Archivio per 01/05/2012

Alla luce di tutto quello che si sta dicendo e si è detto a proposito di Grillo, in seguito alla sua (pur infelice) uscita dell’altro giorno, trovo interessante postare l’articolo di Marco Travaglio tratto dal Fatto di oggi. Buona lettura!

IL BUE E IL GRILLO

Grillo non mi piace quando dice che bisogna uscire dall’euro, perché temo che tornando alla lira saremmo capaci di uscire non solo dall’Europa, ma anche dall’Africa. Grillo non mi piace quando dice che i programmi tv sono tutti uguali, perché Report non è uguale a Porta a Porta e perché Santoro, con Servizio Pubblico, ha fatto esattamente quel che lo stesso Grillo suggeriva da anni: uscire dal regime Raiset e mettersi in proprio,finanziato da editori puri (come il Fatto) e dal pubblico. Grillo non mi piace quando attacca Gian Carlo Caselli per gli arresti dei (pochi) violenti in Valsusa. Grillo non mi piace quando dice che, se pagassimo tutti le tasse, i partiti ruberebbero il doppio, perché milioni di lavoratori dipendenti e pensionati sono costretti a pagarle tutte, le tasse,anche per chi non le paga, e anche se poi i partiti si rubano tutto.

Invece Grillo mi piace per tutte le altre battaglie con cui si è imposto negli ultimi anni come soggetto politico fino a toccare il 7 per cento (forse sottostimato) nei sondaggi, candidando ragazzi puliti e impegnati che si stanno comportando benissimo in vari consigli comunali e regionali. Ma mi piace anche quando non rinuncia al gusto della battuta e del paradosso. Qualche anno fa, a proposito credo di Andreotti, disse che la politica s’era infiltrata nella mafia e l’aveva corrotta. Era una splendida battuta,che valeva più di tanti editoriali e di tanti saggi, anche perché nessuno si sognò di prenderla alla lettera.

L’altro giorno a Palermo, almeno a leggere i giornali ei commenti sdegnati (persino di Fiorello), l’ha detta grossa: “La mafia non uccide, lo Stato sì”. I parenti delle vittime di mafia, appositamente fuorviati dalla disinformazione, sono insorti, e giustamente. Se Grillo avesse davvero detto che la mafia non uccide,avrebbero avuto ragione da vendere. Ma, per fortuna,non l’ha mai detto. Ha azzardato un altro paradosso. Prima ha osservato che “un governo di transizione avrebbe dovuto fermare il debito pubblico e mettere un taglio alle pensioni d’oro, massimo 5 mila euro, e il resto investirlo per trattenere i nostri giovani ricercatori che fuggono all’e s t e ro ”. Poi ha aggiunto:“La mafia non ha mai strangolato il proprio cliente: gli prende il pizzo del 10%. Qui la mafia (intesa come il governo che porta molti imprenditori e lavoratori al suicidio, ndr) strangola le proprie vittime”. Il senso della provocazione era chiarissimo, e lo stesso Grillo l’ha precisato ieri sul blog per i duri di cervice: “La mafia ha tutto l’interesse a mantenere in vita le sue vittime. Le sfrutta, le umilia, le spreme, ma le uccide solo se è necessario per ribadire il suo dominio nel territorio. Senza vittime, senza pizzo e senza corruzione come farebbe infatti a prosperare? La finanza internazionale non si fa di questi problemi. Le sue vittime, gli Stati, possono deperire e morire. Gli imprenditori possono suicidarsi come in Grecia e in Italia. Spolpato uno Stato, si spostano nel successivo”.Eppure ai partitanti di destra, centro e sinistra non è parso vero di potergli dare, oltreché del demagogo,antipolitico, fascista, nazista, anche del mafioso. Manca soltanto piduista, ma ci arriveremo.

Ma dai,siamo seri: chi ha ospitato e rilanciato sul blog e in varie manifestazioni le battaglie delle Agende Rosse di Salvatore Borsellino? Chi, quando non ne parlava nessuno, ha denunciato le trattative Stato-mafia? Chi ha difeso i magistrati di frontiera? Grillo. Prima di dargli del mafioso, il Pdl pensi all’“eroe” Mangano e a tutti i mafiosi e amici dei mafiosi che B. ha portato in Parlamento fino alle più alte cariche. Bersani pensi al compagno Crisafulli, filmato da una telecamera nascosta mentre abbracciava affettuosamente il boss Bevilacqua, dunque senatore Pd, e al compagno Lombardo, inquisito per fatti di mafia dunque alleato del Pd. E il Terzo Polo pensi ai suoi Cuffaro e Romano. I classici buoi che danno del cornuto al Grillo.

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. La nostra Costituzione lo dichiara nel modo più semplice e solenne all’art.1: il lavoro rappresenta il fondamento del nostro paese. Sul lavoro si regge tutta la costruzione del nostro Stato, composto di tanti individui e tante famiglie, che per vivere o sopravvivere  ne hanno bisogno.

Si parla di spread, di debito pubblico, ci si preoccupa ed occupa sempre di conti, mercato e PIL. Ma il vero capitale di un paese è il lavoro. E’ quello che va sostenuto, tutelato, salvaguardato. Uno Stato che non lo valorizzi sufficientemente non è uno Stato. Ed occuparsene non significa dare sempre ragione ai sindacati, ma fare in modo che si lavori per vivere, non che si viva per lavorare. L’art. 36 della Costituzione afferma infatti che ogni lavoratore “ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sè e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa“.

A dispetto della carta costituzionale, gli stipendi italiani sono tra i più bassi d’Europa, e il lavoro non è un mezzo per realizzarsi, per inserirsi nella società e crearsi un futuro. In un numero crescente di casi, al contrario, lavorare significa essere privati di alcuni diritti, soffocati dall’ansia di crescita e di consumo. Ancora oggi, lavorare può significare morire: l’anno scorso i morti sul lavoro sono stati 1100.

Le politiche dei governi dovrebbero evitare che puntare a creare nuova occupazione e a ridimensionare l’eccessiva imposizione fiscale sul lavoro. Ma purtroppo, nessuno degli ultimi esecutivi si è impegnato seriamente su questo fronte, e il governo Monti sta facendo come gli altri.

Forse non ci pensiamo abbastanza spesso, ma chi non ha lavoro o lo perde si riduce ad un guscio vuoto, che non sa che fare della sua vita e si sente disperato. Lo sanno bene gli imprenditori, che sono costretti a chiudere e a lasciare per strada i propri dipendenti. Lo sanno i lavoratori stessi, che si vedono mancare lo stipendio e non sanno più come andare avanti. E sempre più spesso, l’unica risposta che sia gli uni che gli altri riescono a trovare a questa situazione è il suicidio.

Un tempo datore di lavoro e lavoratore avevano in comune il desiderio di fare bene, di lavorare insieme per il proprio benessere. Quello che oggi, spesso, unisce lavoratori e datori di lavoro è invece altro: un gesto estremo per non vedere più la sofferenza della propria famiglia e fuggire dall’incubo in cui si è trasformata la loro vita.

Davanti a tutto questo, non vedo motivi per festeggiare. Buon 1° maggio a tutti.