Fa un freddo incredibile qua a Modena. Ho ricominciato l’università da un mese e mezzo, in ritardo, a causa delle proteste dei ricercatori. I corsi rischiavano addirittura di non partire.

È incredibilmente freddo stasera, a passeggiare per la strada si emettono nuvole di condensa. Nella piazzetta qua dietro casa hanno già posizionato almeno sette alberi di Natale, già illuminati, in azzurro, accanto alla pista per il pattinaggio su ghiaccio. Sopra le strade pendono gli addobbi, accesi pure quelli.

Natale è tra un mese. Anzi, la Vigilia è tra un mese. A quest’ora tra un mese sarò “sdravaccato” sul divano aspettando l’ora fatidica delle 11 per andare a Messa con la famiglia, sotto casa, la chiesa sta a dieci metri. Vado solo alle feste “comandate”, ma ho preso l’abitudine di ascoltare cosa dice il parroco nella predica, cosa legge dai Vangeli, cosa legge da quel librone rilegato in bordeaux, con tanti segnalibri: ho come l’impressione che la maggior parte della gente che va a messa ogni domenica e anche più, non sappia molto bene cosa viene detto in queste “assemblee”.

Ascolto, ora, con orecchio critico, quello che il prete declama e dice. Non ascoltavo un bel niente quando facevo il chierichetto. Mi immaginavo parate, scene di film, scene di racconti che avvenivano lontano, oppure nella navata della chiesta, oppure dietro al monumento al santo del paese. O anche sugli arabeschi del tappeto dietro l’altare: una stupenda mappa su cui si muovevano eserciti, persone, greggi. Meccanicamente eseguivo i movimenti e le azioni ausiliarie a Don Giovanni. Avevo il classico Don Giovanni, sì. Il Don di adesso assomiglia a Freddy Mercury. Visivamente.

Il Natale non è più quello di una volta (hahaha…che frase.). Ma manca un mese, dove diavolo è finita quell’eccitazione che, tornando a casa in questo periodo, mi portava a cercare per strada quegli operai del comune che erano addetti a montare le luminarie, che si sarebbero accese di lì a poco? Dov’è quell’aria che pungeva ma non si sentiva risalendo il viale che porta a casa, perché in cima ti aspettava l’albero di paese, dieci metri d’altezza, spelacchiato come un lupo macilento, ma addobbato alla grande?

Forse sono i tanti progetti, gli esami a gennaio e la grande mole di studio, ma sento ancora meno degli anni scorsi “il Natale”. Un anno fa le feste sono passate in fretta fulminea. E non riposi nelle vacanze: credo sia esperienza comune la fiacchezza e il languore che ti prende sotto le feste. Il gran cenone, il pranzo di Natale, la giornata con mille parenti accanto. Piacevoli, ma distruttive. Però in casa ci devi restare.

Da piccino mi addormentavo sotto l’albero addobbato e acceso nel buio. Mi stendevo sotto di esso e fantasticavo con la musica che ondeggiava fra gli aghi di abete (bianco, principalmente). Da un anno all’altro non l’ho più fatto. Mi sono accorto di aver perso un pezzo di poesia del Natale.

A Natale si festeggerebbe il “compleanno” di Gesù, secondo il Cristianesimo. Anche non possedendo la Fede (almeno credo…) penso che questa figura, che sia esistita o no, sia straordinaria: può essere anche un’invenzione, lasciamo spazio a qualsiasi interpretazione. Concentriamoci invece sul messaggio: uno che sarebbe per ipotesi nientemeno che “Dio”, viene sulla terra a vivere come un uomo, fra gli uomini. Per chi l’abbia fatto, non importa. Ma il concetto che ti trasmette un’azione come questa è potentissimo: vale la pena di vivere, e di vivere su questa Terra, fra le persone.

Non mi addentro oltre però. Cascheremmo sul discorso del “sacrificio per noi” sulla croce, e i molti altri messaggi che non sono né veri né falsi: sono validi per chi li sente, per chi li fa propri.

Ora non fa più freddo, sono a casa che “tappeggio” sui tasti del mio computer. Mi sono informato se a casa, in piazza hanno già messo l’albero: non ancora. Però niente. Il pensiero Natale resta solo sulle lucine e sui regali. Sul momento di vacanza e sul chiudersi in casa al caldo, davanti alla stufa.

Non odio il Natale. Lo sopporto a malapena. Detesto il “vogliamoci bene” che per un mese e mezzo impiastriccia ogni luogo, dalle pubblicità ai film, dagli addobbi al tizio vestito da Babbo Natale. Rivoglio la mia confusione perfettamente risolta del “chi cavolo porta i regali?”: Babbo Natale secondo tutti, Gesù Bambino da parte dei miei. Da piccino te li portano entrambi, e solo questo ti basta, li ammiri e stracci la carta multicolore. Detesto la pubblicità della Bauli. Quella dei bambini tra la neve finta che, in coro cantano “A Natale puoi, fare quello che non puoi fare mai”. Comprare un pandoro, lo trovi solo adesso, affrettati! Adoro le castagne cotte, adoro ustionarmi le dita sulla loro pelle tagliata, adoro sbucciare pannocchie e fagioli in compagnia di mezza famiglia, in montagna, in un garage con fuori la neve alta. Adoro il profumo delle mele che maturano in una stanza remota della casa dello zio Gabriele (l’odore è etilene, ma ciò non toglie poesia all’immagine). Detesto le pubblicità tintinnanti ricche di fiocchi di neve e festoni. Le pubblicità delle compagnie telefoniche, tormentoni che vanno avanti per tutto l’anno cambiano e diventano tutte rosse e bianche, in pelo. È Natale, tempo di promozioni, perché a Natale ci viene voglia di sentire persone che non si sente da tempo. Trovo naturale invece sentire gli amici sempre, specie se non ho notizie di loro da tempo. Mi preoccupo, sì, mi preoccupo. Siamo tutti più buoni, e in nome di cosa? Per quale speciale motivo? È il periodo allegro. Potrebbe essere idiozia, racchiudere la felicità in determinati spazi. Anzi, puoi fingere di essere felice sono il certi periodi. I problemi non li cancelli, ma sei sicuro che qualche giorno basti per provare ad essere felice?

Io non credo.

Probabilmente ci si forza ad essere felici, perché l’atmosfera è “contagiosa”. Io non la sento, perché? Non la sento più, perché?

Ho dei progetti, musicali, culturali, universitari che “scadranno” a gennaio. Lavorarci mi dà forza, e più ci impiego energie, più sento che queste mi sono rese. Non sono sempre allegro, felice. Ma non voglio nemmeno esserlo. La felicità va forse a corrente alternata, alternata con spazi in cui non puoi goderne, in cui sei anzi depresso e stanco; ma sono questi che ti aiutano ad assaporare questa condizione di felicità. È in divenire, non è conquistabile. Chi la conquista diventa infelice: non ha più nulla da fare. Ma è facendo che lo si diventa.

Ipocrita, stupido imporsi la finta felicità. Perché è davvero contagioso: vedi un albero acceso e finisci a scrivere un post di getto, parlando di Gesù, dell’essere felice, delle mele dello zio.

Vado ad accendere sotto la pasta.

(ps: articolo numero 200!)

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commenti
  1. WhatsernaMe ha detto:

    Articolo veramente favoloso. Favoloso per il semplice motivo che l’hai scritto di getto: è bello poter pensare che a volte la ragione sia una cosa inutile.
    Sai, Nick, so che può sembrare un’emerita cavolata, ma in questo periodo a scuola stiamo affrontando degli argomenti fantastici con dei professori che rimpiangi di aver avuto solo in quinta. Poco tempo fa abbiamo analizzato “Il sabato del villaggio” del signor Giacomino Leopardi. “Bleaaaaah, che palle che è quel maniaco depresso, padre di tutti gli emo (attuali, perchè i veri emo non sono affatto come li vediamo ora) e segatore mentale di prima categoria!”. Anch’io l’ho sempre creduto e invece il mio prof di Italiano ci disse: “Merdacce mie (testuali parole), Giacomino in questa poesia vuole trasmettere solo un messaggio. Gli uomini non fanno altro che aspettare per tutta la vita la domenica, perchè non lavorano, perchè possono stare a casa con la loro famiglia. Il sabato in qyesto villaggio è una frenesia unica, tra preparativi, gli operai che lavorano fino a tardi per poter completare il proprio lavoro. Poi arriva la domenica: rompendosi enormemente i coglioni (testuali parole), non vedono l’ora che arrivi il lunedì.”
    Riprendendo il tuo articolo, tutti aspettano ansiosamente il Natale per stare con la propria famiglia e con i propri cari. Poi arriva Natale e tutti vogliono riprende la propria vita. Attualmente (come molto altro) il Natale è una pura ipocrisia, perchè come hai detto tu, non puoi volere bene a una persona, solo una volta all’anno.
    Ma soprattutto non abbatterti per questo: sei uno di quelle poche persone che manda un sms della serie “cià-sentiamo-come-sta…” il 25 dicembre, il 15 agosto, il 23 febbraio, il 17 ottobre.
    L’ipocrisia delle persone l’ha scoperta Leopardi nell’800. Non è una novità.
    WhatsernaMe

  2. huginn465 ha detto:

    A volte le cose scritte di getto risultano grandiose…. Nik, vorrei avere qualcosa da dire, ma hai già esposto tutto alla perfezione da solo, un paio di commentini personali li avrei anche, ma non sono seri quanto l’articolo e intoltre preferisco tenerli per una conversazione privata…
    Non posso fare altro che concordare anche con WhatsernaMe, soprattutto quando ti tira in causa… =)

    P.S. Il titolo in spagnolo?? Ehi, il poliglotta qua sarei io… 😉
    P.P.S. Siamo già al 200? Se passa il tempo… Ma… Ma… Cavolo, il mio articolo è il 199! Un giorno in più e potevo essere io a fare cifra tonda… =)

  3. Spatoff ha detto:

    A me succede la stessa cosa da anni…credo dalla terza media..puntualmente tutti gli anni quando iniziano ad addobbare il Poli vicino a casa mia (cioè verso ottobre) comincio a pensare a quando ero piccolo..alle vacanze che mi sembravano eterne e le casette dei mercatini in centro ad Arco..
    ..Tutto questo mi mette una nostalgia tremenda..mi manca quell’allegria che provavo, mi manca aspettare con ansia la vigilia per vedere se il vecchio barbone rosso (che detto così potrebbe sembrare Carletto Marx) mi avesse portato quello che desideravo..
    Ora invece se penso al Natale vedo solo due settimane risicate di vacanza che probabilmente passerò chiuso in casa a studiare e con l’ansia per la catasta di prove e interrogazioni pre-fine quadrimestre..
    Non riesco nemmeno più a mangiare le castagne!! Non so cosa stia succedendo con il passare degli anni, ma di sicuro non tornerà mai tutto come prima..
    Comunque non abbattiamoci e cerchiamo di tirarci su in questo periodo malinconico 🙂
    Complimenti per l’articolo comunque..! Rispecchia tutto quello che penso io 😛

  4. Foede ha detto:

    Ho letto l’articolo solo oggi, dopo aver spulciato la pagina de la Repubblica…
    Stamani sono andato alla Messa per la prima domenica d’Avvento… erano almeno tre mesi che non mi recavo più in chiesa, sei contando l’estate {dato che ho lavorato}.
    Mi sono sempre sentito credente, mia nonna mi ha insegnato ad esserlo: da piccolo mi portava sempre al cimitero ad omaggiare quel nonno che io non ho mai conosciuto, che mi ha indirettamente donato la casa in cui ora vivo, che ha amato così tanto la mia nonna da vivere incredibili avventure assieme {mio nonno era della Val Camonica, mia nonna della provincia di Cosenza}… forse sono “diventato” credente.
    Per me il Natale è sempre stata una festa importante a livello cristiano, non mi sono mai curato troppo dei doni, anzi, quella questione mi puzzava troppo di ricatto con mio zio che diceva d’essere un “emissario di Babbo Natale”; ho imparato, da solo, a rifiutare il Natale commerciale ed ad amare quello della Fede, arrivando all’età di quattordic’anni ad allestire albero a presepe da solo, forse perché l’unico in casa che sentisse veramente il senso della festa…. e poi passavo ore davanti a quel quadro ipotetico di duemila anni fa a pensare che un bambino avrebbe poi potuto sconvolgere un mondo intero.
    Forse se non sei credente il Natale ti appare come una festa “obbligata” di cui non comprendi il senso; questo mi ha sempre dato da riflettere e mi ha aiutato a capire come ognuno di noi si debba creare dei valori e non attenderli.

    Continua così Nik!

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