ventina d’anni a questa parte.
La Germania è rimasta coerentemente fuori, perché ha una sua politica tutto sommato coerente, non è andata in Iraq, poi pensa che sia inutile spendere quattrini in avventure di questo genere, insomma, che sono comunque costose, poi prima di avere i risultati si vedrà, insomma.
È ovvio che la Francia farà la parte del leone. Ma quello che a me interessa di più è il fatto che si è violato il principio di diritto internazionale di non ingerenza agli affari interni dello Stato sovrano, che peraltro è già stato sconquassato con la Serbia, e da qui possono poi derivare altre infinite aggressioni a chi non piace al mondo occidentale. Fra gli alleati delle democrazie c’era l’emiro del Qatar, il quale non è precisamente un democratico.

Blog- Quali i prossimi obiettivi ?
Massimo Fini- Un obiettivo però molto difficile e molto ostico è l’Iran, sono anni che gli Stati Uniti fanno una politica ideologicamente molto aggressiva nei confronti dell’Iran, che non si capisce il perché non dovrebbe costruirsi il nucleare civile, che serve ad usi civili e anche medici,solo che aggredire l’Iran vorrebbe poter dire veramente scatenare una terza guerra mondiale. Però certo è lì anche in Iran, com’è successo in Libia, in Libia la rivolta non è scoppiata spontaneamente, hanno mandato agenti provocatori francesi e britannici e questo avviene anche in Iran, cercano continuamente di fomentare un malcontento che probabilmente c’è ma che riguarda una parte minoritaria della popolazione.

Blog- La ribellione si è organizzata spontaneamente?
Massimo Fini- Secondo me è una rivolta fomentata, i rivoltosi da soli non avrebbero mai potuto fare nulla. Si è votata una risoluzione ONU che poteva anche avere il suo senso, il “no fly zone”, perché una delle due parti, Gheddafi in questo caso non avesse una superiorità militare assoluta. È stato subito evidente che la storia del “no fly zone” era un’aggressione alla Libia di Gheddafi. Il quale non è o non era un dittatore isolato come ci si è fatto credere, aveva anche nella popolazione un consistente appoggio per la sua politica anticoloniale, nazionalista, antiamericana e anche perché, grazie al petrolio, si era arricchito lui sì, ma aveva arricchito anche nuovi ceti sociali. Quindi non è stata, come in Tunisia, una rivolta di un popolo intero che caccia il dittatore, infatti non a caso è durata sei mesi con inferiorità militare da parte di Gheddafi, dopo l’intervento della Nato, totale.Se i rivoltosi fossero stati veramente tanti e più decisivi sarebbe durata dieci giorni, no?
C’è una cosa da dire su questi dittatori, è che al momento del dunque tutti dimostrano una vigliaccheria assoluta: Saddam Hussein si fa prendere come un topo di fogna in quel tombino; Ben Alì sfugge con la cassa; Mubarak che si fa barellare in uno di questi grotteschi processi che dopo Norimberga i vincitori fanno i vinti; e Gheddafi invece di morire in battaglia, scappa.
Se vogliamo stare alla nostra storia, Mussolini, dopo tante parole sulla bella morte che hanno spinto tanti ragazzi giovani ad andare a morire per Salo, scappa travestito da soldato tedesco. Il Duca di Blangis nelle 120 giornate di Sodoma, che è uno dei carnefici più feroci, dice de Sade, è uno che si sarebbe fatto spaventare da un bambino un po’ deciso se non aveva il potere in mano… Che li squalifica moralmente, al di là dei loro crimini. L’unico che è stato coerente è stato Hitler che si è suicidato, ciò non lo assolve dai suoi crimini, però perlomeno è stato coerente con la sua storia.
Per la classe dirigente tedesca, nazista è stata una Gotterdammerung però si sono uccisi, insomma Goebbels si suicida, la moglie si suicida, uccidono i loro sei figli, ripeto non è che li assolva da alcunché, però è una fine coerente con le crudeltà che tu hai usato sugli altri, no? Però non riguarda questi qua che ho nominato prima. Del resto c’è una differenza, cioè la gente semplice sa bene al momento del dunque quali sono i suoi doveri, se tu leggi le lettere dei condannati a morte della Resistenza o anche dei ragazzi di Salò, ugualmente condannati morti, che sono giovani di vent’anni circa, sono tutte lettere estremamente dignitose. Se tu leggi le lettere di Moro nella prigione delle Brigate Rosse fai il confronto insomma. Evidentemente il potere aiuta a diventare vigliacchi o forse si va al potere perché si è vigliacchi.

Forse lo diventano per le mollezze del potere, per le cose, per gli affari, ma insomma, ripeto, che non ce ne sia uno che affronta in battaglia il nemico e muore, tanto sa che ormai è spacciato e lascia molto perplessi sulla loro reale personalità. Perché poi quando invece c’è da sacrificare la vita altrui non hanno esitazione alcuna.È chiaro che nel momento della sconfitta, anche com’è stato qui in Libia, cioè finché non si sapeva chi vinceva la popolazione è stata sostanzialmente a guardare, poi si è gettata tutta da una parte più che degli insorti, della Nato, perché la guerra l’ ha vinta la Nato. Gli insorti sono un optional. Io non ho molta stima, devo dire, di questi insorti libici, anche perché diciamo che i capi sono tutti ex gheddafiani che si sono levati al momento opportuno, quindi ci sarà una classe dirigente gheddafiana senza Gheddafi; anche se sostanzialmente credo che diventerà un protettorato occidentale, insomma, come l’Iraq, come sostanzialmente la Serbia, come vorrebbero fosse l’Afghanistan, ma lì non ce la fanno perché gli afgani hanno un’altra tempra.
C’hanno una storia in questo senso: hanno cacciato gli inglesi, nell’800, han cacciato i sovietici, con tutto quello che voleva dire l’armata sovietica, e cacceranno anche questi, li stanno per cacciare, nonostante la disparità enorme di armamenti; in Afghanistan questa storia degli aerei per cui si è votato “no fly zone” per Gheddafi, questi la subiscono da dieci anni, loro non hanno né aviazione né contraerea e devono battersi con gente che usa solo praticamente l’aviazione.
L’unica cosa che posso dire è che chi sta trattando per l’Italia sul… è Scaroni, quindiBisignani, perché noi abbiamo visto dalle intercettazioni che Scaroni per fare dei contatti coi Libici aveva bisogno del consiglio decisivo di Bisignani. È una cosa che fa un po’ impressione, devo dire, che il Presidente dell’Eni non sappia agire da solo.
Nell’80, che si scoprì che il padrone di Italia non stava né a Torino né a Roma né a Milano, ma stava a Castiglion Fibocchi e si chiamava Licio Gelli. E adesso abbiamo scoperto che uno dei padroni è questo Luca Bisignani, che già era compromesso, condannato, non importa, tornano sempre.