Archivio per 15/11/2011

No, non è un semplice slogan, una frase fatta o quelle classiche manifestazione di rivoluzione intrinseche di ipocrisia. Niente di tutto questo: è solo un incitamento a fare qualcosa.

Questo guazzabuglio di parole ha la semplice intenzione di far riflettere, perché è questo ciò di cui ognuno di noi ha bisogno.

Sabato 12 novembre, la quinta era Berlusconi ha visto la sua fine, a scapito delle parole della Santanchè, secondo la quale “vincente è colui che non si ferma: Berlusconi non è finito, il berlusconismo non è finito”.

È finito, lasciandosi indietro, però, una crisi economica inpensabile per una potenza dei G8, G20 ecc ecc. Abbiamo criticato così tanto Grecia, Portogallo e Irlanda che ora noi siamo messi peggio di loro. Ma non importa, sono solo mie considerazioni.

È finito lasciandosi dietro tanti di quei precari, che, dal mio poverissimo punto di vista, potrebbero risanare tutta l’economia italiana.

È finito lasciandosi indietro decreti che hanno rovinato l’istruzione, l’università e la ricerca.

La tentazione di scappare è davvero alta: lasciarmi indietro tutta questa società, tutti questi problemi, il mio futuro, le mie aspirazioni da ventenne sognatrice, il mio Paese al quale appartengo e al quale sono affezionata. Andarmene, sparire e non farmi più trovare. Da nessuno.

Poi mi accorgo che questa è la vigliaccheria più grossa che possa fare un qualsiasi ventenne. Rifugiarsi in un mondo fittizio per non vedere la realtà o fuggire lontano, alla ricerca di una vita e di un futuro migliori: è la comodità che ognuno cerca.

Ma se questa comodità potesse accadere in Italia? Non sarebbe migliore?

Perché accontentarsi dell’orizzonte se, con un po’ di forza, si può raggiungere l’infinito?

Queste sono solo supposizioni, ma potrebbero essere di gran lunga migliori se corrispondessero alla realtà.

Bisogna crederci: la voglia di parlare, di proporre si è esaurita, come giusto che sia, e l’unica alternativa è agire. Agire tutti insieme, creare le nuove fondamenta per un’Italia migliore e per un futuro migliore.

Per un qualche scherzo del destino, siamo giunti a un punto di non ritorno, dove siamo faccia a faccia con una realtà che presenta solo la desolazione. Anche il benessere, l’unica cosa che pare essere rimasta, si sta sfaldando. Siamo ormai persone che non hanno nulla da perdere, ma hanno tanto, tantissimo, da guadagnare: un lavoro fisso, una famiglia, uno patrimonio ambientale e culturale vastissimo, una giustizia pari e imparziale, i beni mobili e immobili della criminalità organizzata e molto altro.

Come cantavano i Pink Floyd nel lontano 1979: “Don’t give in, without a fight.” Non arrendiamoci senza aver combattuto per davvero.

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Le chiamano morti bianche. Ma il termine non rende l’idea. Vite spezzate e famiglie distrutte, spesso a causa di misure di sicurezza non adeguate o di noncuranza dei datori di lavoro. A volte, tragici incidenti.

Quello che accadde nel dicembre 2007 poteva sembrare proprio questo, un maledetto incidente, che causò la morte di sette operai della ThyssenKrupp. Ma non fu così. La sentenza pronunciata dalla Corte d’Assise di Torino stabilì che si trattava di omicidio volontario con dolo eventuale e condannò a pene molto pesanti dirigenti, responsabile della sicurezza e direttore dello stabilimento, oltre all’amministratore delegato. Una sentenza storica.

Le motivazioni depositate ieri in cancelleria spiegano meglio quanto scritto nella sentenza dell’aprile di quest’anno. Harald Espenhahn, amministratore delegato della ThyssenKrupp in Italia, conosceva i rischi che si correvano in quello stabilimento, ma ha accettato il rischio che si verificasse un incidente “decidendo di azzerare qualsiasi intervento di ‘fire prevention’ e di continuare la produzione in quelle condizioni”, visto che lo era prevista la chiusura di quello stabilimento torinese e lo spostamento in quello di Terni.

Si legge nelle motivazioni che “gli elementi di conoscenza ed all’alto grado della consapevolezza” dell’ad tedesco inducono “la Corte a ritenere che certamente Espenhahn si fosse ‘rappresentato’ la concreta possibilità, la probabilità del verificarsi di un incendio, di un infortunio anche mortale sulla linea 5 di Torino, e che altrettanto certamente, omettendo qualsiasi intervento di ‘fire prevention’ in tutto lo stabilimento e anche sulla linea 5 e anche nella zona di entrata della linea 5, ne avesse effettivamente accettato il rischio”. Espenhahn conosceva il “fatto che lo stabilimento di Torino fosse privo del certificato di prevenzione incendi” sebbene rientrasse tra le industrie a “rischio di incidente rilevante”.

La decisione dell’ad di non effettuare interventi di prevenzione degli incendi nello stabilimento  “non si può certo ritenere (…) sia stata presa con leggerezza o non meditata o in modo irrazionale”. Per questi motivi, i giudici ritengono che Herald Espenhahn, meriti “il minimo della pena” prevista per l’omicidio volontario che, in questo caso, calcolando le attenuanti, è di sedici anni e sei mesi di reclusione.

Questa sentenza e le sue motivazioni sono un passo storico nella giurisprudenza sugli incedenti sul posto di lavoro. Troppe volte abbiamo visto supermanager pagare somme minime alle famiglie delle vittime. Troppe volte i lavoratori hanno pagato con mutilazioni, infortuni gravissimi o addirittura con la vita le inadempienza dei loro datori di lavoro, la scarsa osservanza della normativa antinfortunistica. E quasi mai questi temi sono stati al centro dell’agenda politica, che non si è presa la briga di prevedere controlli seri e rigorosi sui posti di lavoro.

(Nella foto il pm Raffaele Guariniello)

Da tutti i soggetti in campo (lavoratori, imprenditori, sindacati, politica) ci si aspetta un futuro diverso, che forse questa sentenza ha contribuirà a disegnare.

 

(Il testo della sentenza)