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Le conquiste che i lavoratori hanno ottenuto nel ventesimo secolo si stanno sgretolando sotto i nostri occhi. Marchionne sta erodendo i diritti dei lavoratori, riportando la situazione nelle fabbriche ad un livello infimo. E’ una medievalizzazione del lavoro. Si torna all’operaio sfruttato, che deve lavorare lavorare lavorare e basta, senza pretendere cosette da niente come la rappresentanza sindacale, le pause e i tempi di lavoro adeguati.

In questo consistono gli accordi che Marchionne sta imponendo alle fabbriche Fiat sparse per l’Italia. Ieri Pomigliano, oggi Mirafiori, domani chissà. Il primo accordo, quello di Pomigliano appunto, doveva essere un caso straordinario. E invece eccoci qui, a parlare di quello di Torino (Mirafiori), che è il secondo caso straordinario, quindi.

Tutti parlano di larghe vedute del capo della Fiat, che secondo politici, giornalisti, economisti, giuslavoristi, sindacalisti e compagnia cantante sta salvando l’azienda e, in generale, innovando il mondo dell’impresa e del lavoro italiani. Ma siamo sicuri che sia così? Davvero è innovazione limitare e violare i diritti di chi lavora in nome dell’aumento della produzione? E davvero è “conservatore” chi continua a difendere quei diritti?

Marchionne fa un discorso molto semplice: chi firma l’accordo è dentro, lavorerà o avrà la cassa integrazione (a patto che non scioperi, che accetti di non poter votare il suo rappresentante sindacale e di lavorare per più tempo e con pause più brevi); chi non firma è fuori, e tanti saluti. E se la maggioranza rifiuta l’accordo non c’è problema, si delocalizza l’azienda in Brasile o in Polonia, dove nessuno scoccia. Accordo? A casa mia si chiama ricatto.

L’idea della Fiat è molto vecchia: per produrre di più, si fanno lavorare di più gli operai. Per uscire dalla crisi, l’azienda aumenta l’orario di lavoro oltre le 40 ore settimanali. La vecchia concezione del plusvalore che deriva dal lavoro in più di chi sta in catena di montaggio. E l’innovazione? Perchè non puntare sulla ricerca, sulla creazione di modelli innovativi? Le case automobilistiche straniere stanno proprio puntando su questo. Ma noi siamo, come sempre, un passo (o forse molti di più) dietro agli altri.

Vediamo un po’ di dati. Nel costo complessivo della costruzione di un’auto, il valore del lavoro incide tra il 7 e il 9%. Le operazioni che fa Marchionne servono proprio a ridurre il costo del lavoro. Ma con questi metodi, al massimo potrà risparmiare un 1%. Quindi una macchina che gli costava 10mila euro, verrà a costargli 9.900. Chi crede davvero che un risparmio simile tirerà fuori dalla crisi l’azienda? Visto il calo delle vendite, che negli ultimi due anni è stato doppio rispetto alle aziende concorrenti in Europa, non dovrebbe puntare sulla creazione di modelli nuovi, che consumino meno? Sono anni che la Fiat non tira fuori una vera idea, un vero nuovo modello, nonostante dica di averne in cantiere molti.

Marchionne dice poi che gli operai italiani producono la metà di quelli delle fabbriche delocalizzate in Brasile e in Polonia. Non dice però (evidentemente lo dimentica) che mentre le fabbriche in questi paesi hanno funzionato, negli ultimi due anni, praticamente a tempo pieno, quelle in Italia sono rimaste ferme per il 50% del tempo. E non per l’assenteismo, ma per lo scarso numero di auto vendute.

Non è che la morale di tutto questo discorso è che la Fiat non fa macchine che si vendono o che non vende bene il suo prodotto?

La risposta è l’innovazione. Bisogna puntare sul futuro, producendo e proponendo macchine pulite, d’avanguardia, che siano accattivanti e che consumino poco. Se non si scommette sul nuovo non c’è via d’uscita. La colpa non è degli operai, dei lavoratori. E’ di chi, tradendo il suo ruolo di manager, naviga a vista e scarica le sue responsabilità sugli altri, invece di proporre nuove soluzioni. Marchionne si è trasformato in un dittatore, che impone le sue condizioni violando i diritti fondamentali, primo tra tutti quello che garantisce la rappresentanza sindacale.

Dopotutto, è una questione di rapporti di forza. L’uomo col maglioncino ha in mano le sorti dell’azienda e quindi di chi ci lavora. E il governo, debole e disinteressato, lo lascia fare, guardandolo mentre distrugge le conquiste di secoli di lotte e di fatiche, mentre calpesta la Costituzione, mettendo tutti in riga. Gli operai non hanno potere, non hanno niente da negoziare. La loro dignità vale meno di un lavoro, per quanto mal retribuito.

Cosa ci vuole per capire che questi accordi sono il primo passo verso una regressione drammatica in materia di lavoro? Oggi la Fiat, domani chissà che altro. Si invocheranno le sacre leggi e i fondamentali bisogni del mercato, eliminando uno a uno i diritti di chi lavora. E noi staremo a guardare, impotenti. Oppure applaudiremo a queste mostruosità, come fanno il PD (ormai del tutto fuori di testa) e gran parte della stampa (come il Corriere, del quale Fiat è azionista con il 10%).

Nessuno nega che un imprenditore debba fare il bene della sua azienda. E’ il suo lavoro. Ma a che prezzo? Si può discutere una riforma in materia di lavoro, non c’è dubbio. Ma Marchionne chi è, il Parlamento? Il Presidente del Consiglio?

Ecco perchè è necessario stare con la Fiom, l’unico attore di questo dramma che resiste e si batte, non accettando una ferita così profonda ad uno dei diritti fondamentali dell’uomo: il lavoro. E’ il lavoro che delinea una persona per quella che è, che la determina e la innalza. Vogliamo davvero che sia il modello Marchionne a descrivere quello che siamo?

(Firma l’appello di Micromega: “La società civile con la Fiom“, firmato da Camilleri, Hack, Tabucchi, Fo e tanti altri)

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Un articolo fresco fresco dal fattoquotidiano.it. Inquietante, ma assolutamente realistico e chiaro. La situazione economica del nostro Paese non è rosea come ci vogliono far credere.

di Matteo Cavallito e Mauro Meggiolaro

La corsa al rialzo di inizio settimana sui Btp ha evidenziato una nuova e terrificante verità: anche l’Italia è ufficialmente finita nel mirino degli speculatori. Le periferie dell’euro sono sempre più in crisi e la tempesta, sostiene oggi il Financial Times, punta decisa su Roma. L’unica certezza per il futuro sono i tagli drastici e una manovra da “lacrime e sangue”.

Grecia e Irlanda sono morte, il Portogallo è in coma, la Spagna è sull’orlo del baratro e nemmeno l’Italia si sente tanto bene. L’analisi è ormai chiara e trova sempre maggiori consensi. A lanciare l’allarme, l’ultimo, ci ha pensato il Financial Times con un editoriale che suona come una condanna: dopo aver devastato Atene e Dublino, la tempesta – ad oggi concentrata su Lisbona e Madrid – punta decisamente sull’Italia. E poco importa che la Penisola conservi importanti elementi di forza a cominciare da un basso indebitamento privato e da una relativa solidità del sistema bancario: i mercati hanno emesso la loro sentenza. La reazione a catena è innescata e le cifre non mentono.
Lunedì l’asta italiana sui titoli di Stato si è svolta in un clima di puro panico. Le voci iniziali sulle possibili difficoltà di collocamento dei Btp hanno spinto al rialzo i premi richiesti dagli investitori. Il differenziale tra i decennali italiani e gli omologhi tedeschi ha superato quota 200 punti base segnando così il record assoluto dall’introduzione dell’euro. Oggi si è tornati a respirare con una discesa sotto quota 180 in linea con la tendenza al ribasso che ha interessato anche i bond di SpagnaPortogallo ma il recupero non porta con sé sufficienti garanzie. La verità è che l’esperienza di inizio settimana è stata per qualcuno a dir poco sconvolgente. L’incubo di trovarsi di fronte a un gioco al massacro ormai fuori controllo si è materializzato in una due giorni di contrattazioni difficile da dimenticare. Il nervosismo dei trader è ormai evidente. Quello del governo e dei regolatori segue a ruota.

La vera novità, in estrema sintesi, è che anche l’Italia è ufficialmente finita nel mirino degli speculatori. Gli operatori, in altri termini, hanno ormai identificato il nostro Paese come nazione a rischio legando i destini della Penisola a doppio filo con le tragedie greche, irlandesi, portoghesi e spagnole. Le prossime aste, insomma, potranno anche andare “tecnicamente” a buon fine senza cioè che l’offerta ecceda eccessivamente la domanda. Ma il premio chiesto per detenere le obbligazioni italiane è destinato a salire. E siccome l’Italia non può fare a meno di ricorrere a nuove emissioni per pagare gli interessi sul suo enorme debito pubblico, è evidente che il finanziamento dello stesso finirà per costare sempre di più.

Non è difficile capire, dunque, per quale motivo la preoccupazione abbia iniziato a dilagare anche tra le fila del governo. Berlusconi, ormai, spara cifre a ripetizione ma in realtà nessuno sembra più disposto a seguirlo. E così, mentre il premier sovrastima lo spread tra i rendimenti delle obbligazioni spagnole e i bund tedeschi (parlando di 400 punti base contro gli effettivi 311 dell’altro giorno) allo scopo di minimizzare l’allarme sul record registrato dai titoli decennali italiani, il sottosegretario Gianni Letta esprime per la prima volta “forte preoccupazione” sul rischio di una diffusione incontrollata dell’effetto contagio proveniente dall’Irlanda. Alle rassicurazioni insomma sembra oggi subentrare un profondo senso di impotenza di fronte a forze di mercato difficili da arginare.

Se è vero che l’Italia pagherà dazio ad ogni tappa del processo di deterioramento della crisi debitoria europea, è certo allora che la situazione è destinata a peggiorare. Grecia e Irlanda, afferma Willem Buiter, capo economista di Citigroup, sono tecnicamente insolventi e il Portogallo non sembra messo tanto meglio. Come dire che gli aiuti presenti e futuri di Europa e Fmi non sortiranno effetti adeguati. Quanto alla Spagna, considerata la vera chiave di volta della crisi di fronte all’impossibilità di un intervento pubblico capace di sostenere le dimensioni della sua economia, c’è poco da stare allegri. La disoccupazione della nazione iberica si attesta da tempo a quota 20%, un vero e proprio macigno capace di bloccare qualsiasi prospettiva di crescita. I pignoramenti delle case dovrebbero triplicare nel prossimo anno producendo un eccesso di offerta sul mercato e una conseguente svalutazione degli immobili e degli assets bancari. La situazione sembra senza via d’uscita e la speculazione al ribasso si sta muovendo di conseguenza.

L’Italia, affermano gli osservatori internazionali, non vive di certo una situazione paragonabile a quella dei cosiddetti “Pigs” (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna) ma i timori sul suo futuro restano più che fondati. A spaventare gli investitori c’è l’incertezza politica e la sostanziale paralisi decisionale dell’esecutivo (lo stesso fattore alla base del recente allarme sulle prospettive economiche del Belgio) e i ridotti margini di crescita. Le banche italiane, segnalano gli analisti di Business Insider, conservano una posizione migliore rispetto alla media degli altri istituti europei ma un ulteriore riduzione della crescita economica continentale potrebbe costringerle a chiedere il sostegno della Banca Centrale Europea.

L’unica certezza, a questo punto, è che il futuro del Paese sarà contrassegnato da un devastante sforzo economico di parziale risanamento dei conti. Difficile quantificare l’ammontare delle prossime manovre ma è certo che avremo a che fare con un impegno senza precedenti. Se la linea franco-tedesca dovesse prevalere, il nuovo Patto di stabilità imporrebbe all’Italia di ridurre drasticamente il rapporto debito/Pil tagliando qualcosa come 130 miliardi di euro in tre anni. Un’operazione micidiale fatta di tagli alla spesa e di aumento delle tasse la cui portata potrebbe essere superiore alle previsioni iniziali. Ieri la Commissione Ue ha corretto in senso negativo le stime di riduzione del deficit (cioè degli interessi sul debito) avanzate dal governo italiano per i prossimi due anni. Secondo la Ue nel 2012 l’Italia non riuscirà a riportare il dato entro i limiti di Maastricht sforando l’obiettivo di mezzo punto percentuale. Il che, tradotto, equivale alla necessità di una manovra aggiuntiva da almeno 7 miliardi di euro. Il futuro, insomma, appare destinato a sancire il binomio “lacrime e sangue”. E’ l’unica possibilità per evitare il collasso. Ammesso, s’intende, che non sia troppo tardi.

Ricevo dalla newsletter di Emergency e pubblico (maggiori informazioni sul sito di Emergency).

Al Parlamento Italiano

Al presidente della Camera dei Deputati, Onorevole Gianfranco Fini
Al presidente del Senato della Repubblica Italiana, Onorevole Renato Schifani

Negli scorsi giorni, i giornali hanno riportato la notizia che la Commissione Bilancio della Camera dei Deputati ha esaminato il testo della nuova “legge per la stabilità”. Tale legge limiterebbe a 100 milioni di euro i fondi da destinare al “5 per 1000” con una riduzione del 75% rispetto all’importo dell’anno precedente. Tale ulteriore taglio si aggiunge a quelli effettuati al bilancio della cooperazione internazionale italiana, ai contributi alle istituzioni internazionali che aiutano i paesi in via di sviluppo e a quelli per la ricerca scientifica, universitaria e sanitaria.

Questi tagli si ripercuotono significativamente sull’operatività delle organizzazioni del terzo settore, che hanno dimostrato una professionalità molto elevata, oggetto di apprezzamento in Italia e all’estero.

Tagliare i fondi a disposizione del “5 per 1000” significherebbe anche limitare drasticamente la libertà dei cittadini di decidere come destinare la propria quota dell’imposta sui redditi direttamente a sostegno degli operatori del terzo settore.

Per queste ragioni chiediamo al Parlamento Italiano di intervenire per eliminare, nel testo della legge di prossima discussione, il tetto di 100 milioni di euro da destinare al “5 per 1000” per l’anno 2011, ripristinando quanto meno l’importo dei fondi previsti nell’anno 2010.

Ti chiediamo una mano: per dare più forza alla nostra richiesta serve anche la tua firma. Se sei d’accordo con noi, sottoscrivi l’appello su www.iononcisto.org e aiutaci a diffondere la notizia.



Vi vorrei proporre oggi un articolo di Jacopo Fo, articolo che ho trovato, per certi aspetti, illuminante. Visivamente apparirà “eterno” ma una volta iniziata la lettura si arriva al fondo in ben poco tempo.

Vi consiglio di seguire comunque tutti gli articoli di Jacopo Fo, qui potete trovare il suo blog su Il Fatto Online, mentre questo è il suo sito.

***

VINCE CHI SORRIDE!

di Jacopo Fo

Con queste facce serie non vincerete mai. Non l’ha detto Buster Keaton, lo ha detto un grande maestro di arti marziali ai suoi giovani focosi allievi. Io credo che questo principio valga anche in politica. Ai progressisti manca un po’ il sorriso. Molti oppositori al governo dello sfascio fanno a gara per apparire in televisione con la faccia più seria e incazzata possibile e a urlare a più non posso. Essere incavolati neri è la prova della sincerità e della forza del proprio impegno politico.Berlusconi invece fa il sorriso finto e vince.

Già sento scalpitare alcuni che mi massacreranno nei commenti a questo articolo: dici bene tu! Ma se fossi un operaio licenziato non avresti niente da sorridere! Allora vorrei raccontarti la storia di 100 milioni di donne che sono uscite dalla miseria insieme a 300 milioni di loro familiari senza dover fare la faccia scura e urlare, neanche per 10 minuti. Anzi hanno dovuto sorridere molto, perché hanno dovuto collaborare, mettersi d’accordo, darsi fiducia. E se non sai sorridere non ci riesci. Perché il sorriso è il cemento delle relazioni sociali. Non essere capaci di sorridere è una malattia relazionale grave: chi non sorride resta da solo (e perde le elezioni).

La storia di queste donne inizia in Bangladesh dove nasce la Grameen Bank di Mohammad Yunus, quello che dopo 30 anni di risultati incredibili ha preso il Nobel. Yunus è un tipo paffutello. E ovviamente ha sempre il sorriso stampato sulla faccia. Questo non gli dà un’aria volitiva e intelligente. Sembra un po’ un pirlotto. Sono andato a vederlo di persona a una conferenza. Volevo vedere com’è uno che crea le condizioni perché milioni di persone si salvino dalla fame e dalla miseria. E’ basso, con la faccia tonda, il viso gentile. Parla a centinaia di persone come se fosse al bar. Senza toni da comizio, senza sventolare bandiere. Ogni tanto si ferma, guarda la platea e sorride. Iniziò prestando 23 dollari a 46 donne di un villaggio miserabile del Banghladesh, mezzo dollaro a testa, e chiese pure il 17% di interessi! Lui non voleva fare la carità ma una banca funzionante, con i conti in attivo. E molti gli dissero che era un cane rognoso perché cercava di arricchirsi prestando denaro alle donne che morivano di fame. Lui dimostrò che queste donne erano capaci di restituire il denaro con gli interessi nel 97% dei casi, molto più di quanto riesca a ottenere una banca normale che presta denaro solo a chi dà garanzie di solvibilità. Quelle donne dovevano andare all’alba dall’usuraio e prendere in prestito mezzo dollaro, compravano il bambù, costruivano uno sgabello e alla sera ripagavano il debito contratto al mattino con interessi spaventosi (giornalieri). Così restava loro in tasca quasi niente. E vivevano nella miseria più totale. Il prestito di mezzo dollaro, restituito in 52 rate settimanali, le tolse dalla disperazione. E Yunus dimostrò che si poteva creare una banca dei poveri con i conti in attivo e quindi una capacità crescente di autofinanziarsi e di erogare quindi sempre nuovi microprestiti. Ti consiglio di leggere la sua biografia, una storia da fantascienza (Il banchiere dei poveri, Feltrinelli).

La cosa che più mi ha colpito nella storia del microcredito è il metodo che questi hanno usato. Innanzi tutto hanno fatto affidamento sulle donne. Le donne devono liberarsi, la banca offre solo un’opportunità, un’occasione, una possibilità. Le donne per ricevere il prestito devono riunirsi in gruppi di 5. Il debito è individuale ma c’è un gruppo solidale. La restituzione avviene in microscopiche rate settimanali. Le donne si incontrano, il bancario riceve i soldi e dà ogni volta un’informazione utile su un’erba da cucinare, regole di igiene o un trucco per allevare i polli. E in questo incontro le donne raccontano cosa hanno fatto, che difficoltà hanno incontrato, trovano sostegno psicologico e aiuto. E devono accettare un impegno: se hanno un figlio maschio non devono chiedere alla sposa la dote, se hanno una figlia femmina devono rifiutarsi di sottostare all’obbligo della dote. Questo perché per le famiglie povere diventa una rovina pagare la dote e questo trasforma in una disastro l’avere figlie femmine e determina quindi uno stato di asservimento della donna che fin da piccola deve andare a lavorare per iniziare a accumulare la dote… e non può andare a scuola… Yunus ha capito che l’unico modo per cancellare questo costume assurdo era vincolare i prestiti all’impegno di non seguire più la consuetudine della dote. Niente volantini, comizi, cortei, proteste, lotte parlamentari. Hanno affrontato il problema alla fonte: le madri. E hanno vinto senza combattere creando le condizioni perché il cambiamento diventasse inevitabile. Ovviamente più d’uno s’è incavolato: gli usurai, i tradizionalisti e anche alcuni preti musulmani, si andava contro tradizioni millenarie. Ed è successo che alcuni Mullah abbiano minacciato alcuni funzionari della Grameen Bank: siete dei blasfemi! Già perché la tradizione di quel paese vuole che le donne non possano neppure toccare il denaro… Figuriamoci contrarre un prestito… Di fronte alle minacce la banca dei poveri ha reagito organizzando cortei? Proteste? Presidi?No. Hanno abbandonato immediatamente i villaggi dove venivano minacciati dalle autorità religiose.E molti gli han detto: siete dei vigliacchi! E loro niente. Se ne sono andati.

Le donne che avevano preso un prestito dovevano così percorrere a piedi magari 10 km per raggiungere un villaggio dove i banchieri dei poveri non erano stati minacciati. Ed erano un po’ incavolate. E quando avevano dieci minuti andavano dal Mullah e gli dicevano: “Mullah, Mullah, ma sai che mi tocca fa, che devo andà a piedi fin là… Ma cosa c’hai contro i banchieri dei poveri, che prima morivo di fame con i miei figli, Mullah…”. Tutti i giorni, 40 donne che andavano dal Mullah a torturarlo. E a un certo punto i Mullah crollano e alcuni dicono: “Va bene, fate tornare quei dementi della banca dei poveri! Non se ne può più.” Le donne vanno dai banchieri dei poveri: “Potete tornare!” E loro rispondono: “Torniamo solo se quel Mullah, viene qua, con tutti gli abitanti di quel villaggio e ci dice, di fronte al Mullah di questo villaggio e alla gente di questo villaggio che noi siamo i benvenuti e che lancerà una Fatwa contro chiunque ci tocchi.” Che esagerati! Le donne riferiscono la richiesta al loro Mullha. E quello dice: “Andate al diavolo!” E allora le donne ricominciano a rompergli i santissimi. “Mullah, Mullah, ma sai che mi tocca andà a piedi fin là… Ma cosa c’hai contro quelli là? Mullah Mullah! Che prima morivo di fame, Mullah… Mullah, Mullah, me fan male i pe! Disgrazià!” E alla fine i Mullah hanno ceduto. Crollo psichico depressivo.

E dopo anni che la banca funzionava ed era stata clonata in decine di altri paesi e prestava denaro a decine di milioni di donne, la Banca Mondiale decise di farle un prestito enorme. E allora quelli della Grameen Bank decidono di lanciare la proposta di un mutuo di 500 dollari (che là sono una cifra vertiginosa) per la costruzione di una casa. Arrivano domande a migliaia. Ma c’è una condizione: per avere il mutuo la donna deve possedere il terreno dove sarebbe sorta la casa. E questo era semplicemente impossibile. Nessuna donna poteva possedere la terra, era un tabù preislamico. Allora tutti dicono a Yunus: “Adesso che hai avuto i soldi della Banca Mondiale non li presti più senza garanzie… Allora facevi solo finta! Traditore.” E loro invece giù duri: “Se la terra è tua ti diamo i soldi. Sennò continua a morire con i tuoi figli in baracche fatiscenti.” Sticavoli! Ma passano 6 mesi e 500 mila donne scassano talmente i santissimi a mariti, padri, vicini di casa, amanti, che alla fine hanno la loro terra e ci hanno costruito sopra una casa. Quanto c’avrebbero impiegato con il sistema delle proteste, dei cortei, degli scontri di piazza, delle petizioni? Yunus ha creato le condizioni. Ha cambiato direttamente la realtà quotidiana, senza chiedere leggi nuove a nessuno.

Ma continuavano a criticarlo. Soprattutto perché prestava denaro solo alle donne che potevano lavorare. Vecchie e invalide erano escluse. Poi un bel giorno Yunus rifà per la terza volta tutti i conti e dice: “Ce la possiamo fare.” E creano una compagnia di telefonia cellulare di proprietà della Banca dei Poveri. Danno così lavoro a 36 mila donne vecchieinvalide che diventano un posto telefonico pubblico, con un cellulare e un pannello solare per ricaricarlo. Vendono telefonate a basso prezzo, riuscendo così anche a portare il telefono nei villaggi più sperduti. Un salto di qualità enorme, perché se sei il più povero, poter fare una telefonata invece di camminare per 20 chilometri fa la differenza. Se cammini non lavori e se non lavori non mangi e il giorno dopo sei talmente stanco e affamato che non riesci a lavorare.

Nel suo ultimo libro, “Un mondo senza povertà” (Feltrinelli) Yunus spiega la nuova fase nella quale sono entrati e promette, semplicemente, la fine della povertà.
Yunus è quello che oggi può dire di aver inventato un metodo che ha tirato fuori dalla miseria 100 milioni di donne in tutto il mondo grazie a piccoli prestiti finalizzati all’auto impresa e a una faccia sorridente. Non c’è nessuno che sia riuscito a realizzare niente di simile.
Ora, nel suo nuovo libro, Yunus ci spalanca una nuova prospettiva (vera) di lotta alla povertà.
Come suo solito lo fa andando controcorrente e mettendo in pratica strategie che scandalizzano la buona parte del mondo del Movimento solidale, almeno di quello italiano.
Nel 2006 è nata una società tra la banca dei poveri di Yunus (Grameen Bank) e la multinazionale Danone leader mondiale nel settore alimentare (in Usa si chiama Dannon).
Quel che ha fatto Yunus è qualche cosa di veramente geniale.
Parte da un problema concreto: i bambini del Bangladesh si ammalano e muoiono perché dopo l’allattamento mangiano solo riso. Serve un alimento ricco di vitamine e proteine adatto allo svezzamento. Studiano il problema e scoprono che la cosa migliore sarebbe uno yogurt arricchito.
Domanda:
Come facciamo a far sì che milioni di bambini possano mangiare questo yogurt nei prossimi decenni?

Soluzioni:

1) Facciamo una raccolta di fondi e regaliamo
 yogurt? No, perché servirebbe una quantità di denaro impensabile, ogni anno, per sempre.

2) Creiamo una società, un’impresa capitalista, di nuovo tipo. I finanziatori (la Danone) mettono i soldi ma rinunciano a guadagnarci. Potranno soltanto riavere i loro soldi rivalutati rispetto all’inflazione dopo 10 anni. Ma attenzione, lo scopo della società è fare utili per potersi sviluppare. L’obiettivo di questa Spa non è quella di guadagnare il più possibile, non è quello di regalare, vuole essere un’impresa sana, con i conti in attivo, il suo obiettivo è vendere yogurt per lo svezzamento al prezzo più basso possibile, senza perderci.

La soluzione del problema nasce da una concezione diversa della logistica.
Innanzi tutto tagliano un costo principale che è quello di conservare e trasportare al freddo lo yogurt. Invece di costruire una grande fabbrica ne costruiscono tante piccole che servono una zona limitata dove il prodotto viene realizzato e consumato in giornata. Questo semplice accorgimento permette di tagliare enormemente i costi offrendo al contempo un prodotto migliore.
Semplice e geniale. E funziona.

E attenzione: l’azienda finanziatrice rinuncia alla rendita finanziaria dell’investimento ma non ci rimette in quanto il denaro verrà rivalutato.
Ma l’azienda ottiene un guadagno collaterale enorme in termini di pubblicità. In questo articolo sto parlando bene della Danone e sto cercando di convincerti che sono capitalisti di tipo nuovo che hanno dato vita a una delle più grandi rivoluzioni di questo secolo. E questo lo faccio per convinzione senza che la Danone mi abbia dato un solo euro.
E la Danone ottiene anche un clamoroso successo verso i suoi dipendenti che possono avere la soddisfazione di vedere che il frutto del loro lavoro non finisce solo in donne e champagne per gli azionisti ma viene utilizzato per salvare la vita di migliaia di bambini. E si sa che i dipendenti motivati lavorano meglio e hanno meno voglia di sabotare l’azienda per dispetto. E anche questi sono soldi!
Ecco che Yunus e la Danone hanno inventato un nuovo modello di impresa capitalista che riesce a dare utili notevolissimi a costi irrisori. Quel che ci rimette la Danone sono i soldi che potrebbe guadagnare investendo il capitale immobilizzato. Ma il capitale continua a essere suo.
Quando le aziende spendono denaro in pubblicità non lo vedono più. In questo caso la Danone si paga la pubblicità rinunciando a utili (ipotetici).
Ma c’è un altro elemento interessante dal punto di vista economico che Yunus ci fa capire.
Sono i dirigenti della Danone che contattano Yunus. Sono loro a dirgli: abbiamo un sacco di soldi, vorremmo combinare qualche cosa di buono, avrebbe mica un’idea nella quale potremmo spendere una vagonata di milioni di euro?
La Danone è l’azienda che ha gestito in modo più geniale la propria attività umanitaria ma non è la sola. Yunus scopre che le grandi multinazionali potenzialmente possono essere interessate a investire in buone azioni.

Bill Gates ha scelto di donare 25 miliardi di dollari (che una volta erano circa 50 mila miliardi di lire) e molti altri lo hanno imitato con cifre superiori al miliardo di euro (duemila miliardi di lire).
Ora ammetterete che donazioni di questo calibro ci costringono a rivedere l’immagine del capitalista pronto a sterminare i bambini per un dollaro in più.
Esiste pure quello e prima o poi finirà in galera. I petrolieri e i venditori di armi hanno fatto l’impossibile per ottenere una bella guerra in Iraq, con un numero di morti civili che viene valutato dai 350 mila al milione.
Ma esiste anche un capitalismo che ha identificato la solidarietà come un lusso irrinunciabile. Preferiscono cercare di vivere in un mondo migliore piuttosto che comprarsi altre 100 Ferrari, altre 10 barche a vela e altri 10 aerei da gran turismo.

Chi l’avrebbe detto che la ricchezza estrema avrebbe generato qualche cosa di buono?
E vorrei anche osservare che Yunus ha organizzato questa Spa umanitaria dedita allo sviluppo ma non alla massificazione dei profitti, in modo molto particolare.
Ad esempio, i manager del progetto sono dirigenti Danone, pagati a suon di milioni di dollari.
Yunus non ha chiesto che venisse ridotto il loro stipendio. E questo va contro una delle leggi della morale solidaristica. Sono anni che attacchiamo i funzionari Onu che si occupano di fame del mondo con stipendi da favola.
Ma a Yunus non interessa. Ha bisogno dei migliori del mondo per progettare le linee di ricerca, produzione e distribuzione di uno yogurt che oggi esiste e costa pochissimo.
E reputa conveniente pagare i migliori tecnici ai prezzi di mercato.

Attenzione, Yunus non dice che questo sia l’unico sistema giusto.
Lui dice: va benissimo l’organizzazione che aiuta elargendo aiuti senza chiedere niente e si regge sulle donazioni, come Emergency; va benissimo l’organizzazione commerciale solidale come la banca dei poveri o il commercio equo, che sono un’impresa, devono avere i conti in attivo ma utilizzano anche volontari non pagati e danno stipendi con un “tetto morale” medio basso; va bene anche la società per azioni che si limita a devolvere in imprese umanitarie una quota degli utili; tutto questo va bene ma ci serve anche qualche cosa d’altro.
La povertà è legata soprattutto alla mancanza di opportunità per i poveri. La banca dei poveri, le reti cellulari per collegare i paesi più sperduti alle linee telefoniche e a internet, la creazione di scuole di impresa studiate per i micro imprenditori individuali, vanno in questo senso: offrono accesso a possibilità.
Ma per affrontare i problemi della povertà ci serve anche che arrivino sul mercato in quantità massiccia prodotti a basso costo e alta qualità. Prodotti studiati apposta per i più poveri, fatti su misura per le loro esigenze: dallo yogurt arricchito alla tanica a forma di ruota con un buco al centro, che rotola e diminuisce del 70% la fatica di trasportare acqua, le pompe solari e il computer a basso costo. Ideare e progettare questi nuovi prodotti è difficilissimo proprio perché sono rivolti a clienti molto particolari. Questi nuovi prodotti richiedono investimenti colossali e tempi lunghi di ritorno che le imprese del no-profit classico non possono affrontare.
Inoltre non è pensabile inventare da zero una struttura industriale capace di creare decine di prodotti diversi, è molto più semplice, ed economico, associarsi con aziende che hanno uomini, mezzi e conoscenze (anche se i loro manager sono super pagati).
Ecco da dove nasce l’idea della joint venture tra imprese solidali e multinazionali per la creazione di questo business sociale (come lo battezza Yunus).

Ma la genialità di questo approccio sta anche in un altro aspetto. I micro laboratori che producono yogurt sono imitabili proprio perché sono studiati per fare utili. Questo ha portato molti piccoli imprenditori a copiare la formula della distribuzione senza refrigeratori e a creare aziende che fanno concorrenza alla banca dei poveri. E questo ha permesso di raggiungere livelli di produzione e di diffusione molto superiori alle capacità del trust Danone-micro credito mobilitando forze molto superiori che hanno aiutato a vincere questa battaglia e a ridurre in modo enorme la mortalità infantile. Le ultime notizie che ci giungono dalla banca dei poveri parlano di centinaia di migliaia di impianti fotovoltaici e a biogas (gas per cucinare dalla cacca: una trincea, un sacco di plastica lungo 50 metri per 1 metro di larghezza e uno di profondità, qualche bottiglia di plastica, qualche tubo, colla, costo 146 dollari, dà gas per 6 famiglie con 50 litri di letame e acqua al giorno evitando ore di lavoro per tagliare alberi e la desertificazione). Ci sono pescatori collegati a internet che hanno finalmente previsioni del tempo e indicazioni su dove sono i pesci, via satellite. E allevatori mongoli che essendo disperati per una moria di cavalli si rivolgono a una specie di Emergency dei veterinari. Ma nessuno trova una cura. Allora diffondono un appello che raggiunge i villaggi più sperduti del mondo. Risponde una tribù sperduta di nativi americani del Canada che hanno affrontato lo stesso tipo di epidemia vent’anni prima: basta aggiungere magnesio alla dieta dei cavalli. E i cavalli mongoli iniziano a guarire. Io credo che questa esperienza sia piena di insegnamenti per chi si sta impegnando per un’Italia migliore. E molti in Italia l’hanno capito e lo stanno facendo con risultati enormi.

Questo nuovo modo di concepire l’azione politica ci dice molto dal punto di vista delle azioni strategiche e dell’atteggiamento che rifugge lo scontro e le questioni di principio per trovare l’efficienza. Militanti politici di nuovo tipo che hanno sostituito l’aggressività con il sorriso, le urla con l’azione quotidiana. Il mondo si cambia così: dando qualche possibilità a una donna per volta.

Nel mio prossimo articolo ti racconterò un’altra storia incredibile di grandi risultati ottenuti con la strategia dei piccoli passi e della spinta gentile. Risultati che con la forza e la rabbia non si ottengono mai. Se non sorridi non ci riesci.

di Aristofane

Rimane poco da aggiungere, dopo aver ascoltato le parole di Roberto Saviano. I commenti rischiano di essere banali e superflui, inutili orpelli di discorsi profondi, toccanti e appassionati quali sono sempre quelli dello scrittore napoletano. Ho visto diverse volte Saviano in televisione, ospite di vari programmi, mentre racconta le sue esperienze e spiega cosa vuol dire mafia, cos’è la criminalità e cosa accade quando il mondo degli affari va ad intersecarsi con quello del malaffare. Vederlo dal vivo, ieri a Trento (Auditorium Santa Chiara, ore 18), la mia città, è stata un’esperienza particolare. E’ stato come se un pezzo di una realtà che so esistente, ma che mi è sempre sembrata lontana, si fosse calato nella mia quotidianità, vedendo gli stessi posti che io vedo ogni giorno, parlando alle persone che posso incontrare per strada, riferendosi a fatti di vita che abbiamo ogni giorno a portata di mano. E’ stata questa una delle cose che mi ha emozionato.

La grande capacità dell’autore di Gomorra, a mio avviso, è quella di ricondurre storie, eventi e meccanismi che ci sembrano distanti e remoti, propri solo di paesi sperduti nel più profondo sud o di metropoli come Napoli o Palermo, alla vita di tutti i giorni. Con esempi e racconti che ci portano a capire come tutto quello che abbiamo intorno sia frutto, spesso, di forme patologiche di mercato o di un’economia drogata da capitali di provenienza criminale. Saviano è capace di farci toccare con mano, di farci sentire vicini i temi di cui parla, che ad un primo nostro sguardo sembrano astratti, a volte quasi incredibili.

Ed è questo che tanto spaventa chi lo minaccia. Un uomo che fa capire alla gente comune come parlare di questi temi, affrontarli e discuterne ogni giorno, senza nascondere la testa sotto la sabbia, sia fondamentale è un uomo pericoloso per un potere che è alla luce del sole ma contemporaneamente vuole restare nascosto, che trae giovamento delle parole di chi nega la sua esistenza e delegittima chi ne parla, dipingendolo come denigratore della patria. Saviano mostra come capire non sia semplice, ma indispensabile; come essere informati, avere le giuste informazioni sia fondamentale per compiere le scelte giuste. “La vera omertà, oggi, è quella di chi non vuole conoscere”. Chi non vuole sentire, chi si gira dall’altra parte compie un atto di omertà, nascondendo a sè stesso la verità. Con le sue parole, lo scrittore napoletano vuole liberare le persone da questa omertà, soluzione molto più semplice da scegliere rispetto alla conoscenza, vuole rompere un muro e far conoscere un mondo, una realtà terribili.

Ed è per questo che è così odiato. “Chi mi minaccia non ha paura di me, di quello che scrivo. Ha paura, autentica paura, di chi legge”. Questa frase mi è rimasta impressa, forse più di qualsiasi altra. Chi legge capisce. E chi capisce non è più un burattino nelle mani di chi sa le cose che gli altri non conoscono. Una persona informata ha i mezzi per vedere davvero quello che le accade intorno, per muoversi nella multiforme e complicatissima realtà che ha intorno. Chi conosce può decidere per il meglio, in ogni momento, e si pone delle domande. Quando va a fare la spesa come quando deve comprare una casa.

E’ questa la forza della parola. La parola, pronunciata o scritta, che lotta, che combatte con noi. Un libro, un oggetto inanimato che può fare molta più paura di una pistola. La parola che poi porta ai fatti, rendendoci forse un po’ più liberi e consapevoli. Il valore di una parola, che non sta nelle lettere di cui è formata, ma nel significato che rappresenta.

E’ stato questo, a mio parere, il vero messaggio che Roberto Saviano ha voluto comunicare ieri. Ha spiegato molte cose interessanti sul funzionamento di certi meccanismi interni alle organizzazioni criminali. Ha raccontato storie, mostrando la potenza incredibile della mafia e la sua capacità di radicarsi dovunque e in chiunque, soprattutto in tempi di crisi. Ma il vero intento del suo incontro è stato mostrarci come le parole siano importanti e veicolino la conoscenza. Come tutto sia collegato, e come noi stessi, in prima persona, possiamo fare i collegamenti necessari, se conosciamo, se sappiamo. L’importanza della conoscenza, il valore del sapere, che ci permette di scegliere, di capire e di decidere. Ci premette di essere liberi e di cambiare, una volta per tutte, questo Paese, liberandolo dalle sue contraddizioni, dalle sue paure, dandogli un po’ di coraggio. O, almeno, ci consente di provarci.

“La grande speranza è che parlare in questo momento a tutti faccia sì che ci si unisca trasversalmente su un tema fondamentale: far funzionare le cose, la legalità, intesa come regole, non che ci limitano, ma che ci permettono di essere molto più liberi. Legalità che ha davvero il sapore rivoluzionario.” (Roberto Saviano, ieri, a Trento)

(Appena sarà disponibile, verrà postato l’intero intervento di Saviano al Festival dell’Economia. Intanto cliccando qui trovate le parti disponibili su Youtube)

In attesa di conoscere nei dettagli la manovra da 24 miliardi del governo, pubblichiamo un articolo che dimostra come fosse possibile trovare altre strade per recuperare i soldi necessari, invece che colpire, ancora una volta, i dipendenti pubblici e chi le tasse le ha sempre pagate.

RITASSARE QUELLI DELLO SCUDO FISCALE

di Peter Gomez

Adesso che il peggio è finalmente arrivato tutto torna a essere una questione di soldi. Tanti soldi. Per arginare un po’ la crisi e mettere una pezza ai conti dello Stato servono almeno 24 miliardi di euro. Il governo, per bocca del sottosegretario Gianni Letta, promette tagli e sacrifici per tutti. Pagheranno gli insegnanti e i genitori. Pagheranno i dipendenti pubblici. Alcuni stipendi saranno persino ridotti del 5 o del 10 per cento, mentre molti tra quelli che contavano di andare in pensione nei prossimi mesi non lo potranno fare. E così, anche se il premier Silvio Berlusconi assicura che non ci sarà “macelleria sociale”, sul tavolo restano i dati che crudamente indicano l’esatto contrario. Il sogno è finito. Il futuro degli italiani d’ora in poi è fatto solo di lacrime e sangue. Anche perchè il buco da ripianare, secondo molti osservatori, potrebbe presto ingrossarsi per toccare la cifra record di 50 miliardi di euro. Esiste un’alternativa a questo massacro? Si può evitare di andare a colpire ancora una volta quelli che il loro dovere col fisco lo hanno sempre fatto? Sì, si può. L’alternativa esiste. Ed è il contributo di solidarietà. Un contributo da richiedere ai più ricchi (e spesso più furbi) che nel giro di poche settimane permetterebbe all’erario di raccogliere 15 miliardi, senza modificare significativamente il tenore di vita di chi si ritroverà a pagare.

I conti sono presto fatti. L’ultimo scudo fiscale ha permesso a migliaia di evasori di regolarizzare anonimamente le loro posizioni versando allo Stato il 5 per cento dei patrimoni nascosti all’estero (100 miliardi). Così nel 2009 in cassa sono entrati circa 5 miliardi di euro. Visto che le cose vanno male e che tutti, dice Gianni Letta, sono chiamati a fare sacrifici perché, dunque, non rivolgersi a chi ha scudato i propri capitali chiedendo loro di versare un altro cinque per cento? Conosciamo le obiezioni. Ma come? La legge lo impedisce: lo Stato si è impegnato in un condono tombale, come può dopo soli pochi mesi rimangiarsi la parola? Semplice, lo fa. Esattamente come lo farà con gli insegnanti, i dipendenti pubblici, gli enti locali e tutti coloro i quali fino a ieri pensavano di aver maturato dei diritti che invece oggi, per far fronte alla crisi, verranno loro negati. Benché segreti glielenchi nominativi degli evasori infatti esistono. Per ricostruirli, spiega al Fatto Quotidiano una fonte qualificata di Banca d’Italia, basta rivolgersi agli istituti di credito utilizzati per scudare i patrimoni. In questo modo il contributo di solidarietà porterà a recuperare 5 miliardi.

E gli altri 10? Anche qui la soluzione (se solo la si volesse adottare) c’è. E si chiama contributo di solidarietà sui grandi patrimoni familiari. A lanciare l’idea (con nessuna fortuna) era stato più di un anno fa, Giulio Santagata, l’ex ministro per l’Attuazione del programma del governo Prodi. Adesso però quella proposta va riesaminata con attenzione, visto che questa sorta di tassa patrimoniale una tantum non vuol dire prelevare denaro dalle tasche di tutti i cittadini, o colpire i semplici proprietari di un appartamento o di un pezzo di terra. Ma solo chiedere, come già accade in altri Paesi, a chi è più ricco di dare una piccola mano a chi sta peggio.
Vediamo come: in Italia la ricchezza delle famiglie ammonta, secondo Banca d’Italia, a 8000 miliardi di euro. Il 10 per cento di esse ha però in mano il 50 per cento del tesoro (oltre 4000 miliardi). È lì che bisogna andare a trovare i soldi. Ovviamente non dovranno essere tassati i beni produttivi, non si pagheranno cioè imposte sulla proprietà delle imprese. A essere tassato sarà invece il resto. E, visto che solo l’8 per cento di quei 4000 miliardi è ricollegabile all’attività d’impresa, la base imponibile (cioè il pezzo di tesoro sul quale il fisco può intervenire) toccherebbe i 3500 miliardi. Non tutti i proprietari comunque dovrebbero mettere mano al portafogli. L’idea è che il prelievo scatti solo a carico di chi possiede immobili, terreni, liquidi e titoli per più di 5 milioni di euro.

Fatti due conti si scopre così che basterebbe un intervento del 3 per mille per farincamerare allo Stato 10 miliardi. Sarebbe impopolare un contributo di solidarietà del genere? No, perché riguarderebbe solo un parte minima della popolazione. Che, oltretutto, non verrebbe particolarmente vessata. Il 3 per mille di 5 milioni (pari a quattro grandi appartamenti nel centro di Milano o Roma) equivale infatti a 15 mila euro. Per questo alleopposizioni spetta ora il compito di spiegare che un’alternativa alla macelleria sociale esiste. Mentre il centro-destra dovrebbe cominciare a riflettere su un punto: la sua base elettorale è ormai vastissima. Non comprende solo i super-ricchi e gli evasori. La stragrande maggioranza dei supporter del Cavaliere (e della Lega) è formata da persone comuni, con redditi e stili di vita normali. Tutta gente che adesso si sta risvegliando dal sogno. Per ritrovarsi in un incubo in cui, prima o poi, finirà per trascinare anche il governo.

(da Il Fatto Quotidiano del 26 maggio 2010)

(Vai alla pagina di riassunto di tutti i “Collage”)


di Aristofane

Giorni curiosi e difficili, quelli che stiamo passando. Gli stimoli e gli argomenti su cui srivere sono moltissimi, ma purtroppo non possono essere tutti seguiti. Dimissioni di Scajola, novità sul caso Bertolaso, i problemi di Bondi, il nuovo film di Sabina Guzzanti, gli ennesimi attacchi frontali di Berlusconi alla libertà di stampa e di satira.

Ma il tema che tiene banco sulle prime pagine dei giornali è, ovviamente, quello della crisi greca e del salvataggio dell’UE. Credo sia essenziale tentare di capire, a grandi linee, cosa è accaduto in quella che fu la terra di Omero.

Per prima cosa, è necessario dire che tutti i Paesi, oggi, ricorrono al debito pubblico per fare fronte alle enormi spese che è necessario sostenere. Il debito pubblico non è altro che il debito che lo Stato ha nei confronti di chi ha sottoscritto i titoli del debito pubblico. In pratica, lo Stato chiede dei prestiti ai suoi cittadini ed a quelli di altri Paesi, oltre che alle banche. Ogni anno, il debito accumula degli interessi, che è necessario pagare a chi ha sottoscritto i titoli, in modo che quest’ultimo continui ad effettuare il prestito anche negli anni successivi. Se lo Stato non dovesse più restituire gli interessi, apparirebbe come un cattivo debitore, ed avrebbe serie difficoltà a far sottoscrivere i suoi titoli del debito pubblico.

In un periodo di crisi economica come quello che stiamo attraversando, gli Stati con un’economia più debole faticano ancora più del solito a tenere in ordine i conti pubblici e a rispettare i parametri rigorosi che l’UE impone per chi vuole rimanere nell’area euro. Inoltre, la spesa sociale aumenta (in quanto è necessario fare fronte alla crisi), e la speculazione e la volontà degli USA di tenere debole l’euro fanno il resto, precipitando il Paese nella crisi e portandolo al fallimento.

Tutto questo è quanto è accaduto alla Grecia, che quindi si è ritrovata a non avere più fondi per garantire i servizi basilari ed il pagamento degli stipendi. Senza un prestito dell’UE e del FMI (Fonfo Monetario Internazionale), la situazione sarebbe stata ancora peggiore di quanto non sia già ora.

E in futuro? Quali saranno i prossimi paesi che falliranno come è accaduto ad Atene? L’Italia è tra questi? Accadranno anche da noi gli incidenti capitati in Grecia, con manifestazioni e lanci di molotov, morti e feriti? Scoppierà una guerra civile?Probabilmente è troppo complesso fare ipotesi adesso, ma quello che è certo è che la politica italiana sembra disinteressata a quanto accade. Lo dimostra il fatto che il 5 maggio, quando Giulio Tremonti era a Montecitorio per un intervento sulla situazione in Grecia e sulla reazione dell’Italia e dell’Europa, l’aula era semivuota. Erano presenti 5 deputati della destra e 48 dell’opposizione. Questo ci permette di capire quali siano le priorità per i nostri politici, che sono sempre molto presenti e compatti quando si tratta di votare indulti, leggi vergogna o criminogene. Sarebbe ora che si interessassero dei cittadini e facessero il loro dovere, invece che preoccuparsi del loro tornaconto.