Matteo Miotto, alpino morto pochi giorni fa in Afghanistan, aveva scritto una lettera, pochi mesi prima di essere ucciso. Una lettera intensa, dalla cui lettura tutti impariamo qualcosa: la guerra è orrore e paura, e tutti i popoli meritano rispetto. La pubblichiamo.  Subito sotto, postiamo anche l’articolo di Massimo Fini dal Fatto Quotidiano di oggi. Buona lettura a tutti.


Voglio ringraziare a nome mio, ma soprattutto a nome di tutti noi militari in missione, chi ci vuole ascoltare e non ci degna del suo pensiero solo in tristi occasioni come quando il tricolore avvolge quattro alpini morti facendo il loro dovere.

Corrono giorni in cui identità e valori sembrano superati, soffocati da una realtà che ci nega il tempo per pensare a cosa siamo, da dove veniamo, a cosa apparteniamo…

Questi popoli di terre sventurate, dove spadroneggia la corruzione, dove a comandare non sono solo i governanti ma anche ancora i capi clan, questi popoli hanno saputo conservare le loro radici dopo che i migliori eserciti, le più grosse armate hanno marciato sulle loro case: invano. L’essenza del popolo afghano è viva, le loro tradizioni si ripetono immutate, possiamo ritenerle sbagliate, arcaiche, ma da migliaia di anni sono rimaste immutate. Gente che nasce, vive e muore per amore delle proprie radici, della propria terra e di essa si nutre. Allora riesci a capire che questo strano popolo dalle usanze a volte anche stravaganti ha qualcosa da insegnare anche a noi.

Come ogni giorno partiamo per una pattuglia. Avvicinandoci ai nostri mezzi Lince, prima di uscire, sguardi bassi, qualche gesto di rito scaramantico, segni della croce… Nel mezzo blindo, all’interno, non una parola. Solo la radio che ci aggiorna su possibili insurgents avvistati, su possibili zone per imboscate, nient’altro nell’aria… Consapevoli che il suolo afghano è cosparso di ordigni artigianali pronti ad esplodere al passaggio delle sei tonnellate del nostro Lince.

Siamo il primo mezzo della colonna, ogni metro potrebbe essere l’ultimo, ma non ci pensi. La testa è troppo impegnata a scorgere nel terreno qualcosa di anomalo, finalmente siamo alle porte del villaggio…
Veniamo accolti dai bambini che da dieci diventano venti, trenta, siamo circondati, si portano una mano alla bocca ormai sappiamo cosa vogliono: hanno fame…

Li guardi: sono scalzi, con addosso qualche straccio che a occhio ha già vestito più di qualche fratello o sorella… Dei loro padri e delle loro madri neanche l’ombra, il villaggio, il nostro villaggio, è un via vai di bambini che hanno tutta l’aria di non essere li per giocare…

Non sono li a caso, hanno quattro, cinque anni, i più grandi massimo dieci e con loro un mucchio di sterpaglie. Poi guardi bene, sotto le sterpaglie c’è un asinello, stracarico, porta con sé il raccolto, stanno lavorando… e i fratelli maggiori , si intenda non più che quattordicenni, con un gregge che lascia sbigottiti anche i nostri alpini sardi, gente che di capre e pecore ne sa qualcosa…

Dietro le finestre delle capanne di fango e fieno un adulto ci guarda, dalla barba gli daresti sessanta settanta anni poi scopri che ne ha massimo trenta… Delle donne neanche l’ombra, quelle poche che tardano a rientrare al nostro arrivo al villaggio indossano il burqa integrale: ci saranno quaranta gradi all’ombra…

Quel poco che abbiamo con noi lo lasciamo qui. Ognuno prima di uscire per una pattuglia sa che deve riempire bene le proprie tasche e il mezzo con acqua e viveri: non serviranno certo a noi… Che dicano poi che noi alpini siamo cambiati…

Mi ricordo quando mio nonno mi parlava della guerra: “brutta cosa bocia, beato ti che non te la vedarè mai…” Ed eccomi qua, valle del Gulistan, Afghanistan centrale, in testa quello strano copricapo con la penna che per noi alpini è sacro. Se potessi ascoltarmi, ti direi “visto ,nonno, che te te si sbaià…”

Caporal Maggiore Matteo Miotto
Thiene (Vicenza) – Valle del Gulistan, novembre 2010

LETTERE DAL FRONTE

di Massimo Fini (da il Fatto Quotidiano, 08/01/2011)

Alle penose diatribe fra il ministro della Difesa Ignazio La Russa e il generale Vincenzo Camporini, così tristemente tipiche dell’Italia di oggi, preferisco l’umanità, la sensibilità e la profondità della lettera che Matteo Miotto, l’alpino ucciso in combattimento in Afghanistan, scrisse un paio di mesi fa dopo la morte di quattro suoi commilitoni. Una lettera che sembra venire da un mondo lontano, antico, da una “razza Piave” che pur è esistita – e nel cuore e nella mente di Matteo esisteva ancora – sostituita dai La Russa e da tutto ciò che un La Russa significa.

Nella lettera, scevra di ogni retorica, di questo giovanottone veneto c’è tutto l’orgoglio per le proprie radici e la fierezza di appartenere al corpo degli alpini, ma c’è pure la consapevolezza che la stessa fierezza, lo stesso orgoglio per le proprie radici, le proprie tradizioni, il proprio modo di essere, di vivere e morire, appartiene anche al nemico afghano, al nemico talebano. Scrive Matteo: “Questi popoli hanno saputo conservare le proprie radici, dopo che i migliori eserciti, le più grosse armate hanno marciato sulle loro case, invano. L’essenza del popolo afghano è viva, le loro tradizioni si ripetono immutate, possiamo ritenerle sbagliate, arcaiche, ma da migliaia di anni sono rimaste immutate. Gente che nasce, vive e muore per amore delle proprie radici, della propria terra e di essa si nutre. Allora capisci che questo strano popolo dalle usanze a volte anche stravaganti ha qualcosa da insegnare anche a noi”. Proprio perché è orgoglioso delle sue radici, il giovane Matteo comprende che questo sentimento può appartenere e appartiene, anche ad altri popoli, ad altra gente che per difenderle è disposta a combattere e a morire. I governanti, politici e militari, dei Paesi occidentali che da dieci anni occupano l’Afghanistan si rifiutano di comprendere ciò che il giovane Matteo, con le sue solide radici, con i suoi solidi valori, non lontani, quando si chiamano fierezza, orgoglio, disposizione al sacrificio, anche estremo, da quelli del popolo afghano, ha capito benissimo. Il nocciolo della guerra afghana, a parte i loschi interessi di chi la sta conducendo, la distruzione per lucrare sul business della ricostruzione, gli aiuti fasulli, il turismo estremo delle Ong, è tutto qui.

È assolutamente inutile che i comandi politici e militari occidentali si intestardiscano nel voler “conquistare i cuori e le menti degli afghani”, perché questa gente vuole conservare i propri cuori, le proprie menti, le proprie radici, le proprie tradizioni, i propri costumi, anche se noi, come scrive Matteo “possiamo ritenerle sbagliate, arcaiche”. Il fatto è che sono le loro radici e non sono disposti a cambiarle con quelle di altri, soprattutto se imposte con l’arroganza di chi si ritiene detentore di una “cultura superiore”, con la violenza, con le bombe che uccidono tutti, guerriglieri talebani, vecchi, donne e soprattutto quei bambini, cenciosi ma vitali, che Matteo Miotto osserva, pensieroso, dal suo Lince (i bambini sono il 40% dei ricoverati negli ospedali afghani). Matteo ammira questo popolo che, nonostante “i migliori eserciti, le più grosse armate” siano passate sul suo corpo, è riuscito a conservare se stesso, la propria anima.

Dall’intero tono della lettera si capisce che Matteo non era convinto che la guerra cui stava partecipando fosse giusta, che fosse giusto combattere altri ragazzi come lui (perché anche i talebani sono dei ragazzi), diversissimi in tante cose, ma con alcuni valori essenziali, prepolitici, che li accomunano: la difesa della propria identità, della propria dignità, delle proprie radici.

Non era convinto, ma da bravo soldato, da veneto orgoglioso e fiero, ha fatto il suo dovere fino all’ultimo, fino al sacrificio della vita. Come un vero alpino. Come un talebano. E sono certo che, se da qualche luogo misterioso ci può ascoltare, questo paragone non lo offenderà.

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