Ecco a voi l’editoriale di Marco Travaglio tratto dalla puntata di Annozero del 17/03/2011. L’argomento è la riforma della giustizia. Consiglio di vederlo per la chiarezza con cui viene esposta la materia. Più sotto, due pezzi sempre di Travaglio per l’Espresso, sempre sulla riforma, che mostrano l’assoluta inutilità e illogicità dell’intervento legislativo del governo. Buon visione e buona lettura.

La bufala della ‘riforma epocale’

(11 marzo 2011)

“Facciamo le riforme!”,strilla un omino di Altan su “l’Espresso” di un anno fa. e l’altro, perplesso: “Ancora? ma non le avevamo già fatte?”.Sono 17 anni che si annuncia la “grande riforma della giustizia”. Ora, bontà sua, Silvio Berlusconi ne minaccia una “epocale”.

Purtroppo si tratta dell’ennesima riforma non della giustizia, ma dei giudici: stravolgerà i capisaldi costituzionali dell’indipendenza della magistratura, dell’unicità delle carriere, dell’obbligatorietà dell’azione penale, dell’autogoverno del Csm.

Ma, se mai entrerà in vigore, non accorcerà di un nanosecondo la durata dei processi, universalmente nota come la prima piaga della giustizia italiana: perché non sfiora neppure i meccanismi farraginosi della procedura penale, ma investe soltanto gli assetti della magistratura. Quanto alla sua prodigiosa “epocalità”, vien da sorridere, visto che il progetto Berlusconi-Alfano sa di muffa, essendo copiato per metà dal “Piano di rinascita democratica” piduista di Licio Gelli (1976) e per metà dalla bozza Boato della Bicamerale D’Alema (1998).

A giudicare dall’attesa spasmodica seguita all’annuncio-minaccia del premier e del Guardasigilli ad personam, si direbbe che la giustizia italiana soffra di penuria di riforme. Balle: ne ha avute fin troppe. Nessun altro settore della vita civile è stato “riformato”, nella Seconda Repubblica, quanto la giustizia. Secondo i ricercatori di openpolis.it, il nostro Parlamento impiega il 60 per cento del suo tempo a discutere e approvare leggi penali. Inoltre, se vale 100 l’impegno (disegni e proposte di legge, emendamenti, interrogazioni) in questo settore, l’attenzione dedicata ad altri temi è modesta: un ventesimo a combattere la corruzione, un sesto alla disoccupazione, un quinto alla tutela dei beni culturali e artistici, un terzo alla ricerca scientifica, la metà all’evasione fiscale.

Dal 1994 a oggi sono state approvate quasi 200 leggi in materia penale. Tutte presentate come risolutive per accorciare i tempi biblici dei processi, hanno regolarmente sortito l’effetto opposto: allungarli vieppiù. Se nel 1999, dalle indagini preliminari alla sentenza di Cassazione, passavano in media 1.457 giorni, oggi (dati del ministero della Giustizia) siamo sopra i 1.820. Anche perché nel frattempo sono stati continuamente tagliati i fondi al bilancio della giustizia, che hanno creato spaventose inefficienze e scoperture d’organico.

A Milano, secondo tribunale d’Italia, manca da anni il 35 per cento dei cancellieri. Ed è raro trovare un palazzo di giustizia, nel Paese, dove si celebrino udienze anche il pomeriggio dopo le 14: perché manca il turn over del personale ausiliario e gli straordinari sono bloccati. Basterebbe riempire i vuoti, magari accorpando una ventina di piccoli tribunali di provincia, per raddoppiare la produttività degli uffici giudiziari, aiutandoli a smaltire l’arretrato anziché ad accumularlo. Ma di tutto questo nessuna “epocale” riforma s’è mai occupata. Anzi, come scrive Luigi Ferrarella sul “Corriere della Sera”, «i processi lenti fanno diventare i processi ancora più lenti».

Da un lato l’aspettativa di prescrizione incoraggia gli avvocati a escogitare ogni sorta di cavilli per allungare ancor più il brodo. Dall’altro la legge Pinto del 2001 (uno dei capolavori del centrosinistra), che regola le cause di risarcimento per l’eccessiva durata dei processi, ha sortito questo bel miracolo: queste cause, da sole, occupano il 20 per cento dell’attività delle Corti d’appello. Così ogni processo lento sanzionato dalla Corte europea rallenta tutti gli altri. Geniale, no? Sorge persino il sospetto – sicuramente infondato, si capisce – che proprio questo fosse e sia lo scopo della patologica “riformite giudiziaria” che affligge da vent’anni destra e sinistra: paralizzare definitivamente la giustizia con la scusa di velocizzarla. Missione compiuta.

Ora, delle due l’una: se i politici che hanno pensato e votato le 200 “riforme” l’hanno fatto apposta, sono dei mascalzoni; se invece credevano davvero di accelerare i processi, e invece li hanno rallentati, sono dei cialtroni. In entrambi i casi, è meglio per tutti che si astengano dal pensarne e dal votarne altre. Chissà che, lasciato finalmente in pace da questo accanimento riformatorio, il corpo esanime della nostra giustizia non riprenda un po’ di vita e di colore da solo.

LA LEGGE ALFANO RIFORMA ANCHE LA LOGICA

(18 marzo 2011)

Oltre ai valori costituzionali,la «riforma epocale» della giustizia made in Berlusconi- Alfano stravolge anche i canoni della logica. Se, diritto a parte, la si esamina alla luce del principio di non contraddizione,non si scappa: o è stata scritta da squilibrati, o da bugiardi.

1 Occorre, spiegano i riformatori, «ridurre la politicizzazione della magistratura ». Poi però ribaltano la composizione del Csm: oggi è formato per due terzi da giudici e per un terzo da politici, domani saranno metà e metà. Solo un matto può pensare di spoliticizzarlo aumentando i politici e trasformando l’organo di “autogoverno” in “etero-governo”. E sottraendo per giunta la polizia giudiziaria ai pubblici ministeri per consegnarla al governo.

2 L’obbligatorietà dell’azione penale, dicono, è una finzione che nasconde la discrezionalità: non potendo perseguire tutti i reati, i pm scelgono quali perseguire e quali no. Dunque sarà il Parlamento, su indicazione del Guardasigilli, a stabilire ogni anno i reati da privilegiare e da ignorare. Ma che senso ha dire che un comportamento è reato, già sapendo che non sarà punito? Se non si possono perseguire tutti, tanto vale depenalizzare quelli davvero minori e punirli con sanzioni amministrative. Invece questo governo non fa altro che inventare nuovi reati, dai maltrattamenti sugli animali al taroccamento dei decoder- pay tv, dall’abbandono di pattume in strada all’immigrazione clandestina (nell’ultimo mese la Procura di Agrigento ha dovuto indagare quasi 10 mila immigrati sbarcati a Lampedusa senza permesso di soggiorno e dovrà processarli tutti). Poi taglia fondi e personale alle Procure. E si meraviglia se queste annaspano.

3 La separazione delle carriere, argomentano, assicura «la terzietà del giudice », oggi influenzato dalla colleganza con il pm. Strano: per giustificare la responsabilità civile dei giudici (punto 5) si spiega che in Italia un indagato su due viene poi archiviato, assolto o prescritto. � la prova che la colleganza non impedisce al giudice di dare torto al pm. Ma, se così non fosse, come scongiurare il rischio che il primo giudice condanni l’imputato che il collega gup ha rinviato a giudizio? Che il giudice d’appello ricondanni l’imputato condannato dai colleghi del tribunale? Che i giudici di Cassazione confermino la condanna emessa dai loro colleghi d’appello? Se è la colleganza corporativa che si vuole spezzare, bisogna istituire almeno sette carriere separate: pm, gip, gup, riesame, tribunale, appello e Cassazione.

4 Gli imputati potranno ancora appellare le condanne, ma i pm non potranno più appellare le assoluzioni. Il giurista Franco Cordero parla di «idea asinina», già bocciata dalla Consulta. Ma è anche un attentato alla logica: l’errore giudiziario non è solo la condanna dell’innocente, ma anche l’assoluzione del colpevole. Che senso ha rimediare solo alla prima?

5 «Il giudice che sbaglia, spiega Alfano, deve pagare, come il chirurgo che sbaglia un’operazione». Ma il paziente il chirurgo se lo sceglie, mentre l’imputato non si sceglie il magistrato. E il magistrato non ha il compito di salvare vite, ma di fare giustizia «senza speranza né timore»: nel penale, se inquisisce o condanna, si fa regolarmente un nemico; nel civile, dovendo per forza dare ragione a Tizio o a Caio in causa fra loro, scontenterà inevitabilmente uno dei due. E poi, se l’errore medico è facile da accertare, che cos’è un errore giudiziario? Non certo il caso dell’indagato o dell’arrestato che poi non viene condannato. Capita spesso che esistano i presupposti per indagare o arrestare, ma non per condannare. Infatti oggi la presunta vittima di errore giudiziario fa causa allo Stato, che può rivalersi sul magistrato in caso di dolo o colpa grave. Altrimenti, per evitare rogne, il magistrato non farà più nulla: indagini, né arresti, né sentenze. � questo che vogliamo? Nel 1894, quando tutti gli imputati per lo scandalo della Banca Romana furono assolti, Giovanni Giolitti commentò: «Ora avremo la prova che in Italia i grossi delinquenti, oltre a essere assolti, con i milioni rubati possono far processare chi li aveva denunciati e messi in carcere». E non conosceva Berlusconi.

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