Archivio per 28/11/2010

Domenica 28 novembre 2010, sul sito di Generazione Italia è apparsa una lettera aperta a Silvio Berlusconi. Il titolo è eloquente: Lettera di sfiducia a Berlusconi. Le parole contenute non sono di certo leggere, si parla di gestione del governo da parte di Berlusconi come un feudo personale e di battere i pugni sul tavolo dichiarando la propria insostituibilità.

Questo ha causato la reazione del portavoce del Pdl, Daniele Capezzone, che descrive la lettera come il sintomo di una “deriva estremista dettata dai pasdaran finiani”.

Opinione comprensibile…se non fosse che il testo della suddetta lettera è risultato di un copia-incolla del discorso pronunciato da Bossi nel 1994, per sfiduciare il governo…Berlusconi!

Italia dalla memoria corta…

Riportiamo qua sotto il testo della lettera, lo potete trovare anche a questo link (Generazione Italia).

On. Presidente,
Generazione Italia considera conclusa negativamente l’esperienza di questo Governo che, come fosse un suo feudo personale, ha presieduto.
I patti richiedevano l’immediata approvazione di una legge antitrust che eliminasse il monopolio di Mediaset e che favorisse il rinnovo strutturale della Rai restituendo ai media la loro libertà e democratica funzione per informare imparzialmente ed obiettivamente l’opinione pubblica.
I patti richiedevano la netta separazione tra gli interessi personali dal Capo del Governo e la sua funzione di altissimo Pubblico Ufficiale.
Lei in campagna elettorale ha promesso di risolvere il secolare problema meridionale, di garantire la pace sociale, di sostenere la piccola e media impresa, di eliminare la partitocrazia e lo Stato padrone; di fare dell’Italia un grande paese ad ispirazione liberal-democratica.
Il suo Governo ha inteso la governabilità come fine a se stessa, il potere per il potere, la governabilità per la governabilità, un Governo non intenzionato ai cambiamenti, un Governo dei conflitti con la magistratura e con il sindacato, un governo del controllo dell’informazione!
Nella nostra alleanza c’è chi ci accusa addirittura di sovvertire lo Stato di diritto perché chiediamo una verifica, falsificando la verità e dichiarando che questo Governo non sarebbe il frutto, come nel passato, di una contrattazione post elettorale, bensì, sarebbe la conseguenza di un patto preventivo stipulato davanti agli elettori!
E quindi solo a Berlusconi, se è vera la premessa, competerebbe concedere la verifica e implicitamente mantenere o sciogliere le Camere.
E’ una tesi che lede i poteri costituzionali del Presidente della Repubblica e lascia trasparire il ritorno nella politica di dogmi antiliberali!
Onorevole Presidente, lo Stato non è lei! E dopo di lei non c’è il diluvio! Le chiedo con quali diritti Lei batta i pugni sul tavolo dichiarando la sua insostituibilità? Con quali diritti Lei pretenda di interpretare personalmente la Costituzione tuttora in atto? Onorevole Presidente, Lei non è l’uomo della provvidenza, tutt’altro!
L’Italia è una Repubblica democratica, in cui il Parlamento elegge e fa cadere i Governi, valutando i meriti e i demeriti di chi presiede o fa parte del Governo: il tradimento è solo quello di chi, ad un Paese disperatamente alla ricerca di un patto costituente, contrappone voglia di potere e minacce di tumulti di piazza!

 

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Fa un freddo incredibile qua a Modena. Ho ricominciato l’università da un mese e mezzo, in ritardo, a causa delle proteste dei ricercatori. I corsi rischiavano addirittura di non partire.

È incredibilmente freddo stasera, a passeggiare per la strada si emettono nuvole di condensa. Nella piazzetta qua dietro casa hanno già posizionato almeno sette alberi di Natale, già illuminati, in azzurro, accanto alla pista per il pattinaggio su ghiaccio. Sopra le strade pendono gli addobbi, accesi pure quelli.

Natale è tra un mese. Anzi, la Vigilia è tra un mese. A quest’ora tra un mese sarò “sdravaccato” sul divano aspettando l’ora fatidica delle 11 per andare a Messa con la famiglia, sotto casa, la chiesa sta a dieci metri. Vado solo alle feste “comandate”, ma ho preso l’abitudine di ascoltare cosa dice il parroco nella predica, cosa legge dai Vangeli, cosa legge da quel librone rilegato in bordeaux, con tanti segnalibri: ho come l’impressione che la maggior parte della gente che va a messa ogni domenica e anche più, non sappia molto bene cosa viene detto in queste “assemblee”.

Ascolto, ora, con orecchio critico, quello che il prete declama e dice. Non ascoltavo un bel niente quando facevo il chierichetto. Mi immaginavo parate, scene di film, scene di racconti che avvenivano lontano, oppure nella navata della chiesta, oppure dietro al monumento al santo del paese. O anche sugli arabeschi del tappeto dietro l’altare: una stupenda mappa su cui si muovevano eserciti, persone, greggi. Meccanicamente eseguivo i movimenti e le azioni ausiliarie a Don Giovanni. Avevo il classico Don Giovanni, sì. Il Don di adesso assomiglia a Freddy Mercury. Visivamente.

Il Natale non è più quello di una volta (hahaha…che frase.). Ma manca un mese, dove diavolo è finita quell’eccitazione che, tornando a casa in questo periodo, mi portava a cercare per strada quegli operai del comune che erano addetti a montare le luminarie, che si sarebbero accese di lì a poco? Dov’è quell’aria che pungeva ma non si sentiva risalendo il viale che porta a casa, perché in cima ti aspettava l’albero di paese, dieci metri d’altezza, spelacchiato come un lupo macilento, ma addobbato alla grande?

Forse sono i tanti progetti, gli esami a gennaio e la grande mole di studio, ma sento ancora meno degli anni scorsi “il Natale”. Un anno fa le feste sono passate in fretta fulminea. E non riposi nelle vacanze: credo sia esperienza comune la fiacchezza e il languore che ti prende sotto le feste. Il gran cenone, il pranzo di Natale, la giornata con mille parenti accanto. Piacevoli, ma distruttive. Però in casa ci devi restare.

Da piccino mi addormentavo sotto l’albero addobbato e acceso nel buio. Mi stendevo sotto di esso e fantasticavo con la musica che ondeggiava fra gli aghi di abete (bianco, principalmente). Da un anno all’altro non l’ho più fatto. Mi sono accorto di aver perso un pezzo di poesia del Natale.

A Natale si festeggerebbe il “compleanno” di Gesù, secondo il Cristianesimo. Anche non possedendo la Fede (almeno credo…) penso che questa figura, che sia esistita o no, sia straordinaria: può essere anche un’invenzione, lasciamo spazio a qualsiasi interpretazione. Concentriamoci invece sul messaggio: uno che sarebbe per ipotesi nientemeno che “Dio”, viene sulla terra a vivere come un uomo, fra gli uomini. Per chi l’abbia fatto, non importa. Ma il concetto che ti trasmette un’azione come questa è potentissimo: vale la pena di vivere, e di vivere su questa Terra, fra le persone.

Non mi addentro oltre però. Cascheremmo sul discorso del “sacrificio per noi” sulla croce, e i molti altri messaggi che non sono né veri né falsi: sono validi per chi li sente, per chi li fa propri.

Ora non fa più freddo, sono a casa che “tappeggio” sui tasti del mio computer. Mi sono informato se a casa, in piazza hanno già messo l’albero: non ancora. Però niente. Il pensiero Natale resta solo sulle lucine e sui regali. Sul momento di vacanza e sul chiudersi in casa al caldo, davanti alla stufa.

Non odio il Natale. Lo sopporto a malapena. Detesto il “vogliamoci bene” che per un mese e mezzo impiastriccia ogni luogo, dalle pubblicità ai film, dagli addobbi al tizio vestito da Babbo Natale. Rivoglio la mia confusione perfettamente risolta del “chi cavolo porta i regali?”: Babbo Natale secondo tutti, Gesù Bambino da parte dei miei. Da piccino te li portano entrambi, e solo questo ti basta, li ammiri e stracci la carta multicolore. Detesto la pubblicità della Bauli. Quella dei bambini tra la neve finta che, in coro cantano “A Natale puoi, fare quello che non puoi fare mai”. Comprare un pandoro, lo trovi solo adesso, affrettati! Adoro le castagne cotte, adoro ustionarmi le dita sulla loro pelle tagliata, adoro sbucciare pannocchie e fagioli in compagnia di mezza famiglia, in montagna, in un garage con fuori la neve alta. Adoro il profumo delle mele che maturano in una stanza remota della casa dello zio Gabriele (l’odore è etilene, ma ciò non toglie poesia all’immagine). Detesto le pubblicità tintinnanti ricche di fiocchi di neve e festoni. Le pubblicità delle compagnie telefoniche, tormentoni che vanno avanti per tutto l’anno cambiano e diventano tutte rosse e bianche, in pelo. È Natale, tempo di promozioni, perché a Natale ci viene voglia di sentire persone che non si sente da tempo. Trovo naturale invece sentire gli amici sempre, specie se non ho notizie di loro da tempo. Mi preoccupo, sì, mi preoccupo. Siamo tutti più buoni, e in nome di cosa? Per quale speciale motivo? È il periodo allegro. Potrebbe essere idiozia, racchiudere la felicità in determinati spazi. Anzi, puoi fingere di essere felice sono il certi periodi. I problemi non li cancelli, ma sei sicuro che qualche giorno basti per provare ad essere felice?

Io non credo.

Probabilmente ci si forza ad essere felici, perché l’atmosfera è “contagiosa”. Io non la sento, perché? Non la sento più, perché?

Ho dei progetti, musicali, culturali, universitari che “scadranno” a gennaio. Lavorarci mi dà forza, e più ci impiego energie, più sento che queste mi sono rese. Non sono sempre allegro, felice. Ma non voglio nemmeno esserlo. La felicità va forse a corrente alternata, alternata con spazi in cui non puoi goderne, in cui sei anzi depresso e stanco; ma sono questi che ti aiutano ad assaporare questa condizione di felicità. È in divenire, non è conquistabile. Chi la conquista diventa infelice: non ha più nulla da fare. Ma è facendo che lo si diventa.

Ipocrita, stupido imporsi la finta felicità. Perché è davvero contagioso: vedi un albero acceso e finisci a scrivere un post di getto, parlando di Gesù, dell’essere felice, delle mele dello zio.

Vado ad accendere sotto la pasta.

(ps: articolo numero 200!)