Salve a tutti, per l’occasione speciale del particolare momento politico ho scritto un piccolo contributo da “esterno” per questo blog. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate del mio punto di vista. Buona lettura, Giacomo.

Si sono dette molte cose nelle ultime settimane sulla situazione italiana. Una delle più intelligenti probabilmente l’ha detta il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, poche ore dopo le dimissioni ufficiali di Berlusconi: “Non c’è niente da festeggiare“. Non fraintendetemi: la voglia di scendere in piazza a gridare, esultare e baciare sconosciuti era grande, e l’avrei sicuramente fatto se fossi stato in Italia al momento; però superata l’euforia iniziale ci si ferma a ragionare.

La caduta di Berlusconi non poteva avvenire in un momento peggiore, e non c’è da festeggiare per -almeno- quattro motivi:

Innanzitutto, sarebbe dovuta avvenire molti anni fa, e in particolare è incredibile che solo tre anni e mezzo fa (a 14 anni dalla “discesa in campo” del Caimano, di cui già 6 passati al potere) gli italiani si siano nuovamente messi nelle sue mani. Quindi diciamo: meglio tardi che mai, ma sarebbe stato ancora meglio prima (dato che il mai non è comunque contemplato quando si parla di comuni mortali, e Silvio, nonostante lui non lo sappia, lo è).

In secondo luogo, quest’uscita di scena in sordina è una sconfitta per tutti i suoi detrattori che speravano di vederlo cacciato per altre vie, più spettacolari: non è stato schiacciato dai tribunali, condannato per una delle sue innumerevoli malefatte, né sfiduciato dai suoi alleati, ormai consapevoli del fatto che fosse totalmente inadatto a governare e sopraffatti dalla vergogna di esser visti al suo fianco, né battuto in elezioni dal popolo sovrano; bensì è stato affossato dai mercati, nel bel mezzo di una crisi globale. In altre parole la sua faretra di argomenti di difesa pubblica rimane colma come non mai: il popolo lo ha eletto e quindi lui è legittimato, è stato tradito dai suoi, la crisi non è colpa dell’Italia ma è una cosa mondiale, il Parlamento non lo ha sfiduciato, eccetera. Basta vedere il suo incredibile videomessaggio di addio per notare di quanti argomenti sempliciotti e populisti disponga: se si prova ad ascoltarlo svuotando la mente da tutto quello che si sa sul suo conto viene quasi voglia di votarlo, di amarlo. Non è difficile capire le ragioni di chi lo idolatra e lo difende sempre a spada tratta: è sufficiente ascoltare solo lui e negare l’evidenza, e il gioco è fatto.

Il terzo motivo è di natura strategica: se Berlusconi fosse stato battuto in un momento di stabilità economica e finanziaria, probabilmente si sarebbe andati al voto in tempi brevi, e questo avrebbe provocato una sicura disfatta alle urne per lui e per i suoi alleati. Adesso invece, grazie all’interregno di Monti, i Berluscones avranno tutto il tempo di ricomporsi e ristrutturare la propria immagine e credibilità in vista delle future elezioni, gettando nell’oblio popolare il recente passato e evitando oltretutto di poter essere additati come responsabili dei sacrifici che saranno necessari per affrontare la crisi. Inoltre anche la Lega ha avuto l’uscita di scena migliore che potesse immaginare: il governo è caduto ma non per colpa sua, quindi si è dimostrata un alleato fedele, e al contempo ora ha ottenuto esattamente quello che voleva: passare all’opposizione e riconnettersi con la “base” che la stava abbandonando per via della prossimità con Silvio. Anche qui vale il discorso elettorale: se fino a due settimane fa la Lega avrebbe perso molti voti, ora ha tempo e occasione di ricostruirsi un’identità, innanzitutto con la reintroduzione del penoso parlamento padano, e recuperare i consensi di un tempo, slegata dal PDL.

Il quarto e ultimo motivo per cui non c’è nulla da festeggiare è quello a cui fa riferimento de Bortoli: nella condizione in cui ci troviamo non c’è tempo per il giubilo, i mercati rappresentano un rischio enorme, sottovalutato dalla maggior parte della popolazione, e ora tutto l’impegno dev’essere dedicato all’uscita da questa situazione d’impasse. Oltretutto l’instabilità di governo è un parametro chiave sul quale si basano i mercati, che, essendo sostanzialmente “stupidi”, hanno risposto a quello che hanno interpretato come una semplice parte di un’equazione, con un drastico innalzamento del costo del credito pubblico, rendendo il recupero ancora più difficile.

Dopo queste considerazioni della prima ora, però, si aggiunge un quinto motivo di preoccupazione, ancor più chiaro ora che è stato annunciato il governo Monti privo di politici. È un motivo strutturale, di lungo periodo, intrinseco dei meccanismi profondi della nostra democrazia, e quindi potenzialmente il più serio di tutti: il ricorso a questo governo provvisorio e tecnico rappresenta un gravissimo fallimento della politica. Come pochi giorni fa scriveva il Guardian, i governi tecnici sono più spesso associati a democrazie in via di sviluppo, prive di un assetto sociale e politico in grado di fornire la necessaria rappresentatività e stabilità. Ed è qui il punto: il nostro problema è proprio questo, il nostro sistema politico si trova in una crisi gravissima, trascinato dal berlusconismo -ma non solo- in un’aura di ridicolo, di dilettantismo e più in generale nell’idea della casta. Un’idea che io non condivido, che tende ad estendere a tutta la classe politica una caratteristica propria della squadra Berlusconi, ovvero quella dell’autoreferenzialità, l’interesse solo per la propria sussistenza e autodifesa.

Ma il problema non è direttamente la casta, e non sono in particolare i privilegi e i costi della politica (che sono sì più alti che negli altri Paesi, ma comunque, se li vediamo da un punto di vista strettamente economico, non influiscono seriamente sui bilanci dello Stato). Il problema è che questi privilegi spettano a personaggi che sembrano non curarsi dell’interesse del Paese, essendo troppo impegnati ad esprimere tutta la loro italica litigiosità.

Quindi il governo Monti ha un doppio compito per il futuro: sistemare i conti del Paese, e porre le basi, con interventi quali la “legge di buon esempio” che tagli pesantemente i costi della politica e il ritorno a un regime elettorale equo, per una nuova fiducia della gente nella classe politica, della quale non possiamo fare a meno, ma soprattutto -e le due cose sono strettamente collegate- in una radicale virata di responsabilizzazione dei politici, poiché tornino a lavorare per la collettività, tentando di risolvere i numerosissimi problemi del nostro Paese, e il vasto gap che abbiamo accumulato nei confronti del resto dell’Europa in tutti i settori della Pubblica Amministrazione, come nei migliori esempi democratici che l’Occidente ha da offrire.

Il problema però è che non solo la classe politica è cambiata, ma anche i sentimenti della società lo sono: il berlusconismo nel suo senso più ampio (le ferite lasciate nel buon costume, nell’onestà e nel vivere civile dei cittadini) ha modificato l’approccio di tutte le fazioni alla politica. Rendendolo estremo e litigioso, semplicistico e miope, fissandolo sui manicheismi e sulle vendette, sulla logica della contrapposizione invece che su quella della cooperazione e del progresso per il bene comune. Il senso del bene comune è andato perso sia nei politici che nei cittadini. Ed ecco che, negli anni del berlusconismo, sono nati i Beppe Grillo e i Di Pietro. Ed ecco che nei commenti su internet si legge di teorie del complotto riguardo a Monti, e di come i banchieri si stiano muovendo per conto di un grande sistema crudelmente architettato per imporre le proprie regole e fare ancora più soldi succhiando il sangue ai poveri cittadini. Si legge che le università producono solo futuri sfruttatori capitalisti. Si legge che le banche hanno interesse a mantenere e fomentare la crisi. Appunto, un proliferare di affermazioni e ideologie accorate ma poco focalizzate, basate su conoscenze superficiali e poco approfondite della materia. E forse a questo si è arrivati perché l’italiano medio è troppo informato, troppo consapevole e troppo istruito, e quindi pensa di potersi fare un’idea più giusta di quella degli altri semplicemente leggendo qua e là, ascoltando qua e là e mettendo un po’ tutto insieme, ma fermandosi troppo presto, senza ovviamente approfondire l’analisi in modo scientifico. La necessaria semplificazione della complessità delle operazioni del governare passa ora dall’analisi del singolo con i suoi grandi limiti, invece che dalla fiducia nel sistema politico. Non esiste più la capacità (che all’estero, ad esempio qui in Inghilterra, dilaga) di rimettersi completamente nelle mani di chi si riconosce essere esperto e competente. Una capacità in un certo senso favorita dall’ignoranza riguardo ai problemi pubblici, che infatti nel mondo anglosassone è molto più diffusa che da noi. Qui la gente non sa quasi nulla, è fondamentalmente ignorante su tutto ciò che concerne il funzionamento dello Stato, ma vede i risultati nel suo piccolo e di conseguenza si orienta verso questo o quel politico, senza incollarsi a un colore. In Italia la tendenza è di mettersi nelle mani di una fazione politica perché ciò che strilla il suo leader è quanto si avvicina di più all’idea un po’ offuscata che ci siamo fatti da noi, invece che per i risultati che crediamo possano essere raggiunti da tale politico. Dialettiche fatte di fuffa e demagogia, figlie del berlusconismo, hanno contagiato molti partiti, e li hanno influenzati tutti.

In questo senso serve una rinascita della politica, basata su meno retorica e più fatti, resa funzionale e duratura da fiducia (quasi) cieca da una parte, e grande responsabilità e onestà dall’altra.

Monti è la persona giusta per guidare la barca in salvo attraverso il mare dei mercati finanziari, ma sono i politici e la società a dover fare il salto più grande, quello che ci permetterà di avere finalmente una vera democrazia. E per questo dobbiamo sperare che il governo tecnico Monti sia l’ultimo della storia del nostro Paese. Ma i vecchi politici saranno capaci di mettersi in discussione? La società sarà pronta per questo cambiamento filosofico?

Giacomo Salvatori

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