Archivio per maggio, 2012

Vi proponiamo oggi una riflessione sulle regole, il loro rispetto. È un punto di vista, e per fortuna non l’unico, sulle ultime vicende che etichettiamo come causate unicamente dalla crisi: contribuenti che minacciano impiegati di Equitalia, o che si tolgono la vita per debiti. La crisi.

Si esce dalla crisi con rigore e regole, cercando di riportare tutti coloro che sono fuori della legalità nel campo del rispetto delle leggi: questo vale per tutti e purtroppo sono spesso i più deboli a pagare il prezzo maggiore. Succede però che molti siano causa del loro danno: spesso le cartelle esattoriali più pesanti sono gravate dal calcolo delle more su tasse e multe non pagate.

Buona lettura, questo è un articolo di Stefano Menchini, direttore di Europa.

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IL PAESE CHE NON VUOLE CAMBIARE

Umana pietà e dolore per le persone che decidono di non farcela più, che si uccidono – poche o tante non conta – strangolate dalla crisi.
Solidarietà e comprensione ai contribuenti che sbiancano davanti a cartelle esattoriali che li mettono di fronte ai loro debiti, moltiplicati e improvvisamente drammatici. Sono stato uno di loro, per il vizietto di non pagare le multe stradali.
Diciamo però la verità sul dilagante fenomeno di ripulsa, di rivolta, di rabbia contro Equitalia, Agenzia delle entrate e chiunque si faccia emblema di un rigore fiscale finora sconosciuto.
Può darsi che Monti e Befera possano trovare formule di diluizione del carico, ma il paese che si ribella contro di loro in ogni modo, compresa la violenza, è sostanzialmente un paese che si rifiuta di entrare in un sistema di regole e di legalità.
Per decenni la politica s’è data da fare per garantire protezione ai singoli e alle categorie. La flessibilità fiscale era parte del patto non scritto della Prima repubblica ed è diventata emblema della Seconda, marcata da condoni e berlusconismi. Tanto, benevolenza, maglie larghe, e mancati controlli (da cui il mio vizio, premiato, di non pagare le multe) finivano a carico della collettività, come indebitamento e come pressione fiscale esagerata: una denuncia che è diventata tormentone dei riformisti.
Ora, dopo appena sei mesi di inversione di marcia, rigore e legalità appaiono insopportabili, insostenibili a causa della crisi. Partiti e teorici del laissez faire ripropongono lesti l’ideologia dello stato esattore oppressore. Piccoli, medi e grandi, tutti scoprono l’ingiustizia di dover rispettare (con la mora, purtroppo) regole mai rispettate.
Dietro il velo doloroso dei suicidi si costruisce la rivincita dell’Italia dei furbi, travestita perfino da antagonismo sociale. E si chiude la finestra, anzi lo spiraglio, che miracolosamente si stava aprendo verso un paese civile e normale.

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Le urne sono chiuse da ore, l’affluenza è in calo del 7% circa, si attesta intorno al 67% rispetto al 73,75% delle ultime elezioni. E’ un dato grave, su cui tutta la politica dovrebbe riflettere. Ma dubito che lo farà.

Queste elezioni sono il francobollo sulla lettera di licenziamento che i cittadini inviano alla classe dirigente attuale. Il PdL ne esce distrutto, il PD ottiene percentuali basse e vince solamente grazie alla pochezza degli avversari, il terzo polo non è pervenuto. Un vero disastro per i partiti tradizionali, travolti dalla loro pochezza e incapacità.

Un manipolo di ragazzi, senza esperienza politiche alle spalle, senza partiti a sponsorizzarli e privi delle vagonate di soldi che foraggiano le campagne elettorali dei soliti noti, hanno ottenuto percentuali incredibili. In alcune città, come Parma, addirittura si apprestano ad andare al ballottaggio e a giocarsi la carica di sindaco. Il Movimento 5 Stelle è il grande vincitore di questa tornata elettorale.

Sarebbe riduttivo affermare che i voti ricevuti sono di protesta. Sicuramente una parte di questi rappresenta un voto anti-casta, ma i candidati del Movimento hanno ottenuto consenso perchè rappresentano una novità e promettono di spezzare la morsa dei partiti sulla società. Di provarci almeno. Inoltre, si presentano con programmi chiari, ricchi di contenuti (al contrario di chi sostiene la balla dell’antipolitica distruttiva), e non accettano compromessi. Insomma, una rara avis nel panorama politico odierno.

Personalmente, sono contento. Spero che qualche candidato del Movimento 5 Stelle diventi sindaco, perchè è il momento di vagliare le capacità di governo di questi ragazzi. Anche se molti siedono già in consigli regionali e comunali, un posto di maggior peso permetterebbe loro di confrontarsi con responsabilità maggiori. In vista, chi lo sa, del grande salto alle politiche del 2013. In bocca al lupo. Spero che riescano a svolgere bene i loro compiti. In caso contrario, dovremmo digerire l’ennesima delusione.

(L’articolo non cita i dati dei risultati elettorali in quanto lo spoglio è ancora in corso e le percentuali dei candidati continuano a mutare)

La felicità, la pizza e l’android

Pubblicato: 05/05/2012 da Martino Ferrari in Collage, Montelfo, Pensieri, Società
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Leggo, copio e incollo questo bell’articolo di Metilparaben

Poi scendi un minuto per prenderti qualcosa da mettere sotto i denti e incontri un papà con il figlio sui dodici anni, felice come una pasqua per quel fazzoletto di pizza con la mozzarella che gli stanno scaldando, che chiede alla ragazza dietro al banco di non piegarlo in due precisando che così se lo gusta di più.
E si capisce che non nuotano nell’oro perché hanno i vestiti logori e le scarpe consumate, ma anche perché il ragazzo non sta nella pelle ed è chiaro che quella merenda è un’eccezione assoluta; si gira, guarda il padre, sorride, dice grazie e allora il padre arrossisce come un bambino, risponde sottovoce una cosa tipo te l’avevo promesso e si vede che è felice pure lui per essere stato di parola.
E succede che proprio in quel momento ti vibra il cellulare, tiri fuori l’android tutto colorato che ti sembrava una meraviglia fino a tre minuti prima e mentre leggi il messaggio che ti hanno mandato sollevi la testa per guardare il ragazzo che sta addentando la pizza e ti godi lo spettacolo di una felicità così abbacinante che ti viene da fare tre passi indietro per non prenderla tutta insieme.
Abbassi lo sguardo, finisci di leggere il messaggio e ti accorgi che al cospetto di quel ragazzo e del suo fazzoletto di pizza con la mozzarella l’android tutto colorato è tornato ad essere un pezzo di plastica.
Sono cose che danno da pensare.

Vi vorrei oggi proporre un articolo di Massimo Fini, trovato sul sito ariannaeditrice.it, dove si parla di uguaglianza, dignità dello studio ed educazione. Salvaguardare i ragazzi dai voti inferiori al 4 per non provocare loro frustrazioni? L’educazione passa anche attraverso a questo, ma soprattutto attraverso la meritocrazia, che in un contesto più ampio comprende anche l’onestà di aiutare un ragazzo o una ragazza a scegliere davvero bene la propria scuola, il proprio futuro basato su una corretta preparazione. Spesso io stesso penso di aver sbagliato scuola al termine della terza media: ho frequentato il liceo scientifico, ma mi capita di pensare di essere invece una mente da classico. Ora sono a chimica, ma è una facoltà che ho scelto, e sono ben intenzionato a finire. L’importante è scegliere, impegnarsi, e a volte sacrificare una parte di orgoglio e rinunciare ad un po’ di cose. Ho parlato troppo, forse a vuoto. Buona lettura!

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LA VERA UGUAGLIANZA NON È IL 4 “GARANTITO” DEL LICEO BERCHET

Innocente Pessina, preside del liceo classico Berchet, storico istituto milanese, ha proposto di non dare voti inferiori al 4. «Perché i 2 e i 3 sono troppo umilianti e creano frustrazione nei ragazzi. Io credo nell’educare senza punire». Ho fatto il Berchet, in anni ormai lontani, e in greco non ho preso mai più di 3, molto spesso uno e una volta anche un apparentemente sadico uno meno. Non mi sono mai sentito umiliato o frustrato per questi voti. Sapevo benissimo che li meritavo. Non studiavo. L’errore era avvenuto proprio in fase di educazione scolastica, nel giudizio di terza media che recitava: «Ragazzo che potrebbe fare, ma distratto da un’incoercibile passione per i giochi». Non bisognerebbe mai dire queste cose ai ragazzini. Io mi cullavo nel giudizio parzialmente positivo (“ragazzo che potrebbe fare”) e col cavolo che mi mettevo alla prova, a studiare, col rischio di dimostrare, a me e agli altri, che non ero un mezzo genio un po’ indolente ma semplicemente uno zuccone. La sveglia suonò a 17 anni, quando morì mio padre e intuii, più che capire, che non potevo continuare a fare il cazzaro. All’università mi laureai a pieni voti. La scuola non deve solo insegnare italiano, latino, greco, matematica, scienze, inglese e tutto il resto ma deve preparare alla vita, che non è una via lastricata ma una serie di prove, con successi e, più spesso, insuccessi, che dipendo- no in larga misura da noi. Certo, esiste anche il Caso. “Penso ai giova- ni Mozart uccisi” scriveva Saint Exeupery riferendosi ai talenti finiti sotto una carrozza e che non hanno potuto esprimersi. Ma in linea di massima noi siamo ciò che abbiamo voluto essere. E il meccanismo dei premi e delle punizioni è essenziale per farci capire per tempo chi siamo. Non ho avuto mai simpatia per i giovani aspiranti artisti che odiano il mondo perché si sentono incompresi. Sono alluvionato da dattiloscritti o pdf di ragazzi che scrivono romanzi sulla loro vita e sono frustrati perché nessuno li pubblica. Io li prendo a frustate cercando di far capir loro che non è sufficiente aggirarsi attorno al proprio ombelico per credersi Proust, che c’è bisogno di una mediazione artistica, di uno sforzo. È, un modo, nel mio piccolo, per educarli. Alcuni hanno anche qualche talento. Ma il talento, da solo, non basta. Mi ha detto una volta Rudy Nurejef che ne aveva da vendere: «Il talento conta per il dieci per cento, il resto è costanza, fatica, lavoro».
La proposta del preside del Berchet è un’espressione dello «ZeitGeist», dello «spirito del tempo», che ha sancito il diritto a diritti impossibili: alla felicità, alla salute, all’uguaglianza. Esiste, in rari momenti della vita di un uomo, un rapido lampo, un attimo fuggente e sempre rimpianto che chiamiamo felicità, non il suo diritto. Esiste quando c’è, la salute, non un suo diritto. E lo stesso vale per le capacità o il talento.
Per tornare in ambito scolastico in Germania i voti molto severi nei licei servono a scoraggiare i ragazzi dall’intraprendere o dal continuare studi per i quali non si dimostrano portati e a indirizzarli a istituti tecnici di alto livello (le “Realschule” di un tempo) i quali sforneranno idraulici, falegnami, panettieri, estetisti, artigiani che mentre frequentano queste scuole non si sentono affatto frustrati né umiliati perché i loro studi, a differenza che in Italia, hanno pari dignità sociale con quelli dei licei. Ed è questa la vera uguaglianza. Non il 4 garantito che ricorda molto da vicino il 30 garantito dello sciagurato Sessantotto.

Un velo di polvere

Pubblicato: 03/05/2012 da Martino Ferrari in Aristofane, Pensieri, Società

Accade, certe volte, che penso di essere troppo pessimista. In fondo non è tutto nero, la speranza c’è, le possibilità che le cose migliorino, pure. E lo so che è così. Lo so. O almeno ci credo.

Ma poi sento del signore che ha preso in ostaggio alcune persone oggi, in una sede dell’Agenzia delle Entrate di Romano di Lombardia. Che urlava di essere in difficoltà economiche e di volersi togliere la vita. Che voleva parlare con la stampa. Per fortuna è andata a finire bene.

Ma a che livello di disperazione bisogna arrivare per compiere un gesto così? Probabilmente non si riesce più a scorgere nulla di buono nella propria vita, ci si sente strangolati, terrorizzati, piegati. Non lo so, non credo si possa immaginare. Forse questi comportamenti sono gli unici che permettono a una popolazione stremata e disperata di farsi sentire. O forse sono io che sono troppo pessimista.

Non lo so. Ma so che, tra un paio di giorni, quel signore e la sua storia saranno dimenticati. La sua tragedia sarà coperta da un velo di polvere e tornerà nel buio.

Ancora una volta, visto l’immobilismo e il menefreghismo della politica, tocca a noi cittadini muoverci. E questa volta il bersaglio è costituito dai costi della politica. Non solo la politica nazionale, ma anche quella locale è sorda alle richieste dei cittadini che, costretti a grandi sacrifici, pretendono la riduzione delle spese per la politica.

Proprio per questo è nato il Comitato Referendario Trentino Alto-Adige (CoRe), che sta raccogliendo le firme per indire un referendum che abroghi la legge regionale 26 febbraio 1995, n°2, ovvero quella che istituisce l’indennità e la diaria dei consiglieri provinciali (che sono anche consiglieri regionali) del Trentino Alto-Adige,. Vediamo di spiegare meglio.

La busta paga di un consigliere provinciale è composta da varie voci: indennità (tra i 5500 e i 6000 euro netti), diaria (circa 3000-3200 euro non tassati, tra le più alte d’Italia, l’80% di quella dei parlamentari), indennità di missione, rimborsi spese, gettoni di presenza (tra 1500 e 5000 euro), locali e personale messi a disposizione dalla provincia, contributi dal consiglio provinciale e regionale (900 da uno e 900 dall’altro al mese). In più, ci sono i contributi differiti, una somma mensile che in parte va formare il vitalizio (pensione) e in parte confluisce nell’indennità di fine mandato (una specie di TFR). Insomma, i consiglieri ci costano uno sproposito. E sono pure tantissimi, in regione: 70, uno solo in meno del Lazio e più che in Puglia.

Il referendum consta di due quesiti: uno chiede di abolire l’indennità e la diaria; l’altro solo la diaria. E’ importante firmare per entrambi, nel caso uno dei due non venisse ammesso. Le firme necessarie sono 15 mila (tantissime), ma se tutti ci diamo da fare, possiamo farcela! Si può firmare fino all’inizio di giugno in tutti i comuni del Trentino e dell’Alto-Adige e nei fine settimana ai gazebo a Trento, nel pomeriggio.

Per tutte le informazioni, in ogni caso, visitate il sito Coretrentino.org,, dove troverete aggiornamenti sui gazebo anche in giro per la regione, iniziative, incontri, contatti. Diamoci da fare, firmare non ci costa nulla, mantenere a queste cifre i consiglieri invece ci costa moltissimo!

Alla luce di tutto quello che si sta dicendo e si è detto a proposito di Grillo, in seguito alla sua (pur infelice) uscita dell’altro giorno, trovo interessante postare l’articolo di Marco Travaglio tratto dal Fatto di oggi. Buona lettura!

IL BUE E IL GRILLO

Grillo non mi piace quando dice che bisogna uscire dall’euro, perché temo che tornando alla lira saremmo capaci di uscire non solo dall’Europa, ma anche dall’Africa. Grillo non mi piace quando dice che i programmi tv sono tutti uguali, perché Report non è uguale a Porta a Porta e perché Santoro, con Servizio Pubblico, ha fatto esattamente quel che lo stesso Grillo suggeriva da anni: uscire dal regime Raiset e mettersi in proprio,finanziato da editori puri (come il Fatto) e dal pubblico. Grillo non mi piace quando attacca Gian Carlo Caselli per gli arresti dei (pochi) violenti in Valsusa. Grillo non mi piace quando dice che, se pagassimo tutti le tasse, i partiti ruberebbero il doppio, perché milioni di lavoratori dipendenti e pensionati sono costretti a pagarle tutte, le tasse,anche per chi non le paga, e anche se poi i partiti si rubano tutto.

Invece Grillo mi piace per tutte le altre battaglie con cui si è imposto negli ultimi anni come soggetto politico fino a toccare il 7 per cento (forse sottostimato) nei sondaggi, candidando ragazzi puliti e impegnati che si stanno comportando benissimo in vari consigli comunali e regionali. Ma mi piace anche quando non rinuncia al gusto della battuta e del paradosso. Qualche anno fa, a proposito credo di Andreotti, disse che la politica s’era infiltrata nella mafia e l’aveva corrotta. Era una splendida battuta,che valeva più di tanti editoriali e di tanti saggi, anche perché nessuno si sognò di prenderla alla lettera.

L’altro giorno a Palermo, almeno a leggere i giornali ei commenti sdegnati (persino di Fiorello), l’ha detta grossa: “La mafia non uccide, lo Stato sì”. I parenti delle vittime di mafia, appositamente fuorviati dalla disinformazione, sono insorti, e giustamente. Se Grillo avesse davvero detto che la mafia non uccide,avrebbero avuto ragione da vendere. Ma, per fortuna,non l’ha mai detto. Ha azzardato un altro paradosso. Prima ha osservato che “un governo di transizione avrebbe dovuto fermare il debito pubblico e mettere un taglio alle pensioni d’oro, massimo 5 mila euro, e il resto investirlo per trattenere i nostri giovani ricercatori che fuggono all’e s t e ro ”. Poi ha aggiunto:“La mafia non ha mai strangolato il proprio cliente: gli prende il pizzo del 10%. Qui la mafia (intesa come il governo che porta molti imprenditori e lavoratori al suicidio, ndr) strangola le proprie vittime”. Il senso della provocazione era chiarissimo, e lo stesso Grillo l’ha precisato ieri sul blog per i duri di cervice: “La mafia ha tutto l’interesse a mantenere in vita le sue vittime. Le sfrutta, le umilia, le spreme, ma le uccide solo se è necessario per ribadire il suo dominio nel territorio. Senza vittime, senza pizzo e senza corruzione come farebbe infatti a prosperare? La finanza internazionale non si fa di questi problemi. Le sue vittime, gli Stati, possono deperire e morire. Gli imprenditori possono suicidarsi come in Grecia e in Italia. Spolpato uno Stato, si spostano nel successivo”.Eppure ai partitanti di destra, centro e sinistra non è parso vero di potergli dare, oltreché del demagogo,antipolitico, fascista, nazista, anche del mafioso. Manca soltanto piduista, ma ci arriveremo.

Ma dai,siamo seri: chi ha ospitato e rilanciato sul blog e in varie manifestazioni le battaglie delle Agende Rosse di Salvatore Borsellino? Chi, quando non ne parlava nessuno, ha denunciato le trattative Stato-mafia? Chi ha difeso i magistrati di frontiera? Grillo. Prima di dargli del mafioso, il Pdl pensi all’“eroe” Mangano e a tutti i mafiosi e amici dei mafiosi che B. ha portato in Parlamento fino alle più alte cariche. Bersani pensi al compagno Crisafulli, filmato da una telecamera nascosta mentre abbracciava affettuosamente il boss Bevilacqua, dunque senatore Pd, e al compagno Lombardo, inquisito per fatti di mafia dunque alleato del Pd. E il Terzo Polo pensi ai suoi Cuffaro e Romano. I classici buoi che danno del cornuto al Grillo.